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Archivio per Storia

Garum e ortaggi | ilcantooscuro


Dal blog di Alessio Brugnoli, un po’ di filologia dell’antico garum, prelibatezza culinaria di un mondo romano antico e non solo che, ahimè, da lungo tempo non esiste più.

Può sembrare strano, ma il garum, la salsa liquida di interiora di pesce e pesce salato, è assai più antico dell’Urbe. I primi a utilizzarlo nella cucina furono addirittura i Sumeri, che lo chiamavano alusa kud. Con la mediazione siro-anatolica, tale condimento fu prima adottato dai Micenei, poi dai Greci storici. Ve ne è infatti una fugace menzione nei frammenti dei poeti comici Cratino e Ferecrate, vissuti nel V secolo a.C. Tra gli autori tragici, Eschilo ci informa che questo si otteneva dai pesci, mentre Sofocle nei frammenti del Trittolemo sembra aggiungere notizie a quanto aveva detto Eschilo, definendo il garum ταριχηρός, ovvero salato. E ancora Platone qualifica ulteriormente questa salsa con l’aggettivo σαπρός, ovvero putrido.

Grazie ai coloni greci, il garum, che prende il nome dal pesce utilizzato nella preparazione originaria, probabilmente le nostre sarde, entro sulle tavole romane, che apprezzarono subito questo condimento altamente proteico, composto da aminoacidi liberi,immediatamente assimilabili dall’organismo. Diverse autori antichi, ci tramandano ricette per la sua preparazione.

Il nostro viaggio culinario comincia dalla Geoponica, un’antologia di venti libri di agronomia, compilata durante il decimo secolo a Costantinopoli, nell’Impero bizantino, sotto l’imperatore Costantino VII Porfirogenito, in greco. In uno di questi libri, scritto da Vindonio Anatolio, che di professione faceva il retore e il burocrate imperiale, si legge la seguente ricetta

Gettare in un recipiente interiora di pesci e pescetti piccoli salati e messi al sole e mescolarli frequentemente; una volta ottenuta la salamoia, filtrare tutto in una cesta, dove rimane la parte solida, l’allec. Alcuni aggiungono anche vino vecchio nella misura di due sestari per ogni sestario di pesce. Se si ha bisogno di usare subito il garum senza tenerlo tanto al sole, si cuoce rapidamente mettendo il pesce in acqua di mare concentrata in modo che un uovo vi galleggi, fino a quando non sia ridotto abbastanza di volume, quindi si cola. Ma il fiore del garum si ottiene con le interiora, il sangue ed il sierodei tonni sopra cui si sparge sale e si fa macerare per due mesi.

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Banchetti, polpette e salsicce nell’antica Roma | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli un post sulle consuetudini culinarie nell’antica Roma. Un estratto:

Il prandium, come suggerisce il nome, si trattava del leggero pranzo di mezzogiorno, a base di pane, carne fredda, pesce, legumi, uova, frutta e vino, spesso in piedi, accompagnati dal mulsum, bevanda di vino miscelato a miele, antesignano del nostro street food, dato che le pietanze spesso si compravano da venditori ambulanti.

Il pasto principale dei romano era però la cena, che iniziava verso l’ora ottava in estate (le ore 2 del pomeriggio) e verso l’ora nona in inverno, circa le tre, tre mezza di pomeriggio, di solito dopo essersi recati alle thermae, e, per i ricchi, si protraeva anche fino all’alba del giorno successivo. In epoca arcaica i pasti si consumavano nell’atrium, con il solo focolare e lo stipo votivo dei Lari. Con l’estendersi della struttura della domus, il pranzo fu consumato nel tablinum o nel cenaculum.

In età imperiale si diffuse l’abitudine di pranzare nel triclinium. Questo nome era dovuto alla presenza nella stanza di triclinia, cioè letti a tre posti in legno o in muratura, leggermente inclinati dalla parte della mensa, su cui venivano distesi materassi, coperte e cuscini. Nei giorni di festa gli schiavi erano autorizzati a partecipare e si sedevano ai piedi del divano; i figli giovani del dominus stavano sugli scranni posti davanti al triclinio del padre o della madre. Stavano seduti a tavola gli abitanti delle campagne o i provinciali della Gallia.

