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Archivio per Valerio Evangelisti

È stato tutto inutile? Il valore delle battaglie perse in Valerio Evangelisti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine continua l’onda lunga del ricordo di Valerio Evangelisti con un articolo che è, in realtà, un’esegesi della sua opera; vi lascio ad alcune righe esemplificative, che amplificano la portata del suo pensiero, attuale come non mai.

Nella poetica di Valerio Evangelisti i finali hanno un impatto estetico folgorante, ma anche un profondo significato politico: «Molti miei romanzi – dice in un’intervista – finiscono con una battaglia perduta che però vale pena di essere combattuta, perché già la battaglia è liberazione». Non si tratta di retorica del bel gesto che salva l’onore dei giusti dal fango della sconfitta, perché la narrazione delle avventure intraprese è capace di costituire una mitologia e un immaginario che possono risorgere nelle lotte future.
In “Sepultura”, uno dei quattro racconti della raccolta Metallo urlante (Einaudi, 1998), gli ultimi rappresentanti di una popolazione originaria brasiliana sono immersi fino alle ginocchia nell’ectoplasma, una sostanza organica che si fonde con le loro gambe impedendone il movimento. Questi prigionieri, tuttavia, utilizzano creativamente un altro composto chiamato squaglio, normalmente impiegato per le torture. Grazie a questo stratagemma entrano in simbiosi con l’ectoplasma ed evocano uno spirito appartenuto alla loro tribù morta suicida per protestare contro la distruzione della foresta amazzonica.

“Olavo vide il getto di colla erompere da Sepultura, come un pitone affamato e gigantesco avido di preda. Sotto l’urto, le pareti del carcere si sgretolarono, incise in tutta la loro ampiezza da fessure profonde”.

Le suggestioni sono molte. Lo squaglio, nella sua logica bifronte, può esser paragonato all’immaginario che in mani diverse è arma di dominio oppure di liberazione. L’ectoplasma, a sua volta, è la composizione di classe che può essere, in situazioni diverse, immobilizzante, oppure mobilitante. Infine lo spirito ancestrale simbolizza la memoria mitologica dei passati cicli di lotta.

“Il Babalaò si versò in gola un nuovo sorso di pemba. – Oshumare stanotte è scatenato, – mormorò con voce arrochita dall’alcol. – Nessuno lo potrà fermare.
Olavo alzò le spalle. – Sciocchezze. All’aria aperta la colla tornerà a solidificarsi. Vedi? Ha già smesso di fluire.
Il vecchio scrutò il buio rimpicciolendo gli occhi. – Vuoi dire che è stato tutto inutile? – chiese dopo un poco, tossicchiando piano.
– Inutile? No. Almeno abbiamo un carcere in meno -. Olavo si avviò alla porta. Mentre spalancava il battente tornò a girarsi verso il Babalaò. – Ti sembra poco?”.

Una struttura analoga è presente in Black flag (Einaudi, 2002). A tal proposito Fabio Ciabatti rileva che «l’arma utilizzata da Sheryl per sparare contro le mostruose forze dell’esercito statunitense è una vecchissima colt a tamburo dalla canna brunita molto lunga, curiosamente caricata a palle argentate, raccolta un attimo prima dalle mani di un giovane panamense ferito a morte che indossava una maglietta insanguinata con la scritta “Battallon de la dignidad”. Evangelisti non ce lo dice esplicitamente ma è chiaro che è la pistola di Pantera, passata di mano in mano per generazioni di resistenti! C’è dunque un filo rosso che unisce le lotte degli oppressi del passato e del presente. Un futuro possibile che è stato sconfitto nel passato può risorgere trasfigurato nel presente.»
Se questo avviene è grazie all’immaginario e alla narrazione che lo tramanda di generazione in generazione in un gioco di conservazione e trasformazione. Ecco perché la resistenza di fronte al mostro più orrendo non è mai inutile: «Se la causa è giusta, le battaglie perdute sono le più belle» dice un’adolescente irlandese a Pantera prima che entrambi si lancino contro le fila nemiche per ritardarne l’attacco e permettere ai rivoltosi di mettersi in salvo. È il finale del fantawestern Antracite (Mondadori, 2003) e siamo ai tempi della Comune di Saint Louis del 1877.

