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Archivio per Sincronicità

Omicidio a regola d’arte | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione del romanzo giallo Omicidio a regola d’arte, di Letizia Triches; è una storia che implica raccordi con l’inumano in un’ottica che non è né completamente umana, né completamente distaccata da essa. La quarta e l’incipit, che vale da solo l’intero acquisto:

Nulla accomuna Chantal Chiusano, commissario appassionata e tenace, e Sara Steno, se non il fatto di avere sposato due pittori, entrambi morti a pochi giorni di distanza l’uno dall’al­tro: Giovanni Aiello, artista di grande talento ma di scarsa fortuna, e il fa­moso Michele Mosti, ucciso insieme alla sua giovane amante secondo un rituale raccapricciante, di brutalità inaudita. I loro corpi sono stati ri­trovati nudi, con il cranio fracassato da un oggetto pesante e con un sac­chetto sul volto, sfigurato da ustioni. Il commissario Chantal Chiusano è chiamata a occuparsi dell’omicidio di Mosti, e le sue indagini iniziano proprio dalla vedova. Sara Steno è una psichiatra e si dimostra subito collaborativa, for­nendo informazioni sul lavoro del marito. Più Chantal indaga sulla vi­ta segreta del famoso pittore e più si rende conto che ci sono altri crimini, rimasti a lungo senza colpevole, che potrebbero essere finalmente risolti. Critici potenti, fragili antiquari, mer­canti senza scrupoli, filosofi e giova­ni di belle speranze si aggirano sullo sfondo di una Napoli inquieta, dove nulla è come appare.

Doveva essermi successo qualcosa di grave, ma non avrei mai immaginato quanto. Uno muore quando il cuore cessa di battere e il respiro se ne va. È quel che pensavo, come tutti del resto. Invece, ci siamo sempre sbagliati. La morte vera arriva parecchio tempo dopo che sono cessate le funzioni vitali, anche se non sono ancora in condizione di dire quando. L’unica differenza che in questo momento riesco a percepire tra me e i vivi è che, da vivi, si teme di morire, da morti, no. Poiché, se sull’evidenza della mia morte non ci sono dubbi, io non nutro alcun timore su quello che mi accadrà in seguito, fosse pure la mia completa estinzione nel nulla. Il problema vero è un altro. Sono morto e non so chi sono. Non riesco a ricordare chi ero da vivo, quale era il mio nome e per quale motivo sono passato a miglior vita. Le rare volte in cui mi aveva sfiorato il pensiero della morte, avevo concluso che sarebbe finito tutto lì. È evidente che non è così. Sono un’anima. 

Lankenauta | L’isola delle tenebre


Su Lankenauta la recensione a L’isola delle tenebre. Storie siciliane dell’orrore, antologia sulle storie siciliane dell’orrore curata da Luca Raimondi e Giuseppe Maresca. È un’opera che s’inserisce sincronicamente nel mio flusso emotivo attuale, dove suggestioni assai scure, per non dire occulte, s’innestano nei progetti che prendono progressivamente forma di fronte alle mie sensibilità letterarie e non solo.

È un progetto che, come spiegano i curatori, non nasce dal nulla ma attinge a una tradizione letteraria illustre (“Eppure sin dall’antichità la Sicilia ha esercitato su scrittori e poeti un fascino oscuro. Le profondità degli abissi del Mediterraneo che la circonda o le ombre agli angoli dei suoi assolati cortili spesso hanno celato orrori così indicibili da far impazzire anche il razionalista più militante.“), che prende avvio dai mostri evocati nell’Odissea di Omero e giunge fino a noi, al Verga delle Storie del Castello di Trezza e de La festa dei morti, storia gotica ambientata nel quartiere marinaro di Catania, al Pirandello di Male di Luna, breve novella il cui tema è la licantropia, presente tra le Novelle per un anno, al Capuana di Ofelia e al Brancati de L’isola, e che qui viene richiamata con tutti i suoi elementi tipici.

Non mancano infatti nei racconti proposti nebbie che confondono e che nascondono cerimonie particolari (Riflessi sulla nebbia di Roberto Azzara), boschi custodi di segreti millenari, castelli o rocche dalle origini antiche e avvolte nel mistero, ruderi incustoditi e portali cosmici (C’era una casa con un tavolo dentro di Piergiorgio Di Cara), rocce che si animano improvvisamente (Il castello di Ester di Roberto Mistretta), e ovviamente demoni e riti esoterici, l’eterna lotta tra il bene e il male (Fimmini di focu di Giusy Sciacca), nonché esseri che dimorano negli abissi da tempi immemorabili (Nostra Signora degli annegati di Giuseppe Maresca), come pure interni di antichi palazzi signorili palermitani le cui stanze nascondono verità inconfessabili, tradite da tintinnii notturni e passi furtivi (Il caro estinto di Eleonora Lombardo), e botteghe polverose di anziani antiquari in cui gli oggetti più comuni rivelano a volte poteri inaspettati (Il negromante di Giovanni Marchese).

