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Archivio per Stanley Kubrick

Negli oscuri meandri di Carcosa – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi un lungo articolo che setaccia, attraverso la pubblicazione Carcosa svelata, di Marco Maculotti,  la serie TV True detective, fonte di letture e riletture del reale che affondano nella trascendenza e nel kernel attuale del Fantastico. Un estratto:

In un’era in cui la produzione di serie tv è continua, persino asfissiante, ce ne sono poche che si prestano a essere analizzate a fondo. La prima stagione di True Detective è una di queste. Che il serial di Nic Pizzolatto sia strutturato su una profonda base filosofico-letteraria dal 2014 a oggi l’hanno capito in molti. Eppure, pochi hanno osato penetrarvi all’interno.
Svelare Carcosa, attraverso uno studio profondo dei misteri che le gravitano attorno, approfondendo simboli, influenze e richiami (più o meno espliciti) presenti nell’opera di Pizzolatto. Maculotti parla di appunti, ma il suo lavoro è molto di più: tredici capitoli, suddivisi in tre parti e accompagnati dalle perturbanti illustrazioni di Marco Sabbatani, in grado di trasportare il lettore all’interno della città perduta e nella mente dei suoi personaggi principali. Una lettura da compiere tutta d’un fiato, come se si partecipasse a un rito o si guardasse una serie tv. Ci sarà tempo poi per ritornare sulle singole parti, rimarcare i richiami interni e delineare nuove connessioni.

La struttura del libro è organica, ben articolata, ma anche sorprendente. Parlando di True Detective, ci si sarebbe potuti aspettare che la prima parte fosse incentrata su Thomas Ligotti, lo scrittore statunitense fonte di ispirazione principale del regista. Invece Maculotti stupisce, prendendo le mosse dai legami della serie con fatti reali e di rilevanza sociale. Parliamo dei parallelismi tra la Setta della Palude e il Bohemian Grove californiano, tra il «posto dove uomini ricchi vanno ad adorare il demonio» e i casi di cronaca nera avvenuti prima dell’uscita del serial, tra True Detective e altri prodotti cinematografici, da Rosemary’s Baby di Roman Polanski a Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Un primo capitolo agghiacciante, che presenta il sostrato narrativo e solleva inquietanti interrogativi sulla realtà.
Da qui la narrazione prosegue seguendo due filoni tra loro complementari: uno fantastico-letterario e un altro mitico-filosofico. Il primo viene trattato nella seconda parte. Qui Maculotti ripercorre le origini di Carcosa, la città perduta menzionata per la prima volta da Ambrose Bierce nel suo racconto del 1885 An Inhabitant of Carcosa e dieci anni dopo da Robert W. Chambers nella sua celebre raccolta The King in Yellow. Proprio nel racconto che apre l’opera, il narratore introduce il volume maledetto, di cui non si riesce a liberare, con queste parole:

Lessi e rilessi quelle pagine e piansi, risi e tremai in preda a un orrore che a volte mi assale ancora oggi. Ed è questo che mi turba, perché non posso dimenticare Carcosa, dove nel cielo risplendono stelle nere e dove le ombre dei pensieri degli uomini si allungano nel pomeriggio, dove i Soli gemelli affondano nel lago di Hali: la mia mente conserverò per sempre il ricordo della Maschera Pallida.

Elementi che troviamo, in forma rielaborata, in True Detective. Sia nei racconti di Bierce e Chambers che nella serie di Pizzolatto, Maculotti sottolinea come «chi sperimenta Carcosa durante una visione […] sembra improvvisamente condotto mentalmente a una preter-esistenza al di fuori del tempo, il cui ricordo causa un vero e proprio trauma emotivo». Una forma di pazzia derivata da un’esperienza estatica, tanto irresistibile quanto terrificante.

Oltre ai due autori di fine Ottocento, la trattazione spazia tra le innumerevoli connessioni letterarie con l’universo mitopoietico derivato dalla città perduta. In questo senso vengono richiamati, tra gli altri, i maestri del fantastico Howard Phillips Lovecraft e Abraham Merritt, ma è nel rapporto con Il grande dio Pan di Arthur Machen (di cui Maculotti è grande conoscitore) che l’analisi è particolarmente sottile. La pazzia estatica derivata dal Re in Giallo di Chambers sarebbe paragonabile, infatti, alla regressione protoplasmatica dovuta alla visione del Pan di Machen: entrambe esperienze che conducono al disfacimento fisico e psichico dei disgraziati beneficiari. In True Detective la tematica viene riproposta nell’ultimo capitolo, quando Rust Cohle rivela al collega Martin Hart la sua discesa abissale durante il coma:

C’è stato un momento in cui ho iniziato a scivolare nell’oscurità. Era come se fossi diventato un essere senza coscienza con una vaga consistenza nell’oscurità e sentivo che quella consistenza svaniva. Sotto l’oscurità c’era un’altra oscurità, un’oscurità che era più profonda, calda. Era come se fosse tangibile.

