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Archivio per Valerio Evangelisti

Ecco Robot 95, coi racconti Premio Hugo e Premio Robot | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’uscita del nuovo Robot 95, la rivista SF che in Italia più di tutte rappresenta il genere; vi lascio alle note dell’editore DelosDigital:

Il numero ospita il racconto Dove si raccolgono i cuori di quercia, della scrittrice e cantante rock Sarah Pinsker vincitore quest’anno sia del Premio Nebula che del Premio Hugo; è un racconto con un format decisamente atipico, tanto che è stato necessario rinunciare per una volta al classico layout di Robot a due colonne. Il racconto è presentato come la voce di un immaginario sito nel quale gli utenti commentano i testi delle canzoni, e commentano i commenti. L’altro racconto premiato ha vinto il Premio Robot ed è di Lukha B. Kremo, primo ad aggiudicarsi il riconoscimento per due volte.
Nel numero ci sono anche un ricordo di Valerio Evangelisti firmato da Salvatore Proietti, un’intervista con Roberto Vacca, un corposo articolo a tema solarpunk di Silvia Treves; si parla del pluripremiato ciclo della Terra Spezzata, della serie Archive 81 e dell’intelligenza artificiale forse cosciente, Lamda.

L’ultima avventura di Eymerich è in edicola | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’Urania di questo mese, che è Il fantasma di Eymerich, ultimo libro della saga dell’inquisitore scritto da Valerio Evangelisti pochi anni fa. Come sempre per Valerio, è un titolo da urlo.

Il fantasma di Eymerich è l’ultimo romanzo dedicato da Valerio Evangelisti allo spietato inquisitore del XIV secolo, sia in senso cronologico (gli avvenimenti si svolgono nel 1378) sia in ordine di pubblicazione, avvenuta la prima volta nel 2018.

Sfuggito al carcere in cui l’aveva fatto imprigionare il re d’Aragona, Nicolas Eymerich si reca a Roma, dove Gregorio XI ha riportato la sede papale dopo un esilio durato settant’anni. Tutto il tempo per permettere a un oscuro culto pagano di tornare in auge nell’antica capitale dell’impero, estendendo i suoi tentacoli persino tra i principi della Chiesa. E questa volta, il nemico che Eymerich dovrà affrontare, sarà qualcuno davvero alla sua altezza.
Nel frattempo, nel futuro, tra gli scontri di un devastante conflitto mondiale, lo scienziato Marcus Frullifer trova rifugio nella  repubblica di Catalogna e inizia la costruzione di un’astronave in grado di muoversi grazie alle energie psichiche, la Malpertuis, già comparsa nel primo libro della saga. Purtroppo le cose non andranno esattamente come si immaginava…
Intanto, in un futuro ancora più lontano, a ridosso del misterioso Punto Omega teorizzato al gesuita Teilhard de Chardin,  un misterioso Magister  tira le fila dell’ultimo sussulto di un universo e di un’umanità arrivati, forse, all’ultima pagina della loro storia.

Apre il volume una toccante introduzione di Franco Forte in ricordo del compianto Valerio, «il più grande scrittore di Fantascienza (sì, con la “F” maiuscola) che il nostro Paese abbia mai conosciuto».

La sovversione paraletteraria di Valerio Evangelisti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Luca Cangianti a Le strade di Alphaville. Conflitto, immaginari e stili nella paraletteratura, saggio uscito per Odoya, che ripercorre i sentieri ideologici e letterari di Valerio Evangelisti. Un estratto:

Il volume raccoglie 44 dei 96 interventi saggistici dello scrittore bolognese, pubblicati dal 2001 al 2006 per l’Ancora del mediterraneo. Le parti non incluse nel libro sono tuttavia disponibili in pdf mediante un QR code. Il curatore, Alberto Sebastiani, ha avuto modo di concordare la selezione del materiale con l’autore quando era ancora in vita, mentre ha dovuto organizzare da solo la divisione in sezioni. Il risultato è un’opera ben strutturata che ci restituisce la poetica militante di Evangelisti, il backstage teorico dei suoi romanzi e dei suoi racconti.