Se gli invitati a cena superavano il fatidico numero nove, venivano aggiunti altri stibadia (letti a forma di sigma capaci di ospitare dai sei ai dodici convitati) o triclinia fino ad avere un massimo di trentasei posti (con quattro mensae), o di ventisette (con tre mensae). Come già raccontato altre volte, in epoca tardo imperiali, gli stibadia sostituirono totalmente i triclinia.

I convitati dovevano rispettare una gerarchia delle precedenze nell’assegnazione dei posti d’onore. Per chi guardava la sala tricliniare dal lato privo di divani, il meno importante (summus) era posto alla sua sinistra; il medius era posto al centro e l’imus era quello di destra, dove si distendeva il padrone di casa. Ogni divano poi aveva tre posti: summus, medius, imus. Il letto medio era per l’ospite di riguardo e si chiamava locus consularis; l’imus era per l’evergeta – cioè colui che aveva donato il proprio denaro alla collettività – e il summus per i convitati di rango inferiore e per i clientes.

Il cibo e le bevande erano collocati su un tavolo posto al centro della sala dal quale i convitati attingevano direttamente con le mani. Quando il letto ospitava più di tre invitati, questi erano umbrae, cioè compagni che l’ospite o i convitati più ragguardevoli aggiungevano alla mensa per motivi di prestigio. Questi spesso erano accompagnati dagli schiavi di fiducia che sedevano sul divano ai loro piedi  (pueri ad pedes): essi dovevano assistere il padrone nel ritorno a casa e prestargli aiuto se fosse stato preso dalla nausea, per il troppo mangiare e bere.

Saturnali a Roma: frenesia, banchetti, schiavi e regali (2) – The Notebook


Due puntate dedicate ai Saturnali, feste appena finite e che nel mondo romano avevano una grande importanza. Su TheNobtebook, 1 e 2.

Modalità del rito. Il sacrificio ufficiale – che si celebra nel tempio di Saturno, sul lato occidentale del foro – è probabilmente terminato. Sarà seguito a breve da un banchetto nello stesso tempio durante il quale i partecipanti grideranno il saluto augurale: Io Saturnalia! (che ricorda i nostri brindisi di Capodanno) e dove la celebrazione presto si trasformerà in una festa accesa e caotica.

Banchetti nelle case e doni. L’euforia pervade la città. I banchetti nelle abitazioni private saranno sregolati, come succede ogni anno. Ci si appresta agli ultimi ritocchi a piatti elaborati, biscotti, doni, alla disposizione di candele (cerei) che simboleggiano la rinascita del sole; si preparano pupazzi di pasta (sigillaria) e si finisce di organizzare spettacoli, danze e musiche, tra cui una scelta di canti non di rado scurrili ed altri di tono più elevato, spirituale.

Saturnalia, Solstizio d’Inverno e Natale | ilcantooscuro


Alessio Brugnoli continua a inanellare un’ottima serie di post – come meravigliarsi del contrario? – parlando diffusamente e con una conoscenza cui m’inchino, dei Saturnalia (che si concludono oggi), indagando la festa prima del consolidamento che ha avuto in epoca imperiale. Un significativo estratto:

Come tradizione, in questi giorni leggo in giro parecchi post e commenti che legano tra loro Saturnalia, Solstizio d’Inverno, Sol Invictus e Natale, come se fosse la cosa più lineare del mondo; in realtà a causa del bislacco e conflittuale rapporto che i Romani avevano con il calendario, le cose sono assai meno semplici di quanto appaiano a prima vista.

Ai tempi del Septimontium, la federazione protourbana di pagi, villaggi, che dalla seconda metà del IX secolo a.C. precede il sinecismo che porta alla nascita di Roma, era in vigore un peculiare calendario, che gli annalisti, per sottolinearne l’antichità, attribuiva a Romolo.

