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Archivio per Valerio Evangelisti

Se continua così (non finirà bene) | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di Se continua così, saggio di Mauro Gervasini edito da Mimesis; il tema? La distopia come misura di vita.

“Ciò che Truffaut e prima ancora Bradbury non avevano immaginato e forse non potevano immaginare è che nel loro futuro (cioè nel nostro presente) non ci sarebbe stato bisogno di roghi e pompieri. I libri sarebbero spariti da sé. Senza proteste. Senza resistenze. Senza nessuno che pensasse di impararli a memoria per preservarli”.

Questa amara considerazione di Gianni Canova, autore della prefazione del volume, ben introduce questo saggio di Mauro Gervasini sulla distopia, edito da Mimesis, che prende in considerazione naturalmente il cinema, di cui Gervasini, ex direttore di FilmTV e firma storica della rivista, è un grande esperto, ma anche la letteratura, toccando in particolare Philip Dick e il movimento cyberpunk.
Si affrontano la diverse varianti distopiche, quelle postatomiche, quelle “virali” (post-emipidemia), quelle ecologiche; si parte dai classici Huxley e Orwell e si arriva al cyberpunk, con una appendice per Valerio Evangelisti al quale il libro è dedicato.

L’argomento è naturalmente troppo vasto per potersi esaurire in centocinquanta pagine, ma il libro è certamente un ottimo punto di partenza per farsi una cultura di base sulla distopia. In fondo al volume c’è un utilissimo indice dei nomi.

A Bologna c’è Alphaville, in ricordo di Valerio Evangelisti | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di una presentazione particolare, in un luogo particolare: Bologna, l’8 novembre alle ore 18 a Piazza coperta della Biblioteca Salaborsa, verrà presentato ‘Le strade di Alphaville. Conflitto, immaginario e stili nella paraletteratura’, curato da Alberto Sebastiani (edizioni Odoya); verrà ricordato, in sostanza, l’immaginario e l’autore Valerio Evangelisti, scomparso ormai già da sei mesi:

Gli scrittori Loriano Macchiavelli e Lorenza Ghinelli dialogheranno con Alberto Sebastiani (docente e autore tra gli altri di ‘Nicholas Eymerich il lettore e l’immaginario di Valerio Evangelisti’) per illustrare l’importanza dell’opera di Valerio Evangelisti. L’evento è organizzato grazie alla collaborazione di Biblioteca Salaborsa nell’ambito del del Patto per la lettura del Comune di Bologna.

‘Le strade di Alphaville. Conflitto, immaginario e stili nella paraletteratura’, curato da Alberto Sebastiani (edizioni Odoya) è una raccolta di scritti sulla letteratura di genere in cui Evangelisti riflette sulla (sua) scrittura e sulla ricezione che le opere fantasy, di fantascienza, horror e noir hanno avuto in Italia.

“Poiché produco narrativa di genere, tanti interlocutori che non mi hanno mai letto (giornalisti, intellettuali, scrittori di “rango”, operatori dei media, dirigenti editoriali eccetera) sono a priori convinti che io sia un mezzo scemo […] da coinvolgere nelle esperienze più bislacche”.

Così Evangelisti introduce i suoi scritti in difesa della “paraletteratura”, da sempre considerata “minore”, tracciandone storia e storie: dai classici più o meno contemporanei (Lovecraft, Dick) ai libri di Lupin, Fantômas e Sandokan. Spesso considerata marginale e trascurabile, la letteratura di genere rappresenta in realtà un’intrigante chiave di lettura dei tempi in cui è scritta, uno specchio esplicito, fantasioso, creativo, a volte sgarrupato e caotico del sentire sociale visto dal basso, raccontato con ferocia, immediatezza, proiezioni nel futuro o immaginarie riletture del passato. Non un semplice excursus sulla letteratura di genere, bensì una riflessione intelligente e acuta sul valore della paraletteratura come critica sociale e come strumento di lotta politica, nel conflitto per il controllo dell’immaginario, vero e proprio campo di battaglia per Evangelisti.

