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Archivio per Sound Art

Franck Vigroux – Rapport Sur Le Désordre | Neural


[Letto su Neural]

Elettronica, elettroacustica, noise e musica contemporanea: questa è la speciale mescola che Franck Vigroux alimenta in Rapport Sur Le Désordre, produzione comprensiva di quattro tracce per lato, un’ideale proseguimento di Centaure, performance audio-visual messa in scena con Kurt D’Haeseleer, producer video e fondatore del Werktank (una sorta di factory avanguardustica dedicata alla new media art). Centaure e Rapport sur le Désordre sono i capitoli finali di una lunga e consistente serie sugli immaginari distopici, tema al quale il compositore, musicista e performer, pare assai legato e che in passato lo ha visto protagonista in altre delle sue innumerevoli uscite (sono ben sedici, complessivamente, gli album licenziati dal transalpino fra produzioni soliste e progetti di altra natura). Vigroux, che ha collaborato anche con Mika Vainio (Pan Sonic) e Matthew Bourne (pianista e compositore altrettanto appassionato d’elettronica analogica e atmosfere rarefatte), infonde in queste sue piece futuribili un equilibrio decisamente inconsueto, pregno d’altalenanze ma infine coerente e molto intenso negli effetti, che sono dispensati in trame suggestive e mai banali, così come la complessità degli intrecci, che sorprende positivamente, catalizzando all’ascolto grazie ad una ipervivida tensione, ricca di stimoli auditivi e di fervida immaginazione narrativa. La propensione cinematica è palpabile in questo solo apparente “disordine”e altrettanto la ricerca di un adeguato climax: la “sintonizzazione” viene attivata facendo leva su toni più “apocalittici” che “integrati”, seppure nel gioco delle parti ancora una certa emozione metropolitana è meticciata da un approccio piuttosto esclusivo e imprevedibile, attento ai dettagli ma non civettuolo e nemmeno alla ricerca di troppo facili consensi. È un album volutamente contraddittorio ma ricco di nuance, Rapport Sur Le Désordre, che non poteva che confermare gli intenti più volte dichiarati dalla stessa DAC Records (D’Autres Cordes), etichetta di casa nel cui catalogo è stata presentata l’opera, a conferma dell’efficacia e della passione per la commistione di più elementi stilistici e “trans-disciplinari”.

Cave Bacchus, Joseph Nechvatal, Black Sifichi, Rhys Chatham – Destroyer of Naivetés: Computer Virus 1.0 | Neural


[Letto su Neural]

Le liriche di Joseph Nechvatal, artista digitale post-concettuale e teorico dell’arte, avvezzo anche a inconsuete opere pittoriche e animazioni computer-assistite, spesso utilizzando virus informatici creati all’uopo, assumono in questo Destroyer of Naivetés: Computer Virus 1.0 le forme di una narrazione molto ovattata e passionale, adagiata su un tappeto di droni e strati sonori di matrice improvvisativa, non lontane da certe modulazioni jazz assai sperimentali ed evocative. Se il sottofondo sonoro evolve successivamente in più tenui e minimali cesure – semplici accordi di chitarra ripetuti – la voce rimane alquanto salmodiante e i testi ispirati da sregolate e dissolute enunciazioni. Si echeggia in qualche modo alla letteratura erotica seppure qui i temi trattati – ad essere precisi ­– sono quelli di sette storici dipinti dell’autore, risalenti al 1993 e compresi nel suo HyperCard Computer Virus Projec, un’opera che metteva in relazione l’epidemia di virus dell’AIDS e la crescente e prevedibile preoccupazione per l’aumento esponenziale dei virus informatici. Se gli immaginari della cultura hacker e il milieu nel quale certe azioni si concretizzavano o erano represse sono ancora caldi presso il grande pubblico dopo ben venticinque anni – si pensi al successo di una serie come Mister Robot – altrettanto si spera, forse, che a certe latitudini artistico-filosofiche le fascinazioni per temi burroughsiani come l’invasione virale, o baudrillardiani come il terrorismo internazionale e la cyber-pirateria, possano avere il loro definitivo colpo di coda. Il virus, ricorda Joseph Nechvatal, “è anche alla base di un processo creativo” e produce nello specifico bellezza e interesse dal punto di vista della storia della pittura. Riuscire a rendere questa visionarietà in una dualistica sovrapposizione di musica e testo forse oggi è volutamente una operazione fuori dai tempi, se alle parole (e diremmo anche alle idee) sono stati sostituiti procedimenti automatizzati, complessi e socialmente spesso poco controllabili. L’effetto finale all’ascolto è comunque fascinoso e ci riporta a una tradizione di testualità sperimentale e musica della quale avevamo perso le tracce.