Secondo Evangelisti l’immaginario (cioè, come ricorda Sebastiani, il «repertorio di rappresentazioni, figure, schemi, immagini, suoni e narrazioni popolari e colte, che divengono un patrimonio culturale comune anche grazie, in teoria, al loro legame profondo con gli archetipi dell’”inconscio collettivo”») è un campo di battaglia. Il potere vampirizza le potenzialità narrative di questo patrimonio umano per perpetuare il suo dominio di morte e oscurità. Le vittime finiscono per sprofondare nelle allucinazioni, perdono la propria soggettività e la capacità d’individuare i propri carnefici. In questo modo offrono la gola a un mostro che ha le fattezze di Dracula. Ne conseguono fabbricazioni di Hitler à la carte utili a giustificare guerre imperialiste, massacri di civili e miseria crescente. Nessun Van Helsing positivista può tuttavia sconfiggere questo vampiro reazionario e notturno. La speranza può venire solo da un altro vampiro, anzi da una vampira: ribelle, lesbica, che vive alla luce del sole e non si rassegna alla morte. Come Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu. Nel 1995 Evangelisti ne prese in prestito il nome per la rivista che adesso state leggendo nella sua versione digitale. Il suo programma era ed è ridestare le masse ipnotizzate mediante un immaginario d’opposizione che attinga alle profondità archetipiche dell’inconscio collettivo mediante la paraletteratura.

Le avventure di Sandokan o quelle dei tre moschettieri, sostiene Evangelisti, riescono ancora a farci sognare proprio perché ricalcano le forme ancestrali della narrazione, come scrissero Joseph Campbell e Chris Vogler. Si tratta del viaggio dell’eroe, un monomito riscontrabile in tutte le culture, inscritto nell’inconscio collettivo umano. La letteratura fantastica, inoltre, per la sua natura intrinsecamente metaforica, da una parte coglie meglio di altre forme espressive realistiche le tendenze sociali contemporanee, dall’altra fortifica la fantasia del lettore e ne potenzia le difese immunitarie contro l’eterodirezione del potere.
Oltre a tutti questi spunti teorici, nell’ultima sezione del libro si raccolgono alcuni interventi riguardanti autori classici particolarmente apprezzati da Evangelisti (H. P. Lovecraft, Richard Matheson, Philip Dick, Dashiell Hammett, Jean-Patrick Manchette) e scrittrici e scrittori italiani dotati di una forte carica innovativa (Cesare Battisti, Vittorio Curtoni, Alda Teodorani, Adàn Zzywwurath/Franco Porcarelli).

«Superuomo, ammosciati!» ovvero l’eroe scassato e sconquassato da Philip José Farmer – Carmilla on line


Mi accorgo di avere molteplici punti comune con Philip José Farmer – che non vuol dire che io sia come lui, piuttosto che io ricalchi inconsciamente i suoi percorsi cognitivi e stilistici, nonché ideologici.
L’autore SF americano, spesso scomodo nei suoi romanzi e cerebralità, è indagato da un bell’articolo di Sandro Moiso su CarmillaOnLine; eccone un estratto:

Se è mai esistito un autore di SF che possa essere definito come iconoclasta, questo non può essere altri che Philip José Farmer. Un’intera vita, e un’intera attività letteraria, spesa a demolire e distruggere tutti i dogmi delle religioni rivelate, tutti i tabù e tutti gli “eroi” della letteratura e del mito. Senza sconti e senza scampo per nessuno,
Del suo ruolo di innovatore della SF americana Valerio Evangelisti ha scritto:

“Negli anni, la fantascienza era divenuta (aderendo al proprio oggetto) un’astronave proiettata fuori dal mondo letterario; e se al suo interno fiorivano le ipotesi vertiginose e i temi socialmente e politicamente scottanti, fiorivano anche le incrostazioni di tabù e divieti. Sappiamo, per esempio, da una testimonianza di Harry Harrison, che persino la menzione di un comune vaso da notte faceva storcere il naso agli editori americani, attenti a non scandalizzare un pubblico minorenne. Figuriamoci il sesso. Ma ecco che arriva Philip José Farmer ad abbattere le barriere a spallate. Non è il solo, ma certo il meno cauto. […] E non si tratta solo di sesso. La religione altro argomento precluso (ma molto meno), subisce la stessa sorte. Si pensi alla pagina di Venere sulla conchiglia in cui Gesù Cristo appare alla tv, dice «In verità vi dico…» poi viene oscurato perché il tempo è scaduto. Memorabile. […] Questo è in effetti Farmer: un rivoluzionario che magari nemmeno sa di esserlo1.