Tale calendario, secondo quanto raccontano Ovidio e Macrobio, aveva come primo mese Marzo, nel cui primo giorno si attizzava il fuoco sacro dedicato a Vesta, che forse simboleggiava il rinnovo del foedus che univa i vari villaggi, e terminava a Dicembre.

Di fatto era così articolato

Martius (31 giorni)
Aprilis (30 giorni)
Maius (31 giorni)
Iunius (30 giorni)
Quintilis (31 giorni)
Sextilis (30 giorni)
September (30 giorni)
October (31 giorni)
November (30 giorni)
December (30 giorni)

Con una durata complessiva di 304 giorni. Un calendario, a prima vista fatto apposta per fare venire l’esaurimento a tutti gli studiosi e gli eruditi: da una parte, non rispetta, come evidenziava Macrobio, le caratteristiche specifiche di un calendario lunare, dato che questo dura 354 giorni e ha mesi, detti siderali, di 29.5 giorni. Ancora più labile è il legame con l’anno solare, con i suoi 365 giorni. Gli eruditi latini, consapevoli di tale stranezza, arrivano a ipotizzare che esistessero ben 61 giorni extracalendariali, in cui il tempo non veniva misurato.

Il che, nonostante i prisci latini fossero strani assai, è un’idea parecchio campata in aria: negli ultimi anni, però, alcuni studiosi si sono resi conti due particolari interessanti. Il primo è che tra l’anno romuleo e quello lunare vi fosse un rapporto di 7 a 6, ossia sette anni romulei coincidevano, come numero di giorni, con una piccola approssimazione, a sei anni lunari. Per cui, ogni sette anni romulei, vi era un riallineamento tra i due calendari.

Di conseguenza, è possibile che l’anno romuleo fosse parte di un ciclo più ampio, di 7 anni, che doveva rispecchiare delle motivazioni politico religiose di cui si è persa memoria. Questo spiegherebbe il perché, nel calendario latino, vi fosse una duplicazione delle feste, a febbraio e dicembre legate alla purificazione del Tempo e al passaggio tra il nuovo e vecchio anno: probabilmente alcune erano connesse all’anno romuleo, mentre altre erano legate al ciclo di 7 anni.

Il secondo è legato al cosiddetto ciclo nundinale; i romani del periodo regio e repubblicano adottavano una settimana di otto giorni, i quali erano contrassegnati con le lettere dalla A alla H. Dato che l’anno iniziava sempre con la lettera “A”, ogni data era sempre contraddistinta dalla stessa lettera.

Tale settimana veniva chiamata ciclo nundinale ed era cadenzata dai giorni di mercato, che si svolgevano ogni otto giorni. Essi erano le cosiddette nùndine (dal lat. nundinae, composto da novem nove e dies giorno,) da cui l’aggettivo nundinale per scandire la periodicità settimanale di “nove giorni” (dovuta al conteggio tutto incluso dei Romani, laddove oggi diremmo periodicità di otto giorni). Nell’anno romuleo, vi sono esattamente 38 nùndine.

Per cui i giorni di mercato, in cui i membri dei pagi, i mercanti provenienti da fuori e le genti del suburbio si scambiavano i beni, i giorni fasti e nefasti erano rigidamente regolati e ancorati a un ciclo predeterminato, che si ripeteva uguale in ogni anno romuleo. Ora questo calendario aveva due specifiche peculiarità: la prima, la totale indipendenza delle feste dagli eventi astronomici dell’anno solare. Ad esempio, a seconda dell’anno romuleo, i Saturnalia potevano anche capitare nei pressi del solstizio d’estate o degli equinozi; per cui, il loro significato sacrale era di fatto indipendente da questi fenomeni.

