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Sacri Boschi « Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis uno stupendo articolo che mette in relazione il culto dei Romani arcaici – non ancora Romani, per la verità – con l’oscurità arborea, un senso mistico che li accompagnerà durante la loro storia antica ma non solo, cose rintracciabili ancor oggi, quando la contemplazione arborea di alcuni luoghi di Roma mi devasta l’animo, una sorta di oscura contemplazione e riverenza.

Questi discorsi mi colpiscono profondamente, avendo visto proprio ieri Il primo re, il film di Matteo Rovere sulla storia di Romolo e Remo, che appare pregno proprio di quel senso mistico in cui ho riconosciuto le empatie sacre verso la Natura, verso l’oscuro silvano, in cui si manifesta la vibrazione sublime di qualcosa di vivo come l’energia che percorre ogni cosa di quest’universo attraverso – anche – i culti primordiali di Ecate. Imperdibili, sia l’articolo che il film, quest’ultimo certamente non fedele alla lettera alla tradizione, ma assolutamente verosimile.

Il rapporto dei Romani con la natura è una dimensione misconosciuta nell’immaginario comune, dove appaiono come voraci costruttori a scapito di popoli liberi e selvaggi. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero: ciò che lega il Romano al mondo silvano è qualcosa di fondativo, che si genera dai tempi più remoti[1] e lo guiderà per sempre.

Per risalire all’origine di questo sentimento, basta accantonare l’immagine della Roma sfavillante di marmi e di bronzi e immaginarla com’era alle sue origini, ricoperta interamente di boschi e di grotte. E proprio dagli alberi prendono il nome i luoghi di Roma: dalle querce (quercus) discendeva infatti l’originario nome del Celio, Querquetulanus[2], così come dal salice (Salix viminalis) derivava il Viminale, o dal faggio (fagus) il Fagutal, una delle tre vette dell’Esquilino, che a sua volta originava da un’altra tipologia di quercia, l’ischio o farnia (aesculus). Lo stesso albero conferiva probabilmente il nome all’Aesculetum, un bosco di farnetti da ricercarsi forse nel Campo Marzio, a nord dell’attuale Ponte Garibaldi. Immediatamente a nord del Foro, tra questo e il Tempio della Pace si trovava la Corneta, una zona popolata da alberi di corniolo (cornis). Lo spazio (in buona parte occupato dal Circo Massimo), che si estendeva tra il boscoso Palatino e l’Aventino, era la Vallis Myrtea, così chiamata per le sue vaste distese di mirto. Lo stesso Aventino era celebre per i suoi bellissimi lauri, tanto che una parte di esso era denominata Loretum o Lauretum[3] (il toponimo si trova in iscrizioni e cataloghi imperiali come CIL VI 30957); il resto del colle era invece fitto di lecci, numinoso[4]. Ma ad esser impressionante è la descrizione del Campidoglio, dove la presenza divina era avvertita in modo così prodigioso da atterrire gli abitanti del luogo[5].

Non è certo un caso che Virgilio descriva i primi abitanti dei Colli come nati dai duri tronchi di quercia[6]. E così nel resto del Lazio, da cui lo stesso re eponimo, Latino, figlio di Fauno, avrebbe regnato da Laurentum, anche le dinastie regali di Alba Longa, i Silvii (da silva, “foresta”), e quella di Praeneste testimoniano il legame con il mondo selvaggio preponderante[7]. Numerose le località testimoniate dalle fonti archeologiche o dalla tradizione locale, come le città di Pometia (dai meli), Ficulea e Ficana (dai fichi, o dai vasai, figules) e Crustumerium (da una particolare varietà di pera, la crustumia)[8]. Proprio i boschi, o meglio le radure all’interno di essi, costituivano i luoghi deputati alle più importanti deliberazioni di carattere militare o sociale: è il caso, ad esempio, del Lucus Ferentinum e soprattutto del Lucus Nemorensis[9]. A ciò concorse sia il fatto che nel mondo arcaico lo spiazzo aperto era l’eccezione, laddove la selva costituiva la regola (e dunque la radura rappresenta il luogo più funzionale al raduno di numerose persone) sia per le valenze politico-sacrali conferite alle divinità boschive (si pensi a Diana e a Feronia). Le tracce di questa realtà primeva vanno ben oltre il ricordo del mito o della toponomastica: sebbene notevolmente ridotti nelle loro estensioni, la Roma dei tempi pienamente storici vantava ancora decine di boschi sacri, extramuranei e muranei, onorati sia singolarmente, nell’anniversario di consacrazione del bosco ad una determinata divinità, sia collettivamente nelle Lucaria.

Queste festività, attestate anche nei Fasti Amiternini[10], venivano celebrate tra il 19 e il 21 Luglio in un bosco sacro situato tra il Tevere e la Via Salaria[11]; esse si riferirebbero alla genericità delle divinità boschive. In linea di massima ogni templum, inteso come spazio sacro ritualmente consacrato (non necessariamente finalizzato ad una permanenza di culto, ma anche per la divinazione), era demarcato nei suoi limiti interni ed esterni da alberi[12], usati come termini visivi spaziali. Il successivo edificio preposto al culto si trovava così abbracciato dagli alberi, ridotti col tempo a pochi esemplari e via via reintegrati in base a norme rituali che si possono in parte desumere dagli Acta fratrum Arvalium e da alcune prescrizioni di Catone (vi torneremo in seguito). Vale la pena aggiungere che colonne e capitelli erano concepiti come immagini pietrificate delle forme naturali. Ciò è confermato da Vitruvio: l’ordine corinzio sarebbe stato ideato da un tale Callimaco, ispirato dalla vista di un cesto votivo lasciato sulla tomba di una ragazza, contenente i suoi effetti più cari; una tegola quadra vi era stata posizionata sopra, per proteggervi il contenuto, ma una pianta di acanto era cresciuta attraverso l’intreccio del cesto, dando così all’artista l’idea del motivo[13].

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Hecate Britannica (Victoriana 11 / V)


Continua su CarmillaOnLine il saggio a cura di Franco Pezzini che indaga sapientemente i territori evanescenti dell’antropologia e della mitologia. Continua, anche in questa puntata, la ricerca su Lilith; viene menzionato anche Danilo Arona e la sua ricerca su Pazuzu.

Un breve estratto:

Già si è detto come la versione latina dell’unico passo biblico che cita espressamente Lilith (Isaia 34, 14) traduca il suo nome in Lamia. Qualcosa del tutto adeguato al gioco di frenetiche contaminazioni di cui stiamo parlando – e che investirà inevitabilmente anche l’arte delle inquietudini tardovittoriane ed edoardiane. In contemporanea infatti al fiorire di opere su Lilith, anche la mitologica Lamia acquista nuova visibilità. Emblematico è il mezzobusto a occhi abbassati offertone di George Frampton, 1899, forse il pezzo più inquietante esposto alla già citata mostra della primavera scorsa alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Celeberrimo è poi il dipinto Lamia – o Lamia and the Soldier – di John William Waterhouse, 1905, dove la Nostra è in ginocchio davanti a un tipo in armatura medievaleggiante dall’aria imbarazzata: alla luce della già citata riflessione di Stephen King sul sottotesto simbolico vittoriano della ragazza che si inginocchia l’imbarazzo più essere comprensibile, ma come vedremo c’è dell’altro. L’anno dopo, 1906, appare Lamia, The Serpent Woman della preraffaellita americana Anna Lea Merritt: qui vediamo la bella adescatrice emergere da un riparo nel bosco, a seni coperti ma con espressione e movenza un tantino sfrontate. Non pago, Waterhouse torna sul tema in una seconda versione, Lamia, 1909, che la mostra intenta a ravviarsi le ampie chiome nello specchio di uno stagno; ma in uno studio forse dello stesso anno, l’olio The Necklace, a un’identica postura di viso e corpo – solo più coperto, con una tunica accollata che nella versione definitiva si aprirà a scoprire un seno – corrispondono movenze diverse delle mani, intente a reggere una collana. Dello stesso 1909 è poi Lamia di Herbert James Draper, con la protagonista in torpida attesa, come assorta nei propri propositi. E un’analisi comparata delle opere svela caratteristiche interessanti.

Le puntate precedenti: Il Giardino del Male, Il ritorno delle Dee, Un trivio a Piccadilly, Spiando Lilith.

Hecate Britannica (Victoriana 11 / III)


La seconda puntata di Hecate Britannica (la prima l’ho evidenziata sul genitore cybergoth) continua, su CarmillaOnLine, nel solco della precedente segnalazione, oscillando tra mitologia, antropologia e arte. In questa parte si mette l’accento sul ruolo di Hecate come capofila delle streghe, signora dei sortilegi e della stregoneria. Ecco l’incipit:

“Ebbene, Ecate, che c’è? Perché hai quegli occhi irati?”. Così il Macbeth, nel primo di quei passi (3, 5; 4, 1) di solito scartati dalle rappresentazioni moderne. La situazione è questa: il protagonista Macbeth, indotto in tentazione dal vaticinio di tre streghe che gli hanno profetizzato il regno, è riuscito a usurpare il trono e fare un primo repulisti degli avversari, ma si trova ossessionato dalle ombre dei propri delitti. Anche le streghe, però, hanno i loro problemi, perché si beccano un cazziatone dalla principale, cioè appunto Ecate, signora dei sortilegi e della stregoneria: la Dea lamenta di non essere stata interpellata, e contesta un uso della magia per i disegni privatissimi di un profittatore. Nell’economia della tragedia, la comparsa di Ecate è funzionale a preparare la scena dell’opera innominabile, come la chiamano le streghe, con il corteo di spettrali apparizioni che recheranno a Macbeth le notizie sul suo destino. Ma queste comparsate della Dea, come accennato, vengono oggi usualmente tagliate dai registi: sia perché di dubbia autenticità (sono accompagnate tra l’altro da due canti, Come away, come away e Black Spirits, che comparivano anche in un’altra opera elisabettiana, The Witch, di Thomas Middleton); sia per evitare il sapore un po’ grottesco dei rimproveri alle scagnozze, che agli occhi di un pubblico moderno potrebbero smorzare la drammaticità del contesto – e che invece l’autore elisabettiano inserisce proprio come connotante la realtà delle streghe, a cavallo tra pauroso e strambo, inquietante e grottesco persino nei manuali demonologici coevi. Nei fatti l’Ecate attribuita a Shakespeare appartiene ormai compiutamente agli scantinati del demoniaco, ed è quella che perverrà all’immaginario moderno, alla famosa illustrazione di Blake (1795), alla letteratura di genere e persino a certe odierne logge sataniste.

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