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Archivio per Smart city

Project Alias, home privacy | Neural


[Letto su Neural]

Il cordyceps è un fungo parassita che si innesta negli insetti nutrendosene. Project Alias, di Bjørn Karmann and Tore Knudsen, è un simile “parassita” per gli home device, che può essere personalizzato per controllare i propri smart assistant tutelando la propria privacy. Ispirato al vero fungo parassita, questo piccolo assistente è costituito da un guscio stampato in 3D molto simile a una morbida e seducente colata di gelato che nasconde un microphone array, un raspberry pi e un altoparlante e può essere posizionato facilmente sui più comuni assistenti vocali domestici. 
Attraverso una semplice applicazione l’utente può addestrare Alias a reagire a una parola-input personalizzata: dopo questo addestramento, Alias prende il controllo dell’assistente vocale domestico attivandolo e spegnendolo. Una volta innescato, inoltre, e completamente offline, traduce i comandi vocali e trasmette un rumore continuo al device di cui è parassita, che in questo modo è inibito dal registrare altri suoni “privati” circostanti. Il progetto, riflette criticamente sui prodotti commerciali “intelligenti” che tendono a considerare gli utenti come passivi esecutori, anche all’interno della propria casa. Alias, nel suo design pulito e malleabile, sembra sogghignare all’intelligenza millantata dagli smart device della grande produzione, quasi con la con la malizia crudele del vero fungo cordyceps.

Le città intelligenti non esistono – Bruce Sterling – Internazionale


Un corposo articolo-riflessione sulle attuali città intelligenti – o smart city – e lo scenario sociale, tecnologico e tecnofascista che esse possono assumere e che spesso ricoprono. Di Bruce Sterling, su Internazionale.it.

L’espressione smart city è interessante ma non importante, dato che nessuno si preoccupa di definirla. Smart è una fantasiosa etichetta politica usata da un’alleanza contemporanea tra urbanisti di sinistra e imprenditori tecnologici. Definirsi smart, intelligenti, è solo un modo per far apparire stupidi quelli che credono nelle forze di mercato e i nimby (not in my backyard, non nel mio cortile), quelli che si oppongono alla costruzione di opere pubbliche vicino alle loro case.

I patiti delle smart city di tutto il mondo saranno d’accordo sul fatto che Londra è una città particolarmente intelligente. Ma perché? Londra è una bestia enorme e sgraziata che vive senza sosta in uno stato di disordine irrazionale ed eccentrico. Londra è un assurdo caos urbano, ma ospita anche alcune delle migliori conferenze sulle smart city. Londra ha anche una burocrazia da grande amministrazione che usa parole come “smart city” (ne ha addirittura coniate alcune). Il linguaggio delle smart city è sempre un inglese commerciale internazionale, in qualunque città ci si trovi.

E quindi, se la cara vecchia Londra è una città intelligente – con i suoi grattacieli vuoti, le sue inquietanti telecamere di sorveglianza e le sue fognature intasate dal grasso animale – allora forse non dobbiamo preoccuparci troppo delle invenzioni di Elon Musk e di tutto l’entusiasmo che circonda l’urbanistica digitale.

Meglio ripensare al futuro delle città come a uno specchio di Roma, la città eterna dove quasi niente viene risolto dalla tecnologia, ma dove tutto cambia costantemente perché tutto rimanga com’è. Perché prendersi la briga di chiedere ai cittadini cosa si aspettano dalla città, quando puoi sorvegliarli?

Roma e Londra sono due colossi giganteschi e intorpiditi, sopravvissuti a millenni di volenterose riforme. Entrambe fanno parte di un mondo in cui metà della popolazione vive nelle città e un altro paio di miliardi lo farà presto. La popolazione sta invecchiando velocemente, le infrastrutture si sgretolano e i cambiamenti climatici stanno prendendo il posto degli incendi, delle guerre e delle epidemie del passato. Sono questi i problemi urbani importanti. Per quanto noiosi, è su questi che bisogna concentrarsi.

Le tecnologie digitali amate dagli appassionati delle smart city sono appariscenti e fragili, alcune addirittura nocive, ma fanno già parte del patrimonio urbano. Quando installi la fibra ottica sotto i marciapiedi di una città, ottieni internet. Quando hai grattacieli e smartphone, ottieni l’ubiquità portatile. Quando scomponi uno smartphone in sensori, interruttori e radioline, ottieni l’internet delle cose. Queste noiose ma importanti trasformazioni tecnologiche si stanno diffondendo nelle città da un paio di generazioni. Sono praticamente le uniche cose che gli abitanti delle città sanno usare.

Google, Apple, Facebook, Amazon, Baidu, Alibaba, Tencent: sono questi i giganti industriali della nostra era. È così che le persone fanno i soldi, è così che fanno la guerra e quindi, naturalmente, è così che costruiranno le città.

Tuttavia le città del futuro non saranno intelligenti, ben progettate, efficienti, pulite, giuste, verdi, sostenibili, sicure, sane, economiche o resilienti. Né avranno alti ideali di libertà, uguaglianza o fratellanza. La smart city del futuro sarà internet, il cloud, e un sacco di altri gadget messi in campo dalle amministrazioni comunali, per lo più con lo scopo di rendere le città più attraenti per il capitale. Quando questo sarà fatto bene, aumenterà l’influenza delle città più attente e ambiziose, facendo apparire i sindaci più degni di essere eletti. Quando sarà fatto male, somiglierà molto alle logore carcasse delle precedenti ondate d’innovazione urbana, come ferrovie, linee elettriche, autostrade e oleodotti. Ci saranno anche effetti collaterali e contraccolpi negativi che neanche il più saggio degli urbanisti potrebbe prevedere. Queste città intelligenti non saranno paradisi dell’efficienza apparentemente impeccabili, come il nuovo quartier generale della Apple.

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