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Incubi al femminile: la Strange Fiction di Lisa Tuttle – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un importante approfondimento e recensione di Walter Catalano sulla figura di Lisa Tuttle, autrice recentemente pubblicata in Italia da Edizioni Hypnos. Un estratto:

Texana trapiantata da decenni in Scozia, Lisa Tuttle si può considerare una delle principali eredi dirette contemporanee della grande tradizione femminile anglosassone della weird fiction, quella lunga e gloriosa traiettoria che dai Gothic novel di Anne Radcliffe, attraverso il Frankenstein di Mary Shelley, il romanticismo oscuro delle sorelle Bronte, le inquietudini vittoriane di Charlotte Riddell o Edith Nesbit, e quelle primo novecentesche di Edith Warthon, Elizabeth Bowen o Vernon Lee, giunge tortuosa e troppo spesso ingiustamente sottovalutata, fino al magistero di Shirley Jackson e Flannery O’Connor. Una prospettiva sul disagio femminile e una testimonianza di emancipazione letteraria, filosofica e sociale dal dominio patriarcale che, procedendo dai territori impervi e trasgressivi del gothic, dell’horror e del weird a quelli altrettanto ribelli della fantascienza e del fantasy, arriverà a includere, con la Tuttle stessa, anche Ursula K. Le Guin, Margaret Atwood, Octavia E. Butler, Alice Sheldon, Joanna Russ, Joyce Carol Oates, e decine di altre. Nel campo del fantastico, come in molti altri, è evidente quanto le autrici siano state, oltre che più presenti, anche decisamente più rilevanti degli autori.

Lisa Tuttle ha brillantemente praticato tutte le declinazioni e i sottogeneri della narrativa fantastica, ha pubblicato una Encyclopedia of feminism, ha curato come editor varie antologie miscellanee tra cui Skin of the Soul: New Horror Stories by Women (1990), raccolta horror di sole scrittrici, e Crossing the Border: Tales of Erotic Ambiguity (1998), stessa formula ma applicata a testi erotici. La sua lunga carriera letteraria inizia nel 1981, a fianco di George R.R. Martin – di cui è stata per qualche tempo compagna – con cui ha scritto il romanzo Windhaven (da noi Il pianeta dei venti); a questo sono seguiti una decina di altri romanzi, altrettante raccolte di racconti e vari testi per l’infanzia, oltre alla saggistica femminista di cui abbiamo detto. La scrittrice ha lasciato l’America fin dagli anni ’80 per trasferirsi prima a Londra, dove è stata sposata per qualche anno con il noto autore britannico Cristopher Priest, poi in Scozia dove risiede tutt’ora.

L’efficacia di questo procedimento è testimoniata nell’antologia appena pubblicata dall’infaticabile Hypnos Editore, Il profumo dell’incubo: tredici storie selezionate dalla scrittrice stessa appositamente per il pubblico italiano e che ripercorrono la sua intera carriera, da “La casa degli insettidel 1980, a “L’ultima sfida” del 2017, passando per “Sostituti” del 1992, uno dei suoi testi più apprezzati. I racconti sono tutti, senza eccezione, di straordinaria qualità: si parte sempre da una situazione apparentemente ordinaria, da problemi e conflitti di ordine naturale che, quasi inavvertitamente scivolano lentamente verso un bizzarro e un abnorme che raramente si manifestano in sovrannaturale esplicito ma restano sempre elusivi ed enigmatici. Non si può parlare a questo proposito esattamente di ghost stories, proprio come avveniva nel caso di Robert Aickman, che definiva infatti i suoi racconti strange tales. Anche la Tuttle parla di strange fiction più che di horror per dare un’idea della sua narrativa. Come ci spiega l’autrice nell’introduzione al volume, autobiografia e deriva fantastica non sono incompatibili ma complementari: così in “Il volo per Byzantium”, la partecipazione a una improvvisata convention fantascientifica in Texas diventa la porta d’ingresso nell’incubo; in “Gli oggetti nel sogno potrebbero essere più vicini di quanto sembrano”, un appuntamento con l’ex-marito vent’anni dopo la separazione per cercare una casa fantasma nel Devon con l’aiuto di Google Earth e GPS, produrrà risultati imprevedibili quanto sgraditi; la cameretta della prima infanzia o dell’adolescenza diventerà la trappola di “Sogni nell’armadio” o “L’uomo di cibo”; l’angoscia della gravidanza partorirà il delirio di “La mia malattia” o “A cavallo dell’incubo”. Non mancano gli omaggi espliciti: a Walter de la Mare in “L’ultima sfida” e soprattutto a Robert Aickman in “Il libro che ti trova”, una delle storie forse più terribili e commoventi della raccolta, in cui ispirandosi all’incontro mancato a Londra fra la Tuttle e lo scrittore ormai morente per un male incurabile, si evoca il fantasma tragico dell’amore tormentato e infelice fra Aickman e la scrittrice Elizabeth Jane Howard, spettro di tutti gli amanti respinti.

