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Archivio per Weird

Cose quasi sconosciute, ormai


Le peripezie di un meme impazzito, che degenera e rende il plot completamente disturbato. Bellezze quasi sconosciute, ormai.

Nasce Strane Visioni Digital, la collana digitale dedicata ai racconti del premio Hypnos | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una nuova collana per Hypnos: Strane Visioni Digital, curata da Andrea Gibertoni, sarà interamente dedicata ai racconti del premio Hypnos. Quattordici uscite annuali, quattordici autori con il meglio del Premio Hypnos, un’occasione unica per poter esplorare i meandri tentacolari del weird italiano.

Ci sono nomi prestigiosi del weird italiano sono coinvolti; scrivendo a caso, nomino Francesco Corigliano, Valeria Barbera, Lucio Besana e altri ancora. Un’occasione succulenta e weird.

IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE: LA LINGUA DI R’LYEH


Marco Moretti articola, sul suo blog, un bellissimo post di lingua e fonetica lovecraftiana, ovvero quella pronunciata nei seminali scritti di Lovecraft dal pantheon dei Grandi Antichi. Vi lascio a un estratto delle sue parole, assai efficaci e belle.

L’antica lingua di R’lyeh, detta R’lyehian o Cthuvian, è documentata nell’opera del Solitario di Providence e di altri autori che hanno tratto ispirazione dal suo genio, come August Derleth e Brian Lumley. Spesso è definita “disturbante” (Jamnek, 2012), anche se non resco a capirne il motivo: io mi ci trovo perfettamente a mio agio.

Questa è una frase celeberrima, riferimento per tutti i Cultisti:

PH’NGLUI MGLW’NAFH CTHULHU R’LYEH WGAH’NAGL FHTAGN
(H. P. Lovecraft, Il richiamo di Cthulhu)

Traduzione:
“Nella sua dimora di R’lyeh, il morto Cthulhu attende sognando”, o meglio “Morto, ma ancora sognante, Cthulhu nel suo palazzo di R’lyeh attende”.
(originale: “In his house at R’lyeh, dead Cthulhu waits dreaming”)

Ci sono anche altre testimonianze, meno note ma non meno nobili, come questo incantesimo in grado di resuscitare i morti, riportato nel romanzo Il caso di Charles Dexter Ward (The Case of Charles Dexter Ward, scritto nel 1927, pubblicato postumo nel 1941):

Y’AI ‘NG’NGAH, YOG-SOTHOTH H’EE – L’GEB F’AI THRODOG UAAAH
(H. P. Lovecraft, Il caso di Charles Dexter Ward)

Traduzione:
“Io chiamo la Morte, Yog-Sothoth risponde – qui essi chiamano tremando.”

Per annullare questo processo di resurrezione è fornito un altro incantesimo, che è ottenuto invertendo l’ordine e la struttura morfologica delle parole del precedente:

OGTHROD AI’F GEB’L-EE’H YOG-SOTHOTH ‘NGAH’NG AI’Y ZHRO

Traduzione:
“Molto tremando chiamano essi qui – Yog-Sothot la Morte chiamo io.”

Fonetica

Il Solitario di Providence e i suoi emuli potevano soltanto usare le lettere dell’alfabeto latino per trascrivere quella che è una lingua aliena, prodotta da organi fonatori non umani, anche se da questi riproducibile in modo approssimativo. Riporto la mia ricostruzione dei fonemi, con la trascrizione IPA della pronuncia (tra le barre oblique //) e la soluzione ortografica adottata da Lovecraft per la trascrizione. Essendo il sistema di scrittura imperfetto, diversi suoni possono essere trascritti nello stesso modo.

