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Archivio per Sound Art

The Quiet Club – The Telepathic Lockdown Tapes | Neural


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La confezione si presenta con una cassetta di due tracce di venti minuti per lato, contenuta in una elegante e stilizzata scatola pieghevole di carta assieme a un set di quattro intriganti illustrazioni fotografiche. Le stesse quattro tracce, più altre quattro tracce bonus, assieme a un libretto di grafica in pdf, sono disponibili in download tramite un codice contenuto in una scheda allegata. The Telepathic Lockdown Tapes è il risultato dell’incontro di Mick O’Shea e Danny McCarthy, duo irlandese formatosi nel 2006 e che utilizza per questo progetto improvvisativo e di sound art il moniker The Quiet Club. È un’ampia gamma di dispositivi per la creazione del suono quella che ci sorprende all’ascolto, che vanno da pietre, strumenti fatti in casa, elettronica, trame amplificate, theremin e field recording. L’effetto complessivo è invero piuttosto straniante, seducente, scuro ma non neghittoso, seppure una certa inquietudine serpeggi in tutti i centosessanta minuti presentati. Le registrazioni sono state effettuate dal duo durante il lockdown, in giorni e orari prestabiliti nei quali insieme – ognuno dal proprio studio – partecipava alle sessioni. Il tutto è stato poi mixato senza aggiunta alcuna o editing. Quello che sorprende di un siffatto setting è al contrario proprio l’interazione tra i due artisti, che diventa ancora più avvincente, documentando di fatto un periodo di tempo specifico che non è stato dei migliori per l’arte in generale e la condivisione d’esperienze spettacolari e produttive. A questo s’aggiunge inoltre che il duo non abbia l’abitudine di discutere in anticipo né una linea comune, né quelli che saranno i dettagli dei rispettivi interventi, regola abbastanza singolare anche in ambito improvvisativo e che predispone ad un vasto bagaglio di strumentazione e di materiali pre-registrati, focalizzando quindi sia i punti di convergenza della propria azione che quelli di differenza. Naturalmente a monte d’un simile approccio vi è una grande familiarità, una musicalità tesa ma gentile, in forte relazione comunicativa. Dice Mick O’Shea, “abbiamo avuto dei silenzi molto belli, interessanti, intensi” così come ci sono state delle sovrapposizioni altrettanto significative, “pensavo molto all’altra persona che suonava in un certo modo, ma non c’era alcuna possibilità di dirlo finché non abbiamo ascoltato entrambi i pezzi”. Insomma, “non c’erano le solite soluzioni o reazioni di fronte un’altra persona che suonava”, dice ancora O’Shea, sottolineando l’insolito setting del processo. Anche il racconto di McCarthy a riguardo delle stesse registrazioni è più o meno simile: consapevole di ciò che l’altro componente del combo potesse suonare e dei punti in cui sonorità e trame probabilmente entravano in conflitto o si completavano a vicenda. Il potenziale per la creatività risiede evidentemente in ogni situazione e questo The Quiet Club lo ha reso un fatto compiuto.

Steve Roden – Gradual Small Fires (And A Bowl Of Resonant Milk) | Neural


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Sono cinque i differenti brani musicali elaborati da Steve Roden che vanno a completare Gradual Small Fires (And A Bowl Of Resonant Milk). L’opera è stata commissionata dalla new media school dell’University of Hong Kong, centro di studi che per l’inaugurazione di un nuovo edificio del suo complesso, progettato dall’architetto decostruttivista Daniel Libeskind, ha invitato diversi artisti a realizzare delle opere in loco. I suoni selezionati da Roden per l’evento sono stati quelli di incendi da lui stesso registrati diversi anni fa sia in Danimarca che in California, ai quali sono stati aggiunti altre catture auditive, quali campane, rocce, una chitarra e svariati – non sempre riconoscibili – rumori ambientali o frutto di oggetti acustici, piccoli dispositivi elettronici e altri strumenti. Il tutto è stato ben calibrato e manipolato – in gran parte utilizzando pedali analogici per chitarra – e un sesto pezzo ha inoltre visto la luce, frutto delle medesime tecniche, per poi essere utilizzato nella mostra “Sound Art. Sound As A Medium Of Art” allo ZKM di Karlsruhe. Ciascuna delle composizioni approntate per il nuovo edificio ad Hong Kong era stata ad arte associata a una specifica struttura in plexiglass colorato. Queste sculture furono meticolosamente posizionate al fine d’occupare spazi particolarmente discreti dell’edificio, evidentemente allo scopo di sensibilizzare ancor più la percezione del visitatore, coinvolgendolo in un ascolto immersivo, facendolo partecipe di un’esperienza fisica, intellettuale e forse anche spirituale e comunicativa. Il flusso circolare delle sonorità dà vita a un incantamento esotico, una sorta di sfera adimensionale nella quale sacralità e ripetizioni immateriali convivono, non esenti da un certo senso d’inquietudine, seppure siano perlopiù intrecci gentili a pervadere l’intero progetto. In allegato al cd vi è anche un libro di 60 pagine a colori, in formato A5, il cui design si deve al Mote Studio di Berlino, pubblicazione introdotta dai testi di Daniela Cascella, Michael Ned Holte e dello stesso Steve Roden, autore anche della selezione di disegni, tema centrale del libro stesso. Raffinati riverberi, modulazioni eteree, affievoliti scoppiettii catturano all’ascolto, modulando combustioni lente ma efficaci, che danno vita ad onirici “luoghi del fuoco”, in un graduale processo compositivo che deve molto anche alle teorizzazioni di Steve Reich e della tradizione della musica minimalista nordamericana.