Non meno inquietanti appaiono le storie riconducibili a una narrativa meno legata alla tradizione gotica e nordica in senso stretto e più vicina invece al mondo contemporaneo, fatta di statali pericolose in cui è facile finire il balia di un carnefice (Statale 115 di Stefano Amato), di sottopassaggi oscuri, di edifici e monumenti dall’origine ambigua e malefica (Il guardiano di Luca Raimondi) e che possono ammaliare e rivelarsi fatali (Ipogeo di Luciano Modica), e nella quale spesso prendono vita fenomeni ed eventi irrazionali che sconvolgono la tranquilla vita di provincia (L’escluso di Salvo Zappulla) ma che inducono al tempo stesso a tante riflessioni sulla realtà siciliana odierna (Mala carne di Angelo Orlando Meloni).

È un orrido che, in alcuni casi, trae ispirazione dalla storia e dalle leggende locali, che già in passato furono all’origine di novelle e ballate popolari (valga per tutti la Ballata della baronessa di Carini, giunta a noi grazie alle ricerche di Salomone Marino e Giuseppe Pitrè, in cui si narra di una nobildonna uccisa dal padre per una questione d’onore che torna come spettro a infestare i luoghi in cui ha vissuto, fino a reincarnarsi in una sua discendente), e che testimonia come sia ancora oggi inquieto e controverso il rapporto degli uomini, e dei siciliani, con il mondo religioso e con il soprannaturale.

Lankenauta | L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme


Su Lankenauta un tagliente caso di sincronicità personale. Sto leggendo in questi giorni Le nozze chimiche di Aleister Crowley, saggio monumentale che Franco Pezzini ha dedicato alla figura del mago novecentesco, via via più fondante nella nostra cultura perché ha lasciato strascichi sempre più estesi negli artisti e nelle opere contemporanee. Tra gli scrittori citati da Franco del periodo post-Crowley c’è Colin Wilson, leggevo di lui e dei suoi romanzi proprio da alcune sere a questa parte, anche ieri sera, e cosa mi trovo di fronte stamani? La recensione, appunto, di L’uomo senza ombra, romanzo di Colin Wilson che allude pesantemente proprio a Crowley. Non male, no?

Secondo capitolo della “trilogia di Sorme”, “L’uomo senza ombra”, pubblicato tre anni dopo “Riti notturni” (Ritual in the Dark, 1960), rappresenta, in forma di diario, un “romanzo di idee” che si apre progressivamente a una vera e propria narrazione; dove quindi una trama tende a prendere il sopravvento rispetto i ricordi “sessuali” del protagonista. Romanzo peraltro “irregolare” per più di un motivo. Innanzitutto nell’ampia e colta prefazione Colin Wilson riflette sulla funzione del romanzo, della trama, della libertà che questa forma letteraria offre al suo autore, a partire dalle opere di Defoe e Richardson:Ma il prezzo da pagare per questa libertà è pesante: il romanziere è vincolato a una giostra di emozioni umane, vale a dire che è limitato dalla vicenda che racconta, dal plot” (pp.10). Dopo aver citato Flaubert e la “purificazione” della sua opera – ovvero aver riconosciuto che “l’obiettivo non è importante quanto ciò che succede lungo il percorso” – Wilson ricorda il “fallimento” del suo precedente “Riti notturni”: accontentarsi di un romanzo che raccontava una storia, pur soffermandosi, ove possibile, sulle idee. Mentre con “L’uomo senza ombra” sarebbe tornato a una forma e a una sostanza del “romanzo che Flaubert aveva abbandonato perché impura” (pp.18).

