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Archivio per Sound Art

Claudio F. Baroni – The Body Imitates the Landscape | Neural


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In principio c’è stata l’idea di un’ installazione sonora interattiva, The Body Imitates the Landscape, opera che è stata sviluppata dall’artista Adi Hollander organizzando un complesso di elementi che simulativi degli impianti strutturali ed estetici tipici dei parchi giochi fossero in grado di trasformare la musica in vibrazioni percepibili in tutto il corpo. L’ispirazione veniva da Karada, un libro del 2011, nel quale Michitaro Tada esplorava “il corpo” nelle sue varie implicazioni culturali, fra memoria, scienza, espressione e vita quotidiana. Il concetto alla base della messa a punto dell’installazione è stato quello d’innestare l’esperienza testuale della lettura del libro attivando un coinvolgimento maggiormente sensoriale. Fondamentale, a tal proposito, al fine di rendere attivo uno spazio per il pubblico composto da diciassette oggetti di diverse forme, con letti ad acqua, 60 panche di legno e 180 altoparlanti per trasduttori incorporati, è stata la collaborazione con il compositore Claudio F. Baroni e l’ensemble Maze. Nell’area attrezzata gli spettatori-performer espandono di fatto le loro possibilità uditive, utilizzando diverse parti del corpo e sperimentando una relazione intima con gli oggetti, un coinvolgimento abbastanza simile a quello tra due persone che condividono un segreto. La parte più specificatamente auditiva si fonda su una voce sussurrante e diradatissime sequenze musicali di stampo elettroacustico e improvvisativo. Insomma, quello che noi sentiamo in questo CD pubblicato da Unsounds, etichetta non a caso votata proprio alla sound art, alla composizione contemporanea e alla sperimentazione free form, è solo una parte di tutto l’impianto previsto dagli autori. Le undici composizioni presentate mantengono tuttavia una loro coerenza autonoma ed è messa una certa attenzione nello sviluppare armonie nascoste che esistono nel linguaggio normale, una sorta di “discorso senza voce” supportato dagli strumenti musicali – il flauto alto di Anne La Berge, il vibrafono di Enric Monfort e le tastiere di Reinier van Houdt, per citarne solo alcuni – e dove anche la sceneggiatura è basata sul testo di Tada. L’effetto complessivo è sicuramente raffinato e riflette della relazione intima tra pubblico, suoni ed oggetti in maniera sommessa e intrigante, un po’ misterica e differentemente affabulatoria.

Poème électronique | intervista a Ksenja Laginja e Stefano Bertoli – Poesia del Nostro Tempo


Su PoesiaDelNostroTempo è uscita una bella intervista a cura di Sonia Caporossi a Ksenja Laginja e Stefano Bertoli, curatori del progetto Poème électronique che, in questi giorni, ha dato vita a un CD riepilogativo dei cinque anni di manifestazione appena trascorsa, uscito per KippleOfficinaLibraria. Un estratto della chiacchierata:

Ksenja presentando il disco ha scritto: “Questa è la storia di un sogno condiviso insieme a Stefano Bertoli, senza il quale tutto questo non sarebbe mai nato.” Com’è sorta l’idea del progetto di una rassegna del genere?

KL: Sì, Stefano è stato, ed è, il partner ideale di questo progetto con tutte le necessarie competenze tecnico/musicali e una sensibilità fuori dal comune. Condividere un sogno è cosa bellissima e rara. Non occorre che gli dica nulla, lui sa già dove voglio arrivare, quanto mi voglia spingere nella qualità delle selezioni autoriali e nella sperimentazione. Nacque tutto al Kowalski, nostro luogo d’elezione, “per caso” ancor prima della scelta di un qualsiasi nome: la nostra unica certezza era che ci sarebbe piaciuto fare qualcosa insieme. Fu indimenticabile la mostra al Kowalski “Breviario del sangue”, proprio lì ci venne l’illuminazione: “Se la facessimo qui?”. Il passo successivo fu quello di parlarne a Emanuela Risso del Kowalski, che accolse l’idea con grande entusiasmo.

