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Archivio per Teatro

Atrium Carceri – Ritual at the End of Time [Mortal Shell Official Soundtrack]


Il dramma in formato sinestetico.

Sulla concezione tradizionale dell’arte figurativa e sulla sua funzione sacrale – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un trattato sulla dicotomia – causa-effetto – della concezione scientifica che esiste soltanto in virtù della concezione religiosa o mistica dell’esistenza umana, trasfigurandola così in arte. Un modo di equilibrare le energie antropologiche con un dualismo che è tale dalla notte dei tempi e che in questi anni, su altri aspetti della nostra esistenza ma nemmeno troppo distanti, è venuto a mancare nel mondo economico, con il trionfo del capitalismo sulle dottrine socialiste (lo so, ho semplificato molto, forse troppo, ma non è questa la sede per parlarne). Un estratto:

Fu Julius Evola a rilevare come anticamente, fin dall’epoca dei Cromagnon, l’arte figurativa fosse sempre stata caratterizzata dall’«inseparabilità dell’elemento naturalistico da una intenzione magicosimbolica». Prendendo le fila da questa osservazione, vi è subito da notare come nel mondo tradizionale l’arte non fu mai considerata fine a se stessa né fondata unicamente su concetti meramente esteriori quali bellezza o piacevolezza: al contrario, si può affermare che il fine principale dell’arte figurativa antica — come per es. nel caso delle pitture rupestri rappresentanti scene di caccia — fu sempre di carattere magico-apotropaico. In altri termini, tradizionalmente la raffigurazione pittorica ebbe lo scopo di concentrare l’attenzione “magica” dei membri della società tribale, ad es. sulla preda che veniva dipinta. Questa convergenza di attenzione e volontà da parte di tutti i consociati avrebbe condotto al risultato sperato, e veicolato dalla pittura: la cattura della selvaggina. Sempre Evola fa notare come

«le arti antiche […] erano tradizionalmente “sacre” a particolari numi o eroi, sempre per ragioni analogiche, tanto da presentarsi come contenenti potenzialmente la possibilità di realizzare “ritualmente”, cioè nel valore di simbolo di una azione o significato trascendente, la varietà dell’azione materiale».

E ciò non vale solo per quanto riguarda la pittura: nell’esempio dei Cromagnon a cui abbiamo accennato, una funzione importantissima ebbe anche la danza rituale. Una visione per così dire complementare del sacro e del profano — per come siamo soliti intenderli noi uomini moderni — sopravvisse a lungo: ancora in epoca classica, Luciano riferisce che i danzatori avevano conoscenza dei “sacri misteri”, ragion per cui non di rado venivano assimilati a dei sacerdoti.

Si deve dunque sottolineare come, nelle società tradizionali (e con ciò intendiamo comprendere una fascia temporale della durata di diverse decine di millenni) a ogni arte o scienza profana è sempre corrisposta una “scienza sacra”, la quale aveva, per dirlo con Evola «un carattere organico-qualitativo e considerante la natura come un tutto, in una gerarchia di gradi di realtà e di forme di esperienza, delle quali forme quella legata ai sensi fisici non è che una particolare».

In questo senso Ananda K. Coomaraswamy poté affermare che «religione e arte sono quindi nomi diversi per una stessa esperienza: un’intuizione della realtà e dell’identità». Identificandosi con le figure non solo antropomorfe della pittura rupestre, ma altresì anche e soprattutto con le rappresentazioni della preda (una renna, per esempio) i cacciatori Cromagnon si assicuravano il buon esito della spedizione: in tale operazione magico-apotropaica era essenziale l’identificazione con la situazione stessa, e quindi con tutti i fattori da cui ne sarebbe dipeso l’esito — i cacciatori così come la preda.

Si pensi anche alle prime forme mediterranee delle arti teatrali: da una parte esse avevano relazione con un antichissimo complesso di cerimoniali volti ad ottenere e a garantire la fertilità del mondo naturale (si può pensare a questo riguardo ai rituali del tipo dei Lupercalia, i quali dietro l’aspetto esteriore di pantomime veicolavano una funzione magica ben poco dissimile da quella che sottintendevano le danze e le pitture dei Cromagnon); dall’altra, se sfociarono nei “drammi sacri” del tipo della tragedia (da τραγῳδία, lett. “canto del capro”), la ragione con tutta probabilità è da ricercarsi nelle loro origini.

