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Archivio per Storia

Soppesando


Assaporando i filamenti di Storia minuta che non hai mai conosciuto prima, cercando le parole e poi le immagini di un periodo misconosciuto, soppesando le conseguenze fino a oggi…

Il banchetto dei corvi (554-567), ep. 86 – Storia d’Italia


Bellissimo podcast che narra dell’estrema decadenza, della desolazione estrema di una nazione uscita dalla Guerra Gotica del VI sec. d.C. e amministrata dal generale romano Narsete, inviato dall’imperatore di Costantinopoli Giustiniano I.
Lo scenario che ne esce fuori – popolazione italica dimezzata, da 11 milioni a 5 o 6 milioni – unita al disfacimento strutturale di ogni logistica imperiale eredita dai Goti, indica l’inizio vero del Medioevo, di quel periodo secolare in cui la memoria di ogni splendore passato svanì o assunse un’altra luce, profittatrice, cialtrona, violenta o bigotta.

I bizantinismi di Alberto Costantini | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di un – credo – bellissimo ebook di Alberto Costantini contenente due racconti collegati tra loro dal titolo La principessa bizantina. Il libro esce per la collana ucronica di DelosDigital; la quarta:

È passato da poco il 732 d.C. e gli Arabi sono dilagati nella Gallia dopo avere sconfitto i Franchi vicino Poitiers.  L’Impero Romano d’Oriente ha in mano una carta per stabilizzare il mondo cristiano: dare in sposa la giovane principessa Irene ad Alboino, erede del Regno Longobardo. A scortare l’imperiale rampolla viene chiamato Anfrido, uomo d’armi e di fiducia del duca Ariperto, ma il compito si rivelerà più arduo del previsto. A Pavia, intanto, sede della corte longobarda, una donna misteriosa sostiene di essere arrivata dal futuro…
La Principessa Bizantina è un racconto breve in cui Alberto Costantini ci presenta, con poche ed efficaci pennellate, l’affresco di un mondo medievale alternativo: i Franchi hanno perso la guerra con gli arabi e questi ultimi hanno messo piede stabile oltre i Pirenei. Una storia  d’amore e intrighi prende corpo in questa linea temporale, mentre a Pavia i Longobardi fronteggiano l’inverosimile.

Il gran rifiuto di Ottaviano Augusto – di Alecs Ferrante


[Letto su Impero Romano – gruppo privato FB]

