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Archivio per Valerio Evangelisti

Lankenauta | La notte delle beghine


Su Lankenauta la recensione a un romanzo che in qualche modo richiama le atmosfere evangelistiane di Eymerich e delle sue lotte secolari all’eresia del XIV secolo: La notte delle beghine, di Aline Kiner. Un estratto dalla rece:

“La notte delle beghine” inizia con una donna bruciata viva e un libro deposto ai suoi piedi ad ardere insieme a lei. E’ il 1 giugno del 1310 e siamo a Parigi. La donna sul rogo è una beghina, ma è anche una mistica e una scrittrice. Il suo nome è Marguerite Porete e il libro che viene bruciato con la sua autrice si intitola “Lo specchio delle anime semplici” (Le miroir des simples ames), uno dei testi medievali più preziosi e meglio redatti di sempre. Un testo che, nonostante le volontà distruttive dell’Inquisizione e della Chiesa, è sopravvissuto grazie all’esistenza di copie sfuggite rocambolescamente alla censura e alle fiamme. La Francia è governata da Filippo il Bello, nipote di Luigi IX, il re santo. E proprio al re santo si deve la fondazione del grande beghinaggio di Parigi avvenuta nell’anno 1260. L’istituzione del beghinaggio, storicamente, prende vita intorno al 1240 nelle Fiandre e si diffonde con rapidità anche in altri territori europei. Le beghine sono per lo più donne sole o vedove che scelgono di non prendere i voti ma di rispettare la castità dedicandosi alla contemplazione, alla preghiera e all’aiuto del prossimo. Sono donne libere e, soprattutto, sono donne laiche poiché non fanno parte di alcune ordine religioso e non accettano la mediazione di preti nel loro rapporto con Dio.

Il beghinaggio di Parigi, come altri beghinaggi d’Europa, è una sorta di piccola città entro la città: un’area protetta da mura e da occhi indiscreti al cui interno si trovano piccoli alloggi destinati alle beghine, una chiesa, un ospedale, un refettorio, un orto e tutto quel che consente a queste donne di vivere dignitosamente. La società religiosa delle beghine è regolata dalla presenza di una badessa normalmente scelta dalle beghine stesse. Non c’è obbligo di permanenza né limitazioni particolari, anzi. Le beghine sono libere di uscire, di mantenere le proprietà in loro possesso, di praticare una professione e di vestire come desiderano. Nel beghinaggio di Parigi, descritto in questo bel romanzo storico di Aline Kiner, sono ospitate anche donne appartenenti alla nobiltà francese, donne colte e ben istruite in grado di dare soccorso e diffondere conoscenza.

La realtà e la finzione, ne “La notte delle beghine”, si mescolano e si intersecano continuamente. Oltre alle vicende umane e psicologiche dei vari personaggi che si muovono tra le strade di una caotica e sempre affascinante Parigi medievale, la Kiner ha saputo ricostruire e trasmettere, attraverso una scrittura fluida e sempre puntuale, le atmosfere tipiche di quel momento storico. L’autrice è riuscita a muoversi con intelligenza tra gli accadimenti dell’epoca spiegando eventi e dettagli storici che consentono di comprendere la mentalità, la religiosità, le ossessioni e gli smarrimenti di quel tempo. La Francia di Filippo il Bello si sente costantemente minacciata dalla presenza di eretici e miscredenti di ogni genere. Il re condanna e uccide chiunque teme possa far vacillare il su regno e la dignità della Chiesa che pretende di difendere. L’economia va allo sfascio per via di campagne militari senza fine che ormai più nessuno ha voglia di sostenere, meno che mai i nobili di Francia. Vengono perseguiti gli ebrei, vengono attaccati i templari e, alla fine, toccherà anche alle beghine. Su ognuno di questi gruppi peseranno infamanti accuse di eresia e di stregoneria, saranno inflitte torture e decretate pene esemplari.

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Come immedesimarsi nel “cattivo”, come uscirne e perché | Segnali


Su L’indiceOnLine, Franco Pezzini analizza l’ultima fatica letteraria di Valerio Evangelisti, Il fantasma di Eymerich, mettendola in relazione col genere weird. Un estratto:

“‘Padre Nicolas, cosa fate qui?’ Si lasciò baciare la mano. ‘Ammirate questi splendidi palazzi imperiali?’. La definizione, riferita al Campidoglio e ai suoi dintorni, era paradossale. La facciata del palazzo municipale e senatoriale, a due piani con finestroni, era scrostata e solcata da fessure incise dall’incuria e dai terremoti. Gli ornamenti erano catene, ruote, battenti e altri ammennicoli strappati ai nemici in battaglie dimenticate. C’erano anche resti arrugginiti dell’antico Carroccio milanese”.

