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Archivio per Interviste

Miglieruolo, la sf ai tempi del Coronavirus – Associazione World SF Italia


Su WorldSfItalia una bella intervista a Mauro Antonio Miglieruolo, su cosa significa avere una visione sociale del mondo e su come intervenire per migliorarlo, nei limiti delle possibilità individuali; in tutto ciò, la visione SF dello scrittore compendia magnificamente la sua visione. Un estratto:

Come stai affrontando questo difficile periodo dovuto all’emergenza Coronavirus?
Preparandomi psicologicamente al peggio che seguirà la fine della pandemia. Ai problemi che l’italiano qualunque dovrà affrontare quando l’infausta Europa chiederà conto delle attuali spese e delle altre che saremo costretti a fare. Alle difficoltà mia, membro di una coppia che vanta attualmente 160 anni e passa, con problemi specifici di salute e vive a Roma in un settimo piano con vista sul parco della Caffarella, con la lontananza del Palazzo della civiltà del Lavoro a destra e la Tomba di Cecilia Metella a sinistra. Un tempo fortunato privilegio ora, col passare degli anni, inferno delle consegne, gli addetti che recalcitrano a salire, c’è da discutere, da trattare; e non capita che non funzioni l’ascensore?

La fantascienza ha evocato tante volte scenari apocalittici e oggi con la pandemia generata dal Covid-19, che si estende nel nostro pianeta, in un certo modo ci siamo dentro. Cosa pensi di questo nemico invisibile?
Che si tratta dell’inevitabile che tanti scrittori avevano presentito; e descritto peraltro con buona approssimazione. La catastrofe atomica tanto temuta non si è verificata, gli Usa non hanno voluto distruggere il mondo del quale erano padroni (ma ora, con la Cina imperante?). Attenzione: non è di capacità di previsione che sto parlando, di acutezza d’ingegno e simili. La Meccanica Quantistica ci insegna che in ogni sistema possono sorgere eventi che ne cambiano bruscamente le caratteristiche. Possiamo noi dirci sicuri che domani non tornerà a inquietarci il terrore atomico? La fantascienza prevede, la storia condensa.

Sperando che la situazione si risolva al più presto e, malgrado tutto, nel migliore dei modi, tu che prediligi finali positivi, come concluderesti un racconto di questo angosciante periodo?
a) C’è un giusto a ‘Ninive’. Per lui Dio decide di risparmiarci; b) Il virus produce una caduta verticale della credibilità del liberismo. Le masse si muovono per imporre ricette economiche molto diverse da quelle finora attuate. L’Europa cambia, cosicché cambia il mondo. Gli uomini decidono di salire all’altezza della loro umanità. E l’umanità è salva; c) E se fosse vero che il virus è stato distribuito per eliminare un po’ di gente, particolarmente gli anziani? Non sarà facile agli gnomi della finanza aver a che fare con una popolazione più giovane, più impaziente, più bramosa di libertà.

Quattro chiacchiere su Bas | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine un’intervista a Stefano Di Marino e al suo ultimo L’amante di Pietra, Giallo Mondadori di un personaggio seriale, che già ho amato: Bas. Un estratto:

L’idea di scrivere gialli mi solleticava da parecchio. In realtà ho cominciato seriamente a considerarla intorno alla metà degli anni 2000. Già da parecchio però ero appassionato di due formule narrative tipicamente italiane in questo filone che non ha (o non si pensa che abbia) una declinazione nostrana. Per dirla tutta, come anche dicevo in una introduzione al volume antologico del Giallo Mondadori Il mio vizio è una stanza chiusa (2009), ritengo che la radice del giallo italiano (non il nero che è cosa differente) abbia una radice più cinematografica e televisiva che letteraria.

Per inciso di gialli in Italia se ne è sempre scritti ma pochi hanno avuto la forza di attirare un grande pubblico, appassionandolo e perché no?, spaventandolo. Al cinema invece siamo stati maestri. Il genere che si chiamava Italian Giallo che ha radici negli anni ’60 (La ragazza che sapeva troppo) e ha raggiunto una sua piena maturità con Dario Argento ma anche con i lavori di tanti bravi artigiani del cinema, da Sergio Martino a Umberto Lenzi ad Aldo Lado solo per citare quelli che ho conosciuto di persona (ciao Aldo!) ha fatto scuola nel mondo.

Da anni ne ero un cultore e con la diffusione di VHS e DVD ne sono diventato anche raccoglitore. E insieme a quei film ho recuperato anche una serie di sceneggiati italiani degli anni ’70, che è più o meno lo stesso periodo dei film argentiani ma, considerando che era un prodotto TV, si trattava di storie dove la suspense aveva la meglio sul sangue. Tutte cose interessantissime e molto “italiane”.