Consonanti

Nasali

bilabiale: m /m/
alveolare: n /n/
velare: ng /ŋ/
labiovelare: mg /ɱ/

Occlusive

bilabiale: p /p/, b /b/
alveolare: t /t/, d /d/
velare: c /k/, k /kɣ/, g /g/
uvulare: q /q/
glottidale: ‘ /ʔ/, /ʔ/

Fricative

bilabiale: ph /φ/, bh /β/
labiodentare: f /f/, v /v/
dentale: th /θ/, dh /ð/
alveolare: s /s/, z /z/
postalveolare: sh /ʃ/, zh /ʒ/
velare/uvulare: ch /x/, kh /χ/, gh /γ/
glottidale: h /h/
faringale: h /ħ/ 

Gustav Meyrink: Il volto verde – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione e analisi del romanzo di Gustav Meyrink “Il volto verde”, a cura di Cesare Buttaboni. Un estratto:

L’inizio vede il protagonista, l’ingegnere austriaco Fortunat Hauberisser, camminare per le vie di Amsterdam ed entrare nella “Bottega delle meraviglie di Chider Grün”. Qui incontrerà subito la “faccia verde” nella persona de “Il signor Chider Grün” ma, successivamente, si accorgerà che si trattava solo di una “visione”. Non sarà comunque il solo che riuscirà a vedere “la faccia verde”. La vedranno anche il suo amico, il barome Pfeil, e il padre della sua amata Eva Von Druysen. Ma la Faccia Verde resta nascosta ad altri personaggi come l’imbroglione Zitter Arpad e la benefattrice Germaine Rusktinat. Si tratta chiaramente di un simbolismo: in pratica riescono a “scorgerlo” solo coloro che si sono “risvegliati”. Ad ogni personaggio apparirà nei contesti più disparati: c’è chi lo vede in un quadro, chi in un manoscritto che si rivelerà importante, chi crede di riconoscerlo in una persona vista per strada oppure lo scorge in una “visione”. La vicenda procede in maniera non lineare: l’attenzione è posta su vari personaggi e, fra le varie dottrine esoteriche, c’è spazio anche per una storia di amore con Eva Von Druysen, conosciuta a casa del dottor Sephardi. Proprio Sephardi parla dell’importanza occupata dalla donna, vista come un ponte che conduce alla Vita con queste parole “Da solo, nessuno uomo può giungere a questo scopo. Egli ha bisogno per questo di una compagna. L’unione di una forza maschile e di una forza femminile soltanto può permettergli questo passaggio. In ciò è il senso segreto del matrimonio, perduto da millenni”. Hauberrisser entra poi in possesso di un misterioso manoscritto il cui significato, inizialmente, gli rimane oscuro. Ma poi capisce che il manoscritto lo mette in guardia dalle “false immagini” dell’altra realtà. Entrano in scena anche un circolo di mistici cristiani, Jan Swammerdamm, un collezionista di insetti, l’ebreo russo Lazarre Eidotter (che si rivelerà un vero e proprio “iniziato”) e lo Zulù Usibepu. Il finale vedrà l’iniziazione di Hauberrisser attraverso il rito magico dell“inversione delle luci” che simboleggia la sua evoluzione interiore. Sulla storia incombe sempre il fantasmagorico “simbolo” de Il volto verde.

In effetti Il volto verde può essere visto come un libro “iniziatico”, un testo che mira a cambiare, magari anche solo in minima parte, la vita di chi lo legge. In questo senso può essere letto come una sorta di manuale di insegnamenti occulti e iniziatici e parla dello yoga, del Tantrismo e di come risvegliare i poteri magici nascosti all’interno dell’uomo per raggiungere uno stato di consapevolezza metafisico superiore e raggiungere, in questo modo, l’immortalità. Ma vengono respinte le tendenze allo spiritismo e, in questo senso, la sua posizione è simile a quella che Julius Evola espone in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo. Lo stile di Meyrink è visionario e onirico: se non si approccia il suo simbolismo con la dovuta attenzione c’è il rischio di non riuscire a gustare pienamente la sua opera.

“La casa dalle finestre che ridono”: feticcerie e (auto)sacrifici


Su AxisMundi la celebrazione dei 45 anni del film La casa dalle finestre che ridono, opera indimenticabile di Pupi Avati di cui, più in basso, potete leggere una abbastanza recente intervista.

La prima paura che ho provato è sicuramente legata alla favola rurale e al rapporto con la morte, che nella cultura contadina ricorre sempre», ebbe modo di confessare Pupi Avati, rivelando la sorgente prima da cui sorse la sua personalissima poetica: quella del “gotico padano”, definizione coniata dagli esperti del settore per descrivere il suo peculiare modo casereccio di fare cinema dell’orrore. Un orrore non notturno e oscuro, ma piuttosto panico e meridiano, che colpisce perpendicolarmente la sua vittima designata (lo spettatore) come il sole al suo zenit nelle campagne dell’Emilia-Romagna. Un terrore atavico che emerge talvolta attraverso le maglie espositive delle fole contadine raccontate intorno al fuoco, le sere d’inverno, dai più anziani ai più giovani: proprio da quell’ascolto, il Nostro seppe distillare materiale prezioso ai fini dell’edificazione del suo personalissimo impianto narrativo orrorifico.