“Il cavallo accelerò l’andatura, tutto piegato in avanti. I soldati guardarono attoniti i folli che si gettavano contro di loro. Parevano non sapere che fare.
In quel momento Kate gridò, con la sua voce limpida: «Viva i Mollies! Viva l’Irlanda!»
Il sorriso di Pantera si allargò. Sollevò la pistola e sparò un colpo verso le mitragliatrici. Poi un altro. Poi vuotò l’intero caricatore”.

Addio Magister | Fantascienza.com


Su Delos 235 l’editoriale di Carmine Treanni che ricorda Valerio Evangelisti, anche tramite un paio di pensieri che incollo qui sotto; Valerio ci manca ogni giorno di più…

Ecco cosa disse Evangelisti, ormai un po’ di anni fa, riguardo la letteratura di SF:

“Io sono convinto che in tutta la letteratura di genere, la fantascienza sia stata la regina assoluta, e sicuramente la più prossima, pur nella sua diversità apparente, alla letteratura generale, ma non generica, cioè mainstream, ma alla letteratura alta. Se prendo uno scrittore di gialli, ma anche di un noir tradizionale, mi è difficile pensare ad un qualsiasi rapporto con la letteratura generale, mentre con la fantascienza il rapporto diventa facile. Per esempio, c’è stato il recupero di uno scrittore come Philip Dick, considerato uno scrittore di fantascienza solo una ventina di anni fa, e oggi apprezzato come uno scrittore tout court. La fantascienza è una letteratura capace di indagare anche sulla società e sull’uomo. È uscita dall’ambito strettamente letterario, fino ad impregnare letteralmente tutto il nostro immaginario, indebolendo fortemente l’oggetto letterario. Questo vuol dire una supremazia assoluta nel campo della narrativa di genere, e una assoluta appartenenza alla cultura del nostro tempo”.

Ecco cosa disse Valerio a proposito dei suoi romanzi:

“Mi spaventerebbe pensare che i miei romanzi siano facilmente etichettabili. Fin dall’inizio, Vittorio Curtoni, disse, a proposito dei miei romanzi di Eymerich, che non era fantascienza, ma che era anche fantascienza. Ritengo che in una fase in cui la letteratura non di genere esprima abbastanza poco, la letteratura di genere – che è massimalista, perché contiene grandi idee, concetti e visioni – sa affrontare problemi che la letteratura non di genere normalmente trascura. Io ho tentato di scrivere romanzi costruiti sulla base di tutti i generi letterari. In alcuni romanzi, ad esempio, ci sono anche aspetti horror. In pratica, ho tentato di trasfondere nella mia scrittura tutto ciò che avevo letto e con cui mi ero formato, quindi anche della letteratura di genere”.

 

 

Valerio Evangelisti: teoria e pratica dei generi – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi il ricordo di Giovanni De Matteo a Valerio Evangelisti. Struggente e colto. Un estratto:

Per quasi trent’anni Evangelisti è stato un faro per la comunità fantascientifica italiana, tradotto in una ventina di lingue e accolto in Francia con un successo paragonabile a quello che gli hanno tributato i lettori di casa nostra. Dopo un’intensa attività come saggista storico, con oltre quaranta articoli raccolti in cinque volumi, all’inizio degli anni Novanta arriva la svolta. Per distrarsi dall’impegno saggistico, Evangelisti decide di dedicarsi alla narrativa, prediligendo quei generi che lo avevano intrattenuto durante l’adolescenza e avevano formato il suo immaginario, a cui restituì la propria versione, in una sintesi personalissima ed estremamente riuscita (cfr. Verri, 2008). Tra questi, appunto, la fantascienza, che anni dopo avrebbe definito “la più completa e la più duttile” (Sosio, 2022) tra le narrative di genere, mescolata con elementi horror e mistery.
Il successo di Eymerich, il primo dei suoi personaggi seriali, fu fin dall’uscita nelle edicole travolgente: il capostipite Nicolas Eymerich, inquisitore si aggiudicò il Premio Urania nel 1993 e l’anno successivo risultò il più venduto della collana Mondadori, superando il traguardo delle 15.000 copie, quasi il doppio dell’autore straniero più venduto di quell’anno (cfr. Forlani, 2018). Arrivarci non fu facile: richiese a Evangelisti diversi tentativi precedenti, cominciati presentando fin dalla prima edizione del premio quello che sarebbe diventato Le catene di Eymerich e ottenendo un riscontro lusinghiero da parte della giuria, che lo spinse a perseverare fino a indovinare la formula giusta. Ma il risultato gli permise, primo e ancora ultimo tra gli scrittori italiani di fantascienza, di lasciare nel 1997 il suo primo impiego nell’amministrazione finanziaria, per vivere esclusivamente dei guadagni che riusciva a trarre dalla scrittura (cfr. Forlani, 2018).
Dopo Nicolas Eymerich, inquisitore, altri undici romanzi sono seguiti fino al 2018, anno di pubblicazione de Il fantasma di Eymerich, l’ultimo dato alle stampe. Forte di una formula innovativa che combina in ogni romanzo diversi piani temporali, insistendo sulle conseguenze a lungo termine delle azioni umane e portando spesso a risolvere i misteri sovrannaturali che sfidano la fede del teologo domenicano nell’ambito delle scienze di confine, dalle teorie più audaci (come il paradigma olografico che emerge in La luce di Orione) alla vera e propria fringe science della risonanza morfica di Rupert Sheldrake (ancora La luce di Orione) o della teoria dell’orgone di Wilhelm Reich (protagonista de Il mistero dell’inquisitore Eymerich), quello di Eymerich è un autentico caso letterario. Merito indiscutibilmente anche del protagonista eponimo, un antieroe spietato, sorretto da una fede incrollabile che sconfina nel fanatismo e dotato di un intelletto affilatissimo, che Evangelisti ha più volte detto di aver modellato sulla parte più oscura della propria personalità.

 

“Io sono quella cosa lì”: Un’intervista a Valerio Evangelisti su Wonderland – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine viene proposta una bella intervista a Valerio Evangelisti realizzata nel 2012 da Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer per Wonderland, la trasmissione televisiva più aggiornata e interessante su tutto quanto riguarda la narrativa e il cinema di genere e la cultura popolare dei fumetti e dei videogiochi, in onda da dieci anni su Rai 4. Un estratto, per nulla esaustivo perché Valerio aveva toccato moltissimi temi, tra questi il ruolo politico nella letteratura di genere e la levatura intellettuale e ossimori di alcuni autori di genere.

Io scrivo quello che mi sento, so benissimo di non avere uno stile particolare, ma cerco lo stile più efficace in quel momento. A volte, la frase può risultare estremamente poetica ma non è che io cerchi la frase poetica, butto giù. Adesso ho delle difficoltà a scrivere per problemi tutti miei di salute. Però quando mi metto a scrivere sono come invasato, mi getto e vivo quelle storie lì, le vivo fino in fondo. Se poi non vengono capite, ritenute grezze o cose del genere va beh, a me basta già che ci siano tanti lettori che mi seguono e che mi vogliono bene. Mi scrivono ogni giorno, io ricevo due o trecento mail di gente che mi è veramente affezionata, affezionata ai miei personaggi e al mio mondo. Cosa voglio di più? Io sono quella cosa lì.

Black Flag, speranza e distopia. Ricordando la meraviglia del primo incontro con Valerio Evangelisti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un ricordo appassionato di Valerio Evangelisti e della sua pars politica, che poi è parte dell’intero olografico che lui ci ha raccontato in trent’anni di attivismo psichico e socioeconomico. Un estratto:

Quando il mio ricordo va a Valerio Evangelisti la prima immagine che mi viene in mente è quella di un grande narratore, di una persona capace di raccontare storie meravigliose. Storie che non avevano una conclusione definitiva, ma che potevano ricominciare sempre, continuare all’infinito perché avevano un carattere aperto e multilineare. Storie pensate per costituire una sorta di memoria collettiva degli oppressi e degli sfruttati e per consentire loro di riappropriarsi delle proprie passate gesta, cancellate dalla storia scritta dai vincitori. Insomma, nel mio ricordo Valerio più che apparire come uno scrittore in senso stretto assomiglia un po’ al narratore di cui ci parla Walter Benjamin.
Sono ben consapevole che questo paragone ha dei limiti. A cominciare dal fatto che raramente i suoi romanzi hanno per protagonista l’uomo giusto e semplice di cui ci parla il filosofo berlinese. È più frequente che il motore della narrazione proceda dal “lato cattivo della storia”. Basti pensare al suo personaggio più famoso, l’inquisitore Nicolas Eymerich. I suoi racconti, in questo modo, sono in grado di dissezionare i fondamenti antropologici, ideologici, psicologici del potere, mettendosi dalla parte del potere stesso. È poi ovvio che il suo mezzo espressivo principale era il racconto scritto e non quello orale, per quanto sia anche vero che, sentendolo parlare con il suo tono di voce basso e leggermente cantilenante, non si poteva non rimanere affascinati dalla sua capacità affabulatoria e dalla sua sottile ironia.
Rimane il fatto che Valerio non si accontentava di cristallizzare in forma letteraria l’insanabile scissione tra significato e vita, come accade al romanziere tipo benjaminiano. I suoi racconti, come quelli del narratore descritto dal filosofo berlinese, hanno un orientamento pratico anche se di natura peculiare. Hanno una finalità eminentemente politica, fanno cioè parte della sua battaglia per contendere palmo a palmo territori dell’immaginario alle potenze mitiche al soldo delle classi dominanti. Pur non avendo assolutamente nulla di didascalico, le sue storie hanno una morale. Si prenda come esempio la conclusione, tragica e al tempo stesso priva di rassegnazione, di Black Flag.

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In ricordo di Valerio Evangelisti. “1° maggio, servono le lotte” | MicroMega


Su Micromega, per ricordare Valerio Evangelisti viene ripubblicata una sua intervista di un anno fa in cui, molto lucidamente, analizzava il fatiscente stato sociale in cui l’unico vincitore è il Mercato, la Finanza, il Capitale. Uno stralcio:

Valerio Evangelisti, quale importanza ha oggi il 1° maggio, la festa dei lavoratori? 
In sé è una ricorrenza trascurabile, data la situazione, il ruolo dei sindacati e la sostanziale sconfitta dei lavoratori. Quello che è rimasto è un concerto di scarso senso. Però, se rivitalizzato da iniziative opportune, il 1° maggio potrebbe diventare una chiamata all’appello per una riscossa contro uno stato di cose che è ostile alla classe operaia e a tutti gli altri settori subalterni. Potrebbe esserlo in potenza, ma oggi non lo è.

Perché non lo è?
È una storia lunga e complessa. Il sistema politico è completamente affossato, non esiste più nulla di alternativo all’ipotesi neoliberista. Non c’è volontà di ristabilire eguaglianza e di riportare al pubblico tutta una gamma di servizi che sono stati privatizzati, e l’abbiamo anche pagato con questa pandemia. Si è ceduto su tutto. È un processo iniziato già alla fine degli anni Settanta, quando i sindacati ufficiali hanno iniziato a farsi carico non solo del benessere dei lavoratori ma anche di quello delle fabbriche stesse. Per questo fine erano pronti a qualsiasi compromesso, hanno iniziato a reagire sempre più debolmente e, da un certo momento in poi, sono divenuti complici. Basti vedere quello che è oggi Maurizio Landini, dieci anni fa considerato l’avanguardia sindacale combattiva. Adesso è un burocrate come gli altri, pronto a compromessi gravosi per la classe operaia e per i lavoratori di qualsiasi categoria. Compromessi addirittura esiziali per quelli che sono gli strati più deboli, il precariato che oggi invade ogni angolo del mondo del lavoro. Su questo fronte c’è poca speranza. Faccio un esempio di qualcosa che è accaduto adesso e che una volta non sarebbe accaduto neanche per sogno: un lavoratore della ex Ilva licenziato per avere suggerito di guardare uno sceneggiato tv che sembrava riflettere la situazione dell’Ilva. Questa è roba da matti. La difesa di questo operaio c’è stata solo da parte di alcune forze, i sindacati di base, gli unici a proclamare uno sciopero.