La giovane vampira e altri misteri | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di La giovane vampira e altri misteri, raccolta edita da Hypnos Edizioni dedicata a J.H. Rosny aîné, autore belga vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo. La quarta:

La giovane vampira e altri misteri presenta il lato più weird e fantastico del celebre scrittore francese, uno dei grandi precursori francesi della fantascienza, a partire dal romanzo breve La giovane vampira, una delle più originali elaborazione del tema del vampiro.
Il volume, curato da Elena Furlan, propone oltre al romanzo altre quattordici storie, scelti tra il meglio della produzione macabro fantastica dell’autore.

Lisa Tuttle: Il profumo dell’incubo – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione a Il profumo dell’incubo, raccolta di racconti di Lisa Tuttle, pubblicazione uscita per la puntuale Edizioni Hypnos. Un estratto:

Si tratta di un’antologia di alto livello che offre un’esauriente panoramica della sua particolare arte. Ci sono sicuramente delle connessioni con la narrativa di Robert Aickman (nona caso la Tuttle definisce la sua narrativa “strange fiction”) per il senso di spaesamento ingenerato nel lettore che spesso, proprio come accade con lo scrittore inglese e le sue “strange stories”, rimane spiazzato dall’evoluzione di questi racconti in cui il finale rimane di difficile interpretazione. Questa caratteristica in qualcuno può generare una certa frustrazione e il rischio concreto è quello di lasciar perdere. In realtà ci troviamo di fronte alle patologie della mente e ai fantasmi dell’inconscio.

Ci sono dei veri e propri gioielli come l’iniziale La casa degli insetti, un inquietante incubo horror “kafkiano che assurge allo status di classico. Non poteva poi non essere inserita una storia straordinaria come Sostituti (presentata anche nel citato numero della rivista Hypnos) in cui il protagonista incontra in pieno giorno l’orrore sotto la forma di una sorta di animaletto dalle strane sembianze che gli suscita immediatamente una forte ripugnanza (finirà con l’ucciderlo). All’opposto la moglie ne raccoglie un altro esemplare che, dal suo punto di vista, trova adorabile tanto da considerarlo più importante dello stesso marito che sarà invitato ad andarsene. Alla fine emerge il conflitto fra uomo e donna (uno dei temi portanti della femminista Lisa Tuttle) che viene esemplificato dall’apparizione di queste bizzarre creature (simbolo dei“mostri della ragione”). Il nido è invece un racconto che narra dei difficili rapporti fra Sylvia e Pam, due litigiose sorelle che vanno a vivere in una nuova casa dopo la morte della madre. Sylvia sembra nascondere in soffitta un segreto inquietante tanto da allarmare Pam che finirà per intervenire. Sylvie reagirà andandosene da casa: il finale non spiega niente (un po’ alla Aickman) e lascia un velo di inquietudine psicologica sull’intera vicenda. Il volo per Byzantium è divertente in quanto ci spiega le vicissitudini di una scrittrice di fantascienza (proprio come successo alla Tuttle che d’altra parte sostiene come la narrativa horror sia autobiografica) non molto famosa invitata ad una convention. Più crudo e disturbante risulta essere La mia malattia che tratta il tema della maternità (qui vista come una patologia) sotto la luce dell’alchimia e della ricerca della Pietra Filosofale. Gli ultimi due racconti sono a mio avviso stupendi: Il libro che ti trova è un vero e proprio omaggio alla figura sfuggente di Robert Aickman mentre L’ultima sfida rilegge una storia di Walter de la Mare riconsegnando la Tuttle a quella tradizione gotica da cui proviene.

