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Archivio per Stefano Di Marino

Il Bacio della Mantide | PostHuman


Su PostHuman un’appassionata recensione all’ultimo lavoro edito di Stefano Di Marino, Il Bacio della Mantide, uscito quest’estate per Oakmond. Vi lascio al ricordo vibrante di Mario Gazzola, che ha curato la recensione.

Fine artigiano di diversi generi – non solo spy ma anche sci-fi, fantasy, action, western e horror (come ad es. il recente Voodoo Darkness per Weird Book la cui copertina vedete qui a lato), talvolta fusi insieme e, ovviamente, noir – Di Marino si è dedicato più volte a ricreare sulla pagina scritta anche le atmosfere di quell’italian giallo che era certamente più cinematografico che letterario (fra i protagonisti ovviamente anche Aldo Lado, altra guest star del festival di Torre Crawford con le sue memorie in presa diretta dalla stagione aurea del giallo italico): prima con l’antologia da lui curata Il Mio Vizio è una Stanza Chiusa (titolo ispirato al celebre thrilling di Sergio Martino con Edwige Fenech, cover a lato), uscito per il Giallo Mondadori nel di cui a mia volta avevo già scritto su Nocturno e QUI.
Ora con Il Bacio della Mantide, il suo ultimo giallo pubblicato da parte di Oakmond Publishing (in apertura la bella copertina con quadro di von Stuck), che ho avuto l’opportunità di leggere proprio durante il lungo viaggio in treno Milano-Scalea, arrivando con mia sorpresa ben oltre il previsto “assaggio” necessario a chiacchierarne con cognizione di causa dal vivo con Cappi, bensì fin oltre pagina 180. E questo è già il primo banco di prova per il narratore di razza: se il lettore – ancorché non neofita – si aggancia subito alla trama e non riesce più a staccarsene, neanche nelle ore più profonde della notte, vuol dire che la storia “prende”. O, come ha detto Cappi medesimo nel corso dell’incontro, che noi lettori “sentiamo la paura per il destino dei personaggi in pericolo”, il che appunto misura il nostro grado di empatia con la finzione orchestrata dall’autore. Che dell’italian giallo rimescola in modo personale molti tòpoi: un serial killer misterioso e psicopatico, una femme fatale, che qui stranamente coincidono, ribaltando il cliché secondo cui nello “spaghetti thriller” siano sempre le donne a morire (come osservò un critico straniero), perché questo consentiva al regista la messa in scena della fuga (spesso con vestiti strappati), i disperati tentativi di difesa della vittima designata e il suo inesorabile slashing (frequentemente all’arma bianca, che rende l’omicidio più diretto e “carnale”, come nell’esempio citato proprio nel corso dell’incontro: la fuga della donna nel parco di 4 Mosche di Velluto Grigio).
Nel Bacio della Mantide sembra proprio che sia una donna ad uccidere – ma come può se è già morta nel tentativo di fuggire dal manicomio criminale in cui era reclusa? – mentre le vittime appartengono ad entrambi i sessi democraticamente: in un hotel di Latina isolato da provvidenziale tempesta, infatti, qualcuno è riuscito a riunire lo sbirro (menomato) che aveva arrestato la mantide-killer, l’unico superstite delle sue sadiche orge sanguinarie, la di lui fidanzata tossicomane, il criminologo tv star che le aveva fatto scampare il carcere attraverso l’ospedale psichiatrico, l’infermiera che l’aveva in cura là dentro e ne aveva subìto il fascino letale e la gestrice dell’albergo, pittrice dilettante che alla famigerata assassina aveva dedicato un inquietante tela il cui occhio malvagio sembra seguire tutti i malcapitati ospiti della struttura, più qualche incolpevole comprimario dello staff e partner dei protagonisti, destinati a non miglior fine solo per il fatto di trovarsi nel posto sbagliato a completare le torbide trame di relazione con i bersagli della vendetta di “Moira la Pazza”.

 

Inesprimibile abisso


Ho lasciato indietro le parole, tanto a cosa servono? Le ho ammantate di un dolore che non potrebbe mai emergere dalle lettere ed è così, attonito, che guardo l’inesprimibile abisso.