Ricardo Donoso – Quintesence | Neural


[Letto su Neural]

Visualizzare un flusso reattivo d’elementi in Quintesence sembra significare per Ricardo Donoso lo sviluppo di processi psichici e simboli che rappresentano iterazioni subconsce e che danno vita in maniera ambigua a uno storytelling su come la stessa memoria possa essere disorientata e confusa. L’idea è stata sviluppata in una complessa istallazione realizzata in una residenza alla Société des arts technologiques [SAT] a Montreal, nel 2015, insieme all’artista multimedia Florence To: in una cupola i due sperimentatori hanno inglobato 157 altoparlanti e un sistema audio surround molto sofisticato. Alla base dell’esperienza vi è la consapevolezza che sensazioni fisiche possano essere indotte attraverso suoni e percezioni visive, senza confini che ingabbino le emozioni, creando uno spazio adeguato dove il pubblico sia indotto a sviluppare un forte coinvolgimento. La cupola era di 18 metri di diametro e andava da 11,5 a 13 m di altezza, formando uno schermo di proiezione sferica di 360 gradi: lo spazio della performance poteva ospitare fino a 350 ospiti. Il sistema audio era composto da 157 altoparlanti in gruppi di quattro intorno al perimetro della cupola, dando un suono surround di 39,4 canali. Donoso ha scelto d’implementare all’uopo una colonna sonora che incorporasse in sé sia tecniche della composizione classica contemporanea sia tipiche conoscenze della cultura sound system (meno riconoscibili queste ultime a un ascolto solo su CD ma che comunque sono parte costituente dell’intero progetto). L’album vanta una produzione completamente digitale ma l’autore s’interroga sul mondo naturale e sulla relazione degli esseri umani con questo, non stupisce quindi che egli abbracci suggestioni molto ancestrali, quasi mitologiche. “È davvero contemporaneo chi non coincide perfettamente col suo tempo né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale”. Facendo nostra questa citazione del filosofo Giorgio Agamben riflettiamo sulla natura “inattuale” (o “senza tempo”) di molti passaggi in questo progetto, dove – decisamente – decifrare questi elementi può diventare un ulteriore stimolo nel rimodulare i nostri sensi, aspettando quella nuova società che ancora non ci è dato conoscere.

Lawrence English – Approaching Nothing | Neural


[Letto su Neural]

I rintocchi di una campana stanno risuonando per il paese sei volte e dopo una pausa riprendono più potenti e continui, in sottofondo si sentono cinguettii, poi in altre sequenze quietiste sono i cinguettii che rimangono appena udibili e i rumori provenienti da una strada sono egualmente ovattati, prima che arrivino i corvi – molto vicino ai microfoni azionati – con il loro stridio forte e sgraziato. Poi la vibrazione costante di un motore – non sappiamo esattamente cosa distinguere – e alla fine le voci umane e altre catture uditive naturali o mormorii prodotti da più persone. L’australiano Lawrence English è uno specialista di field recordings e un teorico di “percezione della politica”, così come è curatore di vari eventi artistici e fondatore di Room40, una ben conosciuta etichetta sperimentale. Approaching Nothing arriva su Baskaru – tuttavia – un’etichetta discografica francese che pure ha a che fare con la musica elettronica sperimentale e la sound art. Il progetto ritorna a esplorare luoghi che già furono coperti dalle catture auditive di un altro autore, Luc Ferrari, che nel 1967, sempre a Vela Luka, nell’isola di Korcula, allora ex Yugoslavia e adesso Croazia, registrò Presque Rien n° 1. Ascoltando gli oltre trenta minuti di sequenze auditive la sensazione immediata che ci arriva è quella di una registrazione continua, forse con appena qualche taglio, una deriva acustica psicogeografica che non può essere stata progettata se non a grandi linee. La vocazione documentaristica è evidente, soprattutto nella citazione di un seminale approccio field recordings o fonografico, come tempo addietro era definita questa pratica artistica, prima che fosse segnata da più concettuali considerazioni, seppure l’impiego di registrazioni ambientali un po’ aneddotiche riporti anche al concetto cageano di “music is all around us”. I molti audio puzzles seguendo l’ispirazione del momento e un ritmo di percorrenza piuttosto blando riescono comunque ad agganciare l’attenzione dell’ascoltatore, instillando una sana curiosità sullo svolgersi dell’azione e sulla natura alquanto multiforme delle aree attraversate.