Il ciclo di Eymerich, una narrativa popolare che inquieta e non consola /2 – Carmilla on line


Seconda puntata, su CarmillaOnLine, dell’opera principale di Valerio Evangelisti, ma anche del resto della sua produzione: il ciclo dell’inquisitore Eymerich (qui la prima parte); si entra nei dettagli di ciò che il Potere delinea per i suoi sottoposti, le dinamiche, gli esiti di queste obbligazioni, di questo controllo sociale, che determinano il disastro sociale e interiore dei nostri secoli postmoderni.

In Mater Terribilis, in uno dei più classici futuri alla Evangelisti in cui la razionalità di Eymerich dispiega le sue distopiche conseguenze, esiste il Vortex, una stazione satellitare in grado di immagazzinare i sogni e gli incubi di tutta l’umanità e di ritrasmetterli modificati e amplificati alle menti delle persone. Due funzionari di questa stazione dialogano tra di loro:

– La gente “Non riesce più a distinguere tra incubo e realtà. Quanto ai sogni, non sa più nemmeno cosa siano.
“Be’, era proprio questa la finalità del sistema. Spegnere i sogni. I sogni non sono governabili, gli incubi sì. Sovversione e terrorismo nascono dai primi, anche se magari si convertono nei secondi”.

Questo discorso è fatto dal punto di vista del potere e per questo dove sta scritto sovversione e terrorismo possiamo leggere rivoluzione e ribellione. Ciò detto questo brano fa pensare all’Unione Sovietica. Il più grande sogno trasformato in un tremendo incubo. Al di là di questa suggestione, tornando ai romanzi di Eymerich, la gran parte delle eresie che ci presenta Evangelisti rimangono in bilico tra queste due dimensioni: di sogno e di incubo.
Insomma l’immaginario non è soltanto lo scrigno immateriale che custodisce i tesori più preziosi dell’animo umano rimossi dalla razionalità dominante. L’immaginario è strutturalmente ambiguo. Se superiamo le colonne d’Ercole che delimitano la logica del nostro mondo non troviamo automaticamente sogni e pulsioni di libertà. Certamente ci imbattiamo in frammenti di possibili mondi alternativi, ma assemblati in una forma magmatica e per questo utilizzabili anche in modo regressivo da ciarlatani, mestatori e funesti imbonitori.
In Cherudek Eymerich si scontra con Rupescissa, un alchimista che, con il suo elisir, vuole assicurare a folle di infelici l’“accesso a una vita più ricca, in cui il corpo si fa lieve e i beni dello spirito sono condivisi”. Nel condannare la sua eresia, il cinismo dell’inquisitore ha almeno una freccia al suo arco che sembra provenire da una faretra rivoluzionaria:

– “Curioso” commentò Eymerich, un sorrisetto cinico sulle labbra. “Ogni tanto compare qualcuno che promette ai poveri il riscatto. Purché si impegnino a rimanere poveri nella vita ordinaria e cercare soddisfazione nel mondo dei sogni”.

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Il ciclo di Eymerich, una narrativa popolare che inquieta e non consola /1 – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la prima puntata di una profonda esegesi dell’opera principe di Valerio Evangelisti, il ciclo dell’inquisitore Eymerich.
L’argomento è molto vasto, per cui vi incollo qui sotto alcuni passi certamente non esaustivo di tutto l’immaginario trattato nell’articolo, è un invito il mio a leggere attentamente ciò che c’è scritto e, soprattutto, a leggere tutto il ciclo di Eymerich; e perché no, a leggere tutta l’opera di Valerio.

