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Archivio per Urban Fantasy

Sul far dell’alba


Le sorprese giungono sul far dell’alba, quando il crepuscolo mischia il sensorio a cavallo tra il visibile l’evanescente.

Nostra signora delle tenebre


Semplice movimentazione delle urla, a districare le parole in un groviglio di paranoie di falsi significanti.

Lankenauta | Libro dei fulmini


Su Lankenauta la recensione a Libro dei fulmini, strano romanzo di Matteo Trevisani. Un copiaincolla della critica, giusto per capire cosa ci troviamo davanti:

Il protagonista del romanzo di esordio di Matteo Trevisani (Libro dei fulmini, Atlantide 2017, Euro 20,00) è uno studioso di magia ed esoterismo e fa il giornalista culturale per una rivista per la quale si occupa di “musei abbandonati, chiese senza più storia, templi romani obliati”. Anche lui si chiama Matteo come l’autore, il quale egli stesso da sempre si occupa di esoterismo, scienze occulte e filosofia, forse più di un sospetto sulla nascita di un nuovo genere letterario di tipo ibrido quale potrebbe essere definita un’auto fiction in salsa di saggio archeo-filosofico? Matteo ci accompagna in una Roma umbratile e crepuscolare, anche se per lo più limitatamente a quella delle antiche vestigia imperiali e invasa dalle orde di turisti, con i palazzi trafitti dall’arancio dei raggi del sole al tramonto, alla ricerca dei misterici segni lasciati dai fulmini. I fulmini sono i messaggeri degli dei e tramite fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il loro culto che testimonia il rapporto della divinità con gli umani e risponde alla necessità di “normalizzare i rapporti fra cielo e terra”, è tramandato nei secoli e risale prima ancora che ai romani, agli etruschi che ne furono i primi sacerdoti.

Matteo riceve un messaggio sul telefono che lo invita a recarsi al Tabularium, la terrazza che domina il Foro romano ed è da lì che tutto ha inizio, con la visione di una strana e arcaica cerimonia alla quale sembra sia stato chiamato a assistere in quanto eletto.

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Come nasce il carattere di una città? | L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un interessante articolo che si riveste di UrbanFantasy, andando a ricercare l’anima dei luoghi, un po’ come il genius loci degli antichi Romani. Un estratto:

Ci sono tanti libri che possono aiutarci nel cogliere i segni di queste evoluzioni. Quest’anno è impossibile non citare almeno Lo stradone (Ponte alle Grazie) di Francesco Pecoraro, la cui Città di Dio è certamente Roma e il cui stradone sembra proprio essere qualcosa tra le parti di via di Valle Aurelia e Via Baldo degli Ubaldi e quell’oggetto sfuggente e misterioso che è Remoria (minimum fax) di Valerio Mattioli, la cui città invertita è l’anti-Roma di Romolo, una costellazione di periferie scaturite da un parto mostruoso – diciamo pure, da una defecazione – dell’ano-uroboros GRA. Ma qui non parlerò di questi libri, per tracciare i precari confini di un discorso per sua natura inesauribile ora mi servirò di altri due testi: il mitico Roma moderna (Einaudi) dell’urbanista Italo Insolera e Firenze 1450, Firenze oggi (Olschki) di Cristina Acidini e Elena Guerrieri. Quest’ultimo è un piccolo e prezioso volume che riproduce fedelmente le illustrazioni dell’orafo fiorentino Marco di Bartolomeo Rustici, che attorno al 1450, nel suo Codice Rustici, un testo simbolico che è di fatto un Itinerarium mentis in Deum, nonché un vagheggiato pellegrinaggio letterario in Terra Santa, trova occasione di ritrarre moltissimi scorci della sua Firenze, offrendone la più dettagliata e precisa “fotografia storica” a nostra disposizione al giorno d’oggi. Il documento è eccezionale per la quantità di dettagli che Rustici ha disegnato e che ci consentono di apprezzare i cambiamenti di tante parti della città dall’epoca del suo massimo splendore a oggi (e tutte le illustrazioni che trovate in questo articolo sono tratte da lì). Prima di arrivarci però osserviamo i cambiamenti ancor più radicali che hanno investito la storia di un’altra città negli ultimi due secoli: Roma.

“Risulta dal calcolo che Roma è sei volte meno popolata di Parigi e sette volte meno di Londra. Ha la metà degli abitanti di Amsterdam dalla quale è ancor più lontana per ricchezza. Non ha marina, non manifatture, né traffici. I palazzi tanto vantati non sono tutti ugualmente belli perché tenuti male; la maggior parte delle abitazioni private è miserabile. Il selciato è cattivo… le strade sudice e strette e non sono spazzate se non dalla pioggia, che vi cade molto di rado. La città, formicolante di chiese e di conventi, è quasi deserta a oriente e a mezzogiorno. Si dia pure un cerchio di dodici miglia alle sue mura; questo cerchio è riempito da terre incolte, da campi, da orti… Ebbe ragione chi disse che i sette colli, una volta ornamento della città, oggi non le servono che per tomba!”