Ksenja, tu sei una poetessa “che pratica la notte” come diresti tu, nonché un’artista visiva che esplora le dimensioni più oscure e riposte dell’inconscio e del bizzarro utilizzando uno scandaglio psichedelico e metafisico per leggere la realtà. Quanto di tuo hai messo all’interno di questo progetto?

KL: Ho messo tutto qui dentro, anche se apparentemente in modo meno visibile. Nella rassegna mi occupo del dietro le quinte: degli autori, del calendario in condivisione con Stefano, delle grafiche e della promozione pubblicitaria/social, infine presento le serate. Occuparmi di Poème électronique mi permette di avere altri occhi sul contemporaneo, di scendere da un palco per dare voce e spazio agli altri.

Stefano, tu sei un esperto di musica elettronica e sperimentale ma non solo, ti esibisci anche in raga, droni e azioni rumoristiche varie prodotte da strumenti acustici, specialmente a corda e a percussione, di origine etnica, religiosa / cultuale o di tua diretta invenzione. Da quanto tempo ti occupi dell’esplorazione dell’universo sonoro e quale è la tua filosofia in proposito?

SB: suono da circa quarant’anni, prima l’amore per le percussioni, poi l’elettronica, poi, finalmente, entrambi insieme. La mia unica filosofia è la Ricerca, sono un Esploratore senza requie.

leggendo la tracklist si nota una grande varietà di interventi e di voci poetiche: ognuno si è predisposto a incontrare l’elettronica fondendo l’istanza avanguardistica con quella più immediatamente estetico-comunicativa permeandone la propria poetica e il proprio stile in una superiore sintesi. L’equilibrio, per dirla così, sembra abbastanza delicato. Che cosa ne è venuto fuori?

SB: L’unica regola imposta fu, fin dall’inizio, che poeta e musicista non si conoscessero, neanche indirettamente: “Salite sul palco e dite quello che avete da dire” e i risultati sono sempre stati una meravigliosa alchimia. La casualità è stata sempre quella di una rissa da strada, perché “alla scuola della Poesia”, così come a quella dell’Avanguardia, “ci si batte”.

Felix Kubin​/​Ditterich von Euler​-​Donnersperg – NNOI#I | Neural


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Ditterich von Euler-Donnersperg e Felix Kubin apparecchiano per la 90%WASSER uno split EP nel quale il primo musicista presenta otto interessanti e stringate produzioni, tutte fra i due e quattro minuti, mentre l’altro – sul lato B – allestisce una composizione più coesa ed elettroacustica, di oltre diciassette minuti. Il tutto è un’emanazione del NNOI, un open air festival di musica sperimentale e arte che nell’edizione nel 2019 si è tenuto fra Zernikow e Burow, in una località che dista una settantina di chilometri da Berlino. L’uscita è la prima di quattro già previste – con artisti del calibro di Rashad Becker, Robert Schalinski, Asmus Tietchens, Frieder Butzmann e Air Cushion Finish, con il design dell’intera serie che si basa su disegni di Frank Diersch, artista il cui lavoro è stato presentato in diverse mostre in gallerie e musei chiave, tra cui il WHITECONCEPTS di Nicole F. Loeser e l’Anhaltischer Kunstverein Dessau. D.v. Euler-Donnersperg è estremamente a suo agio con ticchettii, effetti striduli, risucchi e passaggi imprevedibili. Le sue tracce, pur estremamente concise, possono tranquillamente essere fruite come un continuum progressivo, senza che questo annoi o risulti ripetitivo. Insomma, la sostanza è tanta per questo sperimentatore, il cui primo album risale al 1999, sicuramente un esperto musicista elettroacustico, a suo agio con più tecniche, che intreccia in maniera sempre abilmente artigianale ma raffinata e con gran controllo di musicalità e volumi. Felix Kubin si applica invece a un classico del cinema dadaista, Entr’acte di René Clair, pellicola del 1924 della quale riscrive in toto l’accompagnamento musicale, con una nuova colonna sonora elettroacustica, non priva della stramba ispirazione delle seminali coreografie e di qualche spinta interpretazione autorale. Nel film compaiono assoluti mostri sacri delle avanguardie moderne: Erik Satie e Francis Picabia, Marcel Duchamp e Man Ray. La musica originale di Entr’acte era stata scritta proprio da Satie ed era eseguita in sala da un’orchestra. Il suo carattere ironico e ritmato non fa certo gridare allo scandalo per questo rifacimento di Kubin, certo più astratto e concettualista. L’approccio di questi sperimentatori è indubbiamente assai originale e contemporaneo, pur se nell’ambito d’una filiazione diretta con le avanguardie storiche, che evidentemente non hanno mai smesso di rilasciare la loro prepotente energia.