Combattere la colonizzazione dell’immaginario da parte del potere attraverso un originale utilizzo di generi narrativi considerati minori: avventura, fantastico, giallo, fantascienza ecc. Come si articola questa amalgama tra romanzo popolare e letteratura esplicitamente politica nell’opera di Valerio Evangelisti? L’autore bolognese sostiene che “Tematiche come il razzismo, la guerra, la fame, il disagio urbano, l’invadenza dei mass media, l’autoritarismo, l’arroganza del potere eccetera sono per la narrativa ‘di genere’ pane quotidiano”.1 Ma afferma anche che, in questo ambito, prevale spesso la ripetizione all’infinito di temi e schemi collaudati. In breve, la paccottiglia.
Tenendo conto di questa duplicità, possiamo partire da quanto sostiene Umberto Eco a proposito del romanzo popolare: questo genere letterario sorprende il lettore con innumerevoli colpi di scena, ma alla fine lo tranquillizza con quello che già sa immergendolo in un intreccio narrativo di cui conosce i pezzi, le regole e anche l’esito. E l’esito è che il bene trionfa. Il bene definito dai canoni della moralità dominante.2
Il procedimento descritto da Eco è per certi versi l’opposto di quello utilizzato da Evangelisti nel ciclo dedicato all’inquisitore generale di Aragona Nicolas Eymerich con le sue storie ambientate nella seconda metà del 1300, ma intrecciate con altre vicende che si svolgono in periodi futuri (dalla Seconda guerra mondiale al 3000 d.c.) o più raramente  in dimensioni oniriche. Il tutto raccontato nella tipica struttura articolata su tre livelli cronologici. Nei tredici romanzi del ciclo “canonico”, pubblicati tra il 1994 e il 2018, lo scrittore bolognese immerge il lettore in un’atmosfera “paraletteraria” apparentemente poco impegnativa. Lo accoglie in un immaginario in cui si trova a suo agio, quello del romanzo d’avventura in cui il protagonista, come in un giallo, deve risolvere degli enigmi che si colorano di tinte horror, soprannaturali, fantastiche. Ma progressivamente la trama concettuale sottesa al racconto si infittisce, ci spiazza, ci porta in lande sconosciute in cui la nostra razionalità fatica ad orientarsi. È questo percorso dal noto all’ignoto che costituisce l’utilizzo politico che Evangelisti fa della letteratura popolare.

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L’uomo-lupo: il mostro proletario – Carmilla on line


Le differenze tra licantropi e vampiri secondo Valerio Evangelisti, su CarmillaOnLine, ripescando un suo vecchio intervento. Vi lascio a un vasto stralcio, incantato dalla prosa di Valerio che è sempre meravigliosa, anche quando fa saggistica.

Ancora a metà degli anni Sessanta, il serissimo Grande Dizionario Enciclopedico UTET riportava la voce Licantropia, tra quelle dedicate alla medicina. Ne parlava come di una forma di psicosi legata agli effetti della luna piena, dalla sintomatologia variabile però verificata. In seguito le certezze mediche si attenuarono, e i riferimenti ai lupi anche. Quella che un tempo era detta “licantropia” fu associata alla porfiria, una patologia genetica davvero tremenda. Sta di fatto che se il mito del vampiro è sostanziato da pochi elementi di verifica concreti, quello dell’uomo-lupo ne conosce invece molti, fin dalla notte dei tempi. D’altra parte, il successo cinematografico e multimediale dei vampiri si è appoggiato a trasposizioni letterarie di grande successo (a cominciare dalle opere di Polidori, Le Fanu, Stoker ecc.), mentre quello dei lupi mannari ha piuttosto alle spalle cronache locali, resoconti, dossier di polizia.
Per intenderci, il più noto uomo-lupo dello schermo, Larry Talbot, non nasce da un romanzo che lo abbia a protagonista, come invece accade per Dracula, Carmilla e tanti altri precursori e imitatori. Ha invece una serie di documenti che testimoniano di una paura diffusa, antica e forse basata su esperienze concrete.
L’appeal dell’uomo-lupo sulla letteratura è relativamente recente, e comunque largamente inferiore a quello del vampiro, per una ragione a mio avviso piuttosto evidente. Il licantropo non esercita il richiamo sessuale distorto che connota il suo più diretto rivale, nella famiglia dei mostri. Nemmeno si presta molto a letture mistiche, a differenza di Dracula, interpretabile come una sorta di anticristo. Il lupo mannaro è semplicemente un uomo che scatena la propria forza bruta, consapevolmente a volte, inconsapevolmente nella maggioranza dei casi. A ben vedere, rispetto a questo il fatto che si trasformi in lupo, del tutto o in parte, è in fondo accessorio. Potrebbe comportarsi da lupo anche senza modificare la propria parvenza fisica.
Siamo dunque in presenza del meno sexy dei mostri. Non a caso, la recente saga cinematografica di Underworld ne fa una specie di proletario, a fronte degli aristocratici vampiri; e non dissimile, pur se in forme differenti, è il trattamento che gli riserva l’altra saga del momento, Twilight.