Il Professionista: terra del fuoco | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione dell’ultima pubblicazione di Stefano Di Marino, uscita nelle edicole nei giorni in cui si è tolto la vita: Il Professionista: terra del fuoco, per Segretissimo Mondadori.

Quale trauma ha cancellato la memoria di Chance Renard? Alla deriva su una barca a vela approda in Malesia. Dopo pochi mesi lo ritroviamo a Malacca. Si fa chiamare Tuan Des, che significa Sconosciuto. Un avventuriero che ha scordato il mondo. Ma questo non ha scordato lui. Un gruppo di killer viene a cercarlo e si scatena l’inferno. Nel frattempo la Nuova Guinea è sconvolta da una rivolta sanguinosa guidata dal generale Kundu, che ha riunito le tribù antropofaghe e i guerriglieri Lokanga. Per scoprire chi è e che cosa gli ha stravolto la mente Chance deve accettare una missione. Una squadra di mercenari, una ragazza determinata, una vedova affascinante e pericolosa e l’ombra di un complotto internazionale sono lo sfondo per la più grande avventura del Professionista.

Una parola dell’autore (le parole che seguono sono state inviate all’estensore dell’articolo, Lucius Etruscus, da Stefano poco più di un giorno prima di togliersi la vita)

Un’avventura che sognavo da tempo di scrivere quella di Terra del fuoco. Prima di tutto, e lo noterete subito, Chance si trova in una situazione di grossa difficoltà. Cosa sarà mai accaduto da sconvolgerlo al punto da fargli perdere la memoria? Così lo ritroviamo a Malacca, un luogo che ho molto amato, in Malesia con un nome che non è il suo e significa… Sconosciuto. Vi suggerisce qualcosa? Sono certo che gli appassionati della serie coglieranno l’allusione e l’omaggio perché, credo che lo sappiate, l’intera serie è costruita come uno studio sulla narrativa pulp con riferimenti, omaggi, spunti che partono da un riferimento e poi si sviluppano in tutt’altro modo.

Qui mi piaceva omaggiare un libro e un film che apprezzai molto da ragazzo e che, ancora oggi restano per me una finestra su quell’Asia che ho amato moltissimo, un po’ indolente, sonnacchiosa, ricca di promesse sensuali. Ma non solo, c’erano anche altre sfaccettature di quel sogno che volevo sviluppare. Così ho infilato in un unico calderone Apocalypse Now, i film cannibalici e una leggenda che trovai, in forma diversa, in un altro libro sulla Seconda guerra mondiale nella giungla. E, ovviamente, alla fine del percorso Chance riuscirà a recuperare quella parte di se stesso che aveva perduto.

Getto continuo


A getto continuo, le emozioni si accavallano una sull’altra e le epifanie si spengono, una dopo l’altra, lasciandoti vuoto e liscio come una parete levigata.

Angoscia finale


Non seppi mai delle microcorrenti che agitavano i tuoi pensieri, non potrò mai ricostruire la complessa entropia surreale che ti ha portato all’angoscia finale.

Angoli in restrizione


I segnali si moltiplicano copiosi e danno, come unica risultante, il senso della distanza, della tristezza sensata, della compressione di sé in un angolo in restrizione.

Cortina quantica


…perché tu sai come difenderti, ma non conosci l’arte dello scrollarsi via le angosce, dello scrutare oltre la cortina quantica del Nulla senziente…

Il Rifugio dei Peccatori: Vita da pulp – Il silenzio che uccide


Sul blog di Andrea Carlo Cappi un ricordo accorato di Stefano Di Marino, che diventa un preciso atto di accusa contro il sistema editoriale italiano e, più analiticamente, di tutto un sistema di (non) fare arte, la più alta possibile, che predilige il business e non la cultura. Un pezzo lucidissimo di Cappi, che va letto con l’amaro in bocca fino in fondo.
Se guardate bene il panorama editoriale di genere italiano non potete non accorgervi di come gli scaffali siano pieni di titoli insulsi, scritti da autori insulsi che non hanno nulla da dire, la cui vertigine artistica è pari a uno starnuto. Siamo circondati dal nulla, i contenuti proposti da moltissime case editrici sono sempre più desolanti, e la speranza di leggere qualcosa di davvero interessante e creativo è sempre più fievole: il coraggio di tentare è soppresso dal bilancio.
Stefano è morto “anche” per questi motivi.