Se per esempio guardo gli sceneggiati che il mio amico Biagio Proietti riscriveva dai teleplay di Durbridge, non posso fare a meno di notare una vena creativa italiana che ci fa solo onore. Con quegli spettacoli ero cresciuto e, anche se fino ad allora mi ero orientato verso l’avventura, sentivo una pulsione a cimentarmi in quel campo. Mi rincresce dirlo ma l’editore che avevo ai tempi per la libreria rifiutò tutti i progetti, compreso Gangland (e poi abbiamo visto come è andata), e anche questo non lo volle neanche leggere dicendo… che ero in grado di parlare delle nuove tecniche di combattimento ma una storia di suspense non avevo le capacità di raccontarla. Ok, volevano farmi fuori e colpivano dove faceva male. Io però incassavo bene.

Continuai a nutrirmi di tutte le storie che potevo con l’idea che qualcosa poi sarebbe germinato. Il palazzo dalle cinque porte è stato concepito intorno al 2007 come prima ipotesi. Poi l’ho effettivamente scritto nel 2008 e l’ho tenuto lì per diverso tempo perché non riuscivo a farmi leggere da nessuno. Per prima cosa avevo stabilito una regola. L’eroe sarebbe stato diverso dal Professionista. E di certo non un commissario. Volevo un personaggio carismatico, affascinante che piacesse al pubblico del Giallo che, per esperienza, so prevalentemente femminile. L’immagine la costruii su un eroe dei fumetti francesi che leggevo in quegli anni, ma era una immagine iconica. Alto, distinto con una mosca di barba. Un uomo colto e raffinato, non un legionario. Decisi che non avrebbe sparato mai neanche un colpo.

Giovanni Agnoloni e il suo “Viale dei silenzi” (Arkadia editore). Intervista di Iannozzi Giuseppe | Iannozzi Giuseppe – scrittore e giornalista


Bella intervista di Giuseppe Iannozzi a Giovanni Agnoloni; uno stralcio della chiacchierata:

Giovanni Agnoloni, è da poco uscito Viale dei silenzi (Arkadia editore), un romanzo decisamente diverso rispetto ai tuoi precedenti lavori. Sei passato dai romanzi distopici a una letteratura decisamente realistica, con poche incursioni visionarie. Quale necessità ti ha spinto a cambiare la tua rotta letteraria, in maniera quasi drastica?

– In realtà era da tempo che avevo “in corpo” questa svolta. A prescindere dal fatto che ho sempre considerato i miei lavori distopici non tanto come una manifestazione di uno spirito fantascientifico – o fantastico in senso lato – ma come una forma di “realismo arricchito” (arricchito per l’appunto da alcuni stilemi non appartenenti al realismo tout court, allo scopo di enucleare contenuti attinenti ai rischi di un’evoluzione tecnologica fuori controllo). Certamente ora, a parte qualche pagina dai tratti lievemente surreali, l’impianto è realistico al 100%. A ben vedere, però, è imbevuto di tante atmosfere e di una sensibilità metafisica che impregnava di sé già i miei romanzi della quadrilogia della “fine di internet”, editi da Galaad Edizioni. Tanto lì quanto in Viale dei silenzi, infatti, il fil rouge sottile ma inossidabile è quello dell’energia sottile dei luoghi e degli ambienti, che riverbera e amplifica le note caratteristiche dell’interiorità dei personaggi, alimentando una trama intimistica – e sia pur riflessa su uno scenario sociale ampio e differenziato – che viene formandosi proprio seguendo l’ispirazione di quei temi di fondo.

Leggendo il tuo Viale dei silenzi, non ho potuto fare a meno di pensare a certi lavori di Arthur Schnitzler. In sintesi, Viale dei silenzi è un romanzo che racconta destini che si incrociano e si scontrano, non è forse così?

– Quando scrivo, non penso (per lo meno non a livello cosciente) a un “modello” letterario, né (se non nella fase di editing, quando subentra il labor limae anche a scopo di chiarezza) a chi mi leggerà. Cerco piuttosto di attenermi con la massima onestà possibile a una sorta di tema o melodia interiore, o comunque a un’armonia di temi, atmosfere e situazioni che germinano da sole dentro di me, traendo alimento dalle mie letture, dai miei viaggi e dai miei percorsi interiori. Poi, chiaramente, le risonanze con questo o quell’autore si possono anche individuare, e se guardiamo al tema dell’incrociarsi e dello scontrarsi di diversi destini (che è un tratto ricorrente nei miei lavori), certamente ti do ragione (anche perché Schnitzler era pure un drammaturgo, e Viale dei silenzi, pur non concepito a tale scopo, ha uno spirito tutto sommato “teatrale” e si presterebbe a una trasposizione in tal senso – procede per scene, è scritto in prima persona e contiene parti in seconda, dove il mio protagonista Roberto si rivolge a suo padre).