Questa è la voce “Rome” scritta dal cavaliere de Joncourt per l’Encyclopédie. L’ho presa in prestito da Roma moderna, ancor oggi il miglior breviario per orientarsi nella trasformazione cui è andata incontro la capitale negli ultimi due secoli. Le storie dei cambiamenti di Roma e di Firenze per altro si intrecciano proprio nell’800, quando avvenne il passaggio di consegne per il trasferimento della capitale. L’evento, del 1871, è stato capace di creare sconquassi in entrambe le città, prima a Firenze, che per i lavori di ammodernamento urbano subì interventi invasivi. Il più noto è forse la rinuncia quasi totale alla splendida cerchia muraria, un evento simile a quello avvenuto in molte altre città europee, certo, ma che non ha mai smesso di farmi domandare se non si sarebbe potuto fare diversamente, o se non si sarebbe potuto fare meglio. Occorreva davvero abbatterle in misura quasi totale? I viali di circonvallazione non potevano essere costruiti oltre il perimetro delle mura e non interamente al posto di quelle? Oppure ancora, non si sarebbero potute studiare soluzioni più morbide, che prevedessero una maggiore conservazione degli antichi bastioni? Altro: lo sventramento dell’antico mercato nell’attuale Piazza della Repubblica, al posto del quale sorse una piazza dal gusto “piemontese” che è decisamente la più brutta del centro cittadino, fuori contesto con i suoi passage pedonali alla parigina (qui decisamente estranei) e una magniloquenza pomposa e bolsa, sventramento che è andato a soppiantare un quartiere di edifici bassi e pittoreschi, non avrebbe potuto essere effettuato per mezzo di un più mirato svuotamento operato con maggior tatto e senso di integrazione urbanistica? Sono domande ormai impossibili a cui del resto risponde – mettendo le mani avanti – la piazza stessa, per mezzo di un’iscrizione al sommo dell’arco che unendo due edifici la apre magniloquentemente: “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito”. Il problema è che il panorama è squallido a sua volta e con la sua magniloquenza diventa una stigmata di una città che non è stata capace di ripensarsi. Ed è un peccato tanto maggiore in considerazione dell’esattezza puntuale dell’affermazione “antico centro”, se si considera che proprio in Piazza della Repubblica, dove sorge la Colonna dell’Abbondanza, si trova il centro esatto della Florentia romana, il punto in cui si incontravano cardo e decumano, le due direttive cardine da cui scaturì il primo tracciato cittadino.

Il sigillo occulto di Remoria | Holonomikon


Giovanni De Matteo fa un’operazione di emersione, una sorta di negromanzia in stile urban fantasy; ed è così che rinasce il mito occulto del GRA, il Grande Raccordo Anulare di Roma, a metà strada tra mito della Fondazione e un’ulteriore rivisitazione dello stesso, da quadrato a circolare, da borgo di pastori a metropoli che richiama ogni forma dell’occulto e suoi collegati. Bello, da leggere tutto d’un fiato, anche nella sua incarnazione più vasta su QuaderniDaltriTempi.

Remoria. La città invertita è l’ultimo libro di Valerio Mattioli, la persona a cui devo l’idea e la spinta per questo articolo sulla fantascienza del nuovo secolo che ancora oggi continua a essere tra i più letti, menzionati e considerati tra le mille e passa cose che ho scritto. Remoria è un oggetto narrativo non identificato, per dirla alla Wu Ming, che mescola cronaca, memoir, filosofia, sociologia, esoterismo e psicogeografia, in un distillato di etnografia urbana stupefacente in tutti i sensi. La lettura è ipnotica, tiene incollati alla pagina, come se un rito di negromanzia risucchiasse il lettore nel centro di gravità permanente rappresentato dal Grande Raccordo Anulare.

Questi sono alcuni passaggi, per darvi un’idea del tono, dello stile e, se non fossi stato chiaro a sufficienza, del tema.