Scrivo queste righe alle 7.30 del mattino del 10 agosto 2021. Quattro giorni fa a quest’ora il massimo esponente italiano della narrativa pulp si era appena tolto la vita. È stata una delle rare volte che i giornali (online, quantomeno) hanno parlato di lui, e nemmeno tanto. Oggi qui lo chiamerò con iI suo soprannome abituale, “il Prof”. In questi giorni ho scritto vari articoli per ricordarlo, ma stavolta vorrei fare un discorso più ampio e qualche chiarimento.
All’inizio dell’estate, su Facebook, il Prof accennò con riserbo a “problemi personali”. Visto ciò che scriveva, potreste immaginarlo braccato da picchiatori di Las Vegas o sicari di Hong Kong. O che avesse un male incurabile, o gli stessi problemi di Amy Winehouse; no, stava bene, era un salutista, conduceva una vita senza eccessi. Ha avuto solo il destino di un figlio unico con genitori in età avanzata; nel suo caso, tutto in una volta, con dispiaceri, stress, problemi burocratici ed emergenze finanziarie… che a loro volta procurano altro stress: un autore pulp, per quanto di successo, non nuota nell’oro.
In un certo senso, questo è parte del problema, ma non solo per questioni economiche. Lo sappiamo, il mercato italiano è quel che è. Gli editori onesti in certe collane possono pagare poco (anche se in altre collane a volte sprecano soldi per presunti, inutili bestseller”… quante ne abbiamo viste, lui e io); gli editori piccoli non possono quasi pagare se non a lunghissimo termine, ma sono gli unici a pubblicare certi libri che ci interessa scrivere; le uscite in ebook rendono pochissimo; e a volte capitano anche gli editori disonesti.
Un autore come il Prof, in grado di produrre parecchi romanzi e saggi ogni anno e spaziare tra generi e tematiche, andrebbe considerato un’eccellenza italiana”. I suoi libri dovrebbero essere sempre in catalogo, anche perché chi lo scopre poi vuole leggere tutto di lui. Senonché i titoli che escono in edicola – e solo perché in Italia esistono e resistono i periodici di narrativa di genere – sono disponibili per uno o due mesi; vendono in quel periodo più di molti romanzi di altri autori in libreria, poi sono acquistabili solo in ebook. Quanto ai titoli da piccoli editori, con minori distribuzione e visibilità, sono più difficili da reperire.
Posso capire che parecchie uscite sotto pseudonimo in una collana da edicola non siano più una “notizia”, se non perché una serie made in Italy continua ad avere successo dopo oltre venticinque anni e più di cento episodi; non è cosa da poco. Ma, almeno quando lo stesso autore pubblica altrove un thriller di tipo diverso o un saggio particolarmente interessante e documentato… be’, forse i media dovrebbero parlarne.
Invece è l’esatto contrario: si direbbe che tutti si siano messi d’accordo per tacere. D’altra parte, se in Italia si sapesse che il Prof pubblica libri che vendono migliaia di copie in poche settimane, gli italiani comincerebbero a leggere solo lui. Ecco dunque le sottili campagne di odio. Un anonimo sui bookshop online mette un giudizio di una sola stella su ogni suo libro, per abbassare la media dei voti dei lettori. Qualcuno dice a un editore: «Perché lo pubblichi? Non sai che…» cominciando a diffondere voci confuse ma diffamatorie.
A tutto questo, come dico spesso, si aggiunge che, se un autore proviene dalla gavetta e dall’edicola, è discriminato anche quando pubblica in libreria un volume rilegato per una grossa casa editrice, il che pesa su promozione, prenotazioni, distribuzione e vendite. Vi faccio un esempio. Nel 1996 uscì da Sperling & Kupfer I sette sentieri dell’Alleanza, firmato senza pseudonimi: è un romanzo appassionante, che anticipa di sette anni e schiaccia per superiorità e originalità il mediocre, scopiazzato Il codice Da Vinci. Avrete sentito parlare tutti del secondo, ma non del primo.
Provate a mettervi nei panni di un narratore per cui la scrittura è tutto nella vita, adorato dai suoi lettori ma ignorato e disprezzato da una società che cerca di farlo dimenticare in vita, di disperdere il suo pubblico, di soffocarlo, neanche fosse il peggiore dei delinquenti. Punito per essere troppo bravo. E immaginate, mentre combatte ogni giorno nella trincea dell’editoria, che si trovi soverchiato da altri problemi che gli sembrano insormontabili. Si è detto suicidio, ma non è esatto. È stato il silenzio a ucciderlo.