Costruttori di civiltà – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un intervento di Valerio Evangelisti, datato novembre 2021, in cui si può apprezzare l’impressionante analisi acuta dei movimenti e della lotta di classe in Emilia Romagna avvenuta nello scorso secolo, un omaggio a questa terra che ha dato la nascita alle più diverse esperienze di sovversivismo politico e sociale; il contesto è una prefazione che Valerio ha scritto a Nel vento, come zingari felici, dialoghi tra Luciano Vasapollo e Lorenzo Giustolisi. Un estratto, in cui si possono ritrovare le sostanziali differenze tra socialismo, anarchismo, comunismo, sindacalismo:

Il tema che vorrei trattare è il cambiamento radicale che episodi di conflittualità hanno portato all’interno di una regione specifica, l’Emilia Romagna. Bisogna pensare alla Romagna di fine Ottocento come a una regione completamente diversa da quel che ci appare oggi, fatta di cespugli, intrichi di boschi, caratterizzata da una forte umidità che permetteva il mantenimento di larghe risaie. La popolazione, anch’essa selvaggia come la natura circostante, partoriva anche briganti, di una tipologia particolare. infatti, poco assomigliavano all’immagine del brigante meridionale: il più crudele e il più feroce in assoluto si chiamava il Passatore, soprannominato poi Cortese a seguito di una nota poesia, ma cortese non lo era affatto. Tuttora possiamo trovarlo sulle etichette dei vini, quali il Sangiovese, rappresentato con un improbabile cappello di taglio calabrese, con folta barba; immagine che si discosta totalmente dalla realtà.

Il Passatore visse a metà dell’Ottocento, portava un cappellino, aveva la barba molto corta che faceva crescere per nascondere le numerose ustioni che portava in viso. Definito crudele perché, oltre ai furti e al largo ricorso alla tortura per indurre a confessare il nascondiglio del patrimonio della malcapitata famiglia di turno, riuscì a conquistare il famoso teatro di Forlimpopoli. Una vicenda presentata come un episodio particolarmente brillante della sua carriera. In realtà la sorella del celebre gastronomo Pellegrino Artusi impazzì, perché fu violentata dai briganti del Passatore che tanto buono non era, patriota men che mai. In Emilia Romagna c’erano quindi i briganti, che provenivano dalla miseria più cruda. Si pensi che nel 1880, in occasione di un allagamento, c’erano braccianti – chiamiamoli così per il momento – che rifiutavano di essere salvati, perché preferivano annegare piuttosto che continuare a condurre la vita precedente. La povertà dilagava: fenomeni come le ripetute guerre e la miseria strutturale avevano ammassato nella regione una quantità di gente, dal lavoro impreciso. Proprio per questo avevo posto precedentemente riserve sul termine braccianti, perché lo erano occasionalmente. Si trattava di persone che in realtà erano disposte a fare un qualsiasi lavoro. L’agricoltura assorbiva gran parte di questa manodopera, ma il fatto è che i lavori agricoli non durano più di cinque o sei mesi, per cui costoro rimanevano disoccupati per buona parte dell’anno. In quei periodi si riducevano a far di tutto pur di poter mangiare: dagli spazzacamini a incaricati dello sgombro delle strade dalla neve durante l’inverno, lavoro prezioso che fornivano le municipalità. Gente, pertanto, che aveva ben poche prospettive di sviluppo davanti. Si trattava, più che di braccianti, di precari o di operai che lavoravano in un contesto agricolo, ed erano completamente diversi da altre figure tipiche delle campagne come i mezzadri, o boari come venivano chiamati in provincia di Ferrara. Costoro erano personaggi effettivamente legati alla terra, vivevano sparsi, per lo più isolati gli uni dagli altri e facevano il loro lavoro con una notevole disciplina, anche perché la piccola quota che riuscivano ad accumulare durante l’anno la usavano con inevitabile parsimonia. La contessa Pasolini di Ravenna, che ha lasciato note molto importanti sulla vita nelle campagne, in special modo nella sua tenuta, elogia al massimo i mezzadri come esempio di famiglia modello, mentre tratta i braccianti come poco di buono. Questo comporta una serie di trasformazioni sul piano sociale.