Anthony Pateras – Pseudacusis | Neural


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È un settetto elettroacustico quello messo in campo da Anthony Pateras per il progetto Musica Sanae, sviluppato con il Creative Victoria Creator’s Fund. L’opera che ne scaturisce, Pseudacusis, è stata eseguita nel 2019 a Napoli, Sokolowsko, Berlino e Cracovia, quest’ultima la location nella quale al Sacrum Profanum Festival – curato da Krzysztof Pietraszewski – è stata registrata per intero la performance che possiamo ascoltare adesso in questa uscita a marchio Bocian. A essere più precisi si tratta di un progetto di collaborazione artistica tra tre realtà europee: Phonurgia di Napoli, In Situ di Sokolowsko (Polonia) e NK di Berlino. L’idea alla base del progetto sonoro è quella di esplorare il legame tra musica e medicina, tema piuttosto inconsueto e che nel caso di Pateras rimanda in particolare alle sue ricerche sulla componente allucinatoria del suono. I musicisti scelti provengono dalle tre città succitate e sono Chiara Mallozzi, Riccardo La Foresta, Mike Majkowski, Lucio Capece, Gerard Lebik e Tiziana Bertoncini. Anche il titolo, rispettando il proposito del progetto, è una citazione che ha origine medico-scientifica. Pseudacusis è un termine specifico che significa allucinazione o illusione uditiva e Pateras suggerisce direttamente quali sono gli stati ai quali si è ispirato: la pareidolia uditiva, la sindrome della testa che esplode, le emissioni otoacustiche e più in generale la psicoacustica. Ancor più suggestivo è come Pateras sviluppa in maniera strettamente tecnica queste suggestioni, spazializzando il suono, modulando il pitch e i timbri delle sequenze, avvalendosi di effetti stocastici, dinamiche estreme o eterodinamiche, ripetizioni poliritmiche e ambienti di altoparlanti acusmatici. Non mancano le interferenze elettroacustiche, così come l’utilizzo di frequenze di battute e di toni differenti. L’ensemble è alquanto particolare e vede accanto al violoncello, il violino e il contrabbasso, ai quali sono affiancati due fiati e le percussioni. Non tutti i musicisti citati, che sono stati davvero essenziali nello sviluppo delle liriche nelle sue esecuzioni iniziali, hanno poi potuto essere presenti a Cracovia per la registrazione di questo album e sono stati sostituiti da Krzysztof Guńka al sassofono, da Deborah Walker al violoncello e Lizzy Welsh al violino. C’è da dire che anche la costruzione dell’opera è stata alquanto particolare, con un primo nastro realizzato in Australia, registrato con altri musicisti ancora, che suonano gli stessi strumenti del settetto. Pateras ha poi elaborato singolarmente i suoni, orchestrati successivamente con l’ensemble in Europa. Dal vivo, ogni membro dell’ensemble era in mezzo agli altoparlanti, con Pateras che mixava e innescava l’elettronica situandosi al centro dello spazio.