In questo scenario, con un occhio agli studi storici e uno a certa quotidianità a noi nota (il corsivo è mio), Valerio Evangelisti conduce il suo antieroe intelligentissimo e cattivissimo, l’inquisitore Nicolas Eymerich, nella sordida Roma dove è tornato il papa, dove in tempi rapidi si consuma il Grande Scisma d’Occidente e dove un culto antico pagano pare rialzare la testa. Con l’affresco impietoso di beghe tra cardinali, isterismi, misticismi dal sapore d’insopportabile buonismo e allegre crudeltà, Il fantasma di Eymerich (pp. 266, € 20,00, Mondadori, Milano 2018) è tra le puntate più maliziosamente divertenti di una saga senz’altro “popolare” che scintilla di cultura e intelligenza. E ad indagarla con passione giunge ora il denso saggio Nicolas Eymerich. Il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti di Alberto Sebastiani, pubblicista e docente presso l’università di Bologna (pp. 237, € 18, Odoya, Bologna 2018). Articolato in cinque capitoli, lo studio parte da una riflessione sul senso della ricerca, l’incalzare gli indizi di un disegno generale che corre in tutta l’opera dell’autore bolognese – il “One Big Novel”, a usare un titolo del suo Ciclo Americano – a “far ragionare su un discorso impegnativo: la storia dell’uomo moderno e il suo futuro”.

In effetti nella saga di Eymerich non entrano solo vicende del Trecento, ma altre connesse di secoli dopo, stranianti paradossi temporali e riflessioni che rimandano alla fantascienza; e nel cap. 2 Sebastiani ne analizza il “canone” e le “estensioni”, con attenzione a composizione (1994-2018) e cronologia interna (in genere sparigliata su tre livelli, cioè il “tempo base” dell’inquisitore, un “livello 1” tra il XX e XXI secolo, e un “livello 2” esteso anche molto oltre, nel futuro). Proprio in merito a tale struttura peculiare il cap. 3, Decolonizzare l’immaginario, accantona anzi come inutile una questione che ha suscitato un certo dibattito sul web e che merita una parentesi: cioè la funzione classificatoria del termine weird, dalla storia lunga e nobile anche in chiave pop. Si pensi solo alla leggendaria rivista pulp americana Weird Tales (1923-1954).

Approssimativamente traducibile come “strano, misterioso” – poco in comune con lo “strano” di Todorov –, il vocabolo si trova attestato fin dal 1400 da wierd, inglese antico wyrd, “fato, destino”, cfr. norreno urðr, “fato, una delle tre Norne”: un’origine cui richiama la nota definizione Weird Sisters per le streghe del Macbeth (appunto tre come le Norne: in realtà tramite le Chronicles di Holinshed, 1587, perché Shakespeare usa weyward e non weird) e che veicolerà un significato di “strano, disturbantemente diverso”. Sia come sia, weird fiction è ormai una dicitura d’uso nel mondo anglosassone per un sottogenere di speculative fiction con origini nel tardo Ottocento: e sempre più – si veda il dibattito sul new weird e il lavoro di Ann e Jeff VanderMeer – trova utilizzo per quel tipo di opere del fantastico al crocevia tra un genere canonizzato e l’altro (fantascienza, fantasy, horror…). In un pezzo-monstre a più firme comparso l’anno passato sul sito “Not” (Il canone strano. Da Calvino a Evangelisti, da Buzzati a Moresco: per una possibile storia della weird fiction in Italia, 8 maggio 2018, il curatore Carlo Mazza Galanti ricordava che “tra i viventi, autori di riferimento sono considerati abbastanza unanimemente China Mièville e il più anziano M. John Harrison; Mervyn Peake è riconosciuto come un predecessore importante, e dietro tutto questo ci sono i grandi precursori Kafka e Lovecraft (e dietro ancora Poe e Hoffmann); a partire da queste non troppo definite coordinate è stato costruito una specie di canone anglosassone attuale comprendente, oltre ai suddetti, autori come Michael Moorcock, Thomas Ligotti, lo stesso VanderMeer”.