I tuoi personaggi sono sempre molto realistici, e quelli de Il viale dei silenzi lo sono in modo particolare. Come ti regoli per modellare i tuoi soggetti?

– Prima di iniziare a scrivere un romanzo (e magari mentre scrivo altre cose) seguo sempre un percorso di gestazione intima, in cui il mio mondo interiore e le suggestioni provenienti da persone che ho conosciuto si fondono e si differenziano in una miscela a densità variabile e dagli esiti imprevedibili. Sono come i mattoni elementari della costruzione di una personalità che, via via che scrivo, mi si rivela – come del resto fa la trama – nella sua logica inequivocabile: tanto che potrebbe essere solo quella e nessun’altra. Quindi non seguo proprio un metodo, ma semmai mi fido di una sensibilità musicale (alimentata anche dai miei studi di chitarra classica) che è utile non solo dal punto di vista stilistico, ma prima di tutto da quello armonico e psicologico. Ogni tratto del carattere, così come ogni atmosfera di luoghi, infatti, ha una sua frequenza specifica, ovvero è fondamentalmente un accordo – ora minore, ora maggiore – che deve inserirsi in un discorso “musicale” coerente.

I tuoi personaggi non possono fare a meno di subire l’influenza dei luoghi in cui si trovano. «Ci vuole la ricchezza d’esperienze del realismo e la profondità di sensi del simbolismo. Tutta l’arte è un problema di equilibrio fra due opposti.»: così scriveva Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere. Giovanni Agnoloni, in questo tuo ultimo romanzo ravviso dei chiari elementi pavesiani oltre a una più o meno marcata lanterninosofia.

Pavese è senza dubbio un autore a me caro, anche per la vivida delicatezza (per quanto possa – erroneamente – sembrare un ossimoro) con cui descrive gli ambienti. E trovo che questa tua citazione da Il mestiere di vivere sia perfetta per fotografare una delle mie convinzioni più profonde. Il simbolo è insito nella realtà, dunque non vi è realismo che ne sia privo, o rappresentazione surreale/alterata della realtà che non si radichi, appunto, nel reale. Certo, l’equilibrio tra queste due componenti può essere più o meno efficace: troppo realismo, ed ecco che il racconto può perdere di forza di suggestione; troppo simbolismo, e può mancare di concretezza. In me, per la mia storia e il mio percorso di scrittore, c’è sempre stata una sorta di baricentro intuitivo che, se nei miei romanzi distopici era un po’ più spostato verso il “polo” del simbolo, in Viale dei silenzi tende più verso il realismo. Ma la verità è che le due componenti sono coessenziali l’una all’altra.

 

How The Fields Of The Nephilim Had The Last Laugh | Louder


Un’interessante intervista – anche se del 2012 – a Carl McCoy, leader incontrastato dei FieldsNephilim. Vi si apprendono interessanti nozioni, una su tutte la volontà di non creare un brand stravenduto e commerciale. Amo quest’uomo…

The band – McCoy, guitarists Paul Wright and Pete Yates, bassist Tony Pettitt and drummer Alexander ‘Nod’ Wright – got plenty of attention when they first emerged in the mid-80s because they had the habit of covering themselves in flour before going on stage. The obvious question now is ‘why?’.

“We had to develop something because we were such an odd-looking bunch,” says McCoy. “We didn’t look like a band, so we mixed the Victorian clobber that we tended to pick up from charity shops for everyday wear with some sort of Spanish/Mexican spaghetti western vibe and basically covered it all in a load of shit, so we at least looked like we belonged together. It was a bit of a response to all that post-punk glam thing that was around at the time too, that whole Hanoi Rocks vibe. We weren’t comfortable with that. We were from Hitchin! But we didn’t really think about the flour that much. It just happened.”

I only sang the way I sang because I burnt my throat when I was a kid. I got hot food stuck down there and my throat got singed. I couldn’t talk for four weeks, but the effects lasted forever! And our music was totally different to the Sisters, too. Our sound to me was always like Pink Floyd mixed with the Velvets and even with a touch of jazz thrown in. Paul was a jazz-trained guitarist and that’s what helped make us sound unique.”