Ciao Stefano | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine una vecchia intervista di Mauro Smocovich a Stefano Di Marino, apparsa qui. Questo l’estratto citato nel post, si rimane attoniti, sensibili oltre ogni misura.

C’è qualcosa che dovete sapere prima di tutto.
Io sono un tipo “fisico”. Il mio approccio con il mondo che mi circonda è sempre prima di tutto fisico e sensoriale. Forse perché nei miei geni c’è qualcosa che mi obbliga a non restare mai fermo, o  perché in anni trascorsi a praticare – con abilità o meno non ha importanza – vari tipi di arti marziali ho imparato a dare ascolto prima alle sensazioni poi alle riflessioni che queste mi suggerivano. La vita l’affronto così. Non è un caso che abbia scelto di occuparmi di thriller e avventura. Erano i generi che da piccolo sognavo sulle pagine dei libri, al cinema e poi mi divertivo a ricreare con la fantasia giocando nel salotto di casa. Una poltrona bastava per ricreare un galeone e rotolarmi nelle avventure più pazze.
Il viaggio, la fotografia sono estensioni di questo mio modo di affrontare tutti gli aspetti dell’esistenza, dal lavoro al piacere. Una storia, prima di scriverla, devo vederla, per quello cerco sempre di fare  centinaia di fotografie in loco prima di mettermi a scrivere, di sentire odori e profumi. Insomma non mi sento il classico scrittore che se ne sta chiuso nel suo antro ad aspettare l’ispirazione. O i contatti umani. Per andare d’accordo con me è necessario stabilire un contatto fisico.

Quando ero più giovane le amicizie più strette le ho coltivate negli ambienti degli sport da combattimento, dove ci si abbranca, ci si picchia, si suda insieme. Un mio istruttore diceva che all’interno di un ristretto cerchio intorno a noi il mondo resta estraneo. Se permettiamo a qualcuno di entrare in quel cerchio oppure siamo costretti a farlo, c’è qualcosa che dentro di noi reagisce come un animale selvaggio. E questo vale sia in caso di un confronto fisico – un ’aggressione – ma anche in un rapporto affettivo o sessuale. Può cambiare l’attitudine – che può diventare aggressiva o al contrario molto affettuosa – ma c’è un principio di reazione istintuale che non cambia. Forse un po’per questo mi piacciono le ragazze selvagge che ti comunicano più a graffi e occhiate che con interminabili discussioni.

Con il cibo ho un buon rapporto. Mi piace cucinare per me e per le persone che accetto. Non che sia un gran cuoco, ma mi piace sperimentare, gustare il cibo anche nella fase della sua preparazione. Adoro le spezie, la paprika, lo zafferano che preferisco al sale. Fosse per me mangerei per il novanta per cento sushi ma come si fa a dire di no a una bella pasta italiana… pikkante?  Divoro la frutta mentre la verdura è sempre un po’ una medicina. Stranamente non bevo vino e sono un’ignorante in materia. Devo ammettere che mi dispiace un po’. Anni fa una mia amica russa mi ha introdotto alle sottigliezze della vodka. Da allora sono diventato un intenditore. Detesto la vodka da supermercato, quella che sembra acqua ragia… preferisco ricercala nei negozi etnici. Le preferite? Russky Standarte e la Nemiroff aromatizzata al peperoncino e al miele. Sensualissima.

