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Archivio per Storia

Il corvo. Una storia simbolica – TRIBUNUS


Su Tribunus un esauriente excursus sulla simbologia incarnata dal corvo nel mondo romano e antico in senso lato, e nel mondo medioevale e cristiano. Un estratto:

Il corvo era l’uccello solare per antonomasia, il creatore del Mondo, il messaggero degli dèi, la guida delle anime nel viaggio ultraterreno, l’unico animale in grado di prevedere il futuro e capire il senso di tali visioni.
Nell’Europa antica e medievale erano molti i popoli che avevano in questo uccello un vero e proprio oggetto di culto, in particolare Slavi, Celti e Germani.
Nel mondo greco il corvo era associato a molte divinità (in particolare, ad Apollo), ma non era considerato fondamentale per il culto.
Questo uccello era visto come un essere ambiguo e contraddittorio: intelligente ma vanitoso, perspicace ma iracondo, loquace e onnisciente.
Nel mondo romano, il colore nero del suo piumaggio non suscitava né diffidenza né paura. Anzi, sono molti gli autori latini che tessono le lodi del corvo e lo considerano il migliore tra i volatili.

Il corvo presso i Celti

Nelle lingue celtiche, come il gaelico o il gallese, il corvo è indicato col termine bran. Questo sostantivo può però riferirsi anche alla cornacchia, dato che per molte culture questa era considerata la femmina del corvo (come invece sappiamo noi oggi, la cornacchia è un uccello diverso, anche se appartenente alla famiglia dei corvidi).
Il corvo era attributo del dio Lug (“Lugos” in Gallia, “Lugh” in Irlanda), una delle principali divinità del pantheon celtico, il quale ascoltava sempre il parere dell’animale. Per i Celti d’Irlanda, i corvi erano spesso associati alla guerra e alle battaglie. Erano infatti attributi della dea della guerra, Morrigan.
Altra divinità celtica che poteva assumere le sembianze di un corvo era Bodb, nota anche come Cathubodva (“Corvo della Battaglia”), sorella di Morrigan e ancora più temibile, amante del sangue e delle maledizioni. In battaglia non soccorreva mai i guerrieri, ma ne attendeva la morte per impadronirsi dei loro crani.

A Roma dai Celti. Gli apporti celtici all’arte della guerra romana. – TRIBUNUS


Su Tribunus alcune corpose nozioni relative all’arte militare romana, nell’arco repubblicano e imperiale, che dimostrano la discendenza celtica di alcune tecniche e armature . Vi lascio a un estratto:

Certamente è vero che i Romani in più occasioni dimostrarono sul campo la loro superiorità bellica sulle popolazioni celtiche. Ma i Galli furono ben lungi dall’essere solo l’accozzaglia di guerrieri urlanti che popola le nostre menti – gioverebbe anche ricordare quanto il legionario romano repubblicano fosse meno “sofisticato” di quanto lo immaginiamo, e che le differenze a volte abissali tra gli eserciti che Romani e Galli mettevano in campo erano riflesso soprattutto di diversità di tipo sociale e culturale, prima ancora che tattiche o di disciplina. Anzi, la galassia celtica, a più riprese nel corso dei secoli, sia tramite lo scambio che tramite lo scontro, fu un bacino continuo di migliorie e di apporti al mondo militare romano – tanto nel campo tattico, quanto soprattutto tecnologico.
Infatti, quasi tutti gli elementi che consideriamo più caratteristici della panoplia romana “iconica” sono proprio frutto di acquisizioni dal mondo gallico.

Uno degli apporti più importanti e duraturi dei Galli al mondo militare romano (e in realtà, al mondo militare mediterraneo e a tutta la Storia militare occidentale), acquisito nel corso del IV e III sec. a.C., è sicuramente la corazza ad anelli di ferro, modernamente chiamata “cotta di maglia”. Questa versatile armatura dall’incredibile fortuna, usata in varie forme fino agli inizi del XX secolo, è infatti un’invenzione celtica.
Tra le prime testimonianze delle armature in anelli di ferro tra i Galli abbiamo la statuaria del Sud della Francia (es.  il busto di Fox-Amphoux conservato al Museo di Marsiglia), verosimilmente da attribuire alla fine del IV secolo a.C. o all’inizio del III.

