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DAVID GILMOUR: SPECIALE “THE COLOURS OF INFINITY” – 1995


[Letto su PinkFloydItalia]

The Colours Of Infinity è un documentario di Nigel Lesmoir-Gordon con Arthur C Clarke del 1995. È interessante sapere che la colonna sonora, a detta dei crediti, è a cura di David Gilmour, ma la realtà è che contiene alcune outtakes dall’album The Division Bell, quindi di fatto, è stata registrata nel 1993 da David, Rick e Nick. Tra queste, (come è possibile ascoltare all’inizio del documentario postato in fondo all’articolo) è presente ad esempio “Calling“, che sarebbe stata inclusa poi in The Endless River.

Se non volete guardare tutto il video, è possibile ascoltare anche solo alcuni dei pezzi strumentali della colonna sonora: 16 minuti e mezzo di musica accompagnati solo da alcuni brevissimi momenti di dialogo. Qui sono presenti 4 tracce, alcune delle quali compaiono nel documentario stesso e altre no. Il primo pezzo è un blues, dello stile di ‘Blues 1’ (contenuto nelle ‘Unreleased Track’ di ‘The Later Years – 1987-2019’), il secondo uno strumentale del tutto improntato a seguire la parte visuale del documentario, il terzo è simile a ‘Sum’ di ‘The Endless River’, e il quarto pezzo è stato presentato nel documentario del 1991 della BBC “Ruby Takes a Trip”.

Six Microphones – Six Microphones | Neural


[Letto su Neural]

Sono due gli splendidi 12” in vinile, in edizione bianco-latte – con i suoni masterizzati da Taylor Deupree – compresi nella doppia elegantissima confezione che si deve a una nuova etichetta di Cambridge, la Counter Audition, completati anche da un’edizione digitale a cura della LINE di Los Angeles. Solo dopo qualche ricerca abbiamo realizzato che Six Microphones non è altro che il moniker del designer e compositore Robert Gerard Pietrusko, che in questo caso ha presentato un omonimo progetto le cui seminali frequenze hanno origine dalle sue sperimentazioni di feedback audio. Per l’uscita in questione questi materiali sono stati registrati in presa diretta presso lo Storefront for Art and Architecture a New York City, mettendo in opera anche le specifiche relazioni tra suono, spazio e pubblico presente. Cercando di spiegare più dettagliatamente come è stato realizzato il tutto viene da dire che le vibrazioni minimaliste sono qui agite grazie ad un sistema dinamico, uno stato di feedback risonante che è diffuso all’interno d’un caratteristico spazio architettonico. Se la percezione dell’ascoltatore è forzata a un’estrema attenzione e qualcosa si distingue a malapena nel caso l’amplificazione non fosse adeguata, sono i ronzii primari e secondari, i passaggi sordi e gli aggiustamenti omeostatici a imprimersi con perdurante costanza ai nostri sensi. Il tutto è suddiviso in sei parti e una overture, decisamente evocativo d’un approccio di psicoacustica-performativa, astratto e piuttosto raffinato. Insomma, questa sembra essere la classica uscita da sentire rigorosamente in cuffia, immersi in un ascolto totalizzante e meditativo, che spinge in una dimensione “no time, no space”, al contrario della sua esecuzione dal vivo, nella quale è la reazione sonora nello spazio ad essere al centro di quello che si percepisce. L’installazione sonora funziona anche decontestualizzata diremmo, poiché i modelli di feedback risultano comunque ben realizzati e sempre mutevoli. Poco importa che l’idea non sia affatto inedita e che altri abbiano già utilizzato sonorità ottenute in questa maniera. La qualità delle registrazioni, per intrecci e difformità di risonanze dà vita comunque a una varietà di passaggi, in un insieme ottenuto grazie ad attrezzature veramente basilari (solo sei microfoni e altoparlanti). Il risultato è decisamente coinvolgente, frutto d’un feedback incontrollato ma anche di un’abilità organizzativa e di una mente musicale tutt’altro che scontate.

Eris – Daedalus Maze


Le tensioni elettriche riscrivono ogni angstrom della tua consapevolezza intima.

