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Archivio per Social network

Datacrazia a cura di Daniele Gambetta | CarmillaOnLine


Su CarmillaOnLine potete apprezzare un’ulteriore segnalazione sparsa per il Web a Datacrazia, raccolta di saggistiche curata da Daniele Gambetta, uscita per D Editore; parliamo del controllo sociale tramite la notevole quantità di dati sensibili raccolti dalle grandi compagnie digitali. Un estratto dall’introduzione:

La peculiarità di questi dati, oltre alla loro quantità, è il fatto di provenire da fonti e metodi di estrazione estremamente variegati, costituendo così dataset infinitamente ricchi ma destrutturati, dai quali estrapolare regolarità e pattern richiede elevate capacità di calcolo ed efficienza algoritmica. Allo stesso tempo i dati non sono raccolti solo da veri e propri addetti ai lavori del settore, ma anche estratti dalle azioni quotidiane di milioni di utenti, autisti, lavoratori diffusi.
La pervasività delle nuove tecnologie apre la strada del possibile a scenari fino ad ora considerati fantascientifici. La polizia di Los Angeles sta già implementando un programma, Predpol, che grazie all’analisi di dati online dovrebbe riuscire a prevedere i futuri crimini, come nella dickiana Precrimine di Minority Report (e non mancano le distorsioni dovute ai pregiudizi razziali), mentre negli ultimi mesi del 2016 si è molto discusso di una proposta del partito comunista cinese che vorrebbe fornire un voto complessivo di ogni cittadino basandosi sui dati online, secondo un metodo di social credit system che a tanti ha ricordato l’episodio Caduta libera di Black Mirror.
Un testo molto recente, che analizza in maniera dettagliata vari casi di usi e abusi dell’analisi dati e degli algoritmi in vari ambiti sociali, dall’istruzione al luogo di lavoro, è Armi di distruzione matematica di Cathy O’Neil, dove l’autrice mette giustamente a nudo le disparità economiche e i soprusi sociali al tempo della “dittatura degli algoritmi”.
È importante sottolineare, in questo contesto, che i processi di controllo sociale, di valutazione come strumento disciplinare, di estrazione di valore dalla vita quotidiana, non sono certo fenomeni nati con i social network. Si può invece provare a ragionare di come le nuove tecnologie, ai tempi della datacrazia, costituiscano spesso una lente di ingrandimento per studiare le dinamiche di questi processi.

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I quit, social mirroring | Neural


[Letto su Neural]

“Perché sono uscito dai social media?” L’artista francese Thierry Fournier mostra una serie di video da trentadue minuti di persone che hanno spontaneamente deciso di abbandonare o disabilitare i propri account su Facebook, Instagram o Snapchat in quanto essi risultano essere troppo dannosi e fonte di pericolosa distrazione. Questo sembra comportare una rinascita, piena di nuove facoltà cognitive, tanto tempo, grandi emozioni. Tuttavia tale progetto possiede una narrativa paradossale: queste testimonianze non sono state raccolte “offline” ma sono una semplice sequenza di video pubblici su Youtube realizzati da chi ha preso questa decisione difficile. Perché uscire dai social media dichiarandolo su un social media? L’installazione è progettata intorno a questo circolo vizioso, con una proposta estetica simbolica e significativa. Infatti la selezione di video è proiettata in un piccolo specchio rotondo, quel genere che si usa di solito per la cura del viso, che riflette le immagini sul muro dello spazio espositivo. Questo meccanismo di doppia riflessione fisicamente e ironicamente rappresenta un paradosso. L’esposizione di se stessi ai social media pare essere un processo di validazione e di consapevolezza definitiva della decisione presa, spostando il piano di coscienza da un piano intimo e individuale (lo specchio da bagno) a quello di sovraesposizione agli altri (la finestra di Youtube).

Il mio addio a FaceBook


Oggi ho dato l’addio alla piattaforma social più famosa, sugli altri luoghi di fraternizzazione esasperata nemmeno ci sono, ho davvero il vomito per come veniamo spiati, trattati, manipolati, resi a volte delle leve involontarie nelle mani di chi possiede tali social; ecco quindi il testo che ho lasciato sul mio wall di FaceBook:

Questo è l’ultimo post sul wall personale di FaceBook. Avrei voluto chiudere il profilo, ma c’erano degli annessi e connessi spiacevoli per cui ho preferito far così, sciogliendo le amicizie in ottica FB ed elidendo i miei post più recenti, continuando a leggere gruppi e pagine cui sono attualmente collegato, poiché delle info buone le trovo sempre; come detto, però, non posterò più nulla e manterrò il mio presidio sul mondo digitale e non solo esclusivamente tramite il blog hyperhouse.wordpress.com.

