HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per Strix

Dentro i loro volti


Arrivi a un punto basso
e i volti divengono dolore,
appianati dal tempo essi si accartocciano:
chiedono ancora attenzione
tolgono la sedizione.

I volti chiamano per necessità
e il cielo si chiude sopra di noi
sigillando il tempo vissuto per un momento
espiato in un assai breve e unico.

Racconti orribilissimi dal Satyricon – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un bell’articolo di Franco Pezzini che mostra come il genere Fantastico abbia origini antichissime e sia correlato con le origini e le suggestioni, direi anche le prime percezioni, della razza umana. Il tramite è Satyricon, il romanzo latino di Petronio che ha al suo interno alcune chicche che si svolgono durante la famosa cena di Trimalcione: parliamo di lupi mannari e streghe, in sostanza di magia:

Il racconto costituisce la prima testimonianza occidentale di licantropia come mutazione involontaria (cioè non collegata con rituali metamorfici come in Bucoliche VIII, 95-99); e se qualcuno ne relativizza il valore documentale per l’evidente carattere di intrattenimento, in realtà si basa comunque su tutto un patrimonio di storie folkloriche (come quelle che PlinioSt. nat. VIII 80, derubrica a menzogne “a meno di prendere per buone tutte le favole dei secoli passati”) ed elementi rituali. A partire da un contesto fortemente evocativo di quel tema morte che corre ossessivamente nel Satyricon: l’evento è innescato dal decesso del partner della “magnifica lardona” Melissa, spingendo il narratore ad addentrarsi nella notte; la scena coinvolge un soldato “forte come un orco” (“fortis tanquam Orcus”), similitudine dall’eco infera, e avviene sotto una luna “che sembrava il sole di mezzogiorno”, cioè non solo piena ma in apparenza relativa a un altro ordine di tempo ed esistenza, un notturno mezzogiorno dei morti; il tutto si consuma tra le tombe. Ma la morte può avere anche connotazioni rituali, legate a un rito di passaggio: il soldato si spoglia per assumere l’altra identità; tutto attorno agli abiti orina in cerchio come una bestia che segni il territorio (si noti che aveva già liberato la vescica almeno in parte), a innescare una duplice funzione magica. Da un lato infatti le vesti divengono di pietra, cioè simili alle stele tombali – qualcosa che sul piano pratico permette di ritrovarle (conditio sine qua non del tornare uomo, in certe tradizioni, e sembra alludervi lo stesso testo di Esopo), ma insieme le ascrive al contesto di morte. D’altro canto le tradizioni su metamorfosi in lupo citano spesso la traversata di un corso d’acqua quale momento del passaggio/frontiera tra identità diverse: qui in luogo dell’acqua c’è l’orina di demarcazione. Quanto al motivo folklorico della ferita riportata dal lupo che permetterebbe di identificarlo in un uomo similmente vulnerato, tornerà con valore probatorio a distanza di secoli in vari processi a lupi mannari.
Del resto il lupo, associato dalla tradizione indoeuropea all’aspetto magico e terrifico della sovranità (nel contesto latino Romolo, figlio della lupa, circondato dalla scatenata schiera dei lupi-capri Luperci), viene spesso accostato a divinità non solo della guerra (per esempio il Marte padre di Romolo) ma della morte (gli dei inferi dei Greci, Ade, e degli Etruschi, Ajta, col capo coperto da una pelle di lupo). In un testo che di richiami alla predazione e insieme alla morte sembra tutto intessuto il lupo è insomma di casa; e a fronte della documentata esistenza in varie parti del mondo di società cultuali del furore guerriero improntato a un’idea di metamorfismo licantropico (in senso ampio – guerrieri-orsi eccetera – o invece specifico lupesco), non pare strano che qui a metamorfizzare sia un soldato.

Lankenauta | L’ultima strega


Su Lankenauta la segnalazione del romanzo L’ultima strega, di Eveline Hasler. È il resoconto romanzato di una storia realmente accaduta, una delle tante persecuzioni medioevali e, ancor più orrore, rinascimentali, operate ai danni di donne accusate di stregoneria, vomitanti consuetudini di oppressioni politiche rivestite di verità ideologiche e quindi politiche. Gli orrendi religiosi non finiranno mai di scusarsi per le loro colpe inescusabili: fanno e hanno sempre fatto politica e oppressione, che sia chiaro a tutti.