Su IL PRIMO AMORE Antonio Moresco commenta IL FANTASMA DI EYMERICH – Eymerich.com


Su Eymerich.com la recensione a Il fantasma di Eymerich, l’ultimo romanzo della serie del Magister che Valerio Evangelisti ha recentemente scritto. Un estratto:

Lo sfacelo della Roma del Milletrecento, l’atmosfera marcia e funerea che vi si respirava, il cinico mondo del potere e quello del popolo inferocito, idolatra e ottuso sono tratteggiati con grande efficacia e sapienza e non si dimenticano. Certo, l’autore si sarà sicuramente documentato con l’acribia dello storico, però introdurre via via, far crescere e respirare il quadro generale attraverso i vari passaggi dell’azione e con tanti vividi particolari, tutto questo è bravura del romanziere.
E poi ci sono le irruzioni quantistiche e cosmiche, la comicità, l’ironia feroce e il freddo furore. E ci sono anche le molte apparizioni di Caterina da Siena (uno dei bersagli preferiti dell’autore), che sono sempre irresistibili.

La guerra che viene – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una raccolta degli interventi di Sandro Moiso, uscita in volume per Mimesis dal titolo La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, con una prefazione di Valerio Evangelisti e una postfazione di Gioacchino Toni. Un estratto dalla prefazione di Evangelisti, magnifica e illuminante, come sempre.

Ormai da oltre un decennio Sandro Moiso espone su Carmillaonline spezzoni di questa visione. Io, che dirigo la testata, non sono d’accordo che in certa misura e su singoli punti. Ciò malgrado le riconosco una profonda dignità intellettuale, e una coerenza parallela a quella personale di Moiso. Tagliente, nei ragionamenti, come un rasoio, aggressiva, indubitabilmente onesta. Tutto ciò che si richiede a un intellettuale vero.

Moiso lo è, e leggendolo sarà facile persuadersene. Non c’è una sola frase che ne contraddica altre, non c’è un perdersi nei fumi dell’ideologia o della chiacchiera. La sinistra italiana conosce un percorso regressivo: quanto più è allo sbando e minoritaria, tanto più riemergono i fantasmi di un passato non felice. Riecco i trotzkisti, gli stalinisti, i maoisti in ritardo, ogni “ismo” possibile. I partitini che dicono di tendere al comunismo sono quasi più numerosi dei comunisti stessi. In teoria, stando alla conta delle sigle, una maggioranza. In realtà una miseria.

Sandro Moiso è l’antitesi a questa farsa di oltraggioso squallore. Che recensisca, commenti, discuta, critichi, va proponendo la costruzione, estremamente solida, di un movimento che degli “ismi” fa volentieri a meno, come fu nella parte migliore (la seconda) degli anni Settanta. Non c’è suo intervento, recensione, riflessione che non rechi un tassello a un quadro globale coeso; che, sorretto da cultura profonda in ogni campo (si vedano le ricche bibliografie), non serva da filtro interpretativo di un presente che è talora complesso decifrare.

Era dunque opportuno, per non dire necessario, raccogliere alcuni scritti di Moiso in una raccolta che permetta di apprezzare il valore di un pensatore decisamente fuori dagli schemi. Ne risulta la storia di una guerra fatta di molteplici conflitti, ma riconducibile a uno scontro principale, presente già nella Rivoluzione francese: quello tra sfruttati e sfruttatori, quali che siano i panni che rivestono i protagonisti. Ciò che è quasi proibito affermare oggi.

La sofferenza estrema e il suo linguaggio – Carmilla on line


Durante la Seconda Guerra è cosa nota che ci furono uno sterminato di internati in campi di concentramento, a opera delle forze naziste; campi di sterminio, si può facilmente aggiungere, in cui ogni giorno veniva operata una feroce selezione e c’è chi, come Rocco Marzulli, si è preso la briga di comprendere quali meccanismi orali – non scritti – operassero tra prigionieri di lingue, etnie e tradizioni diverse, che dovevano interfacciarsi con gli aguzzini nazisti, prevalentemente tedeschi. Una babele di linguaggi che facilmente non si comprendevano tra loro, con tragici esiti.

