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Archivio per Sound Art

Graeme Truslove – Intuited Architectures | Neural


[Letto su Neural]

Tocca al glasgowiano Graeme Truslove di essere sotto i riflettori per la Crónica Electrónica e lo fa con un album, Intuited Architectures, diviso in sei distinte tracce, tutte imperniate su elementi elettroacustici ed improvvisativi. Il limite e l’integrazione fra questi due differenti approcci sono alla base della ricerca dell’autore, avvezzo anche a composizioni audio-visual e che non disdegna – con il suo laptop – partecipazioni in differenti progetti collaborativi. In tutte le composizioni presentate, costante è l’attenzione per la successione di un dato numero di suoni, timbri sintetici che in una doppia azione performativa-algoritmica sono integrati in passaggi temporali più complessi e sostenuti. Altrettanto importanti, oltre alle scale tonali, sono anche gli intervalli, i momenti di vuoto, le pastosità granulari di molti trattamenti, i risucchi e le riprese, i cigolii e i tramestii, le spigolosità più sintetiche e i sibili: tutto l’armamentario elettroacustico, insomma, comprensivo anche di tappeti sonori digitali e lirismi ultra-contemporanei e space. L’andamento è piuttosto dinamico e l’utilizzo puntuale di svariate sorgenti sonore rende ariose e gradevoli all’ascolto la totalità delle composizioni presentate, non del tutto inedite per chi segue l’attività dello scozzese in manifestazioni, concorsi e festival experimental. Le dissonanze, i suoni organici ed elettronici, le modulazioni abrasive e tutto il bagaglio di processi manipolativi agiti in tempo reale hanno dato origine a una serie di possibilità espressive e combinazioni in principio non esattamente previste, mentre il meticoloso posizionamento dei singoli impulsi sonori pure è partecipe della successione continua, delle ambientazioni agite e della congruenza delle trame. Queste Intuited Architectures rappresentano per Truslove una specie di quadratura del cerchio, il rincorrersi di due estremi, che ad esempio in “Strata”, pezzo finale nonché più lungo ed interessante di tutto l’LP, vedono aggiungere anche lo stridere delicato ma nervoso delle corde di una chitarra – strumento del quale è specialista il maestro – e i cui suoni sono dispensati poi in sequenze mobilissime e liquide, che non mancano d’energetica passione nella corrispondenza d’elementi ben codificati e stile performativo.

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Jason Kahn – Space Text Sound | Neural


[Letto su Neural]

“Come possono le parole comunicare l’impressione di un luogo”? Questo di solito è importante non solo per la nostra società, ma nello specifico per la sound art dove il materiale testuale è complesso. Jason Kahn (puoi leggere la sua intervista su Neural #55) pone grande attenzione al testo nelle sue installazioni, specialmente in quelle che possono essere catalogate come ‘site specifc’. Questo libro include il testo delle tre installazioni di Kahn: “An Attempt at Exhausting a Place in Hong Kong (After Perec)”, “Drifting” (both released in 2016), e “Other Ghosts” (in 2015). Qui confronta la pratica di ‘leggere attraverso le righe’ con “l’ascoltare attraverso i suoni”, poiché tutti i testi rafforzano i suoni descritti, ma, sorprendentemente, sono legittimi anche da soli. Quindi, evitando di definire classicamente tale libro come il “libretto” di queste installazioni, noi possiamo invece immergerci liberamente nel suono evocato dalle parole, paragonabile ad uno specifico tipo di poesia sonora. In maniera efficace attuano uno dei principali principi di Kahn: “trasmettere il senso di un luogo”. A suo giudizio non è solo una qualità estetica, ma politica, poiché una crescente consapevolezza dello spazio porta a maggiori possibilità di combattere l’alienazione e di aumentare la solidarietà. Inoltre, questo libro dovrebbe essere letto in relazione alla sua originale produzione (le installazioni), ma se dovesse essere trovato per caso, e se ne ignorassimo i suoi riferimenti, sarebbe lo stesso un’affascinante libro di poesia su suoni inaspettati, che descrive un’intera serie di accadimenti. Da solo può essere visto come una edizione musicale in parole.