Olivia Louvel – SculptOr | Neural


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Sono nove le composizioni che Olivia Louvel raccoglie in questo album, ispirato alla vita e ai testi di Barbara Hepworth, scultrice modernista inglese, contemporanea di Henry Moore e scomparsa nel 1975 in un drammatico incendio del suo studio in Cornovaglia, ora sede di un museo a lei dedicato. Louvel non è nuova agli intrecci di simili narrazioni ed è sempre a suo agio fra creazione poetica e documentazione, organizzando la sua stessa voce in maniera scultorea, fra tagli più netti e rotondità armoniche, sussulti digitali e silenzi, attivando la sua controllata operatività in maniera cantata o parlata. “Use Your Own Body”, la prima traccia in scaletta, immediatamente c’immerge nelle atmosfere del progetto, fra ticchettii – come d’una macchina da scrivere nervosamente utilizzata – e sensuali cantilene spoken word. La sound artist s’avvale per le sue composizioni di AudioSculpt, un software molto visivo nell’elaborazione del suono e ottimizzato al fine di modificare file audio. L’interazione che ne deriva non è poi tanto dissimile da quella di un artista tradizionale che elabora dei bozzetti per un’opera scultorea, semmai modificandone in successive versioni alcuni sensibili particolari. La fisicità della scultura e il suono nella sua concretezza sono punti fermi che illuminano ogni solco delle tracce presentate. “Detesto un giorno senza musica, senza lavoro, senza poesia”, scriveva Hepworth, e per Louvel questa è sostanza reattiva, rafforzata dalla creatività, dalla passione, dalla vicinanza a un siffatto modello di donna. In “I Draw What I Feel In My Body” Louvel rincara la dose dando voce ad un protofemminismo a largo spettro che oggi è sviluppato in maniera certamente lucida e produce criticamente suggestioni affascinanti, assai bene manipolate con tagli decisi ma dal cipiglio decisamente sensuale, con parole organizzate in forma nuova, come plasmate, operazione che ha ancora a che fare con la pratica della scultura. Una delle tracce più significative dell’album è sicuramente “The Weaver”, dal quale trapela una grazia un po’ inquietante, ipnotica e solenne ma anche meticolosamente cesellata, così come in “The Sound Of A Mallet” è una ritmicità raggelata quella dei colpi agiti, musica per le orecchie dell’artista che dà forma a un’opera. SculptOr è un album perfetto, insomma, nella fusione di sensibilità in totale sintonia, un opera ricca di suggestioni autoriali e musicalmente impeccabile.