Intervista a Stefano Cardoselli | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine un’intervista a Stefano Cardoselli, anima grafica del progetto Lovecraft Experience, una graphic novel edita da Independent Legions, un progetto editoriale che vuole proporsi come un viaggio attraverso i migliori racconti di H.P. Lovecraft. A guidare il cammino tra le opere del solitario di Providence, le chine e le illustrazioni di Stefano che daranno vita alle sceneggiature di vari autori e interpreti, in primis di Alessandro Manzetti.

Molti dei nostri lettori ti conoscono per le tue importanti pubblicazioni all’estero, ma negli ultimi anni hai iniziato a lavorare molto anche in Italia? Cosa è cambiato?

Sicuramente la scoperta di realtà indipendenti, che sviluppano idee originali senza badare alle mode del momento. Cosa è cambiato? L’incontro con Stefano Fantelli di Cut Up Publishing e Alessandro Manzetti di Independent Legions Publishing è stato decisivo.

Com’è nata la collaborazione con Independent Legions?

Il mondo del fumetto è veramente piccolo, comunque se ricordo bene Alessandro Manzetti aveva visto dei miei lavori, e dopo 10 minuti già stavo lavorando su alcune illustrazioni per Independent Legions.

È la prima volta che ti confronti con la trasposizione di un’opera di Lovecraft? E perché hai scelto di iniziare proprio con Herbert West, rianimatore?

Si, assolutamente la prima volta. Herbert West, rianimatore è forse il racconto che preferisco di Lovecraft.

Nello scrivere l’adattamento hai avuto le idee chiare fin da subito o le immagini e i testi hanno preso forma un po’ alla volta?

Non è stato facile visto che il mio processo creativo è decisamente non convenzionale… generalmente disegno prima le tavole e poi scrivo i testi senza seguire uno storyboard, così da essere totalmente libero di andare avanti e indietro senza schemi.

Quali caratteristiche ha il tuo Herbert West?

Sicuramente psichedelico!

Il vulcanico Lukha B. Kremo – Associazione World SF Italia


Sul sito della WorldSf è comparsa una bella e articolata intervista a Lukha B. Kremo, di cui vi incollo uno stralcio:

D: Gianluca, secondo quello che abbiamo avuto modo di leggere, l’antologia “NeXT-Stream, visioni di realtà contigue” che hai curato insieme a Giulia Abbate, ha un’ambizione che travalica il fatto di essere una semplice raccolta di storie di autori vari, ci vuoi spiegare qual è il suo fine narrativo e cosa accomuna i racconti? In proposito hai parlato di “metagenere” a cosa ti riferivi?

R: Per le antologie NeXT-Stream, il mio intento è quello di raccogliere racconti che abbiano una sensibilità che Christopher Priest ha chiamato Slip-Stream, e che io ho ribattezzato NeXt-Stream per non copiare/clonare un termine che potrebbe avere sfumature diverse. Nella mia idea, sono dei racconti che coniugano le modalità del genere fantastico (fantascienza, science-fantasy, weird) con quello del mainstream, cioè dove gli stilemi di genere sono alleggeriti (per esempio in Usa si parla di light sf) non costituiscono il punto più importante della narrazione. Ecco perché parlo di “metagenere”, in effetti lo Slip-Stream non è e non può essere definito genere, piuttosto si deve parlare di modalità di applicazione del genere. Non so se ci sono o ci siamo riusciti in pieno, ma certamente -dopo due antologie- in parte sì, soprattutto grazie all’apporto di Giulia Abbate nella seconda antologia. Per ottenere il miglior risultato abbiamo cercato tra gli autori che secondo noi più si avvicinavano alla sensibilità di cui sopra in base a ciò che abbiamo letto di loro. Non sempre i risultati sono stati soddisfacenti, per cui in molti casi abbiamo richiesto modifiche e in qualche caso abbiamo scartato il racconto.

D: Di recente in un post su Facebook hai riproposto ai lettori la “Trilogia degli Inframondi”, di cosa si tratta e qual è la sua attualità?

R: È una trilogia cui ho lavorato per anni, una storia che si dirama tra gli “Inframondi”, ovvero mondi paralleli con cui si può comunicare attraverso varchi microscopici nei nuclei atomici. Innanzitutto ho cercato di aderire il più possibile all’attuale stato dell’arte della fisica, dove la “Teoria M” – al momento – è la più accreditata. Questa teoria prevede infatti una decina di dimensioni (nove più quella temporale), di cui sei sarebbero “inesplose” ovvero “accartocciate” nel microscopico. Questi mondi procedono parallelamente, ma