La sincronicità della coscienza – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che narra la Sincronicità vista dagli occhi del suo scopritore, C. G. Jung, e da quelli di Wolfgang Pauli; un estratto assai significativo:

Il dialogo e il lungo carteggio tra Pauli e Jung ha dato forma all’idea che la sincronicità sia un aspetto fondamentale del funzionamento dei processi cerebrali. Tale ipotesi suscitò più di una perplessità e fu spesso fraintesa nei suoi intendimenti e significati dal mondo delle scienze, strutturate intorno a categorie tradizionali e al principio di causalità. Postulare un “parallelismo di significato” e implicare la sovrapposizione di tempi tra loro distanti – la coincidenza di presente e passato vissuti –, infatti, rappresentava un’incrinatura del sapere dell’epoca ed era considerato, al contempo, una debolezza teorica. Parlare poi di “coincidenze significative di eventi a-causali” complicava ulteriormente le cose.
A dissipare i dubbi e le critiche non bastarono né l’autorevolezza di fisico di indiscussa e riconosciuta competenza di Pauli, né le riflessioni da lui espresse nella celebre lettera a Carl Gustav Jung del 7 novembre 1948, che inizia con un tributo allo psicologo analista: “[…] il nostro dialogo di ieri sulla ‘sincronicità’ dei sogni e di altri eventi (Lei impiega il termine ‘sincrono’ anche se tra il sogno e l’evento esteriore intercorrono 2-3 mesi?) mi è stato di grande aiuto e vorrei nuovamente ringraziarLa”.
Pauli interrogava la teoria di Jung e si chiedeva: perché parlare di sincronicità e di relazioni di significato, anziché di rapporto di causa ed effetto, dato che questo è regolato chiaramente dalla successione degli eventi nel tempo e che presuppone ed esige che la causa preceda l’effetto? E perché farlo, se gli eventi avvengono sempre in sequenza, seppur a distanza di mesi? Come si fa a far rientrare un intervallo temporale, magari consistente, all’interno di una teoria fondata sulla sovrapposizione di istanti lontani nel tempo?

Nella lettera a Jung, Pauli, premio Nobel per la fisica nel 1945, si riferisce a un dialogo avvenuto con il suo interlocutore il giorno precedente e utilizza il termine “sincronicità” come sostantivo e “sincrono” come aggettivo relativo. La questione affrontata nel carteggio è la capacità del cervello di far coincidere e di far interagire fenomeni e informazioni appartenenti a momenti diversi, gestendoli come se ci fosse un legame tra piani di significato e sequenze temporali anche molto distanti tra loro.
Per illustrare la complessità di tale ipotesi, Pauli riporta il disegno del caso più semplice di superficie di Riemann, che è rappresentata come una sezione trasversale di due fogli da intendersi perpendicolari rispetto al piano del disegno: ruotando intorno al punto centrale (anch’esso, come perno, perpendicolare al piano del disegno), si può passare da un foglio all’altro. Viene così introdotto un piano di riflessione, disposto non già parallelamente e sovraordinato gerarchicamente rispetto agli altri, bensì perpendicolare, che attraversa e connette i vari piani sincronisticamente, legandoli insieme. In questo modo si passa da una moltitudine di aspetti separati e sconnessi a un’esperienza unica e integrale, i cui elementi, apparentemente privi di relazioni di causalità, hanno ora nessi ben precisi, che riguardano i loro contenuti significativi. Per esemplificare, Pauli si riferisce al caso di un sogno particolare comunicato a Jung, il foglio inferiore, e di un evento (la malattia o la morte di una persona), il foglio superiore, e al perno centrale, intermedio tra i due fogli, che costituisce il punto d’incontro tra i due fenomeni: evidenzia così “la differenza tra ‘fisico’ e ‘psichico’ e rappresenta un ordine che si svolge al di fuori dello spazio e in parte anche al di fuori del tempo”.

“Sincronicità” indica quindi la capacità di legare insieme piani differenti anche in assenza di un nesso causale: non solo, tale nozione può estendersi nel tempo, come spiega Jung, che connette due fenomeni, come un sogno e un evento vissuto, tra cui possono intercorrere due o tre mesi. Basta immaginare che il piano verticale sia in grado di scorrere orizzontalmente, legando piani diversi esistenti in momenti di tempo tra loro distanti.

I Ching


Soppesando le linee e i tratteggi, delinei i contatti con gli universi sincronici di realtà mutabili, istantanee, indeterminabili.

Filosofia degli I Ching


Poche distanti parole per strutturare la misura colma dei tuoi atti: è tempo ed è divenuto tempio dei mutamenti.

L’esoterismo di Federico Fellini – Livepress


Devo essere onesto, di questa teoria non ne sapevo nulla, eppure ha il suo perché, a pensarci bene, e la rilancio a mo’ di cassa di risonanza: Federico Fellini aveva interessi esoterici, junghiani e anche sciamanici, direi. Da LivePress.