Eyes Wide Shut: Il testamento psico-erotico di un maestro


Su OcchioDelCineasta una bella recensione a Eyes Wide Shut, l’ultimo film di Stanley Kubrick, che è stato anche il testamento di una coppia di attori che viveva insieme nella vita e che, dopo aver girato questo film così intimo, si sono lasciati. Un insieme di cause ed effetto che sforano il reale nella finzione, e viceversa. Un estratto della rece:

Il tredicesimo (e ultimo) lungometraggio del maestro del cinema Stanley Kubrick sintetizzò la conclusione degna per una carriera registica che per oltre un cinquantennio si era interessata all’indagine, allo studio dell’animo umano. Il regista, infatti, morì a poche settimane dalla conclusione delle riprese, e non poté né ultimare il montaggio (curato poi da Steven Spielberg) né replicare all’accoglienza tiepida, se non addirittura negativa, di una critica che (come fu per Arancia meccanica) si divise in guelfi e ghibellini.

L’idea di Eyes Wide Shut venne a Kubrick dopo la lettura del romanzo di Arthur Schnitzler Doppio sogno, che rielaborò per trasformare in grande arte filmica l’introspezione freudiana dei problemi coniugali, spostando il contesto geo-storico dalla letteraria Vienna anni Venti alla New York anni Novanta (quest’ultima ricostruita però ai Pinewood Studios di Londra). Una volta chiamata a raccolta la coppia hollywoodiana per eccellenza (Cruise/Kidman), Kubrick ha potuto sguinzagliare tutta la sua visionarietà, andata poi a tradursi nel suo film più doloroso, che valica la contaminazione di sogno e realtà mentre si ammanta di torbidi simbolismi, enigmatico e disturbante per le sinapsi più che per lo stomaco.

Nella New York di fine Novecento, il dottor Bill (Tom Cruise) e Alice Harford (Nicole Kidman) sono la coppia perfetta: giovani, belli, di status agiato e con una bambina piccola. Tuttavia la crisi è dietro l’angolo, e lo spettro del tradimento s’infiltra nella loro vita coniugale. Dopo che la moglie ha confessato di aver fantasticato su un rapporto adulterino, Bill intraprende un viaggio notturno per le vie della Grande Mela, affrontando gli ostacoli dei desideri e delle fantasie più peccaminose. L’apice surreale di questo girovagare verrà raggiunto quando Bill riuscirà a infiltrarsi in una villa di figuranti mascherati dediti al baccanale scambistico, un’esperienza che rischia di coinvolgerlo in un omicidio.

2001 tra Kubrick e Clarke | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di una pubblicazione molto interessante, che spiega cosa è successo dietro le quinte del capolavoro 2001 Odissea nello spazio. Un estratto:

La storia della realizzazione di “2001: Odissea nello Spazio” è tanto epica quanto gli eventi narrati dal film – e finora altrettanto misteriosa.

Nel 1964, concluso “Il Dottor Stranamore,” Stanley Kubrick era incerto su come bissare il successo appena ottenuto e stava considerando i temi più caldi del momento; solo quando incontrò Arthur C. Clarke si decise per un film di fantascienza. Occorsero tuttavia più di quattro anni perché “2001: Odissea nello Spazio” arrivasse sugli schermi: un titanico sforzo produttivo e creativo, costellato di ripensamenti, esperimenti, colpi di genio, debiti, litigi, minacce, esaurimenti nervosi e prove di forza.

Attingendo a fonti inedite, tra cui i documenti di produzione del film e il carteggio tra lo scrittore e il regista, 2001 tra Kubrick e Clarke di Filippo Ulivieri e Simone Odino racconta, per la prima volta in modo completo, l’odissea tecnica e artistica dei due autori, getta luce sulla loro relazione altalenante e rivela particolari finora sconosciuti sulla nascita e la realizzazione del “proverbiale buon film di fantascienza” il primo e il più grande film sullo spazio, l’origine della specie umana e il suo destino tra le stelle.

Il primo Kubrick tra sperimentalismo linguistico e psicanalisi junghiana – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una bella disamina su Stanley Kubrick e la sua arte eccelsa, analizzata nei suoi inizi grazie al libro La trappola del testo. Sul primo Kubrick, di Saverio Zumbo. Un estratto significativo:

Zumbo ritiene che se le primissime opere del regista risultano contraddistinte sia da uno sperimentalismo in linea con la lezione modernista votata all’autoriflessività, che da un costante riferimento alla psicanalisi junghiana, successivamente le cose cambiano e il connubio tra sperimentalismo linguistico e i modelli interpretativi proposti da Jung si allenta: così come l’inclinazione autoriflessiva della prima produzione, pur non venendo mai meno nelle opere successive, sembra via via diradarsi e perdere in incisività, anche il riferimento profondo alla psicanalisi junghiana sembra attenuarsi lasciando il posto a rimandi freudiani.

