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Archivio per Social network

Attachment, serendipitous algorithmic encounters | Neural


[Letto su Neural]

Attachment esamina la mancanza di comunicazioni casuali che si presenta insieme alla questione che riguarda l’automazione e l’apprendimento delle macchine, prendendo in considerazione la nostra attrazione verso verso l’automazione. Colombini, ispirato dalle macchine dello scultore svizzero Tinguely, ha creato una macchina che permette di inviare messaggi in aria usando un palloncino biodegradabile. I messaggi vengono inseriti tramite un sito web, poi vengono stampati dalla macchina con un codice, fatti scivolare in un cilindro biopolimerico, inseriti nel palloncino che infine viene rilasciato in aria. Il pallone poi si muove casualmente fino ad arrivare a un potenziale destinatario. Colombini sostiene che la macchina e la tecnologia con cui è costruita, ci permette di comunicare in modo diverso e quindi di riscoprire così l’elemento inaspettato, casuale e accidentale. Nel suo percorso tra sistemi sociali e tecnologici attraverso i quali fluiscono le comunicazioni, Colombini prende in considerazione satiricamente le tensioni e le problematiche di vivere e comunicare con le macchine. Negli ultimi anni l’argomento che riguarda gli algoritmi e l’automazione ha rapidamente catturato l’immaginazione e l’attenzione pubblica. Questi oggetti tecnologici hanno plasmato tutti gli aspetti della società, dall’ottimizzazione della nostra vita lavorativa fino a suggerire dove e cosa mangiare. Poiché lo sviluppo tecnologico contemporaneo si muove verso l’automazione comportamentale e cognitiva, questi oggetti tecnologici non sono più un mezzo per la selezione e la generazione di informazioni, ma sono invece considerati come oggetti sociali che svolgono un ruolo nell’organizzazione della nostra quotidianità. Questi processi computazionali indicano, ordinano e quantificano ogni aspetto del pubblico con cui interagiscono. Inoltre, iniziano a far parte della comunicazione in linea – dalle email automatizzate alle macchine robot in grado di apprendere, ai pianificatori di riunioni in AI – dando origine ad un nuovo ordine pubblico di persone, informazioni e macchine. Mentre questi sistemi hanno portato miglioramenti al lavoro e agli standard di vita, essi sono strumentalizzati come mezzi per aumentare il capitale, prevedere le fasi di attenzione e presentarci con un quadro quantificato di noi stessi. Questo intreccio del mercato e dell’esperienza umana ha portato ad una visione sconosciuta utopica del costante legame tra l’uomo e le macchine e le comunicazioni che regolano. L’affermazione presentata da Colombini si pone in qualche modo tra la satira e la critica in maniera molto simile ai Métamatics da cui prende ispirazione. Essa mette in dubbio queste continue connessioni e l’introduzione di algoritmi e loro automazioni come interfaccia nella nostra società. Comprende la comodità di un sistema automatizzato, mettendo in luce i processi complessi che svolgono compiti noiosi, e contemporaneamente si chiede come potrebbero verificarsi possibili incontri in mondi dove le comunicazioni sono automatizzate, regolate e filtrate. Mentre questa macchina poetica fornisce una piccola opinione sul principio fondamentale che controlla le macchine integrate nella nostra quotidianità, si dedica attivamente alle questioni riguardanti il mondo che stiamo costruendo per noi stessi. Non si oppone all’automazione e non vuole diventare una critica verso un futuro tecnologico. Al contrario ci chiede in maniera nostalgica dove si trovano la casualità e la possibilità nel caso in cui volessimo quantificare tutti gli aspetti della nostra esperienza umana o se queste condizioni mai accadranno.

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Zero Likes, the aesthetics of nothingness in iconic bulimia | Neural


[Letto su Neural]