Il costante vomito che mi genera FaceBook e tutto il mondo dei social m’illumina la via da percorrere, ma prima voglio ringraziare tutti – sappiate che vi adoro – ed esprimervi l’augurio di vederci sulle pagine del mio blog (in ogni caso, vi vorrò sempre bene) 🙂

Un abbraccio grande.

Ci si legge in giro, sappiate che ho sempre piacere e curiosità nell’assorbire i vostri pensieri, e opere.

Una francamente deplorevole avidità | VerdeRivista


Su VerdeRivista un bel racconto di Federico Flai, una ficcante storia che, burlandosi dei social network, ne mette in luce la loro terrificante potenzialità. Occhio…

Attachment, serendipitous algorithmic encounters | Neural


[Letto su Neural]

Attachment esamina la mancanza di comunicazioni casuali che si presenta insieme alla questione che riguarda l’automazione e l’apprendimento delle macchine, prendendo in considerazione la nostra attrazione verso verso l’automazione. Colombini, ispirato dalle macchine dello scultore svizzero Tinguely, ha creato una macchina che permette di inviare messaggi in aria usando un palloncino biodegradabile. I messaggi vengono inseriti tramite un sito web, poi vengono stampati dalla macchina con un codice, fatti scivolare in un cilindro biopolimerico, inseriti nel palloncino che infine viene rilasciato in aria. Il pallone poi si muove casualmente fino ad arrivare a un potenziale destinatario. Colombini sostiene che la macchina e la tecnologia con cui è costruita, ci permette di comunicare in modo diverso e quindi di riscoprire così l’elemento inaspettato, casuale e accidentale. Nel suo percorso tra sistemi sociali e tecnologici attraverso i quali fluiscono le comunicazioni, Colombini prende in considerazione satiricamente le tensioni e le problematiche di vivere e comunicare con le macchine. Negli ultimi anni l’argomento che riguarda gli algoritmi e l’automazione ha rapidamente catturato l’immaginazione e l’attenzione pubblica. Questi oggetti tecnologici hanno plasmato tutti gli aspetti della società, dall’ottimizzazione della nostra vita lavorativa fino a suggerire dove e cosa mangiare. Poiché lo sviluppo tecnologico contemporaneo si muove verso l’automazione comportamentale e cognitiva, questi oggetti tecnologici non sono più un mezzo per la selezione e la generazione di informazioni, ma sono invece considerati come oggetti sociali che svolgono un ruolo nell’organizzazione della nostra quotidianità. Questi processi computazionali indicano, ordinano e quantificano ogni aspetto del pubblico con cui interagiscono. Inoltre, iniziano a far parte della comunicazione in linea – dalle email automatizzate alle macchine robot in grado di apprendere, ai pianificatori di riunioni in AI – dando origine ad un nuovo ordine pubblico di persone, informazioni e macchine. Mentre questi sistemi hanno portato miglioramenti al lavoro e agli standard di vita, essi sono strumentalizzati come mezzi per aumentare il capitale, prevedere le fasi di attenzione e presentarci con un quadro quantificato di noi stessi. Questo intreccio del mercato e dell’esperienza umana ha portato ad una visione sconosciuta utopica del costante legame tra l’uomo e le macchine e le comunicazioni che regolano. L’affermazione presentata da Colombini si pone in qualche modo tra la satira e la critica in maniera molto simile ai Métamatics da cui prende ispirazione. Essa mette in dubbio queste continue connessioni e l’introduzione di algoritmi e loro automazioni come interfaccia nella nostra società. Comprende la comodità di un sistema automatizzato, mettendo in luce i processi complessi che svolgono compiti noiosi, e contemporaneamente si chiede come potrebbero verificarsi possibili incontri in mondi dove le comunicazioni sono automatizzate, regolate e filtrate. Mentre questa macchina poetica fornisce una piccola opinione sul principio fondamentale che controlla le macchine integrate nella nostra quotidianità, si dedica attivamente alle questioni riguardanti il mondo che stiamo costruendo per noi stessi. Non si oppone all’automazione e non vuole diventare una critica verso un futuro tecnologico. Al contrario ci chiede in maniera nostalgica dove si trovano la casualità e la possibilità nel caso in cui volessimo quantificare tutti gli aspetti della nostra esperienza umana o se queste condizioni mai accadranno.