Anna Göldin non è più una strega. La singolare decisione è arrivata solo il 27 agosto 2008, a distanza di 226 anni dalla decapitazione della donna, direttamente dalle autorità del parlamento del Canton Glarona, in Svizzera, territorio in cui Anna ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. È stato stabilito che la condanna a morte per “avvelenamento” con accuse di stregoneria furono espresse da un’istanza non competente e in violazione dello stesso ordinamento giuridico dell’epoca. Insomma la Göldin, l’ultima strega del libro di Eveline Hasler, è stata pienamente riabilitata: caso unico al mondo. A lei sono tuttora dedicati libri, documentari, convegni, spettacoli teatrali, un film (di Gertrud Pinkus), un museo e persino una fondazione impegnata a favore degli emarginati e delle minoranze. Insomma lo spirito dell’ultima strega giustiziata in Europa è ancora vivo e pulsante.

Il libro della Hasler è un affascinante romanzo storico che racconta, recuperando anche documenti autentici dell’epoca, la vita e la morte di Anna Göldin. Uno stile asciutto, a tratti persino spoglio quello della Hasler. Spoglio e vagamente ostile come la terra di Glarona, piena di pietre e di ombre. È così che la scrittrice di Glarus ci conduce nella Svizzera del XVIII secolo. Un paese in cui le autorità fanno sentire la loro forza anche con discreta prepotenza, una prepotenza che, al solito, la gente comune e più povera cerca di aggirare come può. Anna nasce nel 1734 nel cantone San Gallo da Adrian e Rosina Büeler. È la quarta di otto figli, membro di una famiglia un tempo sufficientemente prestigiosa ma ridotta ormai alla miseria. Va a scuola, Anna. Impara a leggere ma non a scrivere. Far di conto, al tempo, non era neppure previsto. Poi è costretta a lavorare a servizio: ha solo undici anni ma deve guadagnarsi il pane. La Hasler si muove così tra il passato e il presente di Anna, tra le tracce della sua infanzia/giovinezza e gli eventi della sua maturità.

Quando incontriamo Anna ha sicuramente più di quaranta anni. Donna comunque prosperosa ed avvenente, riccioli scuri che non riesce a tenere sotto la cuffia ed abiti dalle tinte alla moda che sorprendono persino la padrona. Anna lavora come serva da tanto tempo ed ha referenze di tutto riguardo, basti pensare che ha prestato servizio anche nella casa del famoso pastore Zwicky, a Mollis, in Glarona. Per cui quando, nel 1780, giunge presso la famiglia del dottore e giudice Johann Jakob Tschudi, non ci sono dubbi sul fatto che sia una domestica di preziosa esperienza e di sicura affidabilità. Anna è all’altezza delle aspettative: sveglia, servizievole ma pur sempre piuttosto seducente. Un elemento di intrigo per il dottor Tschudi e di invidia o preoccupazione per la sua signora. I problemi per la bella Göldin arrivano nell’arco di un anno o poco più: il rapporto con una delle figlie dei suoi padroni pare incrinarsi. La bambina la segue e la cerca costantemente ma è anche piuttosto capricciosa e volubile. A partire da un certo momento nel latte e nel pane serviti ai bambini iniziano a comparire degli spilli. Evento sorprendente che la stessa Anna non sa spiegarsi. Inutile, d’altro canto, smentire i figli del medico né, tanto meno, sua moglie. Anna viene licenziata mentre le condizioni di salute della bambina si aggravano: sputa chiodi e spilli tra le convulsioni e una gamba sembra gradualmente distorcersi.

Witch Spell


L’antro della strega mostra lo sguardo dell’inumano che commisera.

Spiritus Tenebrae – Lake of Blood


Dal lago si riverberano i sensi, e tutto il resto dell’oltremondo suona.