Devotion – MacelleriaMobileMezzanotte


Una nuova traccia ambient onirica e rarefatta come catarsi per i MacelleriaMobile di Mezzanotte.

Fractal Swirl Visions – Emerald Hue di Fractal swirl visions


Prove di un abisso frattalizzato in eoni.

Moth – Rituel Encens


Vaghe reminiscenze di Twin Peaks in un abisso di blu molto cupo.

Matthieu Saladin – La Capture De L’inaudible | Neural


[Letto su Neural]

Ci sono suoni che non riusciamo ad ascoltare, perché sono al di sotto o al di là dello spettro udibile dall’orecchio umano oppure mascherati da altri suoni più forti emessi contemporaneamente o quasi. Matthieu Saladin interpreta tutto questo in un senso che è letteralmente politico, ovvero intende l’inaudibile come qualcosa che supera lo stesso ascolto e la comprensione di un gruppo di persone. Tale insieme di individui, quindi, diviene nella sua analisi metafora di comunità, di società, poiché lo stesso atto d’ascolto è qualcosa che è socialmente, culturalmente e storicamente costruito e l’audibilità può essere definita in fin dei conti come una relazione fra persone. Possiamo immaginare allora un’orizzonte di udibilità, ovvero qualcosa che è valida per qualcuno e per qualcun altro no. Il suono è sempre un prodotto della percezione, non è qualcosa di materialmente dato a priori e sono gli stessi esseri umani che organizzano tramite il loro corpo quello che poi chiamiamo suono. Nell’approccio concettuale di Saladin una certa attenzione è riservata oltre che alle forme d’ascolto anche ai formati, che fin dalla loro originaria concezione sono stati pensati strategicamente, scegliendo gli adeguati supporti tecnici e legali, atti a meglio collocare storicamente e socialmente una determinata fruizione. Nella SD card allegata a uno stilizzatissimo booklet – che si deve a Jean-Baptiste Parré – ci sono più di sei GB per un totale di ben 3.857 elementi. Il software che è qui presentato agisce esattamente in modo opposto rispetto all’elaborazione del segnale normalmente eseguita da un codificatore MP3. Sono mantenute cioè solo le frequenze rimosse dalla codifica MP3. La scelta di questo formato non va intesa tuttavia come una critica alla compressione dei dati audio, né degli usi che il formato rende possibili. Semplicemente è solo una delle tante manifestazioni dell’inaudibile, particolarmente comprensibile proprio per la confidenza che abbiamo con questo tipo d’ascolto. “Ogni suono è una relazione”, questo ci ricorda di continuo Saladin e questa relazione ha oltretutto un carattere fortemente sociale con alle spalle una lunga storia di udito. La codifica percettiva, la tecnologia alla base di minidisc, mp3, mp4 e molte altre forme di audio digitale, bene rappresenta questa lunga storia. La capture de l’inaudible è una coproduzione di Artkillart con Synesthésie St Denis e tutto il materiale è stato realizzato durante una residenza artistica. Fra la molta sostanza teorica e il software – che si deve a Ianis Lallemand – non manca naturalmente anche una copiosa libreria di suoni.

E-Mantra – Emptiness


Dove nemmeno il nulla può comprenderti…

The Cray Twins – In The Company Of Architects | Neural


[Letto su Neural]