L’olismo bizantino profuma di russo


…quel senso di bizantino che ti fa sentire la Storia come forma di olismo…

Hiberna. Vita nei campi militari invernali – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo storico che riguarda i campi militari romani in inverno: come si svolgeva la vita, lì, in quel periodo? Quali caratteristiche aveva l’accampamento – stabile? Ecco un estratto:

L’immagine “classica”, a volte stereotipata, dell’esercito romano – si intende qui il periodo tra la fine della Repubblica e i primi due secoli di impero – ce lo dipinge, durante campagne militari, sempre impegnato costruire un accampamento fortificato non permanente ogni volta che doveva accamparsi. Cosa succedeva però, durante i mesi invernali, quando gli eserciti erano fermi? E come vivevano i soldati di guarnigione agli estremi limiti dell’impero, in Britannia, in Germania, o sui monti dell’Atlante in nord Africa (dove il clima, specie in inverno, non è certo mite)?

I castra hiberna, al contrario degli accampamenti durante le campagne militari (castra aestivi), erano acquartieramenti fissi, solitamente più grandi dei loro corrispettivi estivi mobili. Dal loro essere statici anche il loro nome alternativo di castra stativa. Invece delle tende (tabernacula), erano edificate costruzioni fisse, in legno o muratura (hibernacula).
Tali accampamenti non erano costruiti solo per la permanenza delle truppe in un determinato luogo durante l’inverno, ma anche se tale presenza si fosse dovuta protrarre, in generale, per diversi mesi. Divenendo spesso permanenti, gli hiberna divennero in diversi casi la base di molti insediamenti. Spesso, un abitato “civile” sorgeva subito fuori il castrum: qui dimoravano e operavano mercanti, artigiani e le famiglie dei soldati.  Da questa combinazione di accampamento e abitato esterno, si costituiva spesso una nuova città.

Nonostante le differenze di costruzione, la vita nei campi invernali era tutto sommato quasi identica a quella dei campi estivi, compresi gli addestramenti (non giornalieri) e l’acquartieramento delle truppe. I soldati, pur non utilizzando le tende, usavano casematte atte a contenere una decina di uomini, esattamente il contubernium che trovava alloggio nelle tende militari.

Il servizio divino dei Greci | AxisMundi


Su AxisMundi un lungo articolo che tratteggia i caratteri salienti dall’antica religione greca, rilevandone le caratteristiche sacrali che “si fondano su una fitta rete di corrispondenze mitico-storico-astrologiche, che consente allo storico delle religioni di considerarla sotto vari aspetti fra loro concatenati: Teogonia, storia esoterica del cosmo e delle stirpi umane, escatologia dei Misteri, sciamanesimo iperboreo”. Alcuni dettagli maggiori:

Nell’antico Egeo, millenni di riti e credenze sacre, in una prima fase “preistorica” pre-indoeuropea (o forse, piuttosto, proto-indoeuropea) e in una seconda fase “storica” indoeuropea, si sono stratificati e armonizzati sorprendentemente, al punto che spesso risulta difficile comprendere con esattezza a quale delle due fasi cultu(r)ali essi appartengano. Storie di dèi ed eroi, disseminate su tutto il territorio dell’antica Ellade, col passare dei secoli hanno plasmato un corpus mitologico che non ha meramente il carattere della leggenda e del folklore, essendo anche fortemente impregnato di corrispondenze esoteriche ed astrologiche. «Non v’è mai stato un servizio divino pari a quello greco: per bellezza, sfarzo, varietà e unità esso è unico al mondo e rappresenta uno dei prodotti più alti dello spirito universale».