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Figlio di una mummia – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine alcuni ricordi giovanili di Valerio Evangelisti, un affettuoso modo di ricordarlo che Carmilla continua a perseguire, così da farci capire ancora di più quanto Valerio ci manchi. Eccoli:

Se non sbaglio, il primo romanzo horror che lessi fu nientemeno che Dracula di Bram Stoker, nell’edizione Pocket Longanesi. Mi piacque moltissimo, ma non ne fui spaventato più di tanto. Il cinema mi aveva già preparato a ben altri orrori; i sogni, anche.
Circa l’horror cinematografico, l’impatto più forte fu non con un film intero, ma con un provino. Dovevo avere sei o sette anni quando, in un cinema parrocchiale di Bologna, dopo una pellicola per bambini passarono il trailer de La mummia di Terence Fisher. Quella notte quasi non riuscii a dormire: nella mia cameretta, vedevo la mummia in ogni ombra più scura e apparentemente più mobile delle altre.
Il fatto è che i miei genitori erano rigidissimi nell’evitarmi qualsiasi spettacolo o lettura che potessero suscitare in me paura o sensazioni troppo forti. Se alla televisione passava un film da loro giudicato “impressionante” (era il termine che usavano), mi impedivano di vederlo e mi mandavano a letto. Con risultati contrari alle aspettative, perché dalla mia camera coglievo brani di dialogo, dal televisore di casa o da quelli altrui. Così mi abituai a dare corpo a quei dialoghi con le mie fantasie. E i risultati, è inutile dirlo, erano molto più impressionanti delle immagini del film proibito.
Mi scoprii a ricercare l’horror in tutte le sue forme per trarlo dalla sfera dei sussurri e per renderlo palese, in modo da poterlo esorcizzare. Dopo lo shock de La mummia, per esempio, disegnai una storia a fumetti, ispirata ai pochi fotogrammi del film che avevo colto. Raccontai ai compagni di scuola una versione immaginaria della pellicola, lunghissima e ricca di traversie. Mi trasformai in esperto di mummie. Insomma, quanto più i miei genitori si facevano rigidi (arrivarono a giudicare “impressionanti” i Gialli di Topolino e a proibirmene la lettura!), tanto più divenivo io stesso produttore di horror.
I sogni mi aiutavano. Ne ricordo due che mi spaventarono sul serio. In uno scivolavo nell’imbuto di una scala a chiocciola priva di gradini (chiaro riferimento al trauma della nascita), in un altro mi appoggiavo a una parete e quella cedeva. In pratica, ciò che mi impressionava era l’ignoto, sia come buio in attesa, sia come sovvertimento delle leggi consuete e confortanti.
Forse è per questo che, ormai adulto, non provo il minimo fremito davanti alle storie di Dario Argento e ai libri e ai film dedicati ai serial killers. Lame, scuri e coltelli (elementi tipici dei film di Argento) non rientrano nel mio arsenale di paure recondite. Lo splatter può destarmi raccapriccio, ma mai orrore vero. Ciò che mi turba (anche se adesso non mi terrorizza più) è l’irrazionale, l’inspiegabile; se possibile suggerito, più che mostrato.

L’horror capace di spaventarmi, sia nella letteratura che nel cinema, e che dunque mi appassiona di più (a parte l’ammirazione tutta estetica per il romanticismo delle grandi storie di vampiri e di mostri), è quello che sa raggiungere la mia sfera onirica. E che, di conseguenza, mi riporta alla condizione di bambino chiuso nella mia cameretta, pronto a individuare nelle sfumature più cupe del buio lo sguardo spento di una mummia a braccia tese.

Ecco Robot 95, coi racconti Premio Hugo e Premio Robot | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’uscita del nuovo Robot 95, la rivista SF che in Italia più di tutte rappresenta il genere; vi lascio alle note dell’editore DelosDigital:

Il numero ospita il racconto Dove si raccolgono i cuori di quercia, della scrittrice e cantante rock Sarah Pinsker vincitore quest’anno sia del Premio Nebula che del Premio Hugo; è un racconto con un format decisamente atipico, tanto che è stato necessario rinunciare per una volta al classico layout di Robot a due colonne. Il racconto è presentato come la voce di un immaginario sito nel quale gli utenti commentano i testi delle canzoni, e commentano i commenti. L’altro racconto premiato ha vinto il Premio Robot ed è di Lukha B. Kremo, primo ad aggiudicarsi il riconoscimento per due volte.
Nel numero ci sono anche un ricordo di Valerio Evangelisti firmato da Salvatore Proietti, un’intervista con Roberto Vacca, un corposo articolo a tema solarpunk di Silvia Treves; si parla del pluripremiato ciclo della Terra Spezzata, della serie Archive 81 e dell’intelligenza artificiale forse cosciente, Lamda.

L’ultima avventura di Eymerich è in edicola | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’Urania di questo mese, che è Il fantasma di Eymerich, ultimo libro della saga dell’inquisitore scritto da Valerio Evangelisti pochi anni fa. Come sempre per Valerio, è un titolo da urlo.