Wolfgang Ernst – Sonic Time Machines: Explicit Sound, Sirenic Voices, and Implicit Sonicity | Neural


[Letto su Neural]

Il tempo e il suono possono vantare una relazione indissolubile, analizzata – per esempio ­in discipline attinenti all’acustica, alla musica e ai media, ma Wolfgang Ernst ha concepito un approccio differente nel definire in maniera compiuta un tale rapporto, sottolineandone soprattutto alcuni elementi ricorrenti. Uno è sonicity, la cui definizione comprende “oscillatory events” o “sonic knowledge implicit within instruments of sound analysis” e allo stesso tempo “graphically or mathematically derived sound” o “their mathematically reverse equivalent”. Ernst ricorsivamente definisce le sonorità come “non originate da corpi fisicamente risonanti, ma da processi electro-tecnici e techno-matematici“. Egli, che è anche l’autore di Chronopoetics e Digital Memory and the Archive, è ispirato da come McLuhan definisce lo “spazio acustico”, rafforzando poi l’essenzialità del tempo nei media contemporanei. Il teorico tedesco è attratto dalle tecniche di archeologia dei media, per esempio la Phonovision, una tecnologia che già nel 1920 registrava le immagini su dischi in vinile. In questa pubblicazione, inoltre, Ernst affronta la “processualità temporale” che suoni e media strutturalmente condividono, confermando una scrittura davvero eclettica – suo marchio di fabbrica – e dividendo il libro in tre parti, concentrandosi sul concetto e la definizione di sonicity, sulla natura tecnologica dei media sonori e, infine, sulla dimensione tecnica e temporale delle manifestazioni auditive.

Magnetoceptia, Audio Rituals with Wearable Antennas | Neural


[Letto su Neural]

Dewi de Vree e Patrizia Ruthensteiner hanno presentato ultimamente una serie di performance e installazioni denominate Magnetoceptia. Il nome dato a questi progetti deriva da “magnetoception”, termine che definisce il senso o l’abilità che consente a un organismo di “rilevare un campo magnetico allo scopo di stabilire direzione, altitudine o posizione”, rendendo questi campi magnetici udibili attraverso suoni elettronici. Le due artiste costruiscono ricevitori-antenna indossabili che captano specifiche frequenze elettromagnetiche e queste sonorità vengono poi utilizzate durante le performance che sono ispirate dal contesto locale o da una particolare storia. Alcune, per esempio, sono state ispirate da singolari acconciature dell’antica dinastia Qing o scaturiscono da elementi del calendario nativo estone. Queste performance hanno la struttura estetica di un rituale e utilizzano strumenti che manifestano qualcosa precedentemente inusuale attraverso una serie di gesti prescritti. I materiali dei costumi e delle antenne, quindi, rafforzano una maniera assai moderna di trattare collettivamente con l’invisibile e l’ignoto.

Lynn Hershman Leeson – Civic Radar | Neural


[Letto su Neural]

Grazie al cielo abbiamo ancora grandi mostre personali che producono ampie monografie di artisti importanti, senza dover fare affidamento soltanto sul gusto e l’economia degli editori. Questo lussuoso catalogo ZKM sull’opera di Lynn Hershman Leeson, prodotto dopo la sua mostra retrospettiva, è il più completo finora sull’artista, che finalmente – per il suo lavoro – ha ottenuto un tanto atteso riconoscimento pubblico. La provocatoria media artist ha prodotto opere d’arte che sono spesso più coerenti e pertinenti, se paragonate a quelle di gruppi radicali di breve durata, ma senza alcun bisogno di urlare, per sottolineare la cosa. La sua maniera di trattare temi come l’identità, la sorveglianza e le questioni biologiche è unica, e in entrambe le sue opere – ironiche o rigorose – quello utilizzato è un vero e proprio approccio femminista. Tra queste opere vanno ricordate l’interpretazione rivoluzionaria della romanzesca Roberta Breitmore, o la serie di film di fantascienza con Tilda Swinton (anche autrice di uno dei testi inclusi). Hershman Lesson ha abbracciato tecniche elettroniche e digitali, spesso utilizzando la propria struttura tecnica come parte integrante del lavoro, a volte anche prefigurando gli aspetti destabilizzanti relativi alle dimensioni digitali e di rete. C’è una natura preveggente alla base dei testi inclusi, in particolare nei suoi scritti (1984-2014) e nell’intervista che la Leeson ha condotto con Nam June Paik. Questo libro è più di una monografia; si tratta di un doveroso omaggio ad una geniale mente visionaria che ha trovato la sua strada nel mondo dell’arte, cosa alla quale la generazione di artisti post-internettiani dovrebbe guardare al fine d’imparare qualcosa.

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