Recensione: “Andare per l’Italia Bizantina” di Giorgio Ravegnani – TRIBUNUS


Su Tribunus la recensione a un’opera interessante, Andare per l’Italia Bizantina, opera di Giorgio Ravegnani che scova le tracce dell’Impero Romano d’Oriente presenti in Italia. Uno stralcio:

Nonostante le innumerevoli invasioni longobarde, gote, unne, normanne, la presenza dei Romani d’Oriente in Italia è durata oltre cinque secoli. Le loro tracce, anche se un po’ sbiadite, si possono rintracciare per tutta la penisola italiana.

In questo viaggio ci accompagna il professor Giorgio Ravegnani alla riscoperta delle meravigliose testimonianze bizantine: partendo dall’Istria e dal Veneto, passando per il Corridoio Bizantino, fino a giungere a Roma, e da lì proseguire verso sud.
Lo stesso autore nel capitolo iniziale del libro scrive: ” Un itinerario bizantino per l’Italia, ancorché necessariamente incompleto in questa sede, deve tenere conto in primo luogo delle testimonianze dirette della presenza imperiale. Queste sono piuttosto modeste per il nord e per il centro, ma aumentano notevolmente nel sud della penisola, soprattutto con il gran numero di edifici religiosi ivi conservati. Rientrano nella categoria le poche epigrafi che ancora si leggono in diverse località, come quelle dell’esarca Isacio a Ravenna, della colonna di Foca a Roma, dei duchi di Napoli e di Roma o altre ancora. L’archeologia, quale ulteriore campo di indagine, offre un apporto modesto, limitato a ritrovamenti occasionali e non di ampia portata, come le rovine dei castelli della Liguria o l’impianto di Eraclea, la città nella laguna settentrionale di Venezia; i risultati di questi studi non sono però ancora di pubblico dominio. Assai diverso è il panorama degli oggetti artistici sparsi in tutte le regioni, tra i quali dobbiamo distinguere le opere fatte eseguire direttamente in Italia dai Bizantini, o arrivate da Bisanzio, e le opere commissionate in Oriente o realizzate a imitazione dell’arte di Costantinopoli. […].

Cosa resta di Bisanzio in Italia al giorno d’oggi?

 

Il diritto di famiglia in età repubblicana: la 𝘱𝘢𝘵𝘳𝘪𝘢 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢𝘴 e l’istituto dell’adozione – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitas un interessante – e anche illuminante – excursus sulla famiglia romana, intesa soprattutto nell’età repubblicana; nozioni che ci tornano utili ora per capire certi atteggiamenti, anche istintivi, della nostra società e dei singoli membri, che ci aiutano a capire perché siano radicati tra noi certi atteggiamenti e pensieri.