Xavier Charles / Bertrand Gauguet – SPECTRE | Neural


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Xavier Charles al clarinetto e Bertrand Gauguet al sassofono contralto sono un duo ben solido, che può vantare diversi anni d’esperienza con continue collaborazioni a partire oramai dal 2013. Queste di SPECTRE, pubblicazione su CD realizzata all’inizio del maggio 2020 presso la Akousis Records – e che comprende complessivamente sei tracce – sono frequenze accuratamente organizzate, dilatate, diluite, che inducono a una sospensione temporale, favorendo un ascolto contemplativo, fatto di vuoti e respiri, passaggi lacunosi e poi concentrazioni d’energia, in un intreccio assai raffinato e tutto mentale. Tre di queste produzioni, “Phonomnèse 1”, “Phonomnèse 2” e “Phonomnèse 3”, sono specificatamente focalizzate sull’esplorazione di spazi multifonici al limite delle possibilità dei due strumenti. “Point fantôme” è invece strutturata sul tema del respiro, concepita idealmente come un punto di fuga tra due differenti spazi sonori, mentre “Étendue 1” e “Étendue 2” lavorano su tessiture musicali frutto di una sviluppata amplificazione di suoni lievissimi. Le improvvisazioni sono ineccepibili e altere, con il sassofonista contralto francese che utilizza tecniche acustiche e approcci microtonali – oramai già da oltre una decade nel suo repertorio – mentre il clarinettista ha in genere un approccio maggiormente materico, pur interrogandosi comunque sulle varie questioni relative alla fruizione dei suoni e a reinventare un’attenzione all’ascolto. Xavier Charles, tuttavia, nonostante un approccio più diretto, si muove perfettamente in sintonia con il suo collega e non è certo un caso che nelle sue ultime ricerche si concentri su installazioni di altoparlanti vibranti, al limite di più sollecitazioni e generi, evidentemente una maniera per rimanere sempre ricettivo a nuove sollecitazioni e stimoli. La tenuità e il reciproco influenzarsi dei due musicisti su molteplici piani rende vivida l’improvvisazione e moltiplica le suggestioni. Siffatte non convenzionali tecniche sono così interiorizzate da apparire all’ascoltatore assolutamente naturali e, se in alcuni passaggi sembra che il tempo rallenti fin quasi a fermarsi, questo produce l’effetto come di un’istantanea, cristallizzando per un attimo il fluire controllato dei passaggi, mantenuti nell’intersezione delle parti piuttosto dettagliati e mutevoli.

Adam Basanta – Circular Arguments | Neural


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Adam Basanta in Circular Arguments ancora una volta sembra focalizzare la sua operatività obliqua nell’organizzazione multisensoriale di coreografie variabili tra microfoni, altoparlanti, sistema cinetico, spazi fisici e software personalizzato. L’attenzione di questo artista sonoro è da sempre indirizzata a quelle che sono pratiche di ascolto e comunicazione, agite in quanto attività relazionali, spesso utilizzando anche oggetti piuttosto comuni, protesi tecnologiche a buon mercato, accuratamente detournate dai loro utilizzi più convenzionali. In questo caso le registrazioni provengono da installazioni sonore create esclusivamente facendo uso di tecniche di feedback dal vivo e iterazioni ambientali. Lo stesso autore ha la fermezza di dichiarare di non essere sicuro che raccogliere tali sperimentazioni auditive in un album le renda necessariamente “musica”, seppure – vista la qualità del risultato – noi non abbiamo dubbi a tale proposito: questa è un’operazione concettualmente sofisticata, che attinge a conoscenze musicali e posizionamenti stilistici di confine. Questi suoni esistono – ciò è altrettanto indubbio – e occupano spazi precisi, pur non essendo pensati in una rigorosa struttura compositiva. Insomma, meritano comunque appieno tutta l’attenzione dell’ascoltatore. Basanta considera il contesto performativo come prioritario: la presenza del pubblico stabilisce e rende concreto un rapporto fisico con le specifiche esperienze vibratili. Nello spostamento tra installazione e medium digitale queste opere risuonano però in maniera differente, senza perdere – crediamo – il loro respiro musicale e quel senso di quiete ariosa apparentemente autonomo che in origine era parte di una performatività più complessa e fisica. I suoni s’imprimono con una certa purezza, cristallini, minimali, i volumi sono sempre controllatissimi e niente impedisce che questi intrecci di frequenze possano essere ascoltati come musica. L’ambientazione è piuttosto siderale, ultraterrena, ma alla fine questo è poco importante, la tecnologia – pure molto grezza – qui sembra essere vissuta in quanto integrazione del nostro quotidiano, restituendo in qualche modo una “sensibilità” molto estetica ed etica. Alla 901 Editions di Fabio Perletta, in quel di Roseto degli Abruzzi, ancora una volta possono essere soddisfatti delle energie messe in campo.