Valerio Evangelisti presenta quindi su CarmillaOnLine Italiani nei lager, e lo fa con bellissime parole e argomentazioni, di cui vi incollo un breve passo.

Non è intuitivo capire che uno dei problemi maggiori con cui si dovettero confrontare i detenuti fu il linguaggio. Le SS parlavano solo tedesco, che pochissimi dei reclusi conoscevano. Non comprendere un ordine, fraintendere una frase, poteva significare percosse, frustate, morsi dei cani lupo e, a volte, l’uccisione.

Inoltre, nei lager erano rinchiusi prigionieri di varia nazionalità. La reciproca incomprensione voleva dire non poter beneficiare dell’esperienza dei più anziani, ignorare le poche regole per cercare di sopravvivere, non sapere come far fronte alle ricorrenti malattie, essere all’oscuro degli espedienti per procurarsi un po’ di cibo. Come se non bastasse, gli italiani erano particolarmente odiati, perché, se agli occhi delle SS erano dei voltagabbana, a quelli di russi, polacchi, francesi erano fascisti e basta. Da cui un supplemento di vessazioni.

Come si resisteva, il più possibile, in quegli inferni sospesi nel nulla, in cui era inevitabile perdere la nozione del tempo? Bisognava imparare le parole essenziali per non scontentare gli aguzzini, e anche un linguaggio misto, con vocaboli in varie lingue deformate e soprattutto in tedesco e in polacco, nato spontaneamente nelle camerate. Linguaggio oggi perduto, solo orale e mai scritto, a parte brevi e rare iscrizioni sulle pareti.

Il fantasma di Eymerich | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione all’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti, Il fantasma di Eymerich. Un piccolo estratto:

Nella sua costruzione cronologica a spirale, Il fantasma ci riporta più o meno dove avevamo cominciato con Nicolas Eymerich, Inquisitore. A questo punto Eymerich Risorge e Il fantasma di Eymerich, sono il raccordo, il pezzo mancante della spirale, diventando allo stesso tempo fine e inizio del ciclo complessivo. Si tratta solo di punti di vista.

A questo punto potete  iniziare un nuovo viaggio con l’Inquisitore, e vi invidio molto se non li avete ancora letti, perché vi aspettano tanti bei momenti di lettura e scoperta. Non è da sottovalutare anche la rilettura, perché alla luce di quanto emerso nei ultimi tre romanzi pubblicati, adesso è possibile guardare con occhi nuovi all’intera saga.

Eymerich si scrive da sinistra | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com il resoconto della presentazione del Fantasma di Eymerich, ultimo romanzo della saga ideata da Valerio Evangelisti, svoltasi il mese scorso a Bologna.

“Questo studio arriva in un momento particolare, in cui torna Eymerich. Ma il ciclo dell’inquisitore è l’ossatura di un progetto molto più ampio, uno One Big Novel: un unico, grandissimo discorso politico svolto attraverso la letteratura. Una narrazione distribuita tra i secoli, dal medioevo di Eymerich al far west dello stregone Pantera, dai pirati del ciclo di Tortuga fino alla trilogia socialista de Il sole dell’avvenire, che arriva infine al nostro presente del “realismo capitalista”, quello del motto there is no alternative. Non c’è però solo il discorso politico, ma anche il bello di scoprire perché il lettore si innamora di un personaggio negativo come Eymerich. Certo non si tratta di un mostro monolitico, è un individuo che cambia nel corso della sua vita letteraria. C’è un viaggio dell’eroe esterno ma ce n’è anche uno interno, psicanalitico”.

Vi ritroviamo, nel romanzo, un Eymerich più stanco.

“Perché io sono più stanco: ho un rapporto quasi autobiografico col mio personaggio, che è la parte peggiore di me. Un cattivo, come è stato detto, ma un cattivo affascinante. Anche nella serie televisiva The Man in the High Castle, tratta da La svastica sul sole di Philip Dick, il personaggio più interessante è un nazista. Chiaro che non per questo uno diventa nazista; anzi, da un certo punto di vista può riflettere sul nazismo. Anch’io fin dall’inizio ho voluto creare il male affascinante. Eymerich non è sadico: è duro, inflessibile (anche con se stesso), gioca con la crudeltà, rappresenta l’autoritarismo e la volontà di inquadrare il prossimo”.

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