In due passi dell’Heautontimorumenos – il dialogo tra Menedemo e Cremete a proposito del modello educativo adatto a crescere i figli (vv. 53-168) e le esternazioni di Clitifonte contro l’eccessiva severità dei padri (vv. 213-229) – ricorre un tema centrale in tutta l’opera di Terenzio: il contrasto generazionale tra genitori troppo severi e autoritari, da una parte, e figli che vorrebbero invece godere di un maggior grado di libertà e di autodeterminazione, dall’altra. Pur ambientando i propri drammi nel mondo greco, Terenzio si richiama, in scene di questo tipo, al diritto familiare vigente nella Roma del suo tempo. E per meglio comprendere le dinamiche descritte dal poeta, occorre perciò capire quanto fosse ampia l’autorità del capofamiglia romano nei confronti non solo dei propri figli, ma anche di tutti gli altri membri della familia.
La familia, che insieme alla gens costituiva, fin dai tempi più remoti, uno dei pilastri su cui si fondava l’organizzazione sociale di Roma antica, era il nucleo più piccolo, che comprendeva tutti coloro che erano soggetti all’autorità del maschio più anziano (il pater familias), vale a dire la moglie, i figli, i nipoti, le nuore, i beni materiali (terre, animali, case, ecc.) e i servi, che, almeno nei primi secoli dell’Urbe, erano ancora poco numerosi. Lo status familiae era infatti la condizione giuridica propria dei membri di una medesima unità familiare (familia proprio iure) costituita intorno al suo capo.
Mentre le gentes esprimevano complessivamente l’originaria classe dirigente, le familiae costituivano la base della società stessa. Il termine latino familia derivava probabilmente dall’osco faama, che indicava in un primo tempo l’insieme di tutti i servi o famuli, che costituivano il patrimonio; in seguito, però, il significato della parola si condensò come definizione di gruppo familiare, ovvero l’insieme di tutte le persone residenti nella domus. Ecco allora la presenza di differenze ben marcate tra l’organizzazione familiare in tutte le sue forme e la gens: la familia aveva un capostipite reale, mentre quello dei gentiles era spesso mitico-divino; la parentela familiare, a differenza di quella gentilizia, era stabilita per gradi; il carattere della familia era essenzialmente potestativo, mentre quello della gens era comunitario e solidaristico. Siccome, poi, la familia era considerata un istituto sacro, di essa facevano parte anche i Lares, cioè i numi tutelari della casa, e i Penates, demoni protettori della dispensa e di tutti i membri del gruppo; i riti religiosi erano gestiti e officiati dal pater e riguardavano unicamente gli antenati, mentre il culto gentilizio celebrava non solo gli avi comuni, ma anche le divinità. Quanto al sistema onomastico, il nomen gentilicium preceduto da un praenomen identificava l’appartenenza dell’individuo a una gens, mentre una familia era ben distinta dalle altre dal cognomen portato ed ereditato dai suoi membri.
Insomma, la familia romana era un’organizzazione di natura patriarcale e verticistica, fondata sul dominio della componente maschile e sull’autorità del capofamiglia, che deteneva nei confronti dei suoi sottoposti una serie di poteri pari a quella di un re. In buona sostanza, solo il pater familias poteva dirsi pienamente un civis Romanus optimo iure, dal momento che non era sottoposto giuridicamente ad alcun altro cittadino libero. In altre parole, il pater era sui iuris (“di proprio diritto”), mentre alieni iuris (“di diritto altrui”) erano i suoi subordinati. Il giurista di epoca severiana (II-III secolo d.C.) Ulpiano riassumeva questa condizione nel modo seguente: Familiam proprio iure dicimus plures personas quae sunt sub unius potestate aut natura («Definiamo “famiglia di diritto proprio” quelle persone che sono soggette per potere o natura a un individuo solo», D. L 16, 195, 2).
L’estensione del potere paterno sui discendenti (maschi e femmine, naturali o adottati) era originariamente illimitata ed è probabile che tale intensità, unitamente a determinate caratteristiche peculiari della familia di età arcaica, dipendesse dalla primordiale inesistenza di un potere statuale: il gruppo familiare, agli albori dell’Urbe, avrebbe tenuto le veci di un potere più ampio, costituendo una struttura di carattere sovrano caratterizzata da una rigida disciplina nei riguardi dei sottoposti al capo.

Virtual Ancient Rome in 3D – Aerial view, 8 minute flight over the detailed reconstruction


La magnificenza della Roma imperiale nel momento del suo massimo fulgore marmoreo e architettonico.

Gli appigli


L’appiglio usato è una meteora psichica precipitata mentre eri impegnato nelle vestizioni catafratte, momenti torcenti in cui il senso della Storia ti è apparso come un artificio da bassa cognizione.

Cosa ci insegna la crisi climatica del 1300? – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un interessante articolo di Amedeo Feniello che parla di variazioni climatiche e le mette in corrispondenza col nostro presente. L’incipit (pensiero personale correlato, non esplicitato nell’articolo: attenti al business verde):