Matthieu Saladin – La Capture De L’inaudible | Neural


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Ci sono suoni che non riusciamo ad ascoltare, perché sono al di sotto o al di là dello spettro udibile dall’orecchio umano oppure mascherati da altri suoni più forti emessi contemporaneamente o quasi. Matthieu Saladin interpreta tutto questo in un senso che è letteralmente politico, ovvero intende l’inaudibile come qualcosa che supera lo stesso ascolto e la comprensione di un gruppo di persone. Tale insieme di individui, quindi, diviene nella sua analisi metafora di comunità, di società, poiché lo stesso atto d’ascolto è qualcosa che è socialmente, culturalmente e storicamente costruito e l’audibilità può essere definita in fin dei conti come una relazione fra persone. Possiamo immaginare allora un’orizzonte di udibilità, ovvero qualcosa che è valida per qualcuno e per qualcun altro no. Il suono è sempre un prodotto della percezione, non è qualcosa di materialmente dato a priori e sono gli stessi esseri umani che organizzano tramite il loro corpo quello che poi chiamiamo suono. Nell’approccio concettuale di Saladin una certa attenzione è riservata oltre che alle forme d’ascolto anche ai formati, che fin dalla loro originaria concezione sono stati pensati strategicamente, scegliendo gli adeguati supporti tecnici e legali, atti a meglio collocare storicamente e socialmente una determinata fruizione. Nella SD card allegata a uno stilizzatissimo booklet – che si deve a Jean-Baptiste Parré – ci sono più di sei GB per un totale di ben 3.857 elementi. Il software che è qui presentato agisce esattamente in modo opposto rispetto all’elaborazione del segnale normalmente eseguita da un codificatore MP3. Sono mantenute cioè solo le frequenze rimosse dalla codifica MP3. La scelta di questo formato non va intesa tuttavia come una critica alla compressione dei dati audio, né degli usi che il formato rende possibili. Semplicemente è solo una delle tante manifestazioni dell’inaudibile, particolarmente comprensibile proprio per la confidenza che abbiamo con questo tipo d’ascolto. “Ogni suono è una relazione”, questo ci ricorda di continuo Saladin e questa relazione ha oltretutto un carattere fortemente sociale con alle spalle una lunga storia di udito. La codifica percettiva, la tecnologia alla base di minidisc, mp3, mp4 e molte altre forme di audio digitale, bene rappresenta questa lunga storia. La capture de l’inaudible è una coproduzione di Artkillart con Synesthésie St Denis e tutto il materiale è stato realizzato durante una residenza artistica. Fra la molta sostanza teorica e il software – che si deve a Ianis Lallemand – non manca naturalmente anche una copiosa libreria di suoni.