Nella trilogia Il Sole dell’avvenire hai raccontato le lotte dei braccianti e dei contadini del secolo scorso. Rispetto ad allora, a che punto siamoQuali parallelismi si possono tracciare?
Qui e là oggi ci sono piccole lotte, magari anche vittoriose, ma su larga scala non c’è nulla. Da una parte abbiamo una classe politica che va per conto suo, totalmente avulsa, che non funziona neanche da cassa di risonanza di quello che accade nella società. Dall’altra, una classe subalterna intimorita. Oggi si punta più a conservare un lavoro che si rischia di perdere piuttosto che a rivendicare qualcosa. E a furia di compromessi si perdono conquiste decennali e in qualche caso secolari e le cose vanno sempre peggio. I miei braccianti, i lavoratori agricoli specialmente dell’Emilia Romagna, a suo tempo tentavano di assumere il controllo del mercato del lavoro che li vedeva vittime passive. Con una serie di azioni riuscirono a ottenere conquiste molto importanti, anche se poi il fascismo le cancellò. Ora non serve neanche il fascismo, è qualcosa di molto peggio e per certi versi molto più autoritario. Vengono prese decisioni non si capisce da chi, secondo un modello europeo che non funziona su base democratica. Siamo governati da banchieri, da entità che nessuno ha eletto, scelti non dal basso bensì dall’alto. La mancanza di democrazia è estremamente grave. E tutto questo sarebbe compensato da un concerto in piazza San Giovanni?

Valerio Evangelisti: la fantascienza è il genere più completo e più duttile | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com viene riproposta una video intervista, a cura di Selene Verri, a Valerio Evangelisti e Giuseppe Lippi, due giganti della SF italica o meglio, del Fantastico italiano. È una vecchia chiacchierata, era il 2008, quasi quindici anni fa, e ora fa ancora più effetto riascoltare quei due con la loro innata lungimiranza e vedute cristalline sul genere, rivederli ancora vivi e lucidi, meravigliosi.
Ci mancano entrambi, così come tanti altri andati via così presto…

Due righe per Valerio


Un omaggio a Valerio Evangelisti. Glielo devo perché, a prescindere dal discorso umano, dalla persona che conoscevo poco, era nella lista dei più grandi autori che abbia mai letto, insieme a un gigante che risponde al nome di Bruce Sterling e con altri scrittori non più, Shirley Jackson e Algernon Blackwood.
Valerio ha lasciato dietro di sé commistioni quantiche di politica e Storia collassate nel nostro presente, come un conflitto della RACHE: era un lucido visionario, disincantato e consapevole del cinismo collettivo che ci schiaccia. Lui scriveva “Noi saremo tutto”, che tra i connettivisti abbiamo mutuato rendendolo vivo alla nostra maniera, e in questo modo ha scandito i limiti irregolari di fine millennio, facendoli sfociare nel nuovo secolo e nella nuova frontiera che sembra essere ancora il vecchio tempo, quello arcaico e disumano che s’agita in interi ordini dimensionali, alieni all’umanità, combattuti come faceva Pantera col suo sciamanesimo anarchico.
Inutile dire, forse, che le idee radicali su cui ci ha invitato a ragionare Valerio sono le basi della nuova èra, quella necessaria alla nostra sopravvivenza: ha disseminato nella sua opera l’invito implicito alla lotta, all’affermarsi di un pensiero sociale scevro dalle follie di un mondo votato al Profitto, che vomita ingiurie su ogni essere vivente del pianeta; la sua è una chiamata a disgregare un sistema oppressivo, furbo e potentissimo, letale, che è ancora quello dell’inquisitore Eymerich.

Ecco, pensavo di differenziare quest’omaggio con due paragrafetti, uno narrativo e l’altro reale, ma proprio perché Noi siamo tutto, dalla fine del paragrafo precedente dove ho ricordato le sue suggestioni letterarie mi sono accorto che stavo parlando anche dell’uomo Evangelisti, della sua amata Storia, della passione per il sociale che lo ha portato a studiare le vicende umane come pochi altri scrittori al mondo; intuisco fino in fondo, quindi, il significato dell’essere tutto: è un’aura che mi comunica sapientemente la rabbia, la necessità di divenire sfuggenti, ineffabili, vivi di una volontà per adoperarsi a favore degli oppressi, tra vertigini dello spaziotempo collassato in paradossi inumani e le fantasmagorie di un’esistenza superiore, lontana soltanto un passo se riusciremo a essere radicalmente contro.
Valerio, però, in tutto ciò non c’è più; mi sarebbe piaciuto parlare con lui una seconda volta – ci siamo visti solo in un’occasione, a Fiuggi, in un lontano turbinio di presentazioni – e glielo avevo pure scritto nell’ultima delle poche mail che ci siamo scambiati: incontrarci de visu per tentare di collassare, ancora una volta e magari col mio piccolissimo contributo, la galassia di probabilità che costituiscono il nostro universo.
Pensavo a una prossima CarmillaFest, cui stavolta non sarei mancato; pensavo d’intessere nuove suggestioni personali con l’immaginario di Eymerich, come quell’omaggio che gli avevo umilmente donato da lettore e scrittore, e invece non ci sarà più modo per nulla, a meno che Valerio non trovi davvero il modo di bucare le dimensioni che lo celano a noi, chiedendoci magari un unico contributo: mantenerlo vivo nei nostri ricordi affinché la sua energia e volontà non si dissolvano, immortale come Eymerich, per donarci il senso di una lotta che, come dice Cory Doctorow,Non è una di quelle battaglie che si vincono, è una di quelle che si combattono”.