Comunismi paralleli e altri viaggi nell’utopia – Quaderni d’Altri Tempi


Un romanzo complesso, la trama che s’innesta su verità storiche per esplorare situazioni verosimili, fino allo sfolgorio della vertigine fantastica, fantascientifica; la suggestione della Rivoluzione d’Ottobre e della decadenza che è sopraggiunta dopo alcuni tempi di governo rivoluzionario, la fascinazione anarchica, i tentativi d’utopia che si trasformano in incubo e delitti, repressioni, pogrom…

Tutto questo e molto altro nell’ultimo romanzo del rimaneggiato collettivo WuMing: ProletKult. Nella recensione di Giovanni De Matteo. Su QuadernoAltriTempi.

Siamo nel 1927 e in tutta l’Unione Sovietica fervono i preparativi per i festeggiamenti del decennale della Rivoluzione d’Ottobre. Denni è una ragazza dal passato misterioso che arriva a Mosca dalle sperdute regioni del sud. Sta seguendo le tracce di un padre scomparso e, quando si presenta alla porta dell’Istituto Trasfusionale, per il direttore Aleksandr Bogdanov (figura storica realmente esistita), che già si sta misurando con gli esiti frustranti della rivoluzione, comincia la sfida più incredibile della sua carriera che lo porterà a fare i conti sia con il suo ruolo personale nella Storia che con un caso medico che da subito rivela caratteri straordinari.
Il personaggio immaginario di Leonid Voloch, il padre che Denni non ha mai conosciuto, è stato delegato al soviet di San Pietroburgo, militante irriducibile e compagno di lotta di Bogdanov: scomparso nel 1907 dopo una rapina a Tbilisi a cui prendeva parte lo stesso Stalin, sarebbe riapparso solo a distanza di diversi mesi, sottoposto a giudizio dai compagni in esilio a Capri per sospetto tradimento e graziato da Bogdanov, che aveva riconosciuto nel suo comportamento i segni di un disturbo post-traumatico riconducibile alla conclusione violenta proprio di quella rapina. La ragazza versa in condizioni di salute precarie e, dagli accertamenti condotti all’istituto, risulta portatrice di un batterio apparentemente legato a una forma sconosciuta di tubercolosi. Trovare Voloch diventa così una corsa contro il tempo, non solo per permetterle di ricongiungersi con quello che resta della sua famiglia, ma anche per salvarle la vita.

Bogdanov resta in silenzio. Quella sfida lo affascina. Un elemento sconosciuto è giunto a turbare le loro certezze. Ora li attende un periodo eccitante, fatto di disordini e divergenze, di contraddizioni e aggiustamenti, finché il sistema non troverà una nuova stabilità. Crisi, differenziazione, equilibrio. La dialettica in versione tectologica, che muove ogni progresso”
(Wu Ming, 2018).

È da queste premesse che muove l’ultimo romanzo di Wu Ming, quanto mai atteso dopo il cambio di assetto compiutosi tra il 2015 e il 2016, con l’uscita di scena di Riccardo Pedrini (cfr. Wu Ming, 2016) che come Wu Ming 5 aveva firmato alcune delle incursioni soliste più fantascientifiche del collettivo bolognese (Libera Baku ora, Havana Glam, Free Karma Food). Messo da parte il progetto del Trittico Atlantico (Manituana, L’armata dei sonnambuli), annunciata addirittura la chiusura della fase del romanzo storico in cui il gruppo artistico-militante si era mosso fin dall’acclamato esordio con Q (quando ancora si riconosce nel progetto Luther Blissett), Wu Ming torna adesso con quello che è al momento il più fantascientifico dei romanzi a firma comune:

Forma Urbis (Parte I) | ilcantooscuro


Alessio Brugnoli e la sua irrefrenabile passione per la Storia, vagamente grande quanto le sue conoscenze. In questo post che si svilupperà in due puntate, Alessio traccia un po’ la storia delle cartine stradali romane, sviluppate probabilmente fin dai tempi della Repubblica e perfezionate in epoca imperiale. Spettacolo, Alessio, spettacolo…

