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L’inquietudine è nera, e l’intero universo lo è.

Meme-swarm e Microtrading, di Franco “Bifo” Berardi | NAZIONE OSCURA CAOTICA


Sul blog della NazioneOscura un folgorante articolo di BiFo (Franco Berardi) che analizza il sistema politico-sociale-finanziario attuale identificando, univocamente e senza tema di smentita, qual è il germe del sistema liberista e il trucco da esso utilizzato affinché si fosse arrivati a un paradigma in eterna crescita, un modello virtuale assolutamente innaturale, antientropico, di cui continueremo a lungo a pagarne le conseguenze, visti gli sviluppi del sistema in questi giorni, proprio a casa nostra. Vi lascio ad alcuni estratti delle considerazioni di Franco:

Traduciamo un articolo di Franco “Bifo” Berardi, apparso il 4 febbraio 2021 su “Ill Will“, che ringraziamo: qui il link dell’originale in inglese.

Con l’inizio del secondo anno dell’Era della Pandemia, la battaglia finale tra l’umanità e il capitalismo sfrenato sta diventando brutta: il cappio si sta stringendo intorno al nostro collo.
La privatizzazione di tutto è stata la tendenza generale degli ultimi quarant’anni. L’11 settembre 1973, un assassino nazista sostenuto da Henry Kissinger rovesciò Salvador Allende e prese il potere in Cile, uccidendo trentamila militanti di sinistra. Da allora, l’economia è stata sottomessa ai sostenitori di Chicago della ricerca illimitata del profitto, con il suo programmatico taglio dei salari dei lavoratori. Così iniziò l’era duratura del Neoliberalismo, premessa della dottrina hitleriana della selezione naturale.

Nel primo mese dell’Anno 2 dell’Era della Pandemia, la Silicon Valley mette in scena il suo colpo finale: il Presidente degli Stati Uniti d’America (lo stesso che Dorsey e Zuckerberg avevano servito quando era un vincitore) viene privato del suo diritto di parola. Lo stesso mese, Big Pharma prende il controllo della vita della maggior parte della specie umana, riaffermando il privilegio coloniale della razza bianca di predatori sul Sud globale: il nazionalismo dei vaccini annuncia la sua intenzione di frantumare completamente un ordine geopolitico già traballante.
I segni del caos sono ovunque: una democrazia liberale in dissolvenza è incapace di fermare la diffusione della guerra civile globale a bassa intensità tra le sue identità conflittuali. Più recentemente, una nuova sequenza caotica è emersa nel campo della finanza, mostrando segni di diventare potenzialmente un fattore permanente di instabilità.

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Il declino dell’impero americano – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine alcune considerazioni di Sandro Moiso – che condivido – sui fatti accaduti due giorni fa al Campidoglio statunitense, quando i fan nazistoidi hanno provato un atto di forza al centro di potere più nazista che ci sia in questo momento – da alcuni decenni, più propriamente.

È certamente difficile scrivere nell’immediato per spiegare quanto è accaduto il 6 gennaio al centro dell’impero occidentale. Ma alcune considerazioni si possono trarre fin da ora, naturalmente cercando di andare oltre le vuote formule democraticistiche espresse dai media internazionali e nazionali e, soprattutto, andando oltre la parziale spiegazione dei fatti attribuiti ad un unico deus ex machina: il presidente ancora in carica, anche se è ormai difficile capire per quanto tempo, Donald Trump.

Certamente il piagnisteo democratico, espresso sia da Joe Biden che dai suoi colleghi stranieri, non serve a spiegare i fatti, piuttosto tende ad intorbidirli, rivendicando per gli Stati Uniti un primato nella difesa dell’ordinamento democratico che dimentica il ruolo apertamente controrivoluzionario e reazionario che la capitale dell’impero e i suoi massimi rappresentanti hanno svolto a livello internazionale e interno.