Scrive Zumbo che Il modernismo di Kubrick deriva tanto dalla sua partecipazione alle spinte neoavanguardiste dell’epoca in cui lavora che dalla sua conoscenza delle avanguardie storiche.
«Modernismo, dunque, anche nel senso, se così si può dire, più “classico” del termine. In riferimento al fenomeno che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ha attraversato le arti avendo come trait-d’union la riflessività. In letteratura, con T. S. Eliot e James Joyce come massimi teorici, oltre che esponenti di spicco, col funzionalismo in architettura, con lo “straniamento” del teatro epico brechtiano, con le sperimentazioni della musica contemporanea, con l’astrattismo nelle arti figurative. Sintomatica, nell’ambito di queste ultime (ma nel quadro di una ricognizione estetica più generale che trascende le stesse), l’elaborazione teorica di Clement Greenberg, che afferma la necessità di una riflessione, da parte di ciascuna arte, sul medium che le è proprio, sulla sua “opacità”» (p. 15).

Quella volta in cui Stanley Kubrick spiegò il finale di 2001: Odissea nello spazio | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la spiegazione che Stanley Kubrick diede al finale di Odissea 2001. Quando si dice dell’inumano, no?

Nei giorni scorsi il sito Cinephilia & Beyond ha riportato alla luce un lungo documentario realizzato nel 1980 dal regista giapponese Jun’ichi Yaoi, il quale stava compiendo un’investigazione sugli eventi sovrannaturali avvenuti sul set di Shining. Quello che rende interessante il video, che potete vedere in fondo all’articolo, è una telefonata tra il regista giapponese e Kubrick, durante la quale l’autore spiegava il finale di 2001.

Kubrick racconta che ha sempre cercato di evitare di spiegarlo, perché temeva che l’idea suonasse folle a parole, facendo perdere l’effetto drammatico da lui voluto. L’idea, era che Bowman (Keir Dullea) fosse stato preso da queste entità semi-divine, creature di pura energia e intelligenza e senza alcuna forma. Lo prendono per metterlo in questa specie di zoo per studiarlo. Bowman passa tutta la sua vita all’interno di quella stanza. Solo che per lui il tempo non ha più senso e gli eventi si sviluppano alla stessa velocità vista nel film.

La stanza

Le entità scelgono quella stanza, che era una replica non accurata dell’architettura francese (volutamente non accurata), perché loro volevano dargli qualcosa che Bowman avrebbe potuto trovare bello ma senza esserne sicuro:

Un po’ come negli zoo, quando cerchiamo di ricreare l’ambiente naturale degli animali ma non siamo così sicuri di esserci riusciti.

Semidio

Quando hanno finito con lui, come accade in molti miti e culture nel mondo, Bowman viene trasformato in una super entità e rimandato sulla Terra, trasformato in una sorta di superuomo:

Possiamo solo immaginare cosa accadrà una volta tornato, è lo schema di molte mitologie e qualcosa che abbiamo cercato di suggerire.

Warner Bros. Pictures celebra i 50 anni di 2001: Odissea nello spazio | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione dei festeggiamenti per i cinquant’anni di 2001: Odissea nello spazio. Cosa prevedono i festeggiamenti?

Il film tornerà nelle sale italiane il 4 ed il 5 Giugno prossimi, come film evento. Warner Bros. Pictures presenterà inoltre al 71° Festival di Cannes una copia in 70mm ottenuta dal negativo originale attraverso un procedimento di ricreazione fotochimica, senza ritocchi digitali o modifiche al montaggio, che consentirà al pubblico di rivivere l’esperienza di 50 anni fa.

L’evento è uno dei momenti epocali della nostra era, andiamo tutti al Cinema il 4 e 5 giugno?

La controcultura nel Monolito di Kubrick | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com un articolo particolarmente ricco di Carmine Treanni che esplora il mondo di Odissea2001 e il contesto sociale dell’epoca, la psichedelia delle immagini, i significati reconditi che il tutto evoca. Con l’aiuto di brani di Salvatore Proietti: imperdibile, questa lettura. Un brano:

L’assunto di base di questo saggio è che il 1968 è l’anno in cui matura un processo di rivoluzione culturale che vede come oggetto il target giovani e come soggetto… l’oggetto estetico e consumistico allo stesso tempo. Rivoluzione estetica e comunicazionale. Nel 1968 si entra nell’era della liberazione dei segni, del sovvertimento delle gerarchie. Un processo che proviamo a raccontare attraverso la lente di un film come 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, che esce nelle sale di tutto il mondo proprio nel fatidico 1968. Una pellicola apparentemente distante – sia per genere (la fantascienza) sia per contenuti – dal clima di allora, ma che in realtà è una perfetta metafora ed una sintesi del processo che investì i giovani e la cultura a partire dal 1968. Un oggetto culturale che è diventato esso stesso segno di una rivoluzione, nel cinema in generale ed in quello di fantascienza in particolare.