Feste di compleanno all’ultimo grido, tramonti mozzafiato, facce stropicciate di prima mattina, spiagge, scorci di tetti, gatti e cibo a volontà… i social network ne sono letteralmente invasi. Ben il 10% di tutto il patrimonio fotografico mondiale, partendo dal primo celebre scatto di Niepce del 1826, è stato scattato negli ultimi 12 mesi. Un quinto di questo 10% è stato pubblicato on line. Si tratta di un quantitativo di immagini che raggiunge cifre da capogiro e che sembra tendere a crescere ulteriormente ed instancabilmente, post dopo post, frenesia dopo frenesia. Una sovrapproduzione di immagini spesso pensate con lo scopo principale di arricchire il proprio profilo su Instagram, che più di altri social network punta ad un alto impatto visivo e ad un linguaggio costruito da una estrema sintesi di immagini e testi per condividere INSTA-nti di vita. Ma cosa succede quando le foto condivise non ottengono la visibilità sperata? In che baratro di vergogna e silenzio scivolano le immagini che non colgono l’attenzione o l’approvazione di nessuno? Questo crudo sentimento di rifiuto online ha motivato l’artista e programmatore australiano Sam Hains nel creare Zero Likes, una AI addestrata a rispondere solo a quelle immagini che non hanno mai ricevuto un like o un’interazione su Instagram. Non pienamente soddisfatto, Hains ha poi addestrato un’altra AI per rispondere alle immagini generate dal primo. Il risultato è un inquietante patchwork accompagnato da sottotitoli automatizzati e didascalici, al limite dell’alienante. Una indagine o forse meglio una meditazione sull’estetica del nulla che si ripete con la cadenza di un rito o di una nuovissima tradizione; con la pacata ed illogica risolutezza che solo un’intelligenza artificiale può così fedelmente rispettare.

Technologies of Care, Online Worker Stories | Neural


[Letto su Neural]

Technologies of Care”, un progetto dell’artista Elisa Giardina Papa, è parte della serie “The Download” e come tale è completamente downloadabile da Rhizome , che ha commissionato il pezzo. L’opera è costituita da ritratti di diversi tipi di lavoratori on-line, sei dei quali sono identificati come donne, più un possibile bot. Questi ritratti sono strutturati in forma d’interviste effettuate a coloro che praticano quello che l’artista definisce “lavoro affettivo network-based”. L’artista è una ricercatrice che – cosa molto importante – assume i rispettivi lavoratori, siano essi reali o bot. Una volta lanciata, ogni intervista interagisce con il browser dello spettatore attraverso uno script che può solo essere guardato e ascoltato con una lenta rotazione delle forme 3D ricavate dagli stessi ambienti domestici nei quali sono situati gli operatori. La precarietà, la negoziazione delle identità e degli ambienti di lavoro personali sono alcuni degli elementi chiave che emergono dal rapporto on-line tra il commissionante e il lavoratore. Le storie narrate diventano poi i vividi e astratti esseri umani che rimangono infine quando l’interfaccia viene rimossa.

Elizaveta Pritychenko – Twitter bot encyclopedia | Neural


[Letto su Neural.it]

Nel primo decennio dell’internet commerciale, l’ecologia delle informazioni è stata di dimensioni ancora immaginabili, poi a causa della crescita naturale, dell’influenza dei giganti online e dei social media, tutto è decisamente cambiato, con la creazione di una quantità fuori controllo di dati disponibili. I social media – in particolare – sono in grado di proliferare indefinitamente. Questo enorme sistema di produzione delle informazioni ha anche parti generate da software e sistemi, che sono diventati, come osserva la Petrychenko nella sua introduzione, una pratica sociale denominata “data pollution” (inquinamento dei dati). Tra le diverse piattaforme, Twitter – con il suo coraggioso mantenimento di un formato a 144 caratteri – è perfettamente predisposta per funzionare come una piattaforma per la letteratura automatica di vario genere, includendo anche lo specifico fenomeno dei bot software. Si tratta fondamentalmente di uno studio sui “Twitter bot”, i cui componenti essenziali sono: una strategia e (opzionalmente) un database di riferimento. È una collezione intrigante di processi codificati dagli esseri umani che utilizzano a volte semplici algoritmi di dati: in alcune occasioni sono divertenti e talvolta implementano idee ispiratrici. Questo ecosistema di solito inosservato di creature di linguaggio è nutrito da software (che fanno il lavoro meno visibile), spesso riallacciandosi a concetti e alla cultura bot-related. L’autrice tenta di stabilire una tassonomia bot nella prima parte e nella seconda stampa un archivio di diffusione in un solo giorno di produzione di bot per oltre un centinaio di pagine, misurando in maniera tangibile il risultato invisibile dei “processual writers”.

Cuckoo, invisible encryption on social networks | Neural


[Letto su Neural.it]

L’ubiquità e il loro enorme numero di utenti rende i social network la più popolare piattaforma online mai realizzata e anche il livello di controllo d’autorità su tali piattaforme è grandissimo, perfino se questo non è particolarmente percepito dagli utenti. “Cuckoo” di Jochen Maria Weber affronta questa serie di fatti trasformando queste piattaforme in qualcos’altro. Egli cerca di “nascondere” su di esse informazioni riservate, invece di renderle più pubbliche possibili. Il progetto crittografa i messaggi in “parole, significati e rumore generati casualmente”, diffondendoli su più reti contemporaneamente e poi utilizzandoli per formare altre frasi pubblicate sui social network circondati da altrettante “rumorose” articolazioni casuali. Una ricevente Cuckoo-unità è in grado di filtrare e decifrare i messaggi in base ai metodi di crittografia, di data e ora. È come Weber lo definisce “un uovo nei nidi degli altri” che facilita la riappropriazione temporanea di queste piattaforme, sapientemente tutelando la privacy.