Il fantasma di Eymerich è l’ultimo romanzo dedicato da Valerio Evangelisti allo spietato inquisitore del XIV secolo, sia in senso cronologico (gli avvenimenti si svolgono nel 1378) sia in ordine di pubblicazione, avvenuta la prima volta nel 2018.

Sfuggito al carcere in cui l’aveva fatto imprigionare il re d’Aragona, Nicolas Eymerich si reca a Roma, dove Gregorio XI ha riportato la sede papale dopo un esilio durato settant’anni. Tutto il tempo per permettere a un oscuro culto pagano di tornare in auge nell’antica capitale dell’impero, estendendo i suoi tentacoli persino tra i principi della Chiesa. E questa volta, il nemico che Eymerich dovrà affrontare, sarà qualcuno davvero alla sua altezza.
Nel frattempo, nel futuro, tra gli scontri di un devastante conflitto mondiale, lo scienziato Marcus Frullifer trova rifugio nella  repubblica di Catalogna e inizia la costruzione di un’astronave in grado di muoversi grazie alle energie psichiche, la Malpertuis, già comparsa nel primo libro della saga. Purtroppo le cose non andranno esattamente come si immaginava…
Intanto, in un futuro ancora più lontano, a ridosso del misterioso Punto Omega teorizzato al gesuita Teilhard de Chardin,  un misterioso Magister  tira le fila dell’ultimo sussulto di un universo e di un’umanità arrivati, forse, all’ultima pagina della loro storia.

Apre il volume una toccante introduzione di Franco Forte in ricordo del compianto Valerio, «il più grande scrittore di Fantascienza (sì, con la “F” maiuscola) che il nostro Paese abbia mai conosciuto».

La sovversione paraletteraria di Valerio Evangelisti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Luca Cangianti a Le strade di Alphaville. Conflitto, immaginari e stili nella paraletteratura, saggio uscito per Odoya, che ripercorre i sentieri ideologici e letterari di Valerio Evangelisti. Un estratto:

Il volume raccoglie 44 dei 96 interventi saggistici dello scrittore bolognese, pubblicati dal 2001 al 2006 per l’Ancora del mediterraneo. Le parti non incluse nel libro sono tuttavia disponibili in pdf mediante un QR code. Il curatore, Alberto Sebastiani, ha avuto modo di concordare la selezione del materiale con l’autore quando era ancora in vita, mentre ha dovuto organizzare da solo la divisione in sezioni. Il risultato è un’opera ben strutturata che ci restituisce la poetica militante di Evangelisti, il backstage teorico dei suoi romanzi e dei suoi racconti.

Secondo Evangelisti l’immaginario (cioè, come ricorda Sebastiani, il «repertorio di rappresentazioni, figure, schemi, immagini, suoni e narrazioni popolari e colte, che divengono un patrimonio culturale comune anche grazie, in teoria, al loro legame profondo con gli archetipi dell’”inconscio collettivo”») è un campo di battaglia. Il potere vampirizza le potenzialità narrative di questo patrimonio umano per perpetuare il suo dominio di morte e oscurità. Le vittime finiscono per sprofondare nelle allucinazioni, perdono la propria soggettività e la capacità d’individuare i propri carnefici. In questo modo offrono la gola a un mostro che ha le fattezze di Dracula. Ne conseguono fabbricazioni di Hitler à la carte utili a giustificare guerre imperialiste, massacri di civili e miseria crescente. Nessun Van Helsing positivista può tuttavia sconfiggere questo vampiro reazionario e notturno. La speranza può venire solo da un altro vampiro, anzi da una vampira: ribelle, lesbica, che vive alla luce del sole e non si rassegna alla morte. Come Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu. Nel 1995 Evangelisti ne prese in prestito il nome per la rivista che adesso state leggendo nella sua versione digitale. Il suo programma era ed è ridestare le masse ipnotizzate mediante un immaginario d’opposizione che attinga alle profondità archetipiche dell’inconscio collettivo mediante la paraletteratura.