Noi riteniamo infatti che il substrato da cui nacque l’ars teatrale mediterranea vada ricercato nell’ambito del Sacro, e segnatamente nelle iniziazioni e nelle adunate delle confraternite misteriche del mondo antico — quali le Dionisie e le Tesmoforie — oltre che nelle “mascherate” di fine anno e in altre ricorrenze tradizionali del calendario cosmico-agrario.

Shaam Larein – Traveler [Official live video]


Ritualismi di un sapore arcaico e drammatico si profilano sullo sfondo di universo di tempo inesistente.

rabbits 1 / david lynch. 2020


Su segnalazione di SlowForward, nuovi movimenti teatrali di David Lynch, che pesca nel suo passato – Mulholland Drive. Da non perdere.

Siamo interpreti


Mentre le parole sembrano sgorgare da un nulla che si di dissoluzione, raccolgo ogni segnale per poterne rendere in potenza l’essenza psichica che le ha create.

Il teatro effimero


Non trovano altre occupazioni che distrarre l’intero esercito istrionico su posizioni letali di rinnovata conoscenza.

Tarocchi quantici


Si distendono oltre le parole empatiche, e rendono facile la comprensione sinestetica – da teatro – del narrato.

Narcolessia


La narcolessia di un luogo mi sovviene all’improvviso in mente, quando ricordo quei giorni, quando analizzo ciò che sentivo, il mio sonno eterno. Trovo strali di quell’abbattimento psichico anche nei miei giorni, quando organizzo il teatro dell’olografia di fronte a me.

Come un teatro


Nei dettagli il senso, il messaggio che arrivo è esaltato in particolari che fanno l’insieme, come un teatro.

Trondheim Voices + Asle Karstad – Rooms & Rituals | Neural


[Letto su Neural]

Una piccola scatola wireless che si possa facilmente indossare, consentendo a ciascun cantante-performer di agire senza impedimenti alcuni nello spazio scenico e potendo elaborare in tempo reale effetti e loop. Questa è l’idea dei sound designer norvegesi Asle e Arnvid Lau Karstad, che al personalizzato controller hanno dato il nome Maccatrol, volendo inoltre per Rooms & Rituals una configurazione surround condivisibile con il pubblico e realizzando – ancora a distanza di decenni dalle prime esperienze teatrali di questo tipo – quella dolce rivoluzione che vede abolite le divisioni gerarchiche fra platea e palcoscenico, un ordine spaziale che è alla base di un’impostazione scenica fondamentalmente convenzionale. Tutto questo non poteva che sposarsi adesso anche con un apparato visivo assai contemporaneo, con abbondanza di immagini in movimento, schermi ed effetti scenografici, concatenazioni d’elementi che dal vivo offrono al pubblico un’esperienza interattiva decisamente di qualità. Nelle registrazioni su cd qualcosa di questa esperienza si perde – è giocoforza – ma al contempo l’attenzione dell’ascoltatore rimane più fissa sulle modulazioni vocali, attenta nel cogliere piccoli particolari ed ogni variazione tonale, addirittura concentrandosi sulla grana delle singole voci spesso modificate. L’ensemble composto da dieci cantanti sembra seguire un approccio fondamentalmente improvvisativo ma, spesso i loro live includono anche materiali più strutturati, partiture ben prefissate e perfino composizioni tradizionali, seguendo il vezzo di cambiare repentinamente atmosfere, passando da cesure più minimaliste a momenti di grande pathos, intervallando esecuzioni più frammentate a momenti corali. A volte la musica agita in sottofondo sembra scaturire elettronica, oppure incedere a un’impostazione elettroacustica, con atmosfere generalmente alquanto scure e maniacali, piuttosto drammatiche e teatrali, includendo anche elementi liquidiformi o granulari, field recording ed elementi dalle sembianze organiche, dei quali non è dato sapere l’esatta provenienza. Le sonorità, in definitiva, fra gorgoglii, effettistica e vocalizzazioni estreme sono piuttosto elaborate e suscettibili di un training non indifferente per arrivare ad esprimersi in queste forme libere, nel gestire gli effetti, i momenti d’unisono, le brusche variazioni e quelle parti nelle quali la voce umana viene trasformata in qualcosa di completamente diverso. Che poi tutto questo sia effettuato quasi a contatto con il pubblico aggiunge un elemento d’immediatezza e tensione che traspare anche in questa che è solo una testimonianza registrata in studio.

simonebocchetta

Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

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