Non alla mera follia psicologica si deve dunque pensare, confrontandosi con il pittore Buono Legnani di La casa dalle finestre che ridono: a un certo punto della pellicola si parla esplicitamente, riferendosi al nefando operato di questi in combutta con le depravate sorelle, di «comunioni sacrificali», di «riti a base di sacrifici umani» e della «possibilità che gli uomini ancora oggi possano trovare contatti con i defunti attraverso queste pratiche», aggiungendo in seguito che i tre erano venuti in contatto con tali pratiche proibite in Brasile, dove avevano trascorso l’infanzia. Attraversando idealmente l’Atlantico e in qualche modo sincretizzando le tradizioni popolari nostrane con quelle afroamericane e caraibiche, Avati prese ispirazione da una serie di allarmi giornalistici di cui, a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo, si occuparono i quotidiani brasiliani: testimonianze sull’esistenza di «sessioni notturne» e di feticcerie, sull’ambiguità delle pratiche e degli strumenti utilizzati – idoli mostruosi, radici sconosciute e liquidi sospetti. Fu allora che si cominciò a parlare di «sacerdoti di culti malefici», «sessioni di possessione» (macumbas) e «associazioni maledette», i cui riti notturni si ispiravano allo spiritismo nero di origine sub-sahariana e all’adorazione degli orixás.

Suggestioni esoteriche ed esotiche che il cinema italiano di quegli anni sfruttò adeguatamente con una manciata di pellicole, a metà strada fra l’horror canonico e il mondo movie, ispirate alle credenze tradizionali e ai rituali ancestrali di quelle popolazioni considerate in qualche modo “primitive” ancora nella seconda metà del XX secolo. Tra i risultati più meritevoli sono da menzionare Il dio serpente di Piero Vivarelli (1970), Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi (1972) e Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli (1974).

Leggi il seguito di questo post »

Una Tomba per gli alieni – Uduvicio Atanagi: L’illusione della scienza


Questo passaggio di Uduvicio Atanagi riassume molto meglio di tanti testi ampollosi il weird, il caos, l’imponderabilità, la pochezza umana di fronte all’infinito che ci ci avvolge, il connettivismo:

“La fisica dell’universo, le leggi del cosmo e del nulla, sono ben più complesse del concetto di ripetibilità che abbiamo innalzato a divino con il metodo scientifico. La scienza del ripetibile non può comprendere o accettare il caos, ed è nel caos in cui sguazziamo, e tutte le leggi matematiche e le intuizioni dei fisici e degli occultisti, non possono nulla dove non esiste uno schema, dove niente si ripete mai più”.

Songs from Abandoned Space Stations and Alien Temples


Di templi alieni e simulacri postumani ne abbiamo pieno il mondo…

Gustav Meyrink: Il Golem – Ver Sacrum


Su VerSacrum una attenta recensione di Cesare Buttaboni a Il golem, capolavoro di Gustav Meyrink. Vi lascio alle sue parole:

Il Golem sfrutta abilmente la leggenda ebraica del Golem (un colosso d’argilla plasmato artificialmente dall’uomo tramite la magia) ed è imbevuto dalla cultura della dottrina della Kabbalah. Meyrink evoca un’atmosfera incubica in cui viene magistralmente descritta Praga con il suo retaggio di cultura magica e con il suo ghetto malsano pieno di sordide figure. La città di Praga è considerata da Meyrink come una sorta di “soglia”, crepa che si apre tra il mondo reale e l’aldilà. Gli stessi abitanti di Praga sono visti come delle marionette, degli automi assoggettati ad una forza sovraindividuale che determina tutte le loro azioni. Lo stile narrativo procede per “immagini” e riesce a trasportare il lettore in un vortice delirante di sogni. L’alternanza di onirismo e veglia conferisce alla storia un’atmosfera irreale e da incubo: si narra la vicenda di un uomo (di cui non viene mai fatto il nome) che scambia il cappello con l’intagliatore di pietre preziose Athanasius Pernath di cui rivivrà la vita come in un sogno. Si risveglia in un appartamento nel ghetto ebraico. Uno sconosciuto gli commissiona il restauro di un libro che gli farà prendere coscienza della realtà circostante. Facciamo la conoscenza di personaggi come il rigattiere Aaron Wassertrum, sorta di simbolo negativo, e di Hillel, un impiegato del municipio ebraico, fonte di energie positive. Su tutto aleggia la leggenda del Golem che, rispetto alle tradizioni ebraiche, viene usata in maniera eterodossa. Così il marionettista Zwahk descrive il manifestarsi del Golem: “Ogni 33 anni all’incirca si ripete nelle nostre viuzze un avvenimento, che in se stesso non ha proprio niente di particolarmente allarmante e tuttavia riesce a propagare uno spavento per il quale non si possono trovare né spiegazioni né giustificazioni. Succede cioè ogni volta che un uomo assolutamente sconosciuto, privo della barba, dalla faccia gialla e tratti mongolici, provenendo dalla via della Vecchia Scuola, vestito di stinti abiti fuori moda, con un’andatura inciampicante in modo specialismo e uniforme come se ad ogni attimo dovesse cadere in avanti attraversa il quartiere ebraico e d’un tratto si rende invisibile. Di solito svolta in un vicolo, e scompare. Una sola volta si dice che abbia descritto con il suo cammino un cerchio, ritornando al punto da cui era partito: una vecchissima casa nei pressi della sinagoga. Particolarmente profonda dev’essere stata l’impressione da lui suscitata 66 anni fa, poiché mi ricordo che la gente rovistò quella casa di via della Vecchia Scuola da cima a fondo. Si appurò anche che in quella casa c’è davvero una stanza con una finestra munita d’inferriata e priva di qualsiasi accesso”. Proprio in questa famigerata stanza (dove dovrebbe trovarsi il Golem e a cui si accede tramite un passaggio sotterraneo) Athanasius Pernath affronterà i suoi demoni personali. Lì troverà dei vecchi stracci e un mazzo dei tarocchi e avrà delle “visioni”. Infine “riesce” trovandosi nei pressi della Vecchia Scuola. Il dettaglio inquietante è rappresentato dal fatto che gli stracci indossati sono gli stessi dell’enigmatica figura descritta come il Golem. Alla fine il Golem rappresenta il doppio e il lato oscuro della personalità del protagonista.

Questa interpretazione è stata criticata da Gershom Scholem in quanto la figura utilizzata da Meyrink è più uno spettro (ricalcato sulla figura dell’Ebreo Errante) che un essere plasmato dall’argilla. In realtà lo stesso Scholem apprezzava Il Golem infatti scrisse “Ma, con tutto il suo disordine impuro e arruffato, Il Golem di Meyrink è avvolto da un’atmosfera inimitabile, dove elementi di incontrollabile profondità, e anzi di grandezza, si uniscono a un raro senso della ciarlateneria mistica e ad una singolare capacità di épateur le borgeois”. In retrospettiva il romanzo quindi funziona ed è, ancora oggi, moderno: come dice Manfred Lube “Utilizzando la figura del Golem come sosia dell’eroe del suo romanzo, Meyrink ha creato, senza alcun dubbio, un simbolo corrispondente ai problemi ed ai centri d’interesse della sua epoca, così nettamente orientata verso la psicologia…”.

Il segreto del ventriloquio | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Il segreto del ventriloquio, raccolta di racconti weird di Jon Padgett edita dalla sempre attenta Edizioni Hypnos. Un estratto:

Jon Padgett probabilmente non è ancora molto conosciuto in Italia dagli appassionati di letteratura weird.
Ha esordito nel 2016 con l’antologia Il segreto del ventriloquo, considerata dalla rivista Rue Morgue Magazine “Best Fiction Book Of The Year”. Ora le Edizioni Hypnos la rendono disponibile con 2 racconti in più.