Il GRA è un immane ouroboros d’asfalto lungo sessantanove chilometri complessivi a quattro corsie per senso di marcia. È una delle autostrade più trafficate d’Europa, eppure le sue origini restano avvolte nella bruma dell’enigma e del simbolico, dell’occulto e dell’arcano. A dirla tutta, sono origini che appaiono semplicemente inspiegabili. [pag. 15]

La natura totemica del GRA lo ha trasformato quasi istantaneamente in un attrattore di leggende, culti e aneddoti strani: storie di motociclisti senza testa che scorrazzano tra le uscite Aurelia e Boccea, di cadaveri seppelliti nei piloni dello svincolo Tiburtina, di coccodrilli che attraversano impunemente la strada… Il particolare che più colpisce l’immaginazione, è però il nome dell’ingegnere capo dell’Anas a cui si deve il progetto originario: Eugenio Gra. Il fatto che il suo cognome coincida con l’acronimo ufficiale dell’opera suggerisce da solo che siamo in presenza di un sigillo, forse addirittura di una firma magica. Tutto, nel GRA, odora assieme di incenso e di zolfo, di messaggi criptati e allegorie per iniziati. «La sua unica cosa certa», dirà Renato Nicolini, «è l’assolutezza del cerchio». [pag. 17]

Per Nicolini, il GRA rappresentava un oggetto di immenso fascino, oltre che un gigantesco punto interrogativo tracciato sui terreni argillosi dell’ormai ex agro romano. Più che un’opera di ingegneria infrastrutturale, l’anello progettato dall’Anas era per lui «un’espressione del tardo surrealismo» che rimandava alle «macchine celibi» di Marcel Duchamp: un dispositivo «definitivamente incompiuto» dai meccanismi bizzarri e senza finalità apparente, una sorta di giocattolo privo di scopo e, appunto, inutile.

The Masquerade of Emptiness


Mappe di realtà alternative o quantiche.

Fantaxy | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di un romanzo Urban Fantasy, Fantaxy, scritto da Luisa Paglieri. Intrigante la quarta, che apre scenari che arrivano addirittura all’ultimo romanzo della saga Evangelisti-Eymerich.

Può un Elfo fare il taxista? Sì, se ci troviamo a To­rino: città magica per eccellenza.
Saliamo sul suo taxi e seguiamolo nei suoi vaga­bondaggi. Ci accompagnerà a conoscere luoghi e personaggi di un Piemonte incantato, tra folk­lore, storia e leggenda.
Il percorso si snoda tra la città di Torino e la valle di Susa, alla ricerca dei misteri di antichi popoli come i Goti e i Longobardi; e poi ancora tra il bas­so Piemonte e le valli alpine seguendo folletti come il Servàn e il Guenillon, le Masche e le Fate, gli Gnomi e i Nani delle caverne.
Cinque racconti di Urban Fantasy che l’Autrice costruisce come detective stories, dosando sa­pientemente ingredienti magici e quotidiani per condurre il lettore alla soluzione finale.

Cliquot presenta “L’universo e Fritz Leiber” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la notizia che è disponibile l’ebook L’universo e Fritz Leiber, di Federico Cenci, saggio che analizza e percorre l’intera opera di Leiber.

Il saggio ripercorre la carriera letteraria di Leiber dai racconti di gioventù sulle mitiche riviste pulp come “Weird Tales” e “Astounding Science Fiction”, alle ultime storie cupe e introspettive degli anni Ottanta, passando in rassegna tutte le fasi più significative del suo percorso evolutivo nei generi della fantascienza e dell’horror. Una corposa ricerca (comprendente anche l’analisi dei manoscritti e dei dattiloscritti originali conservati nelle università americane) che si concentra sull’esame di una selezione di testi rappresentativi, e mette in evidenza molte caratteristiche salienti dell’opera di Leiber mai studiate prima, come l’approccio postmoderno della produzione più tarda.

Imperdibile, come imperdibile è l’universo da lui creato.

Formano eventi


Tu segnali la complessità delle cose e non ti rendi conto di quanto il senso delle mappe urbane s’installi non visto nei tuoi pensieri: hai udito il formarsi degli eventi nella tua coscienza?

Cliquot Edizioni presenta “La cosa marrone chiaro” di Fritz Leiber | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione dell’antologia dedicata a Fritz Leiber intitolata La cosa marrone chiaro. L’autore è noto per le sue mappe urbane, per l’esaltazione dei particolari e significati esoterici, fattori memetici legati al luogo e ai simboli occulti. Un estratto della segnalazione:

La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore ripercorre per intero la carriera artistica di uno dei più eclettici maestri del fantastico, dalle storie degli anni Quaranta di scienziati pazzi e uomini atomici uscite direttamente dalle pagine della mitica rivista Weird Tales, agli orrori più maturi ed elaborati dei decenni successivi, attraverso tutte le fasi artistiche dello scrittore come il periodo lovecraftiano e quello junghiano per concludere con l’esperienza postmoderna degli anni Settanta e Ottanta, e passando in rassegna i suoi temi più cari compreso quello che l’ha reso maggiormente famoso: l’incubo urbano delle oscure entità “paramentali” generate dagli umori mefitici delle megalopoli moderne.

ADESSO-DOPO

SCIVOLO.

J. Iobiz

Scrittore. In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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