Pigstrument, let the pigs play | Neural


[Letto su Neural]

Sviluppato da Marie Caye in collaborazione con Arvid Jense e l’azienda Vair, “Pigstrument” consiste in uno strumento musicale per maiali. La sua forma è costruita in modo tale da poter roteare in giro, questo gli permette di essere usato nei giochi di gruppo, infatti i maiali si muovono come una mandria, e incorpora delle campane metalliche tubolari che a quanto pare si adattano ai gusti dei maiali per i suoni acuti. Caye concentra la sua ricerca in modo specifico sugli animali domestici agricoli, cercando di comprenderli al di fuori della prospettiva del produttore alimentare comune. I maiali, in particolare, crescono con i loro grugniti, succhiando il latte e mormorando fra i loro compagni, e questi diventano suoni di riferimento fra loro. Introdurre un nuovo elemento acustico nel loro paesaggio sonoro, che possono anche imparare a controllare, potrebbe cambiare il loro modo di rapportarsi con l’ambiente e potenzialmente anche con la propria comunità. Anche se lo strumento li coinvolge a un livello elementare, questo lavoro pone delle questioni sul nostro atteggiamento verso gli animali da allevamento, che li considera organismi viventi articolati piuttosto che macchine organiche.

Yann Leguay – Headcrash | Neural


[Letto su Neural]

Con un accattivante e concettuale design che si deve allo stesso autore, Yann Leguay, coaudivato da Dimitri Runkkari, esibendo una custodia in carta lucida trasparente e con un inserto del progetto dell’edificio sede dell’art space HS63, trovato in una cantina a Zennestraat (Bruxelles), stampato su un foglio del medesimo materiale, all’interno della copertina, arriva a noi questa edizione limitata – 300 sono le copie pubblicate – che si deve alla Vlek Data, label belga attiva dal 2010, arrivata alla sua venticinquesima uscita. Headcrash è il risultato finale di una serie di performance-live denominate Quad Core, nelle quali il sound artista d’origine transalpina predispone dischi rigidi malfunzionanti, utilizzandoli poi in guisa di giradischi in miniatura, manipolando i suoni ottenuti tramite un software open source in combinazione con una scheda Arduino. Leguay non è nuovo a queste transfigurazioni del turntablism, che ricordiamo essere oggetto della sua ricerca nei progetti realizzati grazie al suo giradischi a tre bracci o con giradischi a movimenti invertiti, operando decostruzioni contraddittorie ma sempre feconde, in questo caso rese ancora più dense del solito, modulando disfunzioni ritmiche, salti e ronzii, trascinamenti e stranianti frequenze. I suoni e i loro contesti risultano un tutt’uno per Yann Leguay, che non a caso da molti – e non completamente a torto – è percepito più come un media saboteur piuttosto che come un musicista, un creatore in quella terra di confine che lambisce festival ed esibizioni d’arte, installazioni e performance. “Il suono è il mio mezzo di preferenza” dichiara l’artista “ma lo considero più un mezzo per analizzare o capire cosa sta succedendo attorno a noi”, una sorta di “materia prima” da utilizzare poi nell’elaborazione di contenuti dalle molte associazioni estetico-speculative, sperimentazioni dal sapore decisamente avant-garde e spesso auto-referenziali, che nelle loro formalizzazioni ultime – il prodotto editoriale – pure assumono lo status di oggetti d’arte, comunque a volte risonanti o associati a manifestazioni di carattere auditivo. La dissipazione, l’energia, il controllo infine d’aspetti decisamente infinitesimali o anche il non-controllo assoluto, sono tutti aspetti che costantemente ricorrono nella progettualità di Leguay, artista solo apparentemente ostico, capace di slanci interpretativi che possono coinvolgere anche audiences non specialistiche.