Le avventure di Sandokan o quelle dei tre moschettieri, sostiene Evangelisti, riescono ancora a farci sognare proprio perché ricalcano le forme ancestrali della narrazione, come scrissero Joseph Campbell e Chris Vogler. Si tratta del viaggio dell’eroe, un monomito riscontrabile in tutte le culture, inscritto nell’inconscio collettivo umano. La letteratura fantastica, inoltre, per la sua natura intrinsecamente metaforica, da una parte coglie meglio di altre forme espressive realistiche le tendenze sociali contemporanee, dall’altra fortifica la fantasia del lettore e ne potenzia le difese immunitarie contro l’eterodirezione del potere.
Oltre a tutti questi spunti teorici, nell’ultima sezione del libro si raccolgono alcuni interventi riguardanti autori classici particolarmente apprezzati da Evangelisti (H. P. Lovecraft, Richard Matheson, Philip Dick, Dashiell Hammett, Jean-Patrick Manchette) e scrittrici e scrittori italiani dotati di una forte carica innovativa (Cesare Battisti, Vittorio Curtoni, Alda Teodorani, Adàn Zzywwurath/Franco Porcarelli).

«Superuomo, ammosciati!» ovvero l’eroe scassato e sconquassato da Philip José Farmer – Carmilla on line


Mi accorgo di avere molteplici punti comune con Philip José Farmer – che non vuol dire che io sia come lui, piuttosto che io ricalchi inconsciamente i suoi percorsi cognitivi e stilistici, nonché ideologici.
L’autore SF americano, spesso scomodo nei suoi romanzi e cerebralità, è indagato da un bell’articolo di Sandro Moiso su CarmillaOnLine; eccone un estratto:

Se è mai esistito un autore di SF che possa essere definito come iconoclasta, questo non può essere altri che Philip José Farmer. Un’intera vita, e un’intera attività letteraria, spesa a demolire e distruggere tutti i dogmi delle religioni rivelate, tutti i tabù e tutti gli “eroi” della letteratura e del mito. Senza sconti e senza scampo per nessuno,
Del suo ruolo di innovatore della SF americana Valerio Evangelisti ha scritto:

“Negli anni, la fantascienza era divenuta (aderendo al proprio oggetto) un’astronave proiettata fuori dal mondo letterario; e se al suo interno fiorivano le ipotesi vertiginose e i temi socialmente e politicamente scottanti, fiorivano anche le incrostazioni di tabù e divieti. Sappiamo, per esempio, da una testimonianza di Harry Harrison, che persino la menzione di un comune vaso da notte faceva storcere il naso agli editori americani, attenti a non scandalizzare un pubblico minorenne. Figuriamoci il sesso. Ma ecco che arriva Philip José Farmer ad abbattere le barriere a spallate. Non è il solo, ma certo il meno cauto. […] E non si tratta solo di sesso. La religione altro argomento precluso (ma molto meno), subisce la stessa sorte. Si pensi alla pagina di Venere sulla conchiglia in cui Gesù Cristo appare alla tv, dice «In verità vi dico…» poi viene oscurato perché il tempo è scaduto. Memorabile. […] Questo è in effetti Farmer: un rivoluzionario che magari nemmeno sa di esserlo1.

Il ciclo di Eymerich, una narrativa popolare che inquieta e non consola /2 – Carmilla on line


Seconda puntata, su CarmillaOnLine, dell’opera principale di Valerio Evangelisti, ma anche del resto della sua produzione: il ciclo dell’inquisitore Eymerich (qui la prima parte); si entra nei dettagli di ciò che il Potere delinea per i suoi sottoposti, le dinamiche, gli esiti di queste obbligazioni, di questo controllo sociale, che determinano il disastro sociale e interiore dei nostri secoli postmoderni.

In Mater Terribilis, in uno dei più classici futuri alla Evangelisti in cui la razionalità di Eymerich dispiega le sue distopiche conseguenze, esiste il Vortex, una stazione satellitare in grado di immagazzinare i sogni e gli incubi di tutta l’umanità e di ritrasmetterli modificati e amplificati alle menti delle persone. Due funzionari di questa stazione dialogano tra di loro:

– La gente “Non riesce più a distinguere tra incubo e realtà. Quanto ai sogni, non sa più nemmeno cosa siano.
“Be’, era proprio questa la finalità del sistema. Spegnere i sogni. I sogni non sono governabili, gli incubi sì. Sovversione e terrorismo nascono dai primi, anche se magari si convertono nei secondi”.