Non fumo se non sigari. Come per l’alcol con moderazione ma… quindi ci vuole ci vuole. Sigari e liquori vanno gustati, assaporati. Come la compagnia femminile e i buoni libri. Per quanto durano vanno vissuti completamente.
Come, queste cose vi sembra di averle già capite leggendo i miei romanzi?
Eh sì, a volte tendo a confondere  la mia vita con quella dei miei personaggi. Se non fosse più così rinuncerei a scrivere. Niente gusto, niente divertimento.
Parola del Professionista…

Addio a Stefano Di Marino | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine il ricordo di Emanuele Manco a Stefano Di Marino, con un editoriale che mi trova concorde su tutto. Eccolo qui sotto:

Ieri mattina come una sberla è arrivata dai social la notizia della morte dello scrittore italiano Stefano Di Marino. Si è lanciato nel vuoto alle 7:30 di ieri, dal balcone della sua casa a Milano, nel quartiere della Maggiolina, lasciando un biglietto con le motivazioni del suo gesto.

Esprimendo il mio cordoglio e la vicinanza ai suoi amici e familiari, voglio ricordare quanto Di Marino fosse “uno dei nostri”. Uno scrittore, lettore, spettatore di quella cosa brutta che gli intellettuali paludati chiamano “genere”. Thriller, spionaggio, fantascienza, fantasy, etc. etc. Una volta a un incontro mi disse che uno suo progetto personale fosse di scrivere almeno un racconto di ogni genere letterario conosciuto.
L’ho incrociato spesso in questa specie di famiglia allargata dell’editoria. Convention, presentazioni, eventi. Non potevo dirmi amico, ma di certo abbiamo parlato cordialmente tante volte. Ho sempre letto con piacere i suoi racconti, romanzi e saggi. Testimonianze di una professionalità che ho sempre considerato esemplare. Uno dei pochi professionisti veri tra noi dilettanti. Un costruttore di storie che non conosceva la pagina bianca, il cui “segreto” era quello più semplice di tutti: scrivere, scrivere, scrivere, una parola dietro l’altra. Una prolificità che lo ha reso la colonna portante di Segretissimo, con il Professionista, scritto con pseudonimo Stephen Gunn, ma anche con altre serie e altre firme, anche la sua ovviamente. Per Delos ha scritto un bel libro, Scrivere da Professionista, dove racconta il suo mestiere con umiltà, ma anche tanti racconti in ebook. Ha scritto anche romanzi fantasy, pubblicati da Urania, I predatori di Gondwana, con il suo nome, e  L’ultima imperatrice, con lo pseudonimo Jordan Wong Lee.

Al di là di tutto, dispiace che si sia perso un vero e misconosciuto gigante della nostra editoria. Un’autentica macchina da storie, frutto di un duro lavoro che però non gli è valsa la fama che avrebbe meritato, perché dedicato a letteratura considerata “povera”. Ad avercene avuti scrittori capaci come lui di non mancare una scadenza, e con la sua efficacia narrativa.

Ecco. La protervia della narrazione mainstream, con le sue pretese impossibili di verità e realtà, è tutta nell’articolo di Emanuele, che sottolinea come i potentati culturali di questo scorcio di mondo e tempo siano ormai in combutta con quelli economici, capaci quest’ultimi di dettare le loro linee editoriali rivolte al semplice, all’immediato, al se ci metto più di tre righe per esporre il concept allora non va bene, perché poi la pubblicità non attecchisce e i dividendi trimestrali agli azionisti non saranno in crescita.
Questo è il triste corollario di un mondo avvitato su se stesso, dall’orizzonte a tre mesi, che sta agonizzando sotto i colpi di un virus creato dalle sue stesse condizioni di mercato. Stefano è stato cantore e vittima di tutto ciò, forse alla fine più vittima; ora che tutto di lui è finito rimarranno, si spera a lungo, le sue opere.

Mi spiace profondamente per la sua morte…

The Nefilim

Fields Of The Nephilim

AppartenendoMI

Ero roba Tua

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

ONLINE GRAPHIC DESIGN MARKET

An Online Design Making Site

Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

Duff Beer, feeling no pain / Made from Canadian rain

CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

ADESSO-DOPO

SCIVOLO.

Unclearer

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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Come vivere senza stomaco, amare la musica ed essere sereni

Luke Atkins

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Alessandro Giunchi

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Quisquilie, bagatelle, pinzillacchere...

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Letteratura, cinema, storia dell'horror

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