Murmer – Songs For Forgetting | Neural


[Letto su Neural]

Patrick McGinley, meglio conosciuto nelle enclave experimental e sound-art come Murmer, ha reso possibile l’uscita di questo album in simbiosi con la Gruenrekorder e grazie a un crowfunding su Kickstarter, coinvolgendo amici e gran parte della folta comunità artistica estone, appassionati ed attenti cultori che rendono assai vivace la ricerca musicale ed estetica a quelle latitudini. Murmer lo ricordiamo come radio-artist su Resonance 104.4 FM a Londra, protagonista di una trasmissione gestita da Framework, collettivo del quale è stato anche co-fondatore e attivista, dedicandosi alla fonografia, alle field recording e alla realizzazione decisamente non accademica di audio-archivi. Adesso, trasferitosi con la sua famiglia in Estonia, cerca di supportare con questo progetto la scena locale e il risultato sembra davvero interessante, a partire dall’artwork, grezzo ma elegantissimo, progettato dall’illustratore armeno Vahram Muradyan e realizzato con carta totalmente riciclata e frutto di un riuso effettuato in quella stessa regione. McGinley, che è un attento sostenitore d’una cultura sonora site-specific, sembra naturalmente attratto dal tentativo di coniugare suoni trovati, composizioni e suggestioni provenienti da spazi o attività specifiche, questo al fine di creare connessioni epidermiche e propositive fra un potenziale insieme di persone interessate e un altrettanto possibile e realistico contesto. Songs For Forgetting è la prima uscita su formato esteso per Murmer sin dal 2012, quando pubblicò What Are The Roots That Clutch per la Helen Scarsdale Agency. Nel frattempo la creatività di questo artista non ha perso colpi, dispiegandosi anche in maniera più matura e controllata, adesso splendidamente evocatrice d’ellittiche cesure, centellinate energie e trasalimenti, piccole emergenze auditive fatte di ticchettii, sorde vibrazioni, risucchi, scampanellii e ventate beatifiche. “Io lavoro molto lentamente” ha dichiarato lo stesso Murmer, ricordando che il primo elemento di quest’opera fu registrato a Köln nell’agosto del 2007, mentre ulteriori field recording furono catturate in prossimità di gocciolamenti di pioggia provenienti da tubi di scarico dell’era sovietica nella cittadina estone di Tõravere, così come altri materiali sonori furono raccolti in Spagna (Valenza), Francia (Ētretat) e Perruel (nella zona del fiume Andelle, in Normandia). Insomma, seppure anche il forte nesso fra ruralità e sound-art non sia cosa nuovissima, Murmer ne è un fantastico esegeta, considerando le trame, i luoghi di cattura e quello che infine è il risultato d’una davvero meticolosa applicazione.

Curtain White, the white-noise within us | Neural


[Letto su Neural]