Il 13 gennaio del 27 a.C. davanti a un corpo senatorio rimaneggiato, Ottaviano, nell’atto in cui era eletto console per la settima volta, fece il “gran rifiuto”:
Seduto nella sedia curule e il volto ancora pallido per la recente malattia, rimise nelle mani del popolo tutte le prerogative eccezionali che gli erano state conferite. Aveva bruciato metà dei suoi 36 anni in una vita di lotte e la sua salute ne risentiva spesso, cagionevole qual era. Non improvvisava mai e lesse il discorso che si era scritto: “…riprendetevi la libertà e la forma popolare dello Stato, riprendetevi l’esercito e le genti a voi soggette, e governateli secondo il costume antico…”
Un brivido di sgomento percorse l’aula del senato: i presenti, spiazzati, immaginarono il futuro in preda a un caos amministrativo e militare ma la maggioranza, che aveva salutato di buon grado l’abdicazione, gli restituì i poteri ai quali aveva rinunciato. Non solo, in una nuova seduta e in virtù di una recente legge, l’eminenza grigia del principato, Mecenate, gli attribuì il nome onorifico di “Augustus”: “per grazia di Dio”, un favorito del Cielo, un uomo più che umano.
La sua abdicazione fu solo formale e il sogno di Cicerone divenne realtà: la conservazione della massima magistratura repubblicana. Augusto capì, lungi dal suo predecessore, che la rivoluzione doveva passare attraverso la conservazione di pensieri nativi. Fu superiore a tutti per autorità ma non ebbe maggior poteri di quelli affidati ai colleghi magistrati. Un’autentica mossa diplomatica: secondo la teoria repubblicana, il popolo emanava ordini che il senato convertiva in delibere ufficiali ma le assemblee popolari, secondo il nuovo disegno, furono svuotate di funzioni giudiziarie, non avendo più potere di far la guerra o proclamare la pace ma solo il diritto di elezione alle magistrature. Ciò che le assemblee perdettero lo guadagnò il senato (potere legislativo ed esecutivo) ma il princeps poteva piegarlo ai suoi voleri in virtù della sua “auctorictas” e non di un privilegio giuridico.
Testimonianza di tale preferenza per il senato fu la creazione di un “Gabinetto” che fosse chiamato ad assisterlo anche su questioni di sua esclusiva competenza. Questo fu poi ampliato con un console, un pretore, un edile, un tribuno, un questore e 15 senatori estratti a sorte.
Accentrò nelle sue mani l’intera forza militare senza alcuna tirannide ma come servitore della Repubblica e allo scopo di prevenire le interferenze nell’autorità dello Stato; non considerò l’esercito un elemento fondamentale dell’impero e se anche in materia non fosse talentuoso come Giulio Cesare, c’era un valido comandante deputato a tal fine: Agrippa.
Nell’autunno del 27 Augusto partì per le Gallie portando con sé il figliastro Tiberio, figlio di primo letto di Livia, e il figlio di primo letto di sua sorella Ottavia, Marcello, per riorganizzare e sviluppare l’edilizia e il sistema finanziario. La Narbonese era in cima ai suoi pensieri. Nel 26, però, cambiò programma spostandosi in Spagna, la fonte mineraria dell’impero: soggiogò le rivolte dei Asturi e dei Cantabri con due armate ma riparò a Tarraco per la salute malferma e lasciando le truppe ai luogotenenti. Soggiogò i Salassi allo stesso tempo, per difendere i confini e controllare la produzione aurifera delle vallate. Solo la campagna in Egitto andò a mal fine: una lunga marcia di sei mesi per andare incontro alla mancanza d’acqua e a un presto rientro. Augusto fu costretto a destituire il prefetto Cornelio Gallo e a espropriare le sue proprietà, con un decreto del senato, fino a spingerlo al suicidio: con la vanità e la millanteria, Gallo aveva fatto erigere statue nel territorio egiziano raffiguranti la sua effige, solo per aver soffocato una rivolta a Tebaide.
Nel 25 Augusto tornò a Roma e chiamò Messalla Corvino come prefetto dell’urbe, un’antica magistratura cui Messalla dovette rinunciare trovando l’istituto una innovazione pericolosa. Il problema che più lo tormentava, tuttavia, era come assicurare il funzionamento del principato in caso di sua fine prematura: la delicatezza del suo organismo gli faceva pensare con ansia all’avvenire. Chi era degno di succedergli?
Roma trattenne il respiro ma un medico greco, Antonio Musa, con i suoi trattamenti a base di acqua fredda guarì il princeps prima di agosto da una febbre tifoidea. Aveva rinunciato al consolato e nominato Sestio Quirinale quale successore, un vecchio repubblicano che aveva combattuto a fianco di Bruto.
Il destino volle che superasse le difficoltà con l’attribuzione di un “majus imperium” valido su tutte le province ma saggiamente programmato per una durata temporanea: aveva il comando supremo dell’esercito, decideva la distribuzione delle terre e interferiva nel governo delle province senatorie, controllava l’elezione dei magistrati e influiva sulle deliberazioni del senato e delle assemblee. Anche la polizia, i lavori pubblici e l’annona erano nelle sue mani. Potendo alimentare il tesoro pubblico coi propri fondi privati, era anche in grado di controllare le finanze in quanto la sua casa era il massimo organismo bancario e commerciale di Roma. Solo una concessione gli fu decretata a vita: la potestà tribunizia.
Non poteva però sfuggirgli l’importante problema della successione. Augusto non poteva emanare, al riguardo, una legge valida per tutti i tempi, ma, designando un successore, creava un precedente: nominò già in vita un collega che possedesse “l’imperium proconsulare” e il potere tribunizio. Scelse Agrippa e dopo di lui il figlio adottivo Tiberio, sacrificando un successore che perpetuasse il suo stesso sangue e le tradizioni della gens Iulia. Fu uno dei pochi errori di Augusto: il sistema quasi ereditario, pur dando frutti in quanto Tiberio era l’uomo più capace dell’impero, non offriva alcuna protezione contro un pazzo come Caligola, uno zotico pedante come Claudio, un mostro come Nerone, un Domiziano o un Commodo;
Augusto non aveva la stoffa del giurista o del filosofo ma un talento pratico al di fuori del comune e un gran considerazione dell’opinione pubblica; e, alle sue spalle, un consulente legale come Ateio Capitone.
Il gigantesco meccanismo poggiava su due principi fondamentali: la sovranità di un popolo visto come unica fonte di potere; un potere delegato sottoforma di imperium a un magistrato, alla morte del quale esso tornava al popolo. Una magistratura perpetua e non provvisoria implicava il rischio che potesse scivolare in qualcosa simile alla monarchia e che il primo cittadino diventasse padrone e non un capo. Non “dominatio” ma “principatus” insegneranno Plinio e Dione Crisostomo a Traiano nell’arte di governo.
In quattro anni il principato aveva fatto i primi passi verso quell’articolazione che doveva renderlo il più complesso e omogeneo sistema di governo che la storia conosca.