Il ragno del tempo | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Il ragno del tempo, romanzo weird di Maico Morellini che tanta curiosità ha suscitato in me. Ecco uno stralcio della rece:

Questa è una lettura che vi consigliamo caldamente.
La storia weird che vi aspetta è molto suggestiva e soprattutto è ben scritta. Morellini ha sempre dimostrato di avere un gran talento e anche stavolta il suo stile, fluido ed elegante, vince. Il libro risulta pienamente coinvolgente riuscendo a trasportare il lettore in un mondo inspiegabile, pieno di tensione, in cui nulla è scontato.
Il ragno del tempo è un’avventura nera e surreale dove non si riesce a immaginare quello che accadrà. L’intera storia è  un crescendo claustrofobico di angoscia e garantisce una  tensione totale, fino all’inatteso finale. Da finire tutto d’un fiato, anche perché non riuscirete a staccarvi dalla lettura.
Consigliatissimo per tutti, in particolar modo per chi ama i misteri e le intricate trame psicologiche.

Providence Press presenta “Il ragno del tempo” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione del nuovo romanzo di Maico Morellini, stavolta weird, intitolato Il ragno del tempo. Ecco la quarta:

C’è una villa sull’Appennino bolognese, dalle geometrie inconsuete e dall’aspetto minaccioso, come un ragno al centro della sua tela. C’è un notaio, diverso da ciò che sembra, in possesso di informazioni occulte e alla ricerca di qualcosa di perduto. C’è una investigatrice che preferirebbe occuparsi di ben altro, ma che non può resistere al richiamo del denaro e del dovere. C’è un vecchio professore che conosce troppo, ha visto troppo e soprattutto ha sentito troppo, e che non vuole sapere più nulla dei segreti che risalgono a un passato che sarebbe meglio dimenticare. E poi c’è qualcosa. Qualcosa che sta per travolgere tutti.

Anche Maico subisce la fascinazione dell’oscuro, e capisco bene questa sua insana passione per l’occulto; uno scrittore weird/SF spazia in ogni luogo dello spaziotempo, sapendo bene che è un mondo di illusioni. Prossimo libro da leggere, questo…

Lisa Tuttle descrive il profumo dell’incubo | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di Il profumo dell’incubo, raccolta di racconti di Lisa Tuttle, in uscita per Edizioni Hypnos. La sinossi:

Cosa si nasconde nella soffitta della casa dei sogni delle litigiose sorelle Sylvia e Pam? Sino a che punto si è disposti ad arrivare per raggiungere la tanto bramata Pietra Filosofale? Quali insidie può nascondere un’innocua convention di fantascienza? Cosa succederebbe se avessimo a disposizione un’ora in più tutta per noi?

Il profumo dell’incubo presenta tredici storie di Lisa Tuttle, scelte dall’autrice stessa, che ne ripercorrono la straordinaria carriera, dal classico dell’horror La casa degli insetti, sino al terrificante Sogni nell’armadio, racconto vincitore nel 2007 dell’International Horror Guild Award, un lungo viaggio nei meandri dell’incubo, dalla penna di una delle più importanti autrici weird moderne.

In alto, sopra la città addormentata galoppava l’incubo, innalzandosi con angoli impossibili, schivando barriere invisibili, e di quando in quando piegando le zampe sotto il corpo per cadere a peso morto. Presto i sussulti e le grida della cavallerizza cessarono. Alla donna, concentrata nel restare aggrappata con tutte le sue forze, non rimanevano energie per manifestare paura.
L’incubo non riportò la donna fino all’alba, saltando attraverso la finestra della camera da letto in una sfida alla logica e gettandola sull’immobile sicurezza del suo letto, accanto al marito ancora addormentato.

Thomas Ligotti: Nato nella paura – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione di Cesare Buttaboni a Nato nella paura, saggio di Thomas Ligotti che getta luce sulla sua anima. Un estratto, che cita insieme i tre personali maggiori autori weird di sempre (non è un caso):

“Probabilmente, il fattore più importante tra quelli che mi hanno avvicinato alla scrittura in generale è l’esaurimento a cui accennavo prima. È successo nell’agosto del 1970, per colpa del consumo massiccio di droga e alcol, che in ogni caso hanno fatto solo da catalizzatori a un destino che prima o poi mi sarebbe toccato, ipersensibile e lunatico com’ero. Prima non mi interessava né leggere né scrivere, sebbene a scuola riuscissi bene in entrambe le cose; dopo, leggere e scrivere è diventato l’unico modo in cui riuscivo ad alterare il mio stato mentale senza avere paura, o perlomeno quella paura estrema, di perdere completamente il senno. La mia malattia si chiama agorafobia; in parte è ereditaria e continuo a sperimentarne i sintomi, tra i quali gli attacchi di panico e un generico senso di irrealtà.”