Pawel Grabowski – But I’m Not – Reality No.1


…melodia che compenetra l’arte visiva che plasma il suono che…

Julia Bünnagel – Sounds Like…Vienna | Neural


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L’idea che un dj set possa servire a leggere “fisicamente” la struttura architettonica di una città è di certo inconsueta e parecchio tendenziosa. Quando diciamo “fisicamente”, intendiamo alla lettera creare una colonna sonora urbana e questo a partire da dischi in cemento appositamente creati da stampi di marciapiedi e superfici stradali. La città in questione è Vienna e l’artista che dà vita a questo progetto è Julia Bünnagel, una performer del suono particolarmente a suo agio in installazioni e azioni pubbliche, abile in Sounds Like… Vienna nel miscelare assieme a questi particolari 12” quelle che sono catture auditive raccolte nella metropoli austriaca. In questo atipico turntablismo le attrezzature tecniche del djing sono sottoposte a dura prova ma Bünnagel non fa una piega e rimane concentrata in consolle di fronte ai passanti che in un’uggiosa mattinata viennese sfilano alquanto inconsapevoli di un siffatto sfoggio d’arte contemporanea. Julia Bünnagel non è nuova a questo attivismo sonoro, sono più di venti anni che è addentro pratiche analoghe, adesso membro del collettivo di artisti Sculptress of Sound, oppure interagendo con il collettivo di sound art Berg/Bünnagel/Lautermann. Le tracce scaturite da questa performance e presentate per Gruenrekorder sono tre, per un totale di ventidue minuti e senza nessun titolo che le caratterizzi. Nella prima delle registrazioni è evidente il contesto, che è quello prima descritto di una postazione in spazi urbani aperti: si sentono rumori di traffico e di persone tutt’intorno la consolle, al quale succedono le granulose risultanze auditive dello scorrere della puntina del giradischi su asfalti rugosi e irregolari. Qualcuno potrebbe obiettare che difficilmente l’asfalto di una strada suoni diversamente da quello di un’altra via o piazza distante qualche isolato o addirittura situata in un altro quartiere cittadino, o più precisamente che il risuonare della puntina del giradischi su una superficie dura, alquanto ruvida e non idonea, piuttosto che su un’altra di foggia simile, non sia troppo differente – anche per ascoltatori attenti – al fine di darci realmente una qualche interessante informazione di natura psicogeografica o architettonica. Forse, quello che risuona realmente come Vienna, è proprio l’idea di una performance così strutturata, pregna di tensioni avanguardistiche che non sono estranee al substrato culturale della città, che è stata di grande ispirazione proprio per la prima performaing art (leggi Azionismo Viennese). Nonostante ciò Bünnagel riesce a tirar fuori anche strutture ritmiche da questo setting, suoni certo non da dancefloor ma da “combattimento”, parafrasando un motto della stessa artista.

Michael Lightborne – Ring Road Ring | Neural


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Sono microfoni a contatto quelli utilizzati da Michael Lightborne, posizionati a ridosso dei piloni di cemento che sostengono la Coventry Ring Road, la mega-tangenziale della città natale di Delia Derbyshire. L’opera, costruita tra gli anni ’50 e ’70, è considerata oggigiorno un classico esempio di errata pianificazione urbana, una barriera che ha di fatto impedito l’espansione del centro, particolarmente odiata dai pedoni e che già dal 1988 ha suscitato interventi del Consiglio Comunale atti a ricreare i collegamenti tra il cuore del nucleo originario dell’insediamento e le aree limitrofe. Adesso il processo di smontaggio, mitigazione e riutilizzo della struttura è già pienamente in corso e Lightborne quasi a enfatizzarne l’esito ha immediatamente colto l’aspetto “malinconico” dei suoni della struttura, un monumento modernista che ricorda certe ambientazioni distopiche ballardiane. Se la prima traccia è un collage di registrazioni sul campo da tutto il Ring Road, quasi un catalogo delle sonorità disponibili, le successive sviluppano questi materiali audio in maniera ancora maggiormente poetica. “Fortran”, per esempio, è avvincente, inquietante e fonda, un lento risucchio nello spleen metropolitano più nebbioso e inquieto che si possa immaginare, così anche “Ring Road Reprise”, che dura poco più di due minuti, si staglia netta come un’immersione psichica nelle nevrosi di un automobilista in preda a disorientamento notturno. Il tema del trascinamento che si determina in una massa fluida è in qualche modo onnipresente e anche in “Moebius Loop” è il “gorgo” a farla da padrone, un intasamento che accerchia – e non solo metaforicamente – il corpo sociale della cittadina tutta. In “Gordian Knot” pure è esibito un drone continuo, a tratti metallico, che ribolle sommesso, una sequenza che in altri momenti potrebbe sembrare anche una pioggia. “Shepherd Tone” è invece come un accelerazione mancata, un grammelot, una lingua di fantasia meccanica per la quale l’intonazione e le cadenze tipiche sono comunque quelle di uno spazio liminare. Ultima traccia dell’album, che va ad arricchire il già notevole catalogo della Gruenrekorder, è “Ring Cycles”, partitura che aggiunge le registrazioni dei campi elettromagnetici che circondano ed emanano dalla tangenziale, trascinati dal traffico che passa sopra in una aggregazione di suoni e suggestioni psicogeografiche.