Se Dracula è dunque una sorta di Cristo ribaltato, che invece della vita eterna promette la morte eterna, il licantropo è piuttosto un “povero Cristo”. Non servono con lui crocifissi o acqua benedetta ustionante. Basta nel suo caso un proiettile qualsiasi. D’argento, sì, ma il dettaglio vale solo a nobilitare pagine tristi tratte dalla storia criminale. In realtà, un fracco di legnate sarebbe forse sufficiente.
L’uomo-lupo è eternamente infelice. Larry Talbot, per esempio, si macera nella malinconia, davanti a una malattia che non riesce a controllare. Certi vampiri, della loro condizione di non-morti, mostrano fierezza. Il licantropo no. Se riacquista coscienza delle azioni commesse in stato bestiale, vorrebbe morire. Dracula è creatura semi-divina e semi-infernale. Il lupo mannaro è solo malato, e ne è consapevole. Riaffiora così, con inquietante frequenza, nei racconti popolari. Del popolo fa parte, non diversamente dai Morlocks che, ne La macchina del tempo, Wells descrive come proletari di fabbrica regrediti a condizione bestiale, in un futuro in cui le classi si sono ripartite la superficie e i sotterranei della terra. Ai “lupi” spetta di diritto il sottosuolo, e la ferocia è l’unica arma che possiedono per affermare una loro dignità. Nonostante ciò restano dei perdenti nati, capaci di fare paura ma non di sovvertire alcunché. La gleba della gleba, malata nel corpo e nella ragione.

Torna Aphaville | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione della pubblicazione dei saggi di Valerio EvangelistiLe strade di Aplhaville – per i tipi di Odoya, un’operazione culturale prima ancora che editoriale, che mancava davvero tanto. Vi lascio alle note dell’articolo:

“Poiché produco narrativa di genere, tanti interlocutori che non mi hanno mai letto (giornalisti, intellettuali, scrittori di “rango”, operatori dei media, dirigenti editoriali eccetera) sono a priori convinti che io sia un mezzo scemo […] da coinvolgere nelle esperienze più bislacche”.

Così Evangelisti introduce i suoi scritti in difesa della “paraletteratura”, da sempre considerata “minore”, tracciandone storia e storie: dai classici più o meno contemporanei (Lovecraft, Dick) ai libri di Lupin, Fantômas e Sandokan.
Spesso considerata marginale e trascurabile, la letteratura di genere rappresenta in realtà un’intrigante chiave di lettura dei tempi in cui è scritta, uno specchio esplicito, fantasioso, creativo, a volte sgarrupato e caotico del sentire sociale visto dal basso, raccontato con ferocia, immediatezza, proiezioni nel futuro o immaginarie riletture del passato.

Non un semplice excursus sulla letteratura di genere, quindi, bensì una riflessione intelligente e acuta sul valore della paraletteratura come critica sociale e come strumento di lotta politica, nel conflitto per il controllo dell’immaginario, vero e proprio campo di battaglia per Evangelisti. Alphaville, città raccontata da Jean-Luc Godard in un suo film di fantascienza distopica, è il nome usato da Evangelisti per i tre volumi originari in cui erano raccolte le sue riflessioni; una selezione di questi “saggetti”, come amava definirli il suo autore, accompagna nuovamente il lettore lungo le strade di Alphaville per scoprire la ricchezza dell’immaginario.

“Il lettore di gialli, fantascienza, horror eccetera ha, secondo me, minori possibilità di essere sedotto e addomesticato del consumatore abituale di letteratura ‘alta’. È abituato a immergersi in piccoli o grandi inferni metropolitani, a penetrare in galassie rette da regole pazzesche, a esplorare mondi alternativi, a scorgere l’incubo nascosto dietro la normalità apparente. La sua narrativa è narrativa di coinvolgimento: è fatta apposta per non lasciare indifferenti. Ed è narrativa dello straniamento dal proprio reale, per immergersi in un altro che può essere bizzarro o esotico, ma che può anche essere, e spesso è, una diversa visione prospettica di quello che egli stesso vive”, dice Valerio

I cinesi al liceo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un racconto particolare di Valerio Evangelisti, che rievoca i suoi giorni liceali a Bologna e fa capire molto del suo orientamento politico da adulto; un estratto:

Le lezioni erano cominciate da pochi giorni. Era l’ottobre del 1969, e io frequentavo la prima liceo classico (oggi corrispondente, credo, alla terza) presso l’istituto Marco Minghetti di Bologna.
Un liceo particolare, il Minghetti. Vi ero giunto dopo una quarta ginnasio disastrosa presso il liceo classico rivale, il Galvani. “Disastrosa” non per gli esiti, quanto per l’ambiente. Avevo per compagni di classe ragazzi in prevalenza ricchi o ricchissimi, con cui faticavo a legare. Inoltre vi era una larga prevalenza di fascisti, forse più negli atteggiamenti che nell’ideologia (appresi poi che lo stesso istituto annoverava tra i propri allievi Gianfranco Fini, però io non lo ricordo).
La composizione sociale del Minghetti era molto diversa. Vi predominava la piccola borghesia. La politicizzazione era scarsa, però nel ’68 uno studente dell’ultimo anno, soprannominato Bifo, aveva promosso uno sciopero e un sit-in nell’atrio della presidenza, a cui avevo partecipato. Si erano tenute assemblee, sebbene su temi marginali (il cattivo stato dei gabinetti, l’esigenza di un distributore di bibite, ecc.).
Bene, quel giorno dell’ottobre 1969, arrivato al liceo, mi attendeva una sorpresa. Davanti all’ingresso era schierata una fila di giovani, disposta con ordine quasi militare. Ognuno di essi aveva al collo un fazzoletto rosso con l’effigie di Mao, e ognuno reggeva una bandiera recante una falce e martello con gli angoli smussati, sovrastante la scritta Servire il popolo. Altri distribuivano volantini e il giornale La guardia rossa.
Io non aspettavo altro. A dire la verità, fino all’estate non ero stato per nulla maoista. L’anno precedente, con altri due ragazzi, avevo costituito nel mio liceo il Circolo Anarchico Bandiera Nera. Avevamo distribuito un volantino in sei copie, fatto con la carta carbone, e appeso a una finestra una bandiera per l’appunto nera, ricavata dal grembiule (che allora per le ragazze era obbligatorio) di una compagna di classe. Nient’altro. Poi, durante le vacanze, avevo letto le Citazioni dal pensiero di Mao Tse-Tung edite da Feltrinelli. Non che mi avessero convertito, però parevano mobilitare masse di giovani in tutto il mondo. Io avevo bisogno di menare le mani, e Bakunin sembrava insufficiente (Umanità Nova era un vero strazio). La clamorosa apparizione dei maoisti davanti al Minghetti fu la manna dal cielo.

Quello stesso pomeriggio io e alcuni compagni di classe – ricordo Massimo Stagni, Cesare Vianello – ci recammo all’indirizzo indicato dal volantino. L’Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti aveva sede in una sfarzosa palazzina di Viale Dante, messa a disposizione, seppi poi, da un notaio che collaborava ai Quaderni Piacentini. Quando suonammo alla porta venne ad aprirci una ragazza bellissima, che alzò il pugno. «Cosa volete, compagni?»
L’atrio era un profluvio di bandiere rosse, e un grammofono suonava le note de L’oriente è rosso e di altri inni cinesi. Fummo fatti entrare in una sala che già accoglieva altri studenti del Minghetti: Libero Fontana, Pietro Poggi, Francesco Cifiello, più una ragazza ancor più incantevole di quella che ci aveva aperto, dai lunghi capelli rossi (il nome non me lo ricordo). Un dirigente dell’Unione, tale Briganti, stava illustrando un opuscolo di Aldo Brandirali, leader supremo del gruppo. Alle pareti, minacciosi cartelli esortavano a curare i baffi e a non portare barba, a fumare con moderazione, ecc.
Uscimmo di lì tutti iscritti all’Unione, e carichi di giornali da vendere. La guardia rossa conteneva un racconto esemplare su una lavatrice di condominio, che aveva sottratto gli inquilini alla servitù degli elettrodomestici privati. Le pagine centrali erano occupate dal testo della futura Costituzione della Repubblica Italiana. Giuridicamente era un po’ rozza – “I preti potranno dire messa, ma non riceveranno quattrini dallo Stato” – e prevedeva un sacco di fucilazioni; però pensai che, prima della rivoluzione, sarebbe stata senz’altro migliorata.
Pochi giorni dopo ero davanti al Minghetti, con il mio fazzoletto rosso al collo e la bandiera che sventolava. Passò la professoressa di italiano del ginnasio e mi disse: «Vedi che avevo ragione a chiamarti Mao-Mao?» In effetti aveva battezzato così me e una compagna di classe, Luciana Emiliani, dopo che in un tema avevamo preso posizione a favore del maggio francese. Le risposi con un grugnito.