Elencare le decine di azioni militari, poliziesche e golpiste condotte dall’intelligence e dalle armi statunitensi in ogni angolo del globo e del paese sarebbe qui troppo lungo, ma almeno alcuni fatti vanno ricordati: dall’intrusione di inizio Novecento, armi alla mano, negli affari interni del Messico e del Nicaragua per impedire o stravolgere le rivoluzioni in atto alla rimozione golpista di Mohammed Mossadeq in Iran nel 1953 per impedirgli di nazionalizzare il petrolio e rinsaldare sul trono la fedele dinastia Pahlavi oppure dal rovesciamento violentissimo del governo Allende in Cile nel 1973 al colpo di Stato in Brasile del 1° aprile 1964, che instaurò una dittatura militare filo-statunitense che durò ben 21 anni, fino ai più recenti tentativi di rovesciamento del governo venezuelano, solo per fare alcuni esempi.

Quindi ascoltare i commentatori e il neo-eletto presidente degli Stati Uniti piangere per il pericolo corso dalla democrazia statunitense con l’attacco a Capitol Hill è perlomeno insopportabile, se non disgustoso. Quella democrazia, che all’interno per due secoli e mezzo almeno, si è basata sull’eliminazione dei nativi americani, sullo sfruttamento schiavistico degli schiavi africani e sull’emarginazione razziale di afro-americani, latinos, asiatici e, un tempo, anche degli immigrati italiani e dell’Europa dell’Est e del Sud, ha potuto vantare la propria forza proprio in nome di una rigida divisione di ruoli: all’America bianca la ricchezza estorta in patria e nel resto del mondo, con la forza e il ricatto, al proletariato multinazionale, alle etnie di diverso colore e agli stati dipendenti dalla colonizzazione occidentale (al cui vertice gli Stati Uniti si sono posti dalla fine della prima guerra mondiale in poi). A tutti gli altri gli avanzi e, in taluni casi, nemmeno quelli.

Linee di faglia delle guerre civili americane (e non solo) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un lungo articolo di Sandro Moiso sulla situazione elettorale americana, ricca di dettagli che è sempre bene conoscere, e poi l’affondo finale sull’impero mondiale liberista:

L’Isis propugna una rifondazione radicale dell’umano, esattamente come il capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Il Mercato Globale considera le identità pregresse – di mestiere, di territorio, sociali, comunitarie, linguistiche – come zavorre da tagliare, sopravvivenze che ostacolano l’avvento del Consumatore Finale, un Uomo Nuovo senza radici, senza storia, prigioniero di una miserabile tecno-neo-lingua, senza territorio, fisiologicamente migrante – un flusso di desideri indotti fatalmente destinati all’insoddisfazione. Ma questo è precisamente il dispositivo di formattazione dell’Isis: il modello, per chi giungeva volontario nei territori governati dal Califfo, era quello di una radicale spoliazione di identità; non eri più un musulmano bosniaco o francese o indonesiano, con la tua ricca storia linguistica, familiare, etnografica. No, eri un credente “rinato” che come primo atto di fedeltà doveva indossare un abito mentale (e materiale) che ti rendesse indistinguibile e azzerasse la tua biografia.
Il Paradiso – che nella rozza e puerile versione salafita è un luogo di piaceri sensuali da consumare ad libitum – si presenta come un enorme carico di delizie, che ti aspetta dietro l’angolo dell’obbedienza e del martirio.
Allo stesso modo il Paradiso capitalistico: che è sempre un metro più in là, che esige sempre una performance in più, che evoca sempre aspettative di godimento favolose per le quali non sei mai pronto, se non in patetiche anticipazioni surrogate.
Sono due approcci entrambi molto “materialisti”, fondati sulla compravendita del Corpo e l’attesa del Godimento, mediati da una logica puramente mercantile. Dai tutto te stesso – al Califfo o al Mercato – e alla fine riceverai il premio della degnità, della adeguatezza al modello e della materialissima soddisfazione dei sensi. Persino un afflato sinceramente religioso, o un soffio di trascendenza, risultano fuori posto, in questi schemi di scambio.
L’adesione all’Isis – almeno in occidente – è anch’essa il risultato di una opzione individualista, fuori da meccanismi comunitari o da qualche dibattito collettivo. È l’approccio tipico del consumatore contemporaneo, un individuo solo nella sua vacuità, che davanti allo schermo del suo computer sceglie quale “prodotto” sia più adeguato a riempire il vuoto nichilista della propria esistenza. Il “lupo solitario” resta tale dall’inizio alla fine del percorso – quando si connette per la prima volta a una chat o ai siti jhaidisti, fino a quando sceglie di uccidere e uccidersi nelle strade di una metropoli europea.
La Umma virtuale dei desideri frustrati, delle identità fittizie, dell’altrettanto fittizio tentativo di ricostruzione di senso – attraverso la strage e il suicidio – usando solo una tastiera e la disperata pulsione autodistruttiva, oggi tanto in voga12