Una fila di cuffie auricolari viene disposta come un drappeggio e prende la forma di una tenda semi-trasparente lunga tre metri che divide uno spazio interno sonoro di una galleria con quello esterno. Ogni auricolare emette diversi pattern di rumore bianco in maniera tale che l’ascoltatore è immerso in una trama prolungata di intenso rumore. Il suono del rumore bianco è noto per i suoi notevoli effetti psico-percettivi sull’ascoltatore. Viene usato per aiutare la concentrazione, oppure utilizzato come barriera per rumori esterni o aggiunto ai CD rilassanti. La pioggia che cade o un campo pieno di insetti sono la forma più rappresentativa di questo genere di arrangiamento sonoro. Considerando una singola unità di suono, una singola goccia di pioggia che cade su una superficie è solo un punto isolato nel silenzio: un segnale grafico sonoro che accenna un singolo istante di temporalità; il tick dell’orologio non umano. Ma il rumore prolungato della pioggia riunisce tali singoli istanti sonori in modo che essi sostanzialmente si consolidano in un manto fitto di rumore – un’unità senza tempo. Il metronomo di un singolo istante sonoro è stratificato così densamente in “Curtain White” di Adam Basanta che ci porta fuori dal tempo. La definizione del rumore bianco non si basa su alcun tipo di suono, ma piuttosto è puramente caratterizzata dalla sua distribuzione statistica temporale data dagli eventi sonori casuali non correlati in un tempo sequenziale. Come un’equivalente scrittura asemica sonora noi possiamo distinguere i micro pattern attraverso la struttura del suono, poiché la nostra percezione cerca di dare un senso al rumore. La percezione di questa casualità crea fantasmi sonori e entità sonore che appaiono e scompaiono all’interno della maglia sonora. I fantasmi sonori entrano ed escono dal primo piano allo sfondo e i nostri cervelli cercano di capire tale spostamento. Il suono di “Curtain White” alle volte si trasforma in un oggetto più delineato perché una mente visiva è piena di immagini di acqua, di insetti, di spazi aperti, di cielo e anche dell’eventualità di un paese tropicale durante il periodo dei monsoni. Ma quello che attualmente sentiamo e vediamo con l’occhio della mente è un particolare del nostro repertorio interiore basato sull’esperienza che è impreziosito dalla memoria e dall’emozione. Quello che sentiamo nel rumore bianco di questo pezzo è già dentro di noi e può solo riflettere ciò che è già presente. La quasi densità spettrale costante emessa dal pezzo si manifesta come equivalente acustico della sua forma scultorea. Il modello statistico del suo suono è isomorfo rispetto alla configurazione visiva degli auricolari appesi. Ci sembra avere un’immagine sonora della forma scultorea stessa.

Lawrence English – Cruel Optimism | Neural


[Letto su Neural]

Non impressiona certo, né rappresenta una novità, se nell’ambito della sound-art gli immaginari agitati sono quelli tipicamente distopici, ispirati – come in questo caso – da una piuttosto generica critica alla società iperliberista e globalizzata. Nemmeno se questi temi vengono mossi da un autore serio come Lawrence English, sperimentatore australiano che già ci ha abituati sia a citazioni rievocazioniste della storia dell’avanguardia musicale contemporanea (Approaching Nothing), sia a trattazioni più intime e comunque rarefatte nelle trame (Fable con Stephen Vitiello su Dragon’s Eye Recordings), un tale sottotesto interpretativo – svincolato da sostanziali e più specifiche interazioni contenutistiche – riesce perfettamente nel dare un significato differente ai suoni, che a nostro avviso rimangono comunque rilevanti solo per quello che esprimono formalmente: un raffinato esercizio di stile nel novero di un approccio ambientale, dalle sequenze sensibili ed enfatiche, parecchio dilatate ed epiche, risonanti e in un certo qual modo anche beatifiche, quietiste. A proposito di Cruel Optimism, seppure il progetto è da metabolizzare come una trattazione vibrante ma che non ha altre frecce a disposizione se non quelle delle sue eleganti stilizzazioni, Lawrence English tiene a sottolineare che “questo è un disco sul potere e su come esso riesca a condizionare due aspetti fondamentali dell’umanità: l’ossessione e la fragilità”. Il tutto allora, rimanda a una coerenza più che altro interna all’opera, che ha a che fare maggiormente con la sensibilità dell’autore, in bilico fra una dimensione “privata” e un’altra più “politica”. Non è un caso allora che il titolo dell’uscita alluda alle teorie di Lauren Berlant, autore per il quale una relazione di crudele ottimismo sussiste quando qualcosa che si desidera è in realtà un ostacolo al nostro fiorire. Il risultato di questi intrecci teorici-esistenziali è comunque assai coinvolgente ed evoca – questo sì – il fallimento di una “good life”, il ripiegarsi intimistico delle coscienze nelle ultime decadi, una percezione nella quale mai possiamo completamente porre fiducia. Alla Room40 sono avvezzi ad autori di non facile metabolizzazione, seppure portatori d’una certa grandeur – basti pensare a Taylor Deupree, Kenneth Kirschner, Richard Chartier e Marina Rosenfeld, solo per fare alcuni nomi – la scelta di Lawrence English conferma questa attitudine e non lascia indifferenti, riuscendo a confondere ed appassionare anche gli ascoltatori più esperienziati e dubbiosi.

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