Vitor Joaquim – Impermanence | Neural


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Prende subito una sensazione d’inquietudine all’ascolto di “Here and Now”, prima traccia di questa ultima fatica discografica di Vitor Joaquim, sound artist che ricordiamo soprattutto per le sue uscite su Knivitu, Feld e Crónica Electronica. Se negli ultimi anni molti sono stati i cambiamenti paradigmatici nelle arti, nella società in generale e nella vita quotidiana – per non parlare poi di certi esiti prima inimmaginabili in ambito geo-politico – Joaquim sembra invece focalizzare la riflessione sulla mutazione a un livello molto più intimo e a suo modo ancora prioritario e reattivo. Nelle dichiarazioni che accompagnano il progetto e negli stessi suoni profusi nell’album è infatti palpabile una decisa svolta di rotta rispetto ai precedenti lavori. Le ambientazioni, insomma, si sono fatte più cupe e introverse, pur rimanendo qualitativamente assai significative, con le trame dei suoni opportunamente giustapposte, l’inserimento di parti vocali alquanto effettate e con iterate melodie combinate ipnoticamente. Se l’attualità sembra oggi essere più prevedibile, è il tema della decomposizione però a diventare un nuovo pungolo per lo sperimentatore portoghese, un approdo a scenari ancora più rarefatti. L’impermanenza è allora una cornice, un contesto, una delle possibili forme della transitorietà dei fenomeni: eventi sonori che in alcuni passaggi sembrano anche prendere sembianze quietiste, ma che infine sempre evolvono, spesso anche imprevedibilmente. C’è un po’ d’Oriente e qualche suggestione space fra i solchi, a sprazzi influenze vagamente dub che fanno capolino per poi mutare e diventare qualcos’altro. Quello che ci riporta tuttavia alla cifra stilistica distintiva di Joaquim è l’utilizzo di vari campioni vocali modificati in stretto connubio con il resto dell’elettronica dipanata, una soluzione che lo appassionava già tempo fa, quando le cesure erano più ambient. L’attenzione per come le cose evolvono negli anni non è però di certo vissuta in maniera passiva: ne è prova anche la cura per l’artwork, improntato su una USB-pen Visacard, tutta bianca e in plastica trasparente, che contempla inoltre una produzione limitata con sculture acriliche di Gui Grazina. Parte dei testi – come non citarlo – sono estratti da un’intervista di Arvo Part, “Modern Minimalists, with Bjork”, così come altri sample vengono da una tape letter o da una voce femminile ad arte predisposta. L’effetto è sempre splendido e poetico, insomma un album assolutamente da ascoltare ed avere.

Staalplaat SoundSystem – Installations | Neural


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Preziosa uscita che documenta storiche installazioni di Staalplaat SoundSystem, collettivo di artisti sonori che vede in prima fila Carlo Crovato, Radboud Mens, Jens Alexander Ewald e Geert-Jan Hobijn. Sono quattro per ognuno dei due lati del vinile i progetti qui selezionati, complessivamente un’installazione del 2004, “Floating Islands”, una del 2008, “Station To Station”, tre del 2013, la serie delle Compositions (een, twee e drie) e infine tre del 2014, nell’ordine “Plan C”, “Composition deux” e “Composition trois”. C’è da perdersi con questi attivisti del suono, che riciclano oggetti quotidiani conferendo loro una nuova vita, capaci di singolari creazioni che molto spesso hanno la durata solo del tempo di una mostra, continuatori ideali di quelli che erano gli happenings degli anni sessanta, solo in una chiave più specifica e meglio strutturata sotto l’ombrello di un sub-genere artistico-musicale. L’edizione in questione è limitata a 300 copie, ma testimonia di una visione poetica e sperimentale che non è ascrivibile solo a una ristretta fascia di addetti ai lavori. Un simile approccio non convenzionale è oramai debordato dalle nicchie dell’audio art sconfinando in territori molto più mainstream. Le pratiche combinatorie sollecitate da simili autori, oramai, sono in ogni dove e permeano immaginari prima lontanissimi da certi gusti e sensibilità. Questo è molto più importante di tanto altro e testimonia di come il multidisciplinare, l’effimero e l’immateriale abbiano scalzato altre forme culturali. Non è cosa da poco, perché anche in questi territori bisogna avere una bussola funzionante, attrezzata nel decifrare la qualità delle poetiche in gioco, superando la soglia di un’analisi meramente funzionale e asfittica. In “Station To Station” – ad esempio – vengono amplificati in tempo reale i rumori dei treni circolanti, dei molti segnali sonori che si possono incrociare in simili concentrazioni di transiti, ma ci si lascia al tempo stesso ammaliare da un parcheggio di biciclette, dalle sonorità sollecitate utilizzando i differenti tipi di piccoli campanelli. Ogni spazio metropolitano racchiude una sua poetica e lo sanno bene coloro che sono vissuti a Roma negli anni della postavanguardia, quando una piazza, una spiaggia, un parcheggio sotterraneo potevano diventare luogo di pratiche artistiche, così come – ritornando agli anni della prima performing art – era noto agli avventori del Cabaret Voltaire a Zurigo o ai seminali frequentatori degli spazi off di certe gallerie newyorkesi anni sessanta, insidiatesi in depositi prima industriali o comunque destinati ad altre attività.