Eccola lì la trappola della modernità, dei diritti e della new economy che avanza: tutti uguali davanti al capitale, tutti ugualmente sfruttati e sottopagati e tutti (per ora) divisi davanti alla sua presenza sempre più invisibile e alla sua forza sempre più organizzata, ma con la promessa per tutti, parafrasando Andy Warhol, di aver la possibilità di realizzarsi in una carriera di quindici minuti.
Le linee di faglia e di colore americane sono dunque anche le nostre e lo sforzo comune per superare l’orrore quotidiano di un’esistenza che non è più altro che nuda vita, pur sapendo già fin da ora che il nostro posto è altrove, non potrà essere altro che quello di riunire ciò che oggi è ancora diviso e confuso. Ed enormemente incazzato

Borat – Seguito di film cinema, di Jason Woliner – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione/riflessione al sequel di Borat, tra considerazioni sociali, politiche e di costume che sembra non poter lasciare indifferenti. Un estratto:

Un sequel di Borat non sembrava impresa facile. Il film più grottesco, più cattivo e politicamente scorretto che sia mai stato girato aveva tutte le caratteristiche dell’opera unica. Difficile reggere il confronto con le risatacce scandalizzate che strappava, si rischiava il doppione, un lato B non all’altezza. Invece Sacha Baron Cohen, il vero autore del film, 14 anni dopo ce l’ha fatta. Ha vinto la sfida con se stesso. Borat “il giornalista” riprende le operazioni e torna in America.

Lo troviamo ai lavori forzati, intento a spaccare pietre col piccone (e qui per un attimo ci abbandoniamo a un sogno: vedere al suo posto tanti politicanti italiani). Infatti il suo film precedente ha messo in pessima luce il Kazakistan, per cui è stato condannato al pubblico ludibrio. Per il momento è sfuggito alla pena di morte, per squartamento, o dato in pasto ai maiali, come si usa in Kazakistan, ma chissà. Per cui quando lo prelevano, per portarlo non si sa dove, teme il peggio. Invece viene condotto davanti a un ministro il quale gli comunica che non sarà giustiziato. Anzi, dovrà tornare in azione, in America.

Il suo paese vuole entrare nel salotto buono della politica, con gli altri stati “normali”, e una buona occasione pare sia questo nuovo presidente, “McDonald Trump”, che sembra conforme agli usi e costumi del Kazakistan. Borat dovrà farselo amico, portandogli un dono: la scimmia Johnny, star del cinema porno. Ma non a Trump in persona, perché potrebbe irritarsi, ma al vicepresidente, il famoso puttaniere Mike Pence. Certamente gradiranno.
Così “il giornalista” può recuperare il suo completino con cravatta, e chiede di essere affiancato dal suo vecchio pard. Ma il ministro ribatte che gli sta sedendo sopra, sulla poltrona di pelle umana. Impressionato (ma in modo blando, chi si può impressionare in Kazakistan?), si procura una minuscola roulotte, per trasportare la scimmia chiusa in una cassa. Ma prima va a trovare la figlia. In gabbia, naturalmente, con la paglia, perché chi ha la sventura di avere una femmina, almeno la tiene in gabbia.
La ragazza, 15 anni, smania per accompagnarlo, perché potrebbe diventare “come Melania”. Impossibile ovviamente, in Kazakistan le figlie non possono viaggiare, il loro posto è unicamente la gabbia. Borat la saluta con una specie di tristezza – blanda naturalmente, in Kazakistan non ci si commuove per una figlia! – e finalmente parte, con la minaccia che, se fallirà, sarà squartato da due mucche.