Lankenauta | Le streghe di Lenzavacche


Mi torna in mente “La strega e il capitano”, libro minore e poco noto di Leonardo Sciascia. Libro nel quale il grande scrittore siciliano ricostruisce la vicenda di una certa Caterina Medici, condannata per stregoneria, strangolata ed arsa in piazza il 4 marzo 1617. Caterina è solo una delle tante donne, nel corso dei secoli, ad essere stata accusata di avere poteri diabolici e letali; una delle tante donne che, come scrive Sciascia, “…credeva di essere una strega o, quanto meno, aveva fede nelle pratiche di stregoneria. E forse una fede meno intera di quella dei suoi accusatori: poiché, in fatto di stregoneria, l’inquisitore e l’inquisito, il carnefice e la vittima, partecipavano dell’uguale credenza…“. Poiché avversare la stregoneria implica, da parte di inquisitori, giudici e giustizieri di ogni genere, una fede in tali pratiche pari a quelle delle donne ritenute streghe. Altrimenti perché tanto impegno?

Quest’incipit, su Lankelot, segnala e recensisce Le streghe di Lenzavacche, di Simona Lo Iacono.
Parlare di streghe è sempre istruttivo, fa comprendere quanto regime assolutistico sia stato – e pretende di esserlo anche ai nostri giorni – quello imposto dal Cattolicesimo, attraverso un arco di venti secoli di cui s’intravede, finalmente, la fine, sia dal lato secolare che da quello religioso. Un brano della rece:

La Caterina di cui Sciascia ricostruisce la storia è vissuta e morta a Milano. Le streghe di Lenzavacche, invece, sono siciliane. Sempre e solo donne, chiaramente. Magari madri di figli senza padri, mogli ripudiate ed escluse, spose gravide ed emarginate. Donne che, sempre nel famoso ‘600, si riuniscono in una casa attorno alla figura di Corrada Assennato, ripudiata da un padre che aveva scacciato sua moglie e il figlio che aveva in grembo condannandoli alla morte e all’oblio. Corrada, raccolto l’anatema paterno, si ritira proprio lì dove sua madre e il fratello nato morto erano stati sepolti, a Lenzavacche. “Rivestivasi di poi di saio monacale, mendicando e accogliendo nella villa madri diseredate e senza futuro. In poco meno che duecento e triginda die la villa popola vasi di ingravidate, di moribonde e peccatrici, chi per violenza o abuso, chi per follia d’amore“. Davanti ad una comunità di donne tanto neglette e disprezzate, l’ignoranza e l’odio non tardano a farsi sentire. Alla diceria segue l’accusa di stregoneria ed all’accusa di stregoneria seguono la violenza e la morte.

Ma le streghe di Lenzavacche, come tutte le donne che conoscono gli angeli delle erbe, che sanno leggere e scrivere, che sono dotate delle stesse qualità di un uomo, hanno saputo sopravvivere e partorire figlie a cui tramandare insegnamenti e misteri, conoscenza e doni. Quegli stessi doni che, nel 1938, sa governare perfettamente Tilde, discendente di quelle streghe che, un tempo, abitavano nella casa in cui la donna vive assieme a sua figlia Rosalba. Donne senza uomini, ovviamente. Ma rese madri da semplici sposi dell’anima e del seme. Tilde con Rosalba. Rosalba con Felice. Un figlio maschio nato da un padre amato perdutamente e senza ragione, arrivato per caso a Lenzavacche per arrotare coltelli e poi cacciato. Felice nasce senza essere atteso, ma nasce. “La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: «Maria Santissima abbi pietà di lui», affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte. Non lo avevo fatto. D’altra parte eri un imprevisto, e con gli imprevisti non si allestiscono scongiuri e preparativi“.

Antiche magie


Lo scontro avviene sulle parole incensate del ricordo ammutolito, lì dove le energie si rivestono di forme ancestrali e antropomorfe e guidano al sabba, al delirio dei sensi, al trasporto psichico.

Gwynto

Aspirante scrittrice, lettrice avida, amante delle parole

Chiara Prezzavento

editing, scrittura, lettura

the green path

… Dorothy si trova in un mondo colorato con delle piccole casette e una stradina dorata, in viaggio verso la città di smeraldo. Il mago di Oz (1939)

The Darkest Art

A journey through dark art.

Parole Loro

"L'attualità tra virgolette"

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“Non so niente della coscienza”, disse Suzuki. ” Io cerco solo d’insegnare ai miei studenti ad ascoltare il canto degli uccelli”.

kyleweatwenyen

Come un angelo da collezione.

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E si femò a raccontare le sue storie al mare e il vento

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Un moto ondulatorio nel fluido e lineare scorrere dei miei pensieri

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