Il grande regista americano voleva in realtà che lo spettatore – quello di allora, ma il discorso vale anche per oggi – si lasciasse trasportare dall’esperienza visiva che in realtà il film è, se si pensa che in tutta la pellicola – che dura la bellezza di 143 minuti – ci sono solo 25 minuti di dialogo.

Un film che si deve “leggere” innanzitutto con i sensi: gli occhi per guardare l’immensità dello spazio in cui si staglia l’astronave in viaggio verso Giove, per indagare sulla comparsa di un misterioso monolito nero; le orecchie con cui si devono ascoltare le immense musiche scelte dallo stesso regista per accompagnare le immagini, su cui spicca Il Danubio Blu di Johann Strauss Jr., ma che è anche una delle chiavi di lettura del film, nel suo manipolare immagini tecnologiche e suoni del passato, motivi più popolari come appunto il brano di Strauss e composizioni arcigne, carpite all’avanguardia accademica, come la Lux Eterna di György Ligeti.

Non c’è alto e basso nell’arte, come nello spazio. Un film da vedere, rivedere, e ancora (ri)visionare.Un film che si può definire psichedelico, e che come sottolinea Enrico Ghezzi, nella monografia che ha dedicato al regista americano (Enrico Ghezzi, Stanley Kubrick, L’Unità/Il Castoro, Milano 1995):

Per milioni di spettatori che dal ’68 a oggi hanno decretato il trionfo del film a dispetto di chi parlò di «noia abissale», 2001 è stato soprattutto un’esperienza sensoriale (non solo visiva) del tutto nuova, la percezione di uno «spazio» inedito, con dentro un seguito di eventi straordinariamente semplici contrappuntati dall’apparizione di una forma «semplice» (il monolito) e definita nelle sue funzioni (far compiere un salto alla Storia e quindi alla storia) ma incomprensibile e misteriosa quanto alla provenienza e al senso.

E, allora, in conclusione non possiamo non sottolineare con Proietti che:

[…] un film come 2001: A Space Odyssey di Stanley Kubrick (2001: Odissea nello spazio, 1968) […] sarà un omaggio alla cultura psichedelica, non solo per la componente visiva (il balletto tecnologico, la visione cosmica) ma anche per il racconto. Ripercorrendo la storia umana nella vicenda di un homo faber ineluttabilmente legato alla violenza (la scimmia che scopre il primo utensile, un osso per uccidere, e lo lancia in aria – con uno stacco che lo trasforma nella fantastica stazione spaziale orbitante), con un’esplorazione dello spazio tragica per colpa del novello mostro di Frankenstein, il computer sfuggito alla programmazione, arriviamo all’epopea visionaria del sopravvissuto, fra giochi di luce psichedelici e scene passate, fino alla comparsa di un feto che, si presume, rappresenta il successivo passo nell’evoluzione (stavolta, forse, diverso dalle premesse umane). Anche queste fantasie sono al centro della controcultura […].

Kubrick Il disorientamento dell’individuo ∂ HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di uno stupendo libro su Stanley Kubrick, il regista poco convenzionale riconosciuto come un genio, già durante la sua esistenza.

Riflettere sul cinema di Stanley Kubrick in forma non convenzionale è la caratteristica di questo saggio. A cominciare da un’analisi dei singoli film, ordinati non cronologicamente ma raggruppati per temi. Adottando una catalogazione particolare, l’autore mette in evidenza le costanti che legano un’opera all’altra — il potere, la violenza, il sesso, il denaro — giungendo a mostrare, nella loro complessità, i disorientamenti dell’individuo e le disillusioni collettive: una visione — tutto sommato non pessimistica dell’uomo — che induce a cogliere, nella filmografia kubrickiana, una tensione fortemente educativa.

2001 A Space Odyssey – Echoes Pink Floyd


Un divertissement, un gioco che gira in Rete da parecchio tempo, certo, ma comunque aderente ai fatti, alle emozioni, alle suggestioni. Echoes, il miglior brano mai scritto dai Floyd e probabilmente nel rock, sembrerebbe stato pensato per la parte finale di 2001 Odissea nello Spazio, di Stanley Kubrick. Una baggianata? Facile, ma intanto gustatevi il risultato, amplificato dal fatto che i Pink Floyd sembrava dovessero partecipare davvero alla colonna sonora di quel film.

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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