Al clarinetto basso c’è Kai Fagaschinski, all’organo, al Buchla e a vari ammennicoli elettronici Paul Baran, al flauto Antoine Beuger, alla chitarra Werner Dafeldecker, al sassofono microtonale Sergio Merce, alla voce soprano Lavinia Blackwall, ai sintetizzatori modulari Ryoko Akama e alle temple bell Bruno Duplant, ai quali s’aggiunge come voce dall’approccio spoken word anche Jessica Evelyn. Nella prima traccia di In The Company Of Architects, una composizione di oltre trentotto minuti, i trattamenti sono minimalisti e mantenuti molto chiusi e cupi, risonanti fra armonie ed evoluzioni più anomale, con droni e scampanellii slabbrati, con un suono ovattato e rumori di fondo, alti e bassi di strumenti a tastiera e voci da minareto. È jazz sperimentale? È elettroacustica? Sono canti salmodianti di qualche setta a noi sconosciuta? Non è dato sapere, ma la lentezza delle sequenze comunque suggerisce un rituale non convenzionale, la chiamata di una preghiera, la tensione occulta di una profezia o la necessità di cogliere sottili cambiamenti di stato, con rumori di fondo e brandelli di melodie ad agganciare l’ascoltatore. L’andamento in questa prima lunga suite è a volte sfocato, in altri momenti ci sono risonanze più nitide e impressive o capovolgimenti d’atmosfere enigmatici. Decisamente ariosa e sognante è invece la successiva “The Absence of Architects”, composizione nella quale Lavinia Blackwall è splendida nel vitalizzare armonie vintage e sognanti in una emozionante traccia orchestrale. Si chiude con “Anarchitects”, che è composizione dalle valenze space e inorganiche, sintetiche e caotiche, crescenti in un canto corale, fra scampanellii ed elettronica, droni e voci poetanti molto oniriche e melliflue. L’uscita, che va ad arricchire il catalogo della Fang Bomb, è un ottimo esempio di come questi sperimentatori tengano ad ogni singolo suono e al modo in cui questi sono poi collegati nella composizione. È lampante il background di poesia e sound art. I The Cray Twins amalgamano bene un sentire intellettuale e capacità tecniche, delineando paesaggi mentali interiori, in una narrazione che è sempre assai raffinata e complice.

Marla Hlady & Eric Chenaux – Fluff | Neural


[Letto su Neural]

Con Fluff, album licenziato da Avatar Quebec, si concretizza l’ennesima proficua collaborazione fra l’artista multimediale Marla Hlady e il chitarrista, cantante e compositore Eric Chenaux, un duo che s’ingegna in sperimentazioni che definiscono field-performance-recording. Sia chiaro che l’idea di improvvisare su field recording non è del tutto nuova. Non è “senza precedenti”, così come lo stesso confine fra quello che chiamiamo musica e quello che chiamiamo sound art non è più, oramai, qualcosa di netto e facilmente definibile. L’album è il risultato di una residenza ad Avatar nel giugno 2017, durante la quale i due hanno esplorato le proprietà acustiche e poetiche di luoghi specifici, come una palestra o un rifugio nella foresta, ricavandone sonorità molto sibilanti e ricche di fruscii. A codeste trame s’aggiunge come un subtesto decisamente più improvvisativo e free form, ricco di micro-percussioni e rarefatti intermezzi di strumenti a corda (ad esempio in “Refuge Du Domaine De Gaspé 1”). Non basta, sono organizzate anche molto ipnotiche sequenze, stralunate, noisy e ruvide, ma ancora dalle cadenze strutturali piuttosto ripetitive (in una successiva versione del pezzo nello stesso spazio). “Patro Roc – Amadour” parte invece in maniera abbastanza musicale, quasi come un ensemble che cerchi una sintonia dei vari strumenti prima dell’esecuzione d’un brano, continuando in dilatatissime arie d’obliquo post-rock. L’idea che ci arriva è che Marla Hlady – che attualmente è Professore Associato presso il Dipartimento di Arte, Cultura e Media dell’Università di Toronto – sia a suo agio con quelle che potremmo definire poetiche d’estetizzazione del quotidiano mentre Éric Chenaux – che vanta più di 25 anni di carriera come musicista, un’infinità di collaborazioni e cinque album solisti sull’etichetta Constellation – mette a frutto una sua particolare tecnica, molto laconica e visionaria, fatta d’un lento ed essenziale elenco d’opzioni audibili. I luoghi dove sono state operate le registrazioni sono stati scelti questa volta senza particolare enfasi sulle caratteristiche simboliche degli spazi, considerando perlopiù solo le loro proprietà acustiche specifiche: riverbero, eco e rumore di ritorno. Questo implica comunque un affinamento della propria percezione e una sintonia altra, ponendo l’attenzione anche allo scopo di cogliere le peculiarità di ambienti d’uso comune. Ogni superficie di fatto riflette qualsiasi emissione auditiva: spostando e restituendoci impressioni differenti dei suoni i due artisti ci costringono in questo caso ad una fruizione differente e non ordinaria.

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