Christian Skjødt – Illumination | Neural


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Christian Skjødt in questo progetto, nato inizialmente come installazione sonora realizzata per un deposito vinicolo del XVIII secolo nel giardino botanico di Riga, trae ispirazione dal contesto site-specific, evocando tutta l’energia del luogo – proveniente in maniera primaria dal sole – e poi convogliando sommessamente questa forza all’interno dell’edificio, fino al sottosuolo. Skjødt è un artista e compositore danese non nuovo nell’esplorare quegli aspetti dei luoghi che sono spaziali e fisici, oltre che temporali e sensibili dell’interpretazione di svariati dati, più o meno oggettivi. A volte, in questo genere di sperimentazioni, Skjødt si avvale anche di elettroniche auto-costruite: è il caso di Illumination, nel quale la traduzione delle circostanze esterne in suoni avviene ad opera di piccole celle solari che alimentano dieci circuiti/altoparlanti sintonizzati sui 440 Hz. Se la luce solare non è ottimale secondo dei parametri ad arte prefissati, l’intonazione dei suoni viene distorta, dando vita ad effetti microtonali. Nella cantina i suoni subiscono anche una sorta d’ulteriore e “spontanea” spazializzazione a opera della particolare acustica dovuta alla vibrazione delle onde sonore che si rifrangono sulle cupole di mattoncini in pietra viva. Un’ispirazione che all’origine è focalizzata sulla natura – il sole, i piccoli dispositivi optoelettronici posizionati in un prato in maniera quasi mimetica, rialzati come delle strane piante – diventa qualcos’altro che comunque nel collegamento con l’interno viene veicolato da un primordiale ed essenziale apparato tecnologico. Noi non diremmo che le linee guida delle forze e degli organismi naturali operino indipendentemente dalle intenzioni umane, perché i circuiti elettrici non crescono certo sugli alberi e anche la particolare architettura della cantina è frutto del lavoro del progettista e degli operai che l’hanno costruita. La stessa tecnologia commerciale dei moduli fotovoltaici nasce soltanto a partire dai primi anni sessanta, pur se prendendo le mosse da un’intuizione del 1883 dovuta a Charles Fritz che produsse una seminale cella solare di circa 30 centimetri quadrati, abbastanza simile per dimensioni a quelle utilizzate per quest’opera da Skjødt. “llumination” è stata commissionata da Skaņu Mežs, un festival di musica avventurosa – innovativa, sperimentale e d’avanguardia – che si tiene a Riga oramai dal 2003. Tutto quello che concerne questo avvincente progetto è assai coerente e viene presentato infine diviso in due distinti brani di circa dodici minuti ciascuno, registrati in tempi differenti. L’edizione è disponibile sia in formato digitale che in vinile 10” trasparente a opera della Tonometer, etichetta fondata dallo stesso Christian Skjødt. Una testimonianza preziosa, insomma, di quello che è un significativo esempio di audio-art generata come conseguenza della programmazione d’impulsi sensibili.

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