Black To Comm – Oocyte Oil & Stolen Androgens | Neural


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S’incomincia con un omaggio all’artista e attivista Gustav Metzger – uno dei padri fondatori della pittura cinetica e teorico della auto destructive art – e nella composizione il sovrapporsi di voci e campionamenti è subito affascinante, un lungo racconto sul male della guerra, senza punti di riferimento, un viaggio onirico dove fanno capolino una serie di suoni trovati ed altri reperti auditivi, in parte folk dell’Europa Orientale, “rubati” e modificati meticolosamente in nuove e seducenti configurazioni. Nella successiva “Stolen Androgens” i campionamenti di una voce maschile e di una femminile determinano in maniera preponderante la struttura del pezzo, che è molto ipnotico, ripetitivo e ammaliante, come una dolce nenia o quasi una ninna nanna. In “Oocyte Oil” si distinguono field recording che sembrano di liquidi versati dall’alto su una superficie orizzontale, a queste sono associati accordi melodici e i suoni di una voce gutturale, oltre a svariati piccoli inserimenti e trattamenti, sbuffi e intermezzi di svariati strumenti, tecnica che è un po’ il tratto distintivo di Marc Richter, noto ai più come Black To Comm, un artista che dà vita alle sue produzioni letteralmente incastrando una moltitudine di piccoli eventi sonori. “Gepackte Zeit (für Hanne Darboven)” è la composizione più corale dell’album, una partitura cameristica infarcita da droni e registrazioni, traccia un poco inquietante ma a suo modo elegiaca ed assai stilizzata. Si chiude con “Rataplan, Rataplan, Rataplan (Arms and Legs Flying in the Air)” che è più gioviale e dove di nuovo è in evidenza una voce femminile, incastonata questa volta tra i frammenti di un obliquo e sintetico jazz free form. Insomma, il miscuglio di ambient, musica da camera, folk, post-rock e musica ripetitiva è indistinguibile e i riferimenti s’incrociano fra loro spesso in maniera caotica e poco decifrabile. L’effetto è ricercato ad arte e non è affatto incontrollata la miscela d’elementi messi in gioco, sibillini e sempre sfuggenti per loro natura e capacità di astrazione da un contesto troppo precisamente definito.

Mads Emil Nielsen + Katja Gretzinger + Nicola Ratti – Framework 3 | Neural


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Terzo capitolo su Arbitrary della serie lanciata da Mads Emil Nielsen, Framework, un progetto focalizzato su partiture grafiche aperte e disegnate a mano e che include traduzioni soggettive del compositore danese. Nielsen, che è cresciuto in una famiglia di architetti, sembra naturalmente attratto dall’idea di sonificare intuitivamente un’immagine, così come gli viene altrettanto spontaneo concepire il lavoro creativo come un procedimento di scambio e confronto collettivo. Per l’occasione questa volta Nielsen chiama a collaborare al progetto Katja Gretzinger e Nicola Ratti, la prima una graphic designer che ha tradotto in una serie di annotazioni visive la musica realizzata, il secondo musicista e a sua volta architetto, coinvolto nel creare reinterpretazioni sonore della partitura grafica. Gretzinger ha sviluppato vari simboli, forme e strutture, come punti, barre, pallini 3D, motivi irregolari, “sciami” e motivi regolari (tratteggi verticali). Questi sono stati combinati con materiali illustrati trovati e ritagli di vecchie stampe e sono stati stratificati con grandi forme geometriche, che definiscono il carattere individuale di ciascuna delle tre parti. La risultante partitura grafica di 18 pagine è inclusa nella pubblicazione sotto forma di fogli stampati in risografia. Ratti ha reinterpretato le partiture basate sulle immagini come una selezione di elementi sonori posizionati in un’area tridimensionale, che ha visualizzato come lo spazio tra il compositore-artista e gli altoparlanti. Tre composizioni quindi sono di Mads Emil Nielsen, altrettante sono quelle preparate da Nicola Ratti, il primo ha un approccio maggiormente elettronico e dalle strutture difformi, in perenne mutamento, l’altro, che è anche noto per essere stato dal 2007 al 2013 chitarrista nei Ronin, gruppo rock italiano di una certa fama, mantiene un registro più posato ed elegiaco, seppure minimalista, confermando la sua profonda attenzione al rapporto tra suono e spazio e nel creare delle strutture e delle successioni di eventi autonomi singolarmente ma complessi nel loro insieme. L’ascolto dell’album, registrato al mitico EMS (Elektronmusikstudion) di Stoccolma, è piacevolissimo, ricco di sorprese e momenti di gran qualità musicale.

