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Voci notturne, un capolavoro televisivo dimenticato – 20contrari


Leggo sul blog 20contrari un interessante intervento che non conoscevo di Davide Pulici, uscito su Nocturno, riguardo la serie TV di venticinque anni fa Voci Notturne, di Pupi Avati. Ve la incollo qui sotto, perché è una definizione sottile e vasta, che ben rappresenta l’anima di questo sconosciuto serial di altri tempi, che rimanda spesso a Il segno del comando ma che ha il pregio di essere notevolmente più credibile.

Voci notturne rappresenta, ancora oggi, l’apice di un certo universo avatiano ‘a latere’ della sua filmografia ufficiale, quello del gotico avatiano: e in esso, il grande regista bolognese concentrò il distillato più puro e ossessionante del proprio immaginario fantastico-esoterico, tanto vero e sentito da essere ancora oggi pienamente inquietante e terrificante..() Avati scrisse ‘Voci notturne’ partendo proprio dall’enigma dell’esistenza di Fulcanelli , intessendo intorno a questo nucleo primario una stratificata, labirintica e coltissima serie di trame e sottotrame che mescolavano religioni classiche e musicologie antiche, telefonate dall’aldilà e scandali politici allora come oggi in voga, oscuri segreti della seconda guerra mondiale e Olocausto con fenomenologia delle sette new age”.

Sinestesia e occultismo nell’era Vittoriana | L’indiscreto


Su L’indiscreto una ricerca particolare e approfondita sull’intreccio tra sinestesia e occultismo di inizio ‘900 e su alcuni risultati che può aver generato. Un estratto, non esaustivo.

“Mi sono sempre considerato come una voce di una più vasta rivoluzione che è appena iniziata nel mondo – la rivolta dell’anima contro l’intelletto”, così scrisse William Butler Yeats nel 1892 al suo mentore, il nazionalista irlandese John O’Leary. Yeats credeva che la magia fosse al centro non solo della propria arte, ma anche di un’epoca nascente in cui spiritualità e tecnologia avrebbero marciato insieme verso un futuro incerto.

Da questo fermento di misticismo tardo-vittoriano è emerso Le forme-pensiero (1901), un libro strano, accattivante, spesso pretenzioso ma assolutamente originale. È stato scritto da Annie Besant e Charles Leadbeater, ex membri della London Theosophical Society come lo era Yeats, e presenta una splendida serie di immagini a illustrazione dell’argomento centrale del libro: emozioni, suoni, idee ed eventi si manifestano anche come aure visive.

Le ambizioni del libro sono evidenti sin dalla prima pagina. “Dipingere nei colori spenti della Terra le forme vestite di viva luce di altri mondi,” si lamenta Besant, “è un compito duro e ingrato”. Poi insiste sul fatto che le immagini del libro “non sono forme immaginarie, costruite da un manipolo di sognatori”. Piuttosto, “sono rappresentazioni di forme realmente osservate, percepite da uomini e donne comuni”. Inoltre l’autrice spera che grazie ad esse il lettore “si renda conto della natura e del potere dei propri pensieri”. Questa magniloquenza era tipica dell’epoca: gli occultisti di fin de siècle hanno dato vita ad alcune delle scritture più barocche della storia letteraria, la più purpurea tra le prose barocche.

Ma cosa intendiamo, esattamente, quando definiamo una prosa scritta nero su bianco “purpurea”? [N.d.T: un termine usato in inglese come sinonimo di “prosa ornata”]?

Queste particolari associazioni tra parole, colori e suoni erano proprio quel che ha mosso Le forme-pensiero. In altre parole, il libro parla di sinestesie. L’illustrazione della musica di Mendelssohn riprodotta sopra, ad esempio, raffigura linee gialle, rosse, blu e verdi che emergono da una chiesa. Questo, secondo Leadbeater e Besant, “esemplifica il movimento di una delle parti della melodia, i quattro movimenti che si dispiegano approssimativamente insieme, denotando rispettivamente il soprano, l’alto, il tenore e il basso”. Inoltre, “il bordo smerlato che circonda il tutto è il risultato di varie fioriture e arpeggi, e le mezzelune galleggianti al centro rappresentano accordi isolati”. Il colore e il suono si erano così mescolati.

Eppure Leadbeater e Besant non miravano solo a visualizzare il suono, ma anche a dimostrare i loro doni psichici: la capacità di rilevare le “vibrazioni” spirituali di idee, emozioni e suoni come forme visive. In altre parole, una sorta di sinestesia spirituale, un fatto religioso quanto neurologico.

Il mood d’inizio ‘900 (ma anche di fine ‘800) dev’essere stato assai particolare, generando mostri ma non perché la ragione si assopiva (eravamo al culmine del Positivismo) bensì perché, involontariamente, si gettava luce soltanto sugli aspetti del reale mentre le cose in ombre rigurgitavano, acquisivano forza dai loro rivoli occulti; perché l’esistenza umana e l’intero cosmo sono tutt’altro che razionali…

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