Inizia il nuovo viaggio americano, un viaggio nabokoviano in salsa crudele-demenziale, con alcuni camei di personaggi reali che rispondono con professionalità alle domande folli di Borat, tipo: “Quanti zingari posso gasare nella roulotte con questa bombola di gas?”, al che l’uomo risponde: “Beh, quanti ce ne stanno”.
Nel precedente film entrava in una convention di fanatici religiosi, qui va tra i trumpiani. Scopre il mondo spaventoso di QAnon, travestito e truccato proprio da Trump. Gli rivelano che il coronavirus è stato diffuso dai Clinton, i quali sono anche a capo di una setta che rapisce i bambini per sgozzarli e berne il sangue (e qui non c’è nulla di boratiano, perché è tutto vero, e non sono “quattro gatti” fuori di testa, ma una fetta importante del popolo americano che vota Trump). Intanto fa una scoperta sconvolgente: nella cassa c’è la figlia, che si è intrufolata e ha mangiato la scimmia. È un fatto grave, che potrebbe costargli la pelle. Dunque si fa venire un’idea: morta la scimmia può regalare la figlia a Pence. La ragazza è perplessa, ma deve farlo, perché è il suo dovere di figlia. Perché in Kazakistan è la regola.
Poi, dopo altre peripezie, altri incontri, altre pazzie surreali, si scopre che Pence non è disponibile, per cui si ripiega sul Rudolph Giuliani, il famigerato sindaco di New York che ha inventato la “zero tolerance” che fatto andare in iperventilazione molti sindaci nostrani, sia di destra sia di “centrosinistra”. La figlia, che nel frattempo si è civilizzata grazie agli insegnamenti di una signora che l’ha accudita per qualche tempo, lo aggancia con una intervista, e lo invita in una camera d’albergo. E qui, tra un alternarsi di candid camera e di recitazione, con la scena che ha fatto tanto scalpore di Giuliani che si stende sul letto e se lo massaggia per farselo venire duro (ma è lui? a dire il vero non si capisce bene, anche se Baron Cohen ha garantito che è lui), avviene una sorta di catarsi e di presa di coscienza di Borat e della stessa figlia.

Il razzismo, la democrazia e il male assoluto – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine Sandro Moiso fa una bella recensione a Il razzismo, la democrazia e il male assoluto, saggio di James Q. Whitman sugli ordinamenti giuridici degli USA e della Germania negli anni ’30. Un estratto (ed ecco perché in nazisti dell’Illinois):

È un tema spinoso, un argomento scottante e soprattutto un terreno minato quello in cui si avventura James Q. Whitman, docente di Diritto comparato presso la Yale Law School, nell’analizzare i rapporti tra le leggi razziali e razziste americane (riferibili come “leggi Jim Crow”) e l’insegnamento che ne trassero e l’uso che ne fecero i legislatori nazisti che diedero vita alle leggi di Norimberga nel 1935.
Molti studiosi, storici del diritto e non, avevano già in precedenza rilevato il collegamento tra i due regimi giuridici, ma, quasi tutti, hanno cercato poi di sminuirne il valore o, almeno, di separare e distanziare nettamente le due realtà, tendendo a negare che le Leggi Jim Crow possano davvero avere avuto importanza nella costituzione del modello nazista.

Invece, fin dalla Prefazione, Whitman afferma che:

Si dice spesso che il razzismo americano sia incompatibile con i valori della democrazia americana – e in particolare che lo schiavismo su base razziale abbia rappresentato una macchia sulla Fondazione, una contraddizione con le promesse della nuova repubblica. Ma […] democrazia e razzismo andavano a braccetto agli albori della storia americana […] E’ dura convincere le persone ad accettare di essere tutte uguali. Una delle strategie migliori per ottenere questo risultato, come sappiamo, è di farle unire contro un comune nemico razziale -convincendo bianchi poveri e bianchi ricchi, ad esempio, a unirsi nel disprezzo per i neri. John C. Calhoun, un personaggio oggetto di una lusinghiera biografia nazista nel 1935, descrisse i punti chiave di questa strategia nel 1821. Lo schiavismo su base razziale, diceva, era necessario in quanto si trattava della “migliore garanzia di eguaglianza fra i bianchi. Esso produce fra loro un livello di parità […]”.
Anche la politica nazista era una politica che promuoveva una forma di egualitarismo nello stile di Calhoun – egualitarismo per quelle persone che i nazisti consideravano membri del Volk, a spese di quelli che non lo erano. Quando esaminavano la mostruosa legislazione razziale americana all’inizio degli anni ’30, i giuristi nazisti stavano esaminando un qualcosa le cui fondamenta politiche non erano poi così diverse dalle loro. Entrambi i paesi erano culle di un egualitarismo fatto di risentimento razziale.

Nelle pagine successive l’autore ci ricorda poi che, il 5 giugno 1934, i più importanti giuristi della Germania nazista si erano riuniti per progettare quelle che sarebbero poi diventate le Leggi di Norimberga, vero impianto legislativo su cui si sarebbe fondato, fino alla sua caduta, il regime.
In queste l’esclusione dai diritti dei cittadini non ariani, la loro emarginazione e successiva proibizione dei matrimoni misti, si sarebbe accompagnato ad una vera e propria definizione e creazione del “vero” cittadino nazista e della sua bandiera.

Fu una riunione importante, e uno stenografo presente produsse una trascrizione letterale, un documento che la diligentissima burocrazia nazista conservò a testimonianza di quello che era un momento cruciale nella creazione del nuovo regime razziale […] Nel corso dei minuti iniziali, il Ministro della Giustizia Gürtner presentò un promemoria sulle leggi americane sulla razza, una nota redatta con grande accuratezza dai funzionari del ministero proprio in vista di quell’incontro; e durante la discussione i partecipanti tornarono più volte ai modelli americani di legislazione nazista. E’ assolutamente sbalorditivo scoprire che tra i presenti, i nazisti più radicali fossero i più appassionati sostenitori della lezione che l’approccio americano offriva alla Germania. Questa trascrizione, inoltre, non è l’unica testimonianza dell’attenzione dei nazisti alle leggi razziali americane. Fra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 molti nazisti, fra i quali persino lo stesso Hitler, mostrarono grande interesse per la legislazione razzista degli Stati Uniti. Nel Mein Kampf Hitler lodava l’America come niente di meno che “l’unico stato” che fosse riuscito a progredire in direzione di quell’ordine razzista che le Leggi di Norimberga miravano a realizzare […] Per dirla con le parole di due storici del Sud, negli anni ’30 la Germania nazista e il Sud degli Stati Uniti si guardavano “come allo specchio”: si trattava di due regimi apertamente razzisti e di straordinaria crudeltà. Nei primi anni ’30 gli ebrei tedeschi erano braccati, picchiati e talvolta assassinati sia da bande organizzate che dallo Stato stesso. Negli stessi anni, i neri del Sud americano erano a loro volta braccati, picchiati e talvolta assassinati.

PINK FLOYD – SPECIALE PITTSBURGH 1975, IL CONCERTO DELLA PIRAMIDE | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia una lunga recensione a un concerto dei Floyd di ben 45 anni fa, a Pittsburgh negli USA.
Devo ammettere che io stesso non ne sapevo molto poco di questo concerto che, in qualche modo, è indicativo dell’ennesima transizione floydiana, come un organismo vivo che si appresta sempre di più alla sua decadenza finale. Qualche estratto dall’articolo, il punto di vista di uno spettatore fan della prima ora:

“Ho partecipato a questo spettacolo con i miei amici. È stata una lunga giornata in auto da Cincinnati a Pittsburgh. Come la maggior parte della folla in questa afosa giornata estiva, eravamo caldi e impazienti per l’aria più fresca e per l’inizio dello spettacolo. Come noto più avanti, le condizioni all’interno dello stadio erano difficili per coloro che aspiravano a fotografare o registrare lo spettacolo.