Eric La Casa – Intérieurs | Neural


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Eric La Casa ci ricorda implicitamente che tutti gli ambienti che ognuno di noi frequenta costituiscono un ecosistema personale di città – un mondo a sé – e che ogni spazio architettonico racchiude, a misura d’uomo, una parte della realtà. Di cosa è fatta una simile realtà, questa realtà che condiziona la vita in spazi precisi? Che rapporti si stabiliscono con la propria realtà e con tali ambienti interni? L’autore tenta di rispondere a queste domande analizzando in Intérieurs le pienezze e i vuoti di certe stanze, alla ricerca di una dimensione sonora liminale della vita quotidiana, forte della convinzione che ogni spazio architettonico racchiuda una sua materialità e una sua acustica. Il risultato è notevole, anche se gli spazi con i quali l’autore interagisce regolarmente ci rimandano ad atmosfere più astratte e siderali che non quotidiane, mettendo l’enfasi su suoni generalmente ignorati e perfino impercettibili, ad esempio i suoni della ventilazione, di macchinari non meglio identificati presenti negli ambienti, oppure rumori che arrivano dall’esterno, strani ronzii elettrici o idraulici e cigolii. La Casa sceglie un’ambientazione differente per ognuna delle tre composizioni presentate, nella prima le catture auditive provengono dal suo appartamento parigino, nella seconda è la bottega d’arte di Michaél-Andréa Schatt a Montreuil a essere investigata, nella terza la Fondazione Louis Vuitton di Parigi. Ogni ambiente esprime conseguentemente un suo carattere unico e si passa in maniera graduale dal privato al pubblico. La Casa sottolinea quanto trascorra più tempo in spazi interni che esterni e questo incide probabilmente anche con una certa claustrofobicità della sua opera, comunque splendida e poetica negli esiti, ricca di sfumature musicali e orchestrazioni meticolose. Ogni spazio racchiude a suo modo elementi ridondanti e più miti ed è pieno di tante piccole sorgenti di rumore, è la loro vivida interazione a creare l’impressione generale e il microfono è una sorta di strumento di misurazione oltre che uno strumento musicale, un mezzo di conoscenza che registra il palese e l’inudibile.

Claudio F. Baroni – The Body Imitates the Landscape | Neural


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In principio c’è stata l’idea di un’ installazione sonora interattiva, The Body Imitates the Landscape, opera che è stata sviluppata dall’artista Adi Hollander organizzando un complesso di elementi che simulativi degli impianti strutturali ed estetici tipici dei parchi giochi fossero in grado di trasformare la musica in vibrazioni percepibili in tutto il corpo. L’ispirazione veniva da Karada, un libro del 2011, nel quale Michitaro Tada esplorava “il corpo” nelle sue varie implicazioni culturali, fra memoria, scienza, espressione e vita quotidiana. Il concetto alla base della messa a punto dell’installazione è stato quello d’innestare l’esperienza testuale della lettura del libro attivando un coinvolgimento maggiormente sensoriale. Fondamentale, a tal proposito, al fine di rendere attivo uno spazio per il pubblico composto da diciassette oggetti di diverse forme, con letti ad acqua, 60 panche di legno e 180 altoparlanti per trasduttori incorporati, è stata la collaborazione con il compositore Claudio F. Baroni e l’ensemble Maze. Nell’area attrezzata gli spettatori-performer espandono di fatto le loro possibilità uditive, utilizzando diverse parti del corpo e sperimentando una relazione intima con gli oggetti, un coinvolgimento abbastanza simile a quello tra due persone che condividono un segreto. La parte più specificatamente auditiva si fonda su una voce sussurrante e diradatissime sequenze musicali di stampo elettroacustico e improvvisativo. Insomma, quello che noi sentiamo in questo CD pubblicato da Unsounds, etichetta non a caso votata proprio alla sound art, alla composizione contemporanea e alla sperimentazione free form, è solo una parte di tutto l’impianto previsto dagli autori. Le undici composizioni presentate mantengono tuttavia una loro coerenza autonoma ed è messa una certa attenzione nello sviluppare armonie nascoste che esistono nel linguaggio normale, una sorta di “discorso senza voce” supportato dagli strumenti musicali – il flauto alto di Anne La Berge, il vibrafono di Enric Monfort e le tastiere di Reinier van Houdt, per citarne solo alcuni – e dove anche la sceneggiatura è basata sul testo di Tada. L’effetto complessivo è sicuramente raffinato e riflette della relazione intima tra pubblico, suoni ed oggetti in maniera sommessa e intrigante, un po’ misterica e differentemente affabulatoria.

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