L’inizio della fine della TV


Michele Santoro, plus one

Image by kekkoz via Flickr

Su Repubblica.it la risposta a tanti diktat politici nostrani (e non solo), quando il potere ormai logoro, incartapecorito, cadaverico e vampirizzante ha paura di qualsiasi voce che si leva contraria al volere dei satiri: Google+

Immaginate un social network in cui è possibile comunicare tramite ritrovi video, ovvero:

Chi volesse parlare a un pubblico più ampio che superi la sua cerchia di conoscenti, o viceversa volesse semplicemente assistere da spettatore, potrà sfruttare la nuova funzione per le trasmissioni pubbliche chiamate ‘videoritrovi in diretta’. Si tratta di veri e propri canali all’interno del social network. “Ci aspettiamo che a breve diventino un vero fenomeno”, sottolinea il vicepresidente di Google. “Sarà possibile per milioni di persone seguire eventi dal vivo e condividere poi il filmato sul proprio profilo”. Facile immaginare sermoni ascoltati da migliaia di fedeli, comici che avranno milioni di fan pronti a seguirli in diretta, o ancora politici che potranno annunciare dal loro profilo le decisione prese.

Il funzionamento è semplice: basta aprire un normale ‘videoritrovo’ e si avrà la possibilità di trasmettere e registrare la propria sessione. Una volta “in onda”, possono partecipare attivamente fino a nove persone (come nella versione standard), ma chiunque può assistere alla diretta. La pubblicità? “Per ora non abbiamo un modello per la vendita pubblicitaria su Google +”, puntualizza il “padre” del social network. “Ma certo, è uno degli aspetti che presto affronteremo”.

In altre parole, Michele Santoro è cacciato dalla RAI? Serena Dandini non ha più il contratto rinnovato sui canali nazionali? Marco Travaglio non può più lanciare le sue frecce avvelenate contro chi mistifica la realtà da quasi venti anni? Nessuno di loro ha più spazio in TV, quindi? Ok, ci ritroviamo su Google+ e lì diciamo un po’ le cose come stanno, ci costruiamo un canale al volo e poi lo dismettiamo per ricostruirne un altro diverso tra un po’ di giorni. Mosse completamente ineffabili, nel pieno potenziale anarchico di Internet 2.0 o più su. Il Parlamento lo lasciamo alla Rai e Mediaset e ai sempre meno cospicui utenti poco evoluti che guardano solo la TV, solo i canali generalisti: l’informazione partirà e arriverà davvero dal basso, da ora.

TinyRiot, il suono di un migliaio di piccole rivolte – Neural.it


Per la maggior parte delle dimostrazioni e proteste di piazza è difficile individuare esattamente chi lancia la prima bottiglia. In mezzo a un tale mare di persone coinvolte in uno stato d’animo collettivo, il senso di anonimato generato può essere molto potente. Nel mai nascosto, internazionale abisso del mondo dell’iPhone (le reti, gli utenti e l’apparato stesso), la percezione dell’anonimato nella collettività è frenata dal numero di telefono registrato e dal tracciamento delle coordinate GPS. Gli sviluppatori di social network stanno cercando di trovare sempre più espedienti per implementare le attuali piattaforme e migliorare l’utilizzo e il fascino delle loro applicazioni. Le app per iPhone che riguardano la condivisione di esperienze e contenuti, che offrono senza dubbio una serie di vantaggi, richiedono però nomi utente nuovi o pre-esistenti, indirizzi email, oppure spesso coinvolgono terze parti richiedendo per la condivisione account pre-registrati su piattaforme di social network come Twitter, Facebook e Youtube. Una delle caratteristiche principali dell’applicazione ‘TinyRiot‘, che fornisce una colonna sonora catartica ai suoi utenti scossi da ‘piccoli’ attacchi di frustrazione, è che non richiede agli utenti di accedere o registrarsi per condividere contenuti. Non appena gli utenti si registrano, nominano e danno l’autorizzazione, i loro video sono automaticamente caricati su un account condiviso su YouTube che agisce come un sotto-piattaforma dove gli utenti possono condividere e guardare i video di tutti gli altri in tempo reale.

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