Questo spettacolo segnò anche la prima volta che avevo visto “ballare” in uno spettacolo di Floyd. La composizione del pubblico era molto più orientata alla festa rispetto ai precedenti live dei Floyd del 1973, e proprio come David ha spesso osservato, la gente urlava “Money” in momenti inappropriati. (Come all’inizio di Dark Side). Con il 1975 che era spesso un periodo ‘disco’, più di alcune coppie stavano ballando, guardandosi e ridendo a vicenda, o ballando a testa bassa, come se questa fosse solo una altra band al pub. Dal punto di vista di un fan di vecchia data, ho sentito che queste persone erano fuori posto. Sembrava che fossero arrivati allo spettacolo sbagliato. L’ho persino detto ad alcuni di loro! Almeno per me, la performance è stata “affrettata” e semplicemente ‘funzionale’. In altre parole, una specie di ‘continuare attraverso i movimenti’. Ci sono stati notevoli punti difficili, come un finale su Raving and Drooling, canti stonati e parole mancate su You Gotta Be Crazy, e una insignificante prova generale di Dark Side, che secondo me suonava meglio nei tour precedenti. A quanto ho sentito, mi è sembrato che la band stesse lottando per connettersi con il pubblico e tra di loro e, a parte alcuni momenti di punta, è fallita in entrambi i casi.

Mi sono sempre chiesto se questa mancanza di chimica sul palco fosse il risultato della noia generale e della fatica tra i membri della band, o forse anche della leggendaria frustrazione con il pubblico. La tensione era certamente evidente nella voce di Roger mentre si sforzava di proiettare le sue canzoni sopra il rumore della folla. Senza sembrare troppo duro, si può vedere che anche in questi spettacoli del 1975, c’erano le prime ‘agitazioni’, culminate nel famigerato spettacolo finale del tour di Animals del 1977. E sappiamo tutti cosa alla fine ha portato!

Personalmente, ho provato molta confusione/impazienza con le nuove canzoni, che erano tutte nuove per me. Ovviamente tutte le distrazioni e l’agitazione non mi hanno aiutato a catturare la ‘febbre da concerto’, ma almeno ho provato ad ascoltare. Durante lo spettacolo, ho letto i testi del fumetto del programma ufficiale del tour e mi sono lamentato con i miei amici che non mi piaceva l’ossessione di Roger per la ‘follia’. E non ho trovato l’atmosfera di “darci dentro” nel primo set, per niente divertente. Ovviamente, la band stava cercando di adattare il loro songwriting a un nuovo ‘territorio’ e le vecchie atmosfere si stavano perdendo. Anche “Echoes” con voci di coro femminili e un assolo di sax che sostituisce il terzo solista di chitarra mi ha lasciato il segno. Sul lungo viaggio di ritorno a casa (con quattro autisti, abbiamo guidato fino alle sette del mattino dopo un’attesa di due ore in più nel parcheggio), mi sono lamentato ripetutamente: ‘Non capisco cosa stiano cercando fare.’ Tre mesi dopo, quando Wish You Were Here è uscito a metà settembre, ho finalmente iniziato a capire”.

The Dream Syndicate – The Regulator


Il sindacato del sogno argomenta istanti onirici in una lunga cavalcata di prospetti surreali, sciamani bruciati da un neon all’idrogeno.

LYCIA – Gray December Desert Day


…i raggi del sole deviati via…

Defender Europe: 30mila soldati Usa in Europa | NAZIONE OSCURA CAOTICA


[Letto su NazioneOscura‘s blog]

Defender Europe: nel bel mezzo di una delle più grandi emergenze sanitarie, arrivano in Europa 30mila soldati statunitensi a difenderci! Si suppone dalla Russia, grande pericolo imminente (sì, è ironico).

Comincerà all’inizio di aprile e sarà un’esercitazione colossale che l’Esercito americano definisce il più grande spiegamento di truppe Usa in Europa negli ultimi 25 anni.

Nei giorni scorsi a Zagabria il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha detto che per ora tutto proseguirà come programmato, la situazione epidemica viene monitorata e ci potranno essere cambiamenti in caso di necessità.

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Scrittore. In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più

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