Noi saremo tutto, Valerio, ma ci manchi già.

Ciao, Valerio – Eymerich.com


Non poteva mancare il tributo del sito di Valerio Evangelisti. Sentimenti asciutti e pregni di un dignitoso lutto, che devasta dentro. E come non sentirsi così, pure noi, che lo abbiamo solo sfiorato ma che abbiamo compenetrato la sua lezione letteraria e non solo?

Valerio Evangelisti ci ha lasciati il 18 aprile.
Non ci sono, né forse ci saranno mai, parole adatte a descrivere o colmare il senso di vuoto, smarrimento e dolore che ci pervade in questo momento. Valerio è stato un punto di riferimento per tutti quelli che hanno avuto l’onore di conoscerlo e condividere con lui un tratto del suo cammino. La rete in questo momento ci restituisce un coro di ricordi e di voci che racconta e celebra commosso lo scrittore, l’intellettuale, il ricercatore, il militante, il compagno… l’amico.

Così lo ricordiamo.
Come un amico.
Un uomo capace di creare relazioni, di usare la rete per costruire un mondo virtuale, molto prima dei social, che ha trovato negli anni e nella vita vera una realizzazione umana profondissima e straordinaria. Chi lo ha incontrato condivide il pensiero che quell’incontro ha segnato uno spartiacque tra il mondo che c’era prima e quello che è venuto dopo.
Un mondo in cui mancherà l’uomo e mancherà ancora di più l’amico, ma rimarrà l’opera di una mente capace di visioni straordinarie, dello scrittore che abbiamo amato e ameremo per sempre.

Evangelisti’s RACHE. Il film – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione, nel solco del ricordo di Valerio Evangelisti, del film RACHE che Mariano Equizzi trasse anni fa dalle vicende narrate nella saga dell’inquisitore Eymerich, credo l’opera più famosa di Valerio. Per l’occasione, l’omaggio consistente nella libera fruizione del film durerà una settimana – potrete vederlo cliccando qui – e come corollario che devasta di dolore per la perdita di Valerio, vi lascio al commento di Nico Gallo e al caustico editoriale di Mariano, che centra perfettamente ciò che la lucidità di Evangelisti aveva già evidenziato da almeno trent’anni.

Nico Gallo: R.A.C.H.E. è un gruppo paramilitare, terroristico, economico-finanziario e religioso che ha le sue radici nella caduta del Terzo Reich e di cui riprende una parte del progetto politico configurandosi come un’oscura forza rosso-bruna. R.A.C.H.E. è in conflitto nelle aree ai margini dell’Unione Europea con Euroforce, una struttura comandata dalla Banca Europea. Ieri erano i Balcani, oggi è in Ucraina che conflitti tra capitalisti e oligarchi sono combattuti da mercenari, volontari, professionisti, consigli di amministrazione e giornalisti. Nell’immaginario minuziosamente creato da Evangelisti il punto più avanzato della filosofia della distruzione è l’entrata in campo dei poliploidi, mostri idioti ibridi e mutanti, usati in guerra come pura carne da macello. Un’arma capace di provocare l’orrore negli stessi spietati mercenari che alternano i loro contratti con entrambe le fazioni. Mariano Equizzi in un’intervista ha detto: “RACHE è piuttosto radicale… se non conosci l’opera di Evangelisti, i riferimenti continui soprattutto alla saga di Eymerich, non riesci a tenere il filo, non puoi tenere il filo, eppure proprio questa massa di informazioni mai completa sembra essere la forza del lavoro che vuole violentare continuamente le conoscenze dello spettatore e lasciargli profonde zone d’ombra: è un attacco psichico più che un film”.