Alla fine del Duecento, l’optimum climatico medievale chiude la sua corsa. Era durato più di tre secoli ma, ora, adesso, si fa cattivo. I fenomeni di shock climatico si accumulano e l’eccezionalità si trasforma ben presto in consuetudine, che fa virare il termometro verso il basso. I segni che l’optimum fosse giunto al termine si moltiplicano. Le cause? Tante. Variabili. I fattori si mescolano in una trama di cui è difficile seguire tutti i capi. Però, a differenza di oggi, la forza dell’azione dell’uomo su queste variabili fu irrilevante. Le oscillazioni naturali discontinue e capricciose. I vulcani tornano a ruggire, con un’eruzione tra le più violente dell’intero scorso millennio, quella del 1257 del vulcano Samalas, nell’isola di Lombok in Indonesia; ma altre ve ne furono nel 1269, ’76, ’86: fenomeni che impattano violentemente sull’ambiente e innescano effetti imprevisti sia di riscaldamento nelle acque del Pacifico centromeridionale e orientale, con enormi inondazioni in Perù, sia di rilascio negli strati più alti dell’atmosfera di una pellicola sottilissima di solfati di aerosol che scherma i raggi solari, impedendo loro di entrare nell’atmosfera.
Poi c’è il Sole. Una stella capricciosa e poco costante. Il ciclo delle macchie solari è solo una delle sue tante bizzarrie. Proprio alla fine del Duecento il sole si ammala un po’. È il cosiddetto Wolf Solar Minimum, cioè l’energia emessa dalla pila solare rallenta: uno dei tre minima che marcano il periodo che va dal Trecento al Seicento. E succede qualcosa di inarrestabile: «lentamente ma ineluttabilmente le temperature globali e dell’emisfero settentrionale hanno iniziato a tendere nuovamente verso il basso e, così facendo, i modelli di circolazione globale cominciano ad allontanarsi dai livelli raggiunti nel 1240 e 1250».
Non bastano però questi aspetti per spiegare il mutamento. Entrano in gioco due movimenti fondamentali nella circolazione climatica del nostro Pianeta. Sono El Niño e La Niña. Strani nomi. Essi nascono da una pura e semplice osservazione, registrata la prima volta dai pescatori peruviani, i quali notarono che i pesci d’acqua calda tendevano a soppiantare quelli d’acqua fredda al largo della costa del Perù intorno a Natale, da cui il soprannome El Niño, il Cristo bambino. Naturalmente, per indicare il fenomeno parallelo, si usò il corrispettivo femminile: La Niña. Cosa sono? Giganteschi fenomeni di teleconnessione atmosferica in cui l’azione degli oceani si coniuga con quella dell’atmosfera. In genere, El Niño provoca un forte riscaldamento delle acque dell’oceano Pacifico centro-meridionale e orientale nei mesi di dicembre e gennaio, in media ogni cinque anni. Con conseguenze “glocali”, mi si passi il termine, se si pensa che, se nelle aree direttamente interessate provoca inondazioni, in quelle più lontane la sua azione produce vaste perturbazioni, tra cui l’aumento della siccità. La Niña no. Ha l’effetto inverso. Raffredda invece di riscaldare, sempre nelle stesse acque. Entrambi, El Niño e La Niña, innescano una strana danza, fatta di accoppiamenti, riequilibri reciproci, scambi. Con risultati che si riflettono sulla pressione atmosferica del Pacifico: quando c’è El Niño essa è alta; quando La Niña, bassa. Cosa succede alla fine del Duecento? Che una volta che l’emisfero Nord inizia a raffreddarsi comincia ad avere delle ricadute sui cicli del Niño e della Niña con conseguenze letali sul clima del Pianeta e sull’azione dei monsoni, perché l’oceano Indiano e quello Atlantico erano – e sono – legati da connessioni basilari e di lunga distanza. Con mille conseguenze che coinvolgono, ancor di più, natura e uomo in una stessa catena di pericoli, difficoltà, adattamenti, riconversioni. Uno scenario climatico che muta in rapidi decenni. Una delle testimonianze più affidabili? La larghezza media degli anelli degli alberi di tutta la fascia del Pianeta, dall’Asia all’Europa, che si riduce drammaticamente, un segno sicuro che le condizioni ambientali stanno cambiando e in peggio. Un fenomeno evidente dappertutto: in Siberia, in Mongolia, in Tibet, in Cambogia, in Europa.

SUSANNE LEIST

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