L’ultima “reale” apparizione di Federico Fellini risale a qualche mese successivo alla sua morte. Non è uno scherzo, ma lo racconta Lorenzo Ostuni, regista e produttore Rai, ricordando un “patto” da lui stipulato con il grande maestro, secondo il quale, il primo tra i due che sarebbe passato a miglior vita, come suol dirsi, sarebbe tornato dall’altro a raccontargli com’è il transito nell’aldilà. E cosi fu. Fellini compare in perfetta forma tridimensionale nello studio di Ostuni in via degli Scipioni a Roma, e consegna a quest’ultimo un messaggio criptico: “Lorenzino, ricordi che un giorno ti dissi che la differenza tra noi due consiste nel fatto che tu prendi le cose della terra e le proietti nel cielo cosmico, mentre io prendo le cose del cielo e le proietto nel piccolo schermo terrestre? Bene, devo dirti che nessuno dei due aveva ragione. Adesso ho visto che cosa c’è all’interno del tempio che per tutta la vita ho soltanto sbirciato cosi, come un intruso, dall’esterno. Ho visto..”.

Questo episodio, a prescindere dalla sua veridicità, la dice lunga sugli interessi esoterici coltivati in tutta la sua vita dal regista riminese. Interessi che spaziavano dallo studio dell’I Ching all’amicizia con il famoso veggente Gustavo Rol, oltre che dalla presenza nella sua biblioteca personale di testi di esoteristi, mitologi, antroposofi, tutti i canoni buddisti e i famosi Veda, i testi iniziatici tradizionali della spiritualità indiana.

Non si riesce a comprendere il corpus dell’opera di Federico Fellini se non si svela il suo sostrato esoterico. Aspetto, quest’ultimo, che lo mette in connessione con altri grandi maestri del cinema mondiale, da Bunuel a Welles passando per Tarkovsky e Hitchcock.

Scorrendo velocemente la filmografia del regista, da Casanova a Giulietta degli spiriti, da Satyricon a Toby Dammit, si coglie l’interesse per le discipline “non ordinarie”. In particolare il suo interesse per Carl Jung, che Fellini leggeva avidamente e approfondiva attraverso il suo rapporto con Ernst Bernhard, psicanalista di formazione junghiana che lo introdusse alla consultazione dell’I Ching. Il concetto di sincronicità sarà sempre presente nel laboratorio visivo di Fellini; così come era stato lo stesso Fellini a sottoscrivere la cifra filmica e l’origine della sua forza creatrice: “La memoria è come l’anima, esiste prima della nascita…Non si esprime attraverso il ricordo. È una componente indefinibile e misteriosa che ci invita a entrare in contatto con dimensioni, eventi, sensazioni, che non possiamo nominare, ma che sappiamo, anche se confusamente, essere esistite prima di noi”.

Come ogni essere straordinario, la sua comparsa sulla terra lascia diversi enigmi: Fellini era un mago? Lui diceva di essere stato risucchiato dal cinema, e che, in caso contrario, sarebbe stato sì un mago, ma un mago stile Mandrake in cui il versante dell’illusionismo sarebbe stato preponderante.

Non sappiamo se, a modo suo, il regista fu una sorta di iniziato. Egli scherzosamente si definiva piuttosto un “pozzetto” nel quale tutta “la pioggia” di trascendenza metafisica si era copiosamente riversata. Una cosa è certa: tra le esperienze con l’LSD, a cui fu introdotto dallo psicanalista Emilio Servadio, e le sue frequenti incursioni nel mondo del misterioso di Carlos Castaneda, col quale ebbe dei contatti in relazione a un progetto cinematografico di cui poi non si fece nulla, l’immaginario felliniano si è nutrito di esperienze straordinarie, di relazioni e visioni che, cosi come lui stesso ebbe a dire a Lorenzo Ostuni, il citato complice del patto post-mortem, servirono a proiettare sullo schermo della terra la grande forza misteriosa delle cose celesti.

Scale musicali


Ho perfezionato le scale musicali affinché risultassero soltanto idee in formazione, esperimenti psichici di Sincronicità che stupiscono ogni volta che si palesano.