Mariano Equizzi racconta come lui e Valerio sono arrivati alla realizzazione del film. Era il 1998 e Valerio vide il mio primo film Syrena; Gianni Canova era mio insegnante al Centro sperimentale di Roma, dirigeva DUEL e Valerio scrisse quatro colonne da cui, insieme con le segnalazioni su www.fantascienza.com, nacque il “caso” Syrena. Nel 2002 dopo il Premio Italia allo strano “Ginevra Report”, io PaoloLuca decidemmo di fare RACHE, perché sapevamo da fonti reali che l’Inquisitore in Italia e non solo era un contenuto proibito, non gradito dalle ChiesE (plurale). Di fatto fermarono persino Del Toro nel metterci mano – l’ordine dei Domenicani non è un associazione sportiva.
RACHE è il nostro mondo e vivendo io nei Balcani da qualche tempo, e lavorando anche con rumeni, vi dico che Valerio ha scritto una macchina di senso e subconscio più vera di Don Matteo e dei film di brizziemartani (non è un refuso, è un genere). Con Valerio nel 1999 facemmo AgentZ e lui era lo scrittore che stava dietro i genocidi della storia, una mano non alla Eco ma alla Evangelisti e con una dose di Ironia (iron è ferro) che oggi manca a troppe cose.
Lo presentammo al Future FIlm Festival del 1999. Mettemmo quindi in cantiere RACHE e fu impegnativo, così per completarlo accettai di fare un film non particolarmente bello, ma avevo bisogno di soldi per RACHE.
Fu nel 2006 che comprammo i diritti, una cifra non piccola, per Gorica Tu sia Maledetta, che è il primo racconto di fantascienza di Valerio. Levate fantascienza e lasciate Report di Valerio. Fra i miei strani incontri avevo un professore di criminologia in legge (1989) che a lezione ci raccontata cose particolari e fra queste cose c’erano i POLIPLOIDI, non li chiamava così e non nascevano da vasche, ma venivano usati come schiavi nelle miniere di diamanti in Sud Africa. Quando nel 1995 lessi Valerio capii che non era “uno” “”scrittore””, era il nostro ORWELL e per questo RACHE su tutto andava fatto. Trovammo una finestra creativa nel Festival della Fantascienza di Trieste e anche con loro e la buona volontà del loro presidente (Daniele Terzoli) e di alcuni membri della loro bella associazione (Thomas Lenardi, Marina Bonfanti, Lorenzo Acquaviva – che interpretò anche Da Costa) organizzammo le riprese a Trieste, città che ha delle risonanze storiche potenti: girammo nella base delle SS, da tempo un museo aperto al pubblico. Trovammo dove ambientare l’impianto Kerlovac della RACHE, la Ferriera di Servola. Un anno di post produzione giorno e notte, Paolo costruì un fronte sonoro e musicale connesso con l’esperienza della musica industriale, potreste anche sentirlo in radio e capireste tutto lo stesso. Luca organizzò una tecnica di montaggio che simulava la pagina di Valerio in cui in tre paragrafi ti porta in tre posti diversi, dove succedono cose tre cose diverse in un succedersi di catastrofi senza spazi.
Da diverse settimane stiamo costruendo una strada per una serie e stavamo lavorando al solito giro delle sette chiese; giro che facemmo anche quando nel 2006 vincemmo l’Angel Award a Tokyo, insieme con la partecipazione al Tokyo Film Festival. Il premio fu deciso poco prima da Ichihiro Kadokawa in persona che ci chiese una prova da Samurai: “Trovami in Italia uno come me, un coproduttore del mio calibro.” Caro Ichihiro, non esiste in Italia uno come te che ha visto la bomba H, che ha creato un impero dalle ceneri delle bombe americane e fatto emergere “Gamera la tartaruga di fuoco” che regge il mondo e salva i bambini. In cento anni, tranne Valerio, non abbiamo prodotto creatori di mondi.
Nelle motivazioni circa il premio dissero che erano colpiti dal fatto che era un Resident Evil con una solida base letteraria; è piuttosto una base storica su cui un genio della letteratura ha lavorato tutta la sua vita. Il vero guaio è che siamo dentro i libri di Valerio, non fuori.

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