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La terra degli uomini con la capparella – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una riedizione di cosa e come scriveva l’assai lucido Valerio Evangelisti, lontano dai fasti del Fantastico e pregno di un senso del cosiddetto reale stringente, limitante ed espressione di un occulto invisibile, ma vivido e opprimente. Il topic è la sua regione, l’Emilia Romagna.

In quegli anni (fine ’50, inizi ’60), la maggior parte dei contadini e della gente di campagna, soprattutto se anziana, portava ancora l’abito tipico: il mantello (o “capparella”), nero oppure grigio. Piuttosto pesante, teneva il posto del cappotto o della giacca. Sotto non c’erano che il panciotto e la camicia. Ed era curioso vedere tutte quelle figurine vestite di nero, con larghi cappelli neri anch’essi, ammassate sotto i raggi di un sole feroce.
Viene naturale collegare quelle popolazioni alle “genti padane” che abitano le pianure ai lati del Po. Forse è vero da un punto di vista antropologico e culturale, nel più largo senso del termine, ma sul piano storico l’itinerario degli uomini dal mantello nero, in Emilia e in Romagna, è stato differente da quello di ogni altra regione italiana.
Nel 1880, durante una delle grandi alluvioni del Po, drammaticamente frequenti fino ad anni recenti, gli operai agricoli rifiutavano i soccorsi: preferivano lasciarsi annegare, piuttosto che tornare alla vita che conducevano. In quelle campagne vaste e malsane regnavano lo sfruttamento e la miseria, e non c’era lavoro che dalla primavera all’autunno, quando l’agricoltura chiedeva braccia. Anche quando il contadino possedeva il suo campo, o ne era proprietario in parte, come il mezzadro, spesso conosceva la fame, ed era obbligato a mandare le sue figlie a lavorare come mondine nelle paludi della Lombardia.

Ciò che avvenne in seguito lo si legge nel ritratto del mio nonno materno, che non ho mai conosciuto e che morì quando mia madre era ancora piccola. Un uomo bruno dallo sguardo fiero, con baffi enormi e un fiocco nero che gli pendeva dal collo al posto della cravatta. Nato a Imola, la cittadina che unisce l’Emilia alla Romagna, aveva aderito giovanissimo alle ultime propaggini dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori che si ispiravano a Bakunin. In seguito, sull’esempio del deputato imolese Andrea Costa, aveva lasciato l’anarchismo e si era avvicinato al socialismo legalitario, senza per questo rinunciare al cravattone nero.
Soprattutto aveva fatto parte, con i fratelli, del movimento cooperativo, che si proponeva di sottrarre i lavoratori alla miseria attraverso la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Una delle vie per le quali, grazie all’impulso del partito repubblicano e del partito socialista, la sorte degli operai emiliani e romagnoli sarebbe cambiata completamente — mentre più a nord o a sud della Toscana, dove queste esperienze avvenivano su scala minore o erano più primitive, la trasformazione fu molto più lenta.
Questa impronta ha segnato profondamente la regione e ne ha modificato, molto rapidamente, il paesaggio. Non più paludi e zone malsane; al loro posto vaste coltivazioni, fattorie in cui l’abitazione centrale è antica ma la dotazione tecnica è modernissima, canali artificiali e piccole fabbriche per la trasformazione dei prodotti del campo, oppure per la costruzione di beni strumentali.

È esagerato dire che tutto ciò lo si deve al movimento cooperativo? Credo di no.
Fino al termine del XIX secolo l’Emilia Romagna era una regione quasi immobile. In Emilia, l’enorme estensione delle proprietà non stimolava né l’innovazione, né la mobilità sociale. Nei campi alcune grandi famiglie o, talora, delle potenti società bloccavano ogni spinta verso la nascita di una borghesia di tipo moderno, mentre i lavoratori si concentravano nei paesi, dove potevano trovare migliori soluzioni alla loro miseria. Quanto alla Romagna, era considerata una terra quasi barbarica, in cui il destino di molte famiglie era l’emigrazione (soprattutto verso l’America Latina) e in cui i duelli con il coltello o il revolver erano frequenti quanto nel Far West.

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