Zero Likes, the aesthetics of nothingness in iconic bulimia | Neural


[Letto su Neural]

Feste di compleanno all’ultimo grido, tramonti mozzafiato, facce stropicciate di prima mattina, spiagge, scorci di tetti, gatti e cibo a volontà… i social network ne sono letteralmente invasi. Ben il 10% di tutto il patrimonio fotografico mondiale, partendo dal primo celebre scatto di Niepce del 1826, è stato scattato negli ultimi 12 mesi. Un quinto di questo 10% è stato pubblicato on line. Si tratta di un quantitativo di immagini che raggiunge cifre da capogiro e che sembra tendere a crescere ulteriormente ed instancabilmente, post dopo post, frenesia dopo frenesia. Una sovrapproduzione di immagini spesso pensate con lo scopo principale di arricchire il proprio profilo su Instagram, che più di altri social network punta ad un alto impatto visivo e ad un linguaggio costruito da una estrema sintesi di immagini e testi per condividere INSTA-nti di vita. Ma cosa succede quando le foto condivise non ottengono la visibilità sperata? In che baratro di vergogna e silenzio scivolano le immagini che non colgono l’attenzione o l’approvazione di nessuno? Questo crudo sentimento di rifiuto online ha motivato l’artista e programmatore australiano Sam Hains nel creare Zero Likes, una AI addestrata a rispondere solo a quelle immagini che non hanno mai ricevuto un like o un’interazione su Instagram. Non pienamente soddisfatto, Hains ha poi addestrato un’altra AI per rispondere alle immagini generate dal primo. Il risultato è un inquietante patchwork accompagnato da sottotitoli automatizzati e didascalici, al limite dell’alienante. Una indagine o forse meglio una meditazione sull’estetica del nulla che si ripete con la cadenza di un rito o di una nuovissima tradizione; con la pacata ed illogica risolutezza che solo un’intelligenza artificiale può così fedelmente rispettare.

Technologies of Care, Online Worker Stories | Neural


[Letto su Neural]

Technologies of Care”, un progetto dell’artista Elisa Giardina Papa, è parte della serie “The Download” e come tale è completamente downloadabile da Rhizome , che ha commissionato il pezzo. L’opera è costituita da ritratti di diversi tipi di lavoratori on-line, sei dei quali sono identificati come donne, più un possibile bot. Questi ritratti sono strutturati in forma d’interviste effettuate a coloro che praticano quello che l’artista definisce “lavoro affettivo network-based”. L’artista è una ricercatrice che – cosa molto importante – assume i rispettivi lavoratori, siano essi reali o bot. Una volta lanciata, ogni intervista interagisce con il browser dello spettatore attraverso uno script che può solo essere guardato e ascoltato con una lenta rotazione delle forme 3D ricavate dagli stessi ambienti domestici nei quali sono situati gli operatori. La precarietà, la negoziazione delle identità e degli ambienti di lavoro personali sono alcuni degli elementi chiave che emergono dal rapporto on-line tra il commissionante e il lavoratore. Le storie narrate diventano poi i vividi e astratti esseri umani che rimangono infine quando l’interfaccia viene rimossa.

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E’ un’illusione che le foto si facciano con la macchina… si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa. (Henri Cartier-Bresson)

B-Movie Zone

recensioni di film horror, thriller, gialli, poliziotteschi, sci-fi, exploitation, erotika

I tesori di Amleta

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PERDERSI TRA LE EMOZIONI DEI BORGHI ITALIANI

Duplex Ride

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di Ruderi e di Scrittura

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ORME SVELATE

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Flavio Torba

Scrittore con predilezione per l'horror.

francesca del moro

La differenza tra prosa e poesia è che la prosa dice poco e ci mette molto tempo, la poesia dice molto in pochissimo tempo. C. Bukowski

Istanze & Fantasmi

poesie seminate, di Martina Campi

Astro-Sirio

Astra inclinant non necessitant

The Twittering Machine

Racconti di fantascienza (e altro) di Piero Schiavo Campo

Quel cinema invisibile...

Cinema was made to reunite the Visible and the Invisible

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