Crollo sistemico


Posto tra le griglie di un raccordo inaspettato, i tuoi simboli si accalcano di decadenza e la fine di un’epoca è, in realtà, un drammatico crollo sistemico.

Gli ultimi difensori. La morte di Costantino XI e Giovanni Giustiniani Longo. – TRIBUNUS


Su Tribunus un lungo e dettagliato resoconto delle testimonianze storiche della caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio 1453 e di cui in queste ore ricorre l’anniversario. Frangenti cruenti, tragici, la fine definitiva del mondo imperiale romano che ora sopravvive in altro modo. Un estratto:

La descrizione più bella ed eroica della morte di Costantino, anche se non sappiamo quanto totalmente veritiera, ce la fornisce la cronaca dell’assedio dello Pseudo-Sfranze (che, nel materiale spurio, contiene probabilmente anche parte del testo originale di Sfranze, il più fidato amico dell’imperatore). Vale la pena riportarla per intero.“

Quando il mio sfortunato signore e imperatore vide cosa stava succedendo, implorò Dio con le lacrime agli occhi, e spronò i suoi soldati a essere coraggiosi. Non vi era speranza di aiuto o soccorso. Spronò il suo cavallo e raggiunse il punto dove i Turchi erano più numerosi. Combatté come Sansone contro i Filistei. Col suo primo assalto li respinse scagliandoli dalle mura, ed era uno strano e meraviglioso spettacolo per coloro che poterono assistere. Ruggendo come un leone e brandendo la spada nella mano destra, massacrò moltissimi nemici; il sangue scorreva a fiumi dalle sue mani e dai suoi piedi.”
Sfranze riporta anche le gesta di coloro che combatterono al fianco di Costantino: Don Francisco da Toledo (che proclamava di essere cugino di Costantino), Teofilo Paleologo (che era davvero cugino di Costantino), e Giovanni Dalmata.
“Due e tre volte furono attaccati e ci fu battaglia; mettevano gli infedeli in fuga, ne uccidevano una moltitudine, e ne scagliavano altri dalle mura. Fecero un gran massacro di nemici, prima di essere a loro volta uccisi. […]”