Questo discorso è fatto dal punto di vista del potere e per questo dove sta scritto sovversione e terrorismo possiamo leggere rivoluzione e ribellione. Ciò detto questo brano fa pensare all’Unione Sovietica. Il più grande sogno trasformato in un tremendo incubo. Al di là di questa suggestione, tornando ai romanzi di Eymerich, la gran parte delle eresie che ci presenta Evangelisti rimangono in bilico tra queste due dimensioni: di sogno e di incubo.
Insomma l’immaginario non è soltanto lo scrigno immateriale che custodisce i tesori più preziosi dell’animo umano rimossi dalla razionalità dominante. L’immaginario è strutturalmente ambiguo. Se superiamo le colonne d’Ercole che delimitano la logica del nostro mondo non troviamo automaticamente sogni e pulsioni di libertà. Certamente ci imbattiamo in frammenti di possibili mondi alternativi, ma assemblati in una forma magmatica e per questo utilizzabili anche in modo regressivo da ciarlatani, mestatori e funesti imbonitori.
In Cherudek Eymerich si scontra con Rupescissa, un alchimista che, con il suo elisir, vuole assicurare a folle di infelici l’“accesso a una vita più ricca, in cui il corpo si fa lieve e i beni dello spirito sono condivisi”. Nel condannare la sua eresia, il cinismo dell’inquisitore ha almeno una freccia al suo arco che sembra provenire da una faretra rivoluzionaria:

– “Curioso” commentò Eymerich, un sorrisetto cinico sulle labbra. “Ogni tanto compare qualcuno che promette ai poveri il riscatto. Purché si impegnino a rimanere poveri nella vita ordinaria e cercare soddisfazione nel mondo dei sogni”.

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Il ciclo di Eymerich, una narrativa popolare che inquieta e non consola /1 – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la prima puntata di una profonda esegesi dell’opera principe di Valerio Evangelisti, il ciclo dell’inquisitore Eymerich.
L’argomento è molto vasto, per cui vi incollo qui sotto alcuni passi certamente non esaustivo di tutto l’immaginario trattato nell’articolo, è un invito il mio a leggere attentamente ciò che c’è scritto e, soprattutto, a leggere tutto il ciclo di Eymerich; e perché no, a leggere tutta l’opera di Valerio.

Combattere la colonizzazione dell’immaginario da parte del potere attraverso un originale utilizzo di generi narrativi considerati minori: avventura, fantastico, giallo, fantascienza ecc. Come si articola questa amalgama tra romanzo popolare e letteratura esplicitamente politica nell’opera di Valerio Evangelisti? L’autore bolognese sostiene che “Tematiche come il razzismo, la guerra, la fame, il disagio urbano, l’invadenza dei mass media, l’autoritarismo, l’arroganza del potere eccetera sono per la narrativa ‘di genere’ pane quotidiano”.1 Ma afferma anche che, in questo ambito, prevale spesso la ripetizione all’infinito di temi e schemi collaudati. In breve, la paccottiglia.
Tenendo conto di questa duplicità, possiamo partire da quanto sostiene Umberto Eco a proposito del romanzo popolare: questo genere letterario sorprende il lettore con innumerevoli colpi di scena, ma alla fine lo tranquillizza con quello che già sa immergendolo in un intreccio narrativo di cui conosce i pezzi, le regole e anche l’esito. E l’esito è che il bene trionfa. Il bene definito dai canoni della moralità dominante.2
Il procedimento descritto da Eco è per certi versi l’opposto di quello utilizzato da Evangelisti nel ciclo dedicato all’inquisitore generale di Aragona Nicolas Eymerich con le sue storie ambientate nella seconda metà del 1300, ma intrecciate con altre vicende che si svolgono in periodi futuri (dalla Seconda guerra mondiale al 3000 d.c.) o più raramente  in dimensioni oniriche. Il tutto raccontato nella tipica struttura articolata su tre livelli cronologici. Nei tredici romanzi del ciclo “canonico”, pubblicati tra il 1994 e il 2018, lo scrittore bolognese immerge il lettore in un’atmosfera “paraletteraria” apparentemente poco impegnativa. Lo accoglie in un immaginario in cui si trova a suo agio, quello del romanzo d’avventura in cui il protagonista, come in un giallo, deve risolvere degli enigmi che si colorano di tinte horror, soprannaturali, fantastiche. Ma progressivamente la trama concettuale sottesa al racconto si infittisce, ci spiazza, ci porta in lande sconosciute in cui la nostra razionalità fatica ad orientarsi. È questo percorso dal noto all’ignoto che costituisce l’utilizzo politico che Evangelisti fa della letteratura popolare.

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