Padgett negli ultimi anni ha in realtà avuto un ruolo sotterraneo ma, allo stesso tempo, molto importante nella diffusione del weird. È stato fra i fondatori del leggendario sito web di Thomas Ligotti oltre a essere redattore capo della Grimscribe Press. Inoltre cura anche la rivista di critica letteraria Vastarien: A Literary Journal in cui tratta di scrittori non necessariamente afferenti all’horror ma che hanno in ogni caso influenzato l’immaginario “ligottiano”.
Padgett ha raccontato come proprio I canti di un sognatore morto di Ligotti sia stato il libro che lo ha spinto a scrivere letteratura weird. Non a caso Il segreto del ventriloquo è introdotto proprio da Ligotti.

Interessanti le sue riflessioni sugli aspetti della qualità e della quantità all’interno della produzione horror. Ligotti cita T.E.D. Klein, secondo cui basterebbe un solo racconto per garantire a un autore l’immortalità, e anche Borges che sosteneva che il meglio di un autore lo si ritroverebbe in una mezza dozzina di racconti circa. Forse sono esagerazioni ma è indubbio che, delle volte, la moneta buona scaccia quella cattiva.

A questo punto qualcuno potrebbe anche pensare, visto i numerosi riferimenti, di trovarsi di fronte a una copia, magari sterile e poco ispirata, dello stesso Ligotti invece Padgett ha una sua voce originale. Imitare la scrittura “ligottiana” è un rischio, in quanto riprodurne lo stile barocco non è facile se non si ha il suo talento, ma Padgett dimostra di avere un suo linguaggio personale piazzando almeno un paio di racconti (confermando quanto si diceva nell’introduzione) che possono essere considerati da subito come dei classici dell’horror contemporaneo. La sua è una scrittura melmosa e sporca che ci porta in una zona nebbiosa. Si avverte come un’atmosfera di lenta decomposizione nei suoi scritti. Una delle caratteristiche di questa raccolta è quella di essere una sorta di concept: tutti i racconti sono infatti collegati in qualche modo fra di loro tramite riferimenti più o meno oscuri.

Robert Aickman: quella fredda mano nella mia – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione di Walter Catalano a Brividi crudeli (4), la raccolta di racconti di Robert Aickman edita Hypnos. Un estratto:

Titolo a parte, l’edizione Hypnos mantiene le ottime traduzioni di Lippi e aggiunge agli otto racconti della raccolta originale un ritrovamento recente, la novelette – inedita fino al 2015 – The Strangers, tradotta da Elena Furlan.

Si parte con Le spadeil cui adattamento filmato del 1997, sotto la direzione di Tony Scott, costituì l’episodio pilota della serie antologica horror The Hunger – storia di erotismo morboso, ambientata fra alberghi di malaffare e scalcinati luna park in cui il freak-show sconfina con l’esibizione pornografica. In un baraccone isolato una fanciulla, insieme attraente e ripugnante, si lascia trafiggere senza danno con una spada da un componente del pubblico alla volta: dopo aver sferrato il colpo e constatato l’inspiegabile mancanza di ferite sul corpo della giovane, lo spettatore ha il diritto di baciarla. La ragazza, sotto la protezione dell’impresario-magnaccia, non disdegna di concedere, a congruo prezzo, appuntamenti intimi per spettacoli privati agli habitué e il giovane protagonista non resisterà alla tentazione. Il racconto è un esempio perfetto della prospettiva particolare da cui Aickman guarda al sesso: in modo sempre assolutamente diretto senza tuttavia essere mai del tutto esplicito. Non c’è bisogno di Freud per vedere nella spada la metafora della penetrazione: coito e stupro coincidono, ogni carnalità è intrinsecamente sadomasochistica, ogni intimità sessuale dolorosa e crudele.

La vera strada della chiesa è invece un esempio dell’Aickman più mistico ed esoterico: certe soglie – da cercarsi in luoghi isolati e periferici del mondo, come il minuscolo arcipelago franco-britannico sul Canale della Manica, scenario del racconto – certe linee di energia che serpeggiano oltre il tempo e lo spazio, oltre la vita e la morte, verso un indefinibile ed enigmatico Altrove, si celano dietro l’ingannevole paravento della sacralità pagana ancestrale e delle sue sopravvivenze nelle credenze popolari dell’ugualmente ingannevole religione cristiana.

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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