Solo due fonti turche, Tursun Beg e Ibn Kemal, riportano invece che Costantino sarebbe stato ucciso mentre tentava la fuga, seppur caricando i suoi nemici. Sempre dallo Pseudo-Sfranze, sappiamo che il Sultano avrebbe chiesto del corpo dell’imperatore, che venne riconosciuto tra i cumuli di morti solo per le aquile dorate presenti sugli schinieri e sulle scarpe dell’imperatore.
Come l’ultimo imperatore sia morto esattamente, tuttavia, non è chiaro. Moltissime delle fonti riportano che sicuramente la testa dell’imperatore fu spiccata dal corpo, ma queste sono discordanti tra loro nel riportare se ciò sia successo durante il combattimento, o quando l’imperatore era già morto.

Isidoro di Kiev riporta che la testa di Costantino, una volta trovato il corpo, fu consegnata a Maometto, che la riportò come trofeo ad Adrianopoli. Un simile resoconto è riportato da Benvenuto di Ancona, che sostiene che la testa di Costantino fu tagliata dal cadavere, infilzata su una lancia e portata al Sultano.
Secondo il diario del cosiddetto “giannizzero polacco” (in realtà un uomo del contingente serbo del Sultano), Costantino sarebbe stato decapitato in combattimento da un giannizzero, che avrebbe portato la testa a Maometto II, ricevendo per questo una ricompensa dal Sultano. Anche secondo Tursun Beg e Ibn Kemal, a Costantino sarebbe stata mozzata la testa durante il combattimento, ma senza che i Turchi si rendessero conto di chi fosse.

Dalla lettura delle fonti, è unanime che Costantino XI sia morto in combattimento, quasi sicuramente nei pressi di Porta San Romano, dopo che nessuno dei suoi se l’era sentito di ucciderlo, come aveva implorato. È inoltre molto probabile che sia riuscito effettivamente a organizzare intorno alla sua persona un’ultima, disperata resistenza, e che questa sia stata sopraffatta dopo due o tre assalti dei Turchi.
È anche quasi certo che il dettaglio della sua testa mozzata, presentata a Maometto II, sia veritiero. L’ipotesi più probabile è che il corpo sia stato decapitato dopo la morte.

La battaglia delle Echinadi (1427): l’ultima vittoria navale romana – TRIBUNUS


Su Tribunus un resoconto storico dell’ultimo sussulto vittorioso dell’Impero Romano, avvenuto nel 1427. Certo, parliamo di piccoli eventi, ma ormai quello era diventato lo Stato che ha dato l’ispirazione a tutti i modelli e ambizioni statali a partire dal Medioevo. Un estratto non della battaglia vera e propria ma di modi di pensare e agire dei Bizantini, assai indicativi delle loro peculiarità e altezzosità:

All’inizio del XV secolo, la gestione del potere imperiale e del dominio dei territori romani era radicalmente cambiata rispetto a quanto era di norma nei periodi precedenti. Era infatti entrata in uso la spartizione, tra i membri della famiglia imperiale, di città e territori dello Stato, nella convinzione che l’assegnazione dei domini romani tra i familiari dell’imperatore potesse essere la soluzione giusta per tenere assieme gli ormai sempre più sparsi territori dell’impero. Ciò naturalmente implicava che ogni membro della famiglia imperiale che governasse una città o un territorio, poteva di fatto regnare come un piccolo sovrano semi-indipendente, diventando potenziale fonte di instabilità e scissioni.

Si trattava, comunque, di una pratica relativamente recente, adottata non prima del XIV secolo: prima di quel periodo, che il potere imperiale fosse unico, e il territorio dello Stato romano indivisibile, erano concetti ancora ben chiari e profondamente radicati. Basti pensare che, ancora alla fine del XIII secolo, alla proposta dell’imperatrice Iolanda di Monferrato di spartire il territorio imperiale tra i suoi figli e nipoti come prevedevano le usanze occidentali, l’imperatore Andronico II rimase scioccato, rigettando con sdegno una tale decisione: non avrebbe permesso che il singolo potere imperiale romano, disse, si trasformasse in una poliarchia.