Introduzione di Jung contenuta negli I Ching – estratto


Il passo sottostante è preso dall’introduzione di Carl Gustav Jung agli I Ching, il libro cinese dei Mutamenti, un modo di praticare la divinazione con un procedimento che sfrutta la matematica booleana, avendo come base 8 bit e portando le proiezioni del possibile a 64 bit – gli attuale sistemi operativi dei computer operano proprio con 64 bit.
A parte ciò, mi pare interessante notare, dalle righe sottostanti, l’invito di Jung ad abbandonare il metodo galileiano, che ha portato a risultanze valide in laboratorio ma che nella vita comune, essendo depurate da ogni sfumatura del reale, tendono a diventare ideali. Intendiamoci, Galileo ha sviluppato tali metodologie in momenti in cui un potere temporale orribile come quello della Chiesa di Roma operava una vera e propria censura totale, oggi lo chiameremmo un regime totalitario; in questo Galileo è riuscito a togliere i fondamenti alle assurdità dottrinali cristiane, ma ha costruito involontariamente un’altra chiesa in cui i dati statistici assurgono a verità assolute, ovvero le nuove verità assolute. Su questa base, i moderni sistemi totalitaristici del Liberismo operano sistematicamente, credendo ciecamente nei modelli imperfetti da laboratorio o stocastici e opprimendo l’umanità con regole inumane, che possono benissimo essere i riflessi di qualcosa presente ben oltre le nostre dimensioni.

Leggete attentamente le righe sottostanti, e non meravigliatevi quando gli I Ching si apriranno ineffabilmente la strada nella vostra consapevolezza.

Io non conosco il cinese e non sono mai stato in Cina. Posso assicurare il lettore che davvero non è molto facile trovare il giusto accesso a questo monumento del pensiero cinese, così infinitamente diverso dai nostri modi di pensare. Per capire in generale di che cosa tratti un simile libro è imperativo buttare a mare certi pregiudizi della mentalità occidentale. È curioso che un popolo dotato e intelligente come i Cinesi non abbia mai prodotto ciò che noi chiamiamo “scienza”. La nostra scienza, però, si basa sul principio di causalità, e la causalità è considerata verità assiomatica. Ma un grande cambiamento è ormai avviato. Ciò che la Critica della ragion pura di Kant non ha potuto fare, lo sta facendo la Fisica moderna. Gli assiomi della causalità sono scossi nelle loro fondamenta: ora sappiamo che quelle che noi chiamiamo leggi di natura non sono altro che verità statistiche, costrette perciò ad ammettere delle eccezioni. Non abbiamo tenuto abbastanza conto del fatto che, per dimostrare la validità invariabile delle leggi di natura, abbiamo bisogno del laboratorio con le sue incisive restrizioni. Se lasciamo che la natura faccia da sé, vediamo un quadro ben differente: ogni processo subisce interferenze parziali o totali a opera del caso, e in misura tale che in circostanze naturali un corso di eventi che si conformi in tutto e per tutto a leggi specifiche, rappresenta quasi un’eccezione.
La mentalità cinese, quale io la vedo all’opera nell’I Ching, sembra preoccuparsi esclusivamente dell’aspetto accidentale degli eventi. Ciò che noi chiamiamo coincidenza sembra essere la cosa della quale questa peculiare mentalità s’interessa principalmente, mentre ciò che noi adoriamo come causalità passa quasi inosservato. Dobbiamo ammettere che qualche cosa si possa dire in favore dell’immensa importanza del caso. Una quantità incalcolabile di sforzi umani è rivolta a combattere e limitare i danni o i rischi rappresentati dal caso. Spesso le considerazioni teoriche su causa ed effetto appaiono pallide e polverose a paragone degli effetti pratici del caso. Va benissimo dire che il cristallo di quarzo è un prisma esagonale; è proprio vero – fintanto che si immagina un cristallo ideale. Ma in natura non si trovano due cristalli esattamente uguali, benché tutti siano palesemente esagonali. La forma reale, tuttavia, sembra sollecitare il saggio cinese ben più di quella ideale. La confusa congerie di leggi naturali che costituisce la realtà empirica contiene per lui un significato ben più importante che non una spiegazione causale degli eventi, che poi di regola devono essere separati l’uno dall’altro prima che si possa discuterne in maniera appropriata.

NICK MASON’S SAUCERFUL OF SECRETS: UN OSPITE SPECIALE… | PINK FLOYD ITALIA


È successo. Roger Waters è salito sul palco come ospite della band di Nick Mason, i suoi Saucerful of Secrets che suonano in giro per il mondo i primi anni dei Floyd, prima che arrivasse il successo planetario di DarkSideMoon. Stanotte, a NewYork, Waters ha cantato e suonato il gong su Set the controls for the heart of the Sun – con simpatico siparietto in mezzo – e lo ha fatto con lo spirito dell’epoca, cosa che mi colpisce molto perché, proprio in questi giorni, sto evocando esattamente quel pezzo come ispirazione per un racconto, in cui entrano gli I Ching e la Sincronicità di Jung, fattori che portano invariabilmente alla performance floydiana in questione, riassunta dal video sottostante. Via PinkFloydItalia.

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