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Ritorna Il Golem di Gustav Meyrink | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione della riedizione del Golem, di Gustav Meyrink.

Mistero, alchimia e cabala sullo sfondo di una Praga magica. Un testo che per qualità letteraria si affianca ai maestri della letteratura mitteleuropea.

>Il Golem, essere artificiale creato dalla magia del Rabbino Loew, riprende vita grazie allo scambio di un cappello nel Duomo di Praga, squarciando il velo che separa il mondo reale da quello segreto e oscuro dei sogni. Il Golem, cui una parola infilata tra i denti conferisce una vita provvisoria e cui la stessa parola, privata della prima lettera, spegne l’esistenza (Emeth – verità, Meth – morte).

Un testo fondamentale per il weird, ma anche per l’alchimia, l’esoterismo, lo studio delle scienza occulte; chiunque sia affascinato da una di queste tematiche, non può non leggere Meyrink e, ovviamente, il suo Golem.

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Il genio postumo del Weird italiano l’hanno scoperto gli americani – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un articolo competente (e come potrebbe non esserlo) di Andrea Vaccaro sul weird di Giorgio De Maria, parte integrante del volume Guida ai Narratori fantastici italiani, curato da Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e appunto Andrea Vaccaro.

Torino, città della magia e dello spiritismo, muta ancora una volta: attraverso un registratore speciale, vengono registrate le voci/le urla/i suoni, ma non si tratta delle “classiche” voci dei morti, qui si tratta di qualcosa di più arcano e sconosciuto. In tutto il romanzo c’è la consapevolezza di superare i canoni della classica storia dell’orrore e di fantasmi. Quasi beffardamente a un certo punto si dice: “Sì, però nelle ghost-stories alla fine le allucinazioni si rivelano fondate: i fantasmi ci sono davvero”. In effetti qui non ci saranno “fantasmi”, ma qualcosa di diverso, di altro, di non-conoscibile. Nel romanzo non è assente un’altra tematica tanto cara a De Maria, il rapporto tra potere e arte, con l’invenzione della Biblioteca. L’invenzione della Biblioteca, se pur può avere discendenze borghesiane, si distacca dal metafisico luogo sognato dal maestro argentino: nessuna pretesa di eternità o di infinito, bensì ricetto di diseredati, asociali, scrittori mancati: “Il frequentatore tipico della Biblioteca era un individuo timido, desideroso di approfondire la propria solitudine e di farla pesare al massimo sugli altri”. Ma dove l’invenzione di De Maria diventa geniale è la visione della Biblioteca come luogo di condivisione di esperienze vissute, reali: “Tu, potrai collaborare frequentandola per leggere, oppure portando dei tuoi manoscritti che saranno archiviati e numerati e che verranno a costituire a loro volta il materiale di lettura. A noi non interessano la carta stampata, i libri, c’è troppa finzione nella letteratura, anche in quella cosiddetta spontanea… noi siamo alla ricerca di documenti veri, autentici, che rispecchino l’animo reale della gente, che possano, insomma, considerarsi per davvero dei soggetti popolari… possibile che tu non abbia mai scritto un diario, un’autobiografia, una confessione di qualche problema che ti turba?”. Non sorprende che alla lettura del romanzo si sia gridato al talento visionario e anticipatore di De Maria, con la predizione dell’avvento di Facebook e del fenomeno dei social. E non si fatica a vedere anche una forte polemica dell’autore verso il mondo di quell’editoria che tanto aveva disatteso le sue speranze. L’aspetto più straordinario del romanzo è la capacità di creare una vera e propria escalation dell’incubo, arrivando sino al finale, uno dei più belli in assoluto della letteratura fantastica italiana. Lo sdoganamento negli Stati Uniti ha portato ad accostare il romanzo di De Maria ad autori quali Poe, Lovecraft (è possibile, se non probabile, che De Maria abbia letto Lovecraft nella prima e più celebre raccolta mondadoriana del 1966, I mostri all’angolo della strada), ma è certamente la letteratura italiana ed europea a rappresentare la principale fonte di ispirazione, da Kafka a Buzzati, da Musil a Landolfi, e se degli accostamenti tra i grandi del fantastico in lingua inglese si devono fare, alla mente corrono due grandi come Robert Aickman e Fritz Leiber, maestri, come De Maria, nell’esprimere l’irruzione dell’irrazionale nella realtà. Nello stesso anno di Le venti giornate di Torino esce Dissipatio H.G., il romanzo postumo di Guido Morselli, autore che tanti punti in comune ebbe con lo stesso De Maria, in particolare la cecità del mondo dell’editoria nei loro confronti. De Maria sopravvisse alla sua opera, ma dopo la pubblicazione di Le venti giornate di Torino, che non ebbe successo e cadde presto nel dimenticatoio, interruppe l’attività di scrittore, attraversò diverse crisi mistiche per poi precipitare nei meandri della follia, e morire nel 2009 in povertà. Grazie alla lungimiranza di Ramon Glazov il nome di Giorgio De Maria sta lentamente uscendo dall’oblio, così come speriamo l’intera sua produzione, percorso a cui ha dato il via Le venti giornate di Torino, capolavoro della letteratura weird, e non solo italiana.

Arthur Machen e il risveglio del Grande Dio Pan – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un articolo molto approfondito su Arthur Machen e il suo rinascimento pagano, assai affascinante. Un estratto dall’articolo:

«Tutto scaturì da una casa solitaria che s’innalzava sul versante di una collina, sotto un grande bosco e sopra un fiume, nella regione in cui sono nato […] Per qualche ragione, o per nessuna ragione, quella casa che sorgeva ai confini e presso le verdi mura del mio giovane mondo divenne per me oggetto di misteriosa attrazione. Divenne uno dei numerosi simboli del mondo di meraviglia che mi era offerto. Divenne, per così dire, una parola importante nel linguaggio segreto mediante il quale erano comunicati i misteri. Pensavo sempre ad essa con una sorta di timore reverenziale, persino di spavento».

I romanzi di Arthur Machen trasudano letteralmente di quella atmosfera onirica, “fatata” e “arcadica”, reminiscenza di un mondo rurale e pastorale che fu fino ai tempi della colonizzazione e conquista cristiana dell’arcipelago britannico, e che in molte aree rurali — tra le quali il Gwent gallese, in cui Machen nacque — si mantenne più o meno integro sino alla fine del XIX secolo. Suddetta infatuazione quasi fiabesca e questa “nostalgia delle origini” di eliadiana memoria non sono particolarmente evidenti nell’opera prima dello scrittore, ma emergono in tutta la loro eterica meraviglia in seguito, con The Hill of Dreams (scritto dal 1895 al 1897 e pubblicato solo nel 1907), The White People (scritto nel 1899 e pubblicato nel 1904) e A Fragment of Life (anch’esso pubblicato nel 1904).

Wendigo di Algernon Blackwood | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione della riedizione di Wendigo, il romanzo weird breve di Algernon Blackwood che tanto impressiona per la sua carica di mondo selvaggio, incontaminato, in cui tutti gli dei e le energie di un tempo continuano a esistere.

Nelle regioni selvagge dell’Ontario nordoccidentale, il giovane studente di teologia Simpson e lo zio, il dottor Cathcart, sono impegnati in una battuta di caccia all’alce in compagnia di Hank e del franco-canadese Joseph Défago, loro guide. La spedizione si divide in due gruppi: Cathcart procede al fianco di Hank, mentre Défago conduce Simpson a bordo di una canoa nell’esplorazione di un vasto territorio inviolato.

Appena accampatisi, Défago è allarmato da uno strano e spaventoso odore portato dal vento e, nel pieno della notte, i suoi lamenti svegliano Simpson: la guida è rannicchiata tra le coperte in preda all’angosciante terrore di una presenza in agguato nella foresta. Défago fugge nelle tenebre, costringendo Simpson a un inseguimento tra oscuri alberi e sentieri impervi. Seguendo le tracce sulla neve per miglia, il giovane nota che altre orme si sono aggiunte a quelle di Défago: più grandi, inquietanti, e non sembrano appartenere a un essere umano… In quelle foreste glaciali una blasfema creatura ha dato inizio a una caccia spietata.

Edizione con testo originale a fronte di una delle opere più affascinanti di Algernon Blackwood, capace di cristallizzare l’orrore evocato dalle forze sovrannaturali che infestano le oscure foreste del Canada e che sono qui incarnate nel leggendario Wendigo.

Pink Floyd – Let There Be More Light


Splendido video di un brano preso dal secondo LP dei Floyd, anno ’68, con le immagini caleidoscopiche che sono prese dalla fantasmagorica copertina che corredava il disco, così magica, oscura, psichedelica, immaginifica. Prego, andate sull’onda, nell’altrove.

Con Abraham Merritt sul Vascello di Ishtar | AxisMundi


Su AxisMundi una bella recensione a Il vascello di Ishtar, capolavoro weird di Abraham Merritt che ispirò, in quanto autore di un universo sotterraneo, razionale nella sua follia, Lovecraft in persona. Un estratto dalla copiosa rece:

Ed è proprio con un espediente “archeologico” che ha inizio l’avventura narrata ne Il vascello di Ishtar: tutto comincia quando John Kenton riceve da un collega un blocco di pietra rinvenuto durante una campagna di scavi in Medio Oriente, al cui interno è custodito il “modellino” di una nave di gemme intagliate. Ben lungi dall’essere un comune manufatto, esso è un vero e proprio stargate, un portale per l’Altrove, grazie al quale da un momento all’altro il nostro eroe si troverà catapultato in un mondo altro, ubicato in un segmento spazio-temporale distinto dal nostro, sebbene in qualche modo sovrapposto a esso:

«Di fronte aveva una vasta nebbia: vapori globulari argentei discendevano su di lui; il ventre curvo di un altro mondo. Quel mondo si stava scontrando col suo? No! Vi si stava sovrapponendo! […] Grazie ai lumi di questa rivelazione, Kenton vide la propria Terra non per quello che sembra, ma per ciò che è: una vibrazione eterica negli intervalli tra le pulsazioni elettroniche di mondi su mondi che si intersecano, mondi originati dalla forza primigenia di cui queste vibrazioni sono espressione, nelle forme a noi note e in quelle che ignoriamo. […] Mondi che si incrociano secondo frequenze differenti, più alte o più basse, nella totale inconsapevolezza di queste tangenze. Mondi che si muovevano attorno e attraverso di noi, che si trovavano a coincidere in modo casuale, come segnali radio intercettati da un apparecchio non sincronizzato. Mondi sovrapposti come flussi di informazioni che, senza interferire l’uno con l’altro, scorrevano insieme sullo stesso cavo, grazie alla diversità delle vibrazioni. Il vascello di Ishtar navigava su uno di questi mondi paralleli. Il gioiello di gemme non era l’imbarcazione stessa, bensì una chiave capace di aprire un passaggio dalla dimensione di Kenton verso quella del vascello: un dispositivo che adattava le vibrazioni materiche del suo corpo a quello del mondo della nave.»

Quello dell’oggetto “incantato” che funge da soglia per altre dimensioni è un topos che Merritt utilizza sin dalle prime prove letterarie: in Attraverso lo specchio del drago è una lastra di giada a portare magicamente il protagonista in «un mondo fantasma, dove sette lune artificiali ruotano in eterno attorno a una valle, velata di nebbia e cinta da mura di fuoco». Ne Il pozzo della luna è invece un’apertura lucente, in presenza della luna piena, a condurre alle gigantesche caverne poste al di sotto dell’Oceano Pacifico, dove risiede una civiltà tanto malevole quanto avanzata pressoché ignorata dagli ignari abitanti di superficie (cioè noi esseri umani). Ne Gli abitatori del miraggio (The Dwellers in the Mirage, 1932), infine, è un abietto complesso di piramidi nere rinvenute in Alaska a rappresentare una soglia d’accesso per l’Altrove assoluto.

Gustav Meyrink alle frontiere dell’occulto – A X I S m u n d i


Un gran bell’articolo su Gustav Meyrink, sulla sua opera e sulla sua vita. Da AxisMundi; un estratto significativo:

«Domani saranno trascorsi per me ventiquattr’anni da quel giorno dell’Ascensione quando, seduto alla scrivania della mia cameretta di ragazzo, a Praga, e, messa nel cassetto la lettera d’addio che avevo scritto a mia madre, afferrai il revolver che avevo davanti; avevo infatti deciso di intraprendere il viaggio oltre lo Stige; volevo gettar via un’esistenza che mi sembrava destinata a rimanere in futuro scialba, senza valore e senza gioia.»

Il giovane uomo col revolver in mano, pronto a lasciare per sempre questa “amara valle di lacrime” è un anonimo e benestante banchiere austriaco con l’hobby delle donne, degli scacchi e del canottaggio. Nauseato dalla sua piatta e insignificante esistenza, si appresta a compiere l’estremo gesto. Cosa lo ferma all’improvviso? Uno stampato fatto scivolare improvvisamente sotto la porta della sua camera. Il giovane ripone la pistola, si alza dalla sedia, prese in mano il foglio e ne sbircia il titolo: Sulla vita dopo la morte”.

Leggendo più volte il ciclostilato, il giovane trascorre la notte in uno stato di veglia adrenalinica (la lunga notte dell’anima), «mentre dei pensieri, sino a quel momento estranei, cominciarono a passar[gli] per la mente… pres[e] il revolver come si fa con un oggetto divenuto momentaneamente inutilizzabile e lo chius[e] in un cassetto». «Lo conservo ancora oggi.  conclude l’autore di questa confessione  È morto per la ruggine ed il tamburo non gira più; non girerà mai più».

«Tengo di più alle mie teorie, che sono pratica e vita, che non alle mie creazioni artistiche, che ne sono simbolo e veste.»

Ne consegue che, nell’esercizio artistico del romanziere austriaco, il “fantastico” sia, in ultima analisi, soltanto «la veste estetica di una realtà nascosta e difficilmente conoscibile dai profani»

Gustav Meyrink abbandona questo mondo la sera del 4 dicembre 1932. Dopo aver salutato i familiari, si ritira nella propria camera e si siede, a torso nudo nonostante il gelo, sulla poltrona dirimpetto alla finestra. Rimane così tutta la notte, contemplando il cielo stellato, l’alba e il sole nascente; quindi, ancora con lo sguardo in adorazione, spira serenamente. La moglie Mena definisce l’esperienza del trapasso del marito «una messa solenne di religione e nobiltà» e racconta, in una missiva raccolta in questa edizione Arktos:

«I suoi occhi divennero sempre più splendenti e alle sei e trenta del mattino di domenica 4 dicembre esalò l’ultimo respiro. C’era in noi una gioia sgomenta nel vedere come il suo grande Spirito si era distaccato armonicamente. È rimasto il suo corpo, come una larva: la farfalla si è librata verso l’alto.»

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