Questo è un estratto significativo di un’intervista che potete trovare nel recente volume di Thomas Ligotti Nato nella paura pubblicato da Il Saggiatore (editore che sta facendo conoscere Ligotti nel nostro paese mentre le edizioni Elatra rimangono ancora troppo di nicchia). Finalmente il lettore italiano ha la possibilità di farsi un’idea del vissuto sofferto di questo controverso scrittore. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Poppy Z. Brite scrisse la celebre domanda “Are You Out There, Thomas Ligotti?”. Oggi anche grazie alla serie True Detective il suo nome è stato sdoganato. Da queste pagine emerge la sua particolare concezione del weird e della vita. Lettore compulsivo, almeno fino a un certo punto della sua esistenza, della letteratura horror più oscura Ligotti resta fondamentalmente legato a Poe e Lovecraft e lontano da Stephen King (chi pensa che sia invidioso del successo di Stephen King è completamente fuori strada). Il volume è diviso in 4 parti: la prima parte Incubi incantatori copre il periodo dal 1988 al 1991, la successiva Questo carrozzone di carne si svolge nel triennio 2000-2003, Una demenza necessaria contiene interviste effettuate nell’arco temporale 2004-2011 e infine troviamo il capitolo che dà il titolo a questo libro ovvero Nato nella paura racchiuso nel biennio 2011-2013. Leggendo queste interviste si possono ricavare alcune informazioni interessanti: ne viene fuori la figura di un cultore di maestri del fantastico come Arthur Machen e Algernon Blackwood, anche se fu Shirley Jackson a farlo appassionare alla narrativa weird con il suo romanzo L’incubo di Hill House, Ligotti essendo un grande fan del film di Robert Wise.

Sex and the Magic: la Grande Bestia colpisce ancora (IV) (Victoriana 28/7) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una disamina molto puntuale di Franco Pezzini sulla produzione letteraria di Aleister Crowley, il celebre mago del secolo scorso che spesso si è rivelato come un esponente interessante del weird. Un estratto, molto intrigante:

Nel corso di una vita relativamente lunga (almeno se si considerano l’epoca tribolata da due guerre mondiali e i problemi di salute, settantadue anni), Aleister Crowley scrive continuamente. La sua produzione, che alla sblocco dei diritti con il settantesimo dalla morte dilaga ora anche più liberamente sui banconi delle librerie, svela una latitudine impressionante: a partire come ovvio da quella tecnico-occultistica, dove tra rivelazioni del Thelema, relativa esegesi, magistero magico (basti pensare a quell’immensa summa che è Magick, cioè Liber ABA o Book 4), testi rituali eccetera, ora in forma di volumi, ora di articoli, c’è di che riempire un’intera biblioteca. Ma fin qui si tratta solo di una parte della sua opera, al di là della fitta rete di connessioni che collega tutto in un continuo dialogo: un’unica giostra dove l’ironia diventa strumento occulto e le più varie arti – compresa la pittura, di cui il Nostro a un certo punto si entusiasma – vengono riconosciute come magiche.

Pensiamo ai suoi scritti spesso pepati su temi filosofici, politici, o in senso lato culturali (eventualmente con tagli sfiziosi per farsi ospitare a pagamento su qualche testata), o alla sua straordinaria “autoagiografia” – come la definisce in sottotitolo – The Confessions of Aleister Crowley, 1929, da accostare con una certa prudenza ma di interesse enorme e grande divertimento. O all’amplissima produzione poetica, dove alterna testi molto belli ad altri in cui l’intento provocatorio – motivato all’interno di una riflessione fortemente polemica verso i valori tradizionali del mondo occidentale – rende la godibilità letteraria un po’ altalenante (ma simpatici sono i Songs For Italy, 1923, con una serie di frecciate al fascismo che l’ha cacciato da Cefalù). Pensiamo alle opere teatrali, sorta di interfaccia più libera alle pantomime dei rituali, o alle sue stesse traduzioni, dove una certa libertà autoriale/magisteriale è comunque ravvisabile: per esempio quella de I Ching (proposta in Italia da Tre Editori, 2018), evidenziante proprio la tensione a mescidare tradizioni assai distanti che tanto preoccupa colleghi esoteristi più legati alla loro “razzialità” (per esempio, abbiamo visto, Dion Fortune).

Nel panorama non poteva mancare la narrativa: e a parte alcuni romanzi più o meno noti al grosso pubblico, Crowley produce un’imponente messe di racconti che spiccano per qualità nell’orizzonte di una fiction breve primonovecentesca di lingua inglese dai contenuti fantastici, visionari o comunque eccentrici – e avvicinati per esempio dalla critica a quelli di un altro personaggio un po’ eccessivo di fine età vittoriana, il conte Eric Stenbock (1860-1895). Certo, non tutti i racconti crowleyani presentano lo stesso livello d’interesse e comunque non si tratta di grandi capolavori della letteratura. Una certa parte viene anzi varata a fini anzitutto alimentari, a fronte di una situazione economica che qualche lustro dopo condurrà il Nostro al fallimento sancito dal tribunale: l’eredità paterna fondata sulla birra (l’azienda familiare Crowley’s Alton Ales da cui il padre, pensionandosi, era passato all’attività di predicatore dei rigoristi Plymouth Brethren) è schiumata letteralmente via. Ma queste storie pensate per divertire e insieme formare alle idee thelemite (in qualche caso con riferimenti tecnici che sfuggono al lettore non preparato, ma sempre con lo strumento del paradosso e dell’ironia) sono nel complesso molto felici: e persino nei racconti minori, qualche guizzo del ruspante geniaccio dell’autore riesce qui e là a dardeggiare.

La spregiudicata capacità di cavalcare mode d’epoca – certe scene brillanti, un certo tipo di poliziesco – non ostacola note di genuina originalità: si pensi alle quattro serie (colte, spumeggianti, divertenti) incentrate su Simon “il semplice”, cioè il mistico, occultista e detective Simon Iff, creato alla fine del 1916. A metà gennaio 1917 Aleister ha già terminato di scrivere la prima serie di sei storie, The Scrutinies of Simon Iff, poi edita su The International tra settembre 1917 e febbraio 1918: per inciso sotto lo pseudonimo di Edward Kelly, come un tipaccio che ritiene di reincarnare, il losco medium del mago elisabettiano John Dee. Seguono Simon Iff in America (dodici storie, scritte tra dicembre 1917 e gennaio 1918), Simon Iff Abroad (tre storie, scritte probabilmente nel 1918) e Simon Iff, Psychoanalyst (due storie, scritte tra 1918 e 1919). Anche se è eccessivo proclamare – come fa lui annunciando la seconda serie – che si tratta dei polizieschi più sensazionali dopo quelli doyliani su Holmes, è vero che il taglio è innovativo: un mix tra i classici racconti polizieschi e i casi dei detective dell’occulto, con un occhio alla psicologia e un po’ di Thelema.

“Zothique n. 4”: Arthur Machen e il fascino panico del perturbante – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una estesa disquisizione su Arthur Machen e la sua opera sulle culture cultuali celtiche, delle creature fatate, e sui rapporti che lui ha avuto con le società ermetiche ignlesi del XIX secolo. Le considerazioni partono dal numero 4 della rivista Zothique, già recensita qui.

Nel suo saggio del 1919, Das Unheimliche, Sigmund Freud prendendo spunto dalle intuizioni del collega Ernst Jentsch indagò la natura di questo strato della vita psichica:

« Non c’è dubbio che esso appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non viene sempre usato in senso nettamente definibile, tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso. È lecito tuttavia aspettarsi che esista un nucleo particolare, che giustifichi l’impiego di una particolare terminologia concettuale. »

Nondimeno, ben prima delle ricerche freudiane e oltre un decennio dopo, Machen scandagliò tale sentimento in lungo e in largo, conducendo il suo pubblico all’interno di quel nucleo che lo psicanalista austriaco aveva soltanto abbozzato. Il presente corposo volume, comme d’habitude curato con grande passione e professionalità da Pietro Guarriello, ricostruisce organicamente tale esperienza, attraverso numerosi contributi critici e cinque racconti (di cui quattro dello scrittore gallese) rimasti fino ad ora inediti in Italia.

Arthur Llewelyn Jones nacque a Caerleon-on-Usk il 3 marzo del 1863, figlio del pastore anglicano John Edward Jones e della scozzese Janet Robina Machen, da cui prenderà il cognome d’arte. Nelle sue memorie rimarcò come la sua più grande fortuna sia stata quella di essere nato nel cuore del Gwent, in un vero e proprio caleidoscopio di leggende.

All’interno del suo mirabile studio inserito nella seconda parte dell’albo (pp. 181-222), Le fate, le streghe e la porta per l’Altro Mondo: rilievi folklorici ed etnografici sull’opera di Arthur MachenMarco Maculotti ricorda come già Jorge LuisBorges avesse rilevato la fiera identità celtica di Machen, attraverso cui «poté sentirsi oscuramente vittorioso e antico, radicato nella propria terra e alimentato da primitive scienze magiche». Caerleon, Isca Silurum per i romani, è anche identificata con Camelot, la fortezza di re Artù. Infine, è una delle terre maggiormente interessate dalla tradizione dei fairies, le enigmatiche creature che abitano il Regno segreto, pregevolmente tratteggiato dal presbiteriano scozzese Robert Kirk sul finire del Seicento (The SecretCommonwealth, scritto nel 1692 e pubblicato per la prima volta solo nel 1815).

Nell’opera macheniana, tuttavia, si assiste a più riprese a un capovolgimento radicale della percezione post-shakespeariana di questi esseri, in quanto l’autore gallese, appassionato studioso di folklore celtico, recuperò la visione tradizionale e perturbante del cosiddetto “piccolo popolo“. Ne La storia del sigillo nero, il professor Gregg, alter ego dell’autore, sembra riferirsi direttamente a Kirk quando afferma:

« Così come i nostri antenati avevano chiamato “fatati” o “buoni” gli esseri terribili perché li temevano, li avevano anche rivestiti di forme affascinanti, ben sapendo che la verità era assai diversa», giungendo alla conclusione per cui fate e diavoli sarebbero di un’unica razza e di un’unica origine.

Ivo Torello: Il maledetto paese che puzzava di pesce – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione a Il maledetto paese che puzzava di pesce, ultima uscita per Ivo Torello nelle Edizioni Hypnos. Il romanzo è il terzo della saga Gli strani casi di Ulysse Bonamy, tutti gustosamente weird, tutti in qualche modo figliocci di Lovecraft ma anche pregni di altro. Ecco uno stralcio della rece:

Con “La casa delle conchiglie” Torello ha creato un suo linguaggio originale in cui si mischiano romanzo erotico, storia, magia e weird. La serie dedicata a Ulysse Bonamy è figlia del successo di quel romanzo: credo che aver deciso di adottare un personaggio seriale sia stata un’idea vincente. Il contesto storico è quello degli Anni Ruggenti della Parigi degli anni ‘30 e Ulysse Bonamy ricorda da vicino il Fu Manchu di Sax Rohmer e certe figure di detective dell’occulto come il John Silence di Algernon Blackwood e il Carnacki di William Hope Hodgson e magari l’Harry Dickson di Jean Ray. Questa volta Bonamy si troverà a dover andare in uno sperduto paesino del sud della Francia con il compito (anche se assomiglia più a un ricatto commissionatogli dallo scultore di mostri Ian Anton Morleu) di trovare la fantomatica Coda del Leviatano, una leggendaria reliquia. Devono seguire le tracce del suo amico Claude Mercier che è tragicamente annegato mentre stava conducendo delle ricerche in loco. Per far questo si reca con la nipote di Morleu Georgeta che lo condurrà a bordo della sua vettura denominata Hecate. Siamo negli anni ‘30 per cui ancora non esiste il turismo odierno nei confronti della Costa Azzurra (eccetto per gli inglesi che vengono a svernare). Il paesino si chiama Bouche-sur-Mer e, apparentemente, nessuno sa dove si trova. Una volta arrivati i 2 sono avvolti da una mefitica puzza di pesce. In giro non c’è nessuno e giunti alla locanda vengono serviti da un donnone elefantiaco, da suo marito e dal figlio ritardato. Sembra che siano finiti in un luogo dove gli incroci fra consanguinei abbiano prodotto effetti nefasti. Bouche-sur-Mere è a tutti gli effetti un paese disabitato dove i pescatori escono la mattina presto per tornare dopo il tramonto. La geometria del luogo è sghemba, la chiesa è disabitata e popolata solo da gatti randagi e i pochi personaggi che si vedono sono sfuggenti. Indubbiamente Bouche-sur-Mere assomiglia molto a una Innsmouth spostata nel sud della Francia. La chiave per risolvere l’enigma sarà il diario (vecchio espediente da romanzo gotico) di Claude Mercier rivenuto nella sua stanza da Ulysse Bonamy che li porterà a visitare un’ulteriore chiesa consacrata ad un antico culto. Lo spirito di Lovecraft in ogni caso aleggia sulla storia e il cerchio si chiude quando Georgeta regala a Ulysse una copia di Weird Tales dove si parla di Dagon e di uno scrittore americano.

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