Per chi non la conoscesse, spero pochi, la Forma Urbis Severiana (anche Forma Urbis Romae, “Pianta marmorea severiana”, o Forma Urbis Marmorea) è una pianta della città di Roma antica incisa su lastre di marmo, risalente all’epoca di Settimio Severo. Realizzata tra il 203 e il 211, era collocata in una delle aule del Tempio della Pace (o “Foro della Pace”). Tuttavia, molti indizi fanno pensare che questa sia l’ultima di una lunga serie di piante monumentali, realizzate a partire dalla tarda età repubblicana: alcuni sono di natura “letteraria”, per cui anche legati all’impressione soggettiva, per esempio, quando leggo il brano in cui Varrone indica la posizione dei sacraria argei, la prima cosa che mi viene in mente è che stia scriva con sotto agli occhi una mappa, però magari altri potrebbero fornire delle spiegazioni forse più valide alla sua precisione topografica.

Altri più concreti sono legati a una serie di ritrovamenti avvenuti nel tempo, che mi accingo a elencare

Kusayla, l’Artù berbero – TRIBUNUS


Su Tribunus interessanti pagine di Storia, che in pochi conoscono. Parliamo dell’epoca postgiustinianea, Costantinopoli ha sostanzialmente fallito il suo segno ecumenico di restaurazione di tutto ciò che era in epoca Classica l’Impero Romano, e si trova a gestire i brandelli del caos incipiente. Un estratto:

Negli anni ’80 del VII secolo, la provincia imperiale d’Africa, riconquistata da circa un secolo e mezzo, sembrava avere i giorni contati.

Già soggetti a continui moti scissionisti da parte di comandanti dell’esercito imperiale, i territori romani del Nord Africa avevano subito le prime invasioni arabe a partire dal 647-648. L’esarca secessionista Gregorio era stato pesantemente sconfitto e ucciso in battaglia dagli Arabi a Sufetula, a poco più di 200 km da Cartagine, e il territorio della Tripolitania (l’odierna costa libica) era stato ormai irrimediabilmente perduto.

Dopo una battuta di arresto all’invasione di poco più un decennio, per disordini interni al califfato, gli Arabi tornarono finalmente all’offensiva nel 665, sotto le direttive del califfo Muawiyah (colui che, non ancora califfo, aveva riportato una vittoria navale contro i Romani alla battaglia di Phoenicus, ponendo fine al controllo assoluto romano del Mediterraneo).

Approfittando del caos venutosi a creare con la morte di Costante II e delle difficoltà del figlio di questi, Costantino IV, nel mantenere il potere, Muawiyah per primo lanciò un raid in Sicilia nel 669, e inviò il generale Uqba ibn Nafi a proseguire la conquista dell’Africa, estendendo i domini arabi a grossa parte della Bizacena (odierna Tunisia).

Nel 670 Uqba ibn Nafi fondò la città di Kairouan, a circa 180 km a sud di Cartagine, nuova base operativa per l’espansione verso occidente e destinata a diventare un importante centro della futura Ifriqiya araba.

Dopo essere stato scalzato dalla sua posizione, intorno al 675, da Abu al-Muhajir Dinar, che proseguirà l’opera di conquista ma con il quale non avrà mai buoni rapporti, Uqba tornerà a essere l’amir dell’Ifriqiya solo nel 682, deciso più che mai a portare sotto il controllo arabo tutta l’Africa nord-occidentale.

In tutto questo, dalle fonti sembra evincersi solo che i Romani assistettero impotenti all’avanzata araba. Le truppe imperiali rimaste, senza supporti dall’esterno, non avevano la forza per poter affrontare direttamente il nemico, che oltre ad avere eserciti numerosi stava iniziando ad aumentare le sue fila grazie alla conversione di numerose tribù berbere dell’entroterra, che avrebbero dovuto in realtà fungere da supporto ai Romani. In terra d’Africa, all’impero non rimanevano che le città costiere (Cartagine, Hadrumetum, Hippo Regius, Hippo Diarrhytus) e diversi fortilizi dell’interno.

È in questo clima di disfatta e di crollo inevitabile, che emerse un uomo capace per quasi un decennio di riunire Romani e Berberi e di respingere, almeno temporaneamente, l’offensiva araba: Kusayla.

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