L’Occidente abbandonato? Falsi miti sull’Impero Romano d’Oriente – TRIBUNUS


Su Tribunus la segnalazione di alcune considerazioni storiche del periodo terminale dell’Impero Romano d’Occidente e le interazioni che ebbe con la Pars Orientis. Un estratto:

Quando si parla del V secolo, uno dei momenti più tragici della Storia romana, visto che l’impero romano dai più considerato “vero” è solo in Occidente, ai Romani d’Oriente vengono imputate le peggiori nefandezze ai danni del gemello (“gemello” si fa per dire: naturalmente, l’impero era uno e unico).
Un discorso che fa molto comodo, nella volontà tutta moderna di “deromanizzare” l’Oriente e renderlo un’entità diversa e a parte. Si tratta, ovviamente, di falsità.
Esploriamo i discorsi che vanno per la maggiore su questo tema.

Qualcuno si potrebbe chiedere perché l’Oriente non fece apparentemente nulla negli anni successivi, quelli che portarono al “fatidico” 476. Ci piace pensare che in Oriente non esistessero problemi…ma è falso anche questo.
Non solo si doveva badare alla sempre più pressante minaccia ostrogota in Tracia e nei Balcani, ma proprio tra 474 e 476 scoppiò una guerra civile tra Zenone e l’usurpatore Basilisco.
Zenone non aveva fatto in tempo a riprendere il suo instabile trono, che ricevette gli emissari di Odoacre.

Il V secolo fu difficile e complesso per l’interezza dell’impero romano. E gli imperatori delle due partes, pur non andando sempre d’amore e d’accordo, cercarono di collaborare per mantenere e salvare l’ecumene.
Qui abbiamo tracciato solo gli aiuti militari dell’Oriente verso l’Occidente…ma non solo politicamente l’Oriente si intromise nelle faccende occidentali, ma che l’Occidente non fu certo dimenticato dopo il 476.

L’Occidente dimenticato

Dopo aver smontato i miti dell’Occidente lasciato in balia di sé stesso da un Oriente distante e distaccato, qualcuno potrebbe ancora contestare che, in realtà, da Costantinopoli dell’Occidente non importava nulla, e che i “bizantini” se ne siano sempre dimenticati. Tanto per cambiare, non è vero nemmeno questo.

Nel V secolo, gli imperatori dell’Oriente ripetutamente cercarono di mettere mano nelle faccende occidentali, particolarmente per quanto riguarda l’imperatore collega. Era perfettamente normale che gli imperatori di Costantinopoli cercassero di avere dei colleghi collaborativi nel sempre più turbolento e ingovernabile Occidente. Come mandare avanti l’impero, senza concordia?

In alcuni casi, dall’Oriente fu direttamente inviato un imperatore in Occidente, nella speranza che potesse risollevarne le sorti. Questo è il caso dell’energico ma sfortunato Procopio Antemio, che cadde contro Ricimero. Qualcuno poi potrebbe obiettare che, però, fino a Giustiniano non si fece nulla.
Il fatto è che, fino a Giustiniano, vi era prima la complicata situazione di Giulio Nepote e Odoacre in ballo. Dopodiché, l’Italia fu presa e tenuta da Teoderico (che si era tra l’altro offerto di porsi al servizio di Giulio Nepote, prima che quest’ultimo rimanesse ucciso), inviato nella Penisola proprio dall’impero per eliminare Odoacre, ormai sempre più scomodo.

Una situazione ambigua, nella quale situazioni de jure e de facto erano molto mescolate e sovrapposte. Una situazione nella quale l’Occidente era in mani forti, per quanto nei fatti fuori dall’effettiva giurisdizione imperiale, e sotto il cui governo l’impero era ben visto.
Giustiniano finalmente si mosse quando si posero le condizioni per una “guerra giusta” – o per dirla in modo più pratico, quando finalmente vi fu un vero casus belli. Gli ultimi che ancora non sono convinti, si chiederanno: e dopo Giustiniano? Dopo Giustiniano, è sempre bene ricordare che era in progetto una nuova divisione dell’imperium proprio tra Oriente e Occidente. L’imperatore Maurizio, nel proprio testamento, avrebbe lasciato il controllo di Oriente e Occidente ai due figli maggiori, progetto che non si avverò mai, per l’assassinio dell’imperatore e di tutta la sua famiglia da parte di Foca.

Dopo gli scossoni del VII e VIII secolo, è un miracolo che l’impero sia sopravvissuto. Nell’assetto dei secoli dal VII al XII, l’Italia divenne un complesso territorio di frontiera, ai confini dell’impero. Eppure, nonostante la massima priorità fosse naturalmente altrove, le spedizioni per mantenere o riconquistare l’Occidente continuarono fino al XII secolo – anche in situazioni che sembravano al di là delle forze romane. L’Occidente non fu mai abbandonato, né dimenticato. L’Occidente, con nemici sempre più potenti, e con sempre meno risorse e uomini da destinarvi, fu semplicemente perduto.

Le donne romane e la religione – TRIBUNUS


Su Tribunus un lungo articolo che lega le donne dell’antica Roma alla religione e ai culti del mondo antico. Un estratto:

Nella Roma antica, erano solitamente gli uomini appartenenti ai collegi sacerdotali e i magistrati a detenere la conoscenza della corretta procedura dei riti religiosi.
Erano gli unici a saper interpretare correttamente la volontà degli dei, soprattutto in caso di una rottura degli equilibri fra uomini e divinità (la cosiddetta pax deorum).
Perfino il sacrificio era officiato da soli uomini, poiché si riteneva che una donna non fosse in grado di praticare una macellazione rituale. Ciò relegava la donna a una posizione subordinata anche in campo religioso.
Alle donne si riconosceva un ruolo attivo nelle suppliche, ovvero pubbliche preghiere di ringraziamento o richiesta di intervento divino, con relative offerte, aventi solitamente per oggetto la salvaguardia dello Stato.
A Roma esistevano tuttavia alcuni culti e divinità esclusivamente legati al mondo femminile.

I culti femminili erano articolati in base alla condizione delle donne che potevano prendervi parte.
La prima distinzione era quella tra le fanciulle e le donne sposate, ossia le matrone. Le prime erano devote alla Fortuna Virginalis (alla quale le ragazze prima del matrimonio offrivano in dono la stola), le seconde alla Fortuna Primigenia.
Alla seconda categoria appartenevano le donne univirae, ossia le donne che avevano avuto un solo uomo.
A queste erano riservati dei particolari culti, come quelli di Fortuna Muliebris, di Pudicitia (riservato alle patrizie) e quello di Bona Dea. Quest’ultimo si celebrava ogni anno presso la moglie del console in carica, il quale per l’occasione era tenuto ad allontanarsi dalla casa.
Oltre alla suddivisione tra donne nubili e sposate, vi erano anche altre classificazioni a seconda del ceto o condizione sociale: libere o schiave, plebee o patrizie, ma anche tra donne oneste e coloro che esercitavano il mestiere della prostituzione.

Per esempio, le schiave celebravano le Nonae Caprotinae, note anche come Feriae Ancillarum, che sembrano essere una sorta di caricatura di quelle riservate alle matrone, ma che originariamente non dovevano avere questa connotazione. Le plebee celebravano la Pudicitia plebea, analoga a quella delle matrone, istituita attorno al 256 a.C. Le prostitute invece partecipavano al culto della Fortuna Virilis, che aveva luogo nei bagni maschili.
La separazione dei culti segnava tutta una serie di distinzioni fondamentali, destinate da una parte alla riproduzione dell’ordine sociale, dall’altra atte alla codificazione di un modello di vita caratterizzato dall’individuazione del matrimonio come momento centrale della vita femminile, e quindi dell’indicazione di un codice di comportamento.
L’articolazione dei culti corrispondeva quindi a una classificazione sociale del ruolo della donna e del comportamento che da questa ci si aspettava. La simmetria e la corrispondenza dei riti patrizi e plebei rivela che l’ideologia delle classi sociali non era diversa. Al di là del censo, la morale era comunque la stessa. Anche nel culto la condizione femminile doveva esser ribadita e controllata: il modello ideale rimaneva sempre la matrona romana univira con prole. La liturgia matronale era deputata principalmente al rinnovamento della fecondità femminile e del ciclo della natura.

La Rivoluzione Russa, Lenin e il complottismo di oggi | Fabristol


Su Fabristol un post che ripercorre gli eventi della Rivoluzione d’Ottobre russa, partendo però da un saggio storico di China Miéville. Si apprendono cose molto interessanti e in linea con quanto succede normalmente durante lo svolgersi della vita, quando non si può programmare in anticipo cosa succederà e ci si affida all’ispirazione data dell’evoluzione delle cose. Un estratto, per capire:

La rivoluzione socialista non esisteva nelle menti della maggior parte delle persone fino ad Agosto/Settembre. Eppure noi pensiamo che da Febbraio fino a Ottobre fosse stato un processo in fieri inevitabile. Non e’ cosi. Lenin prese la palla al balzo e ne approfitto’ pensando che fosse il momento e il luogo perfetto, nonostante molti altri socialisti pensassero il contrario. La posizione leninista fu minoritaria per molti mesi. A noi del futuro pare che fu tutto già scritto: lo Zar abdica, i militari prendono il potere con i socialisti, Lenin prende il potere. Quindi, pensiamo che fosse già tutto nei piani dei socialisti, che fossero stati loro a far abdicare lo Zar e cominciare la rivoluzione di Febbraio. Questo è quello che spesso capita nei casi di complottismo odierno. Vediamo una serie di eventi, poi qualcuno o qualcosa li sfrutta e pensiamo che quel qualcuno sia stato la causa prima. Per esempio, guardiamo a questa nuova dottrina del Great Reset, ovvero la convinzione di alcuni gruppi di potere di poter fare ingegneria sociale sul mondo per farlo ripartire con regole nuove. I complottisti vedono che questo Great Reset sta prendendo piede esattamente dopo la pandemia, quindi pensano che il virus sia stata un’arma artificiale creata da questo gruppo politico transnazionale per arrivare al loro obiettivo. In realtà questo gruppo ha preso la palla al balzo durante una crisi globale, esattamente come fece Lenin. Lenin non fu il fautore della caduta dello Zar, né il motore primo della Rivoluzione di Febbraio ma approfittò della situazione per completare il suo piano. Un piano che esisteva già nella sua mente. In un certo senso quindi le teorie complottiste sono un po’ come quelle profezie che si autoavverano semplicemente perché certi “attori” politici che avevano già un piano ne approfittano per mettere in moto il loro piano. E noi spettatori di questi eventi pensiamo che la crisi che ha scatenato quegli eventi facesse parte del piano fin dall’inizio. Ecco, perché spesso è difficile dire a un complottista: “Ehi, il virus non è una arma costruita a tavolino da quelli che volevano il Great Reset.”. Perché il complottista vede i due avvenimenti e pensa che A (il gruppo di potere) abbia creato B (gli eventi). Ma in realtà è l’esatto contrario: gli eventi B hanno spinto il gruppo di potere A a uscire allo scoperto e a prendere la palla al balzo.

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"l'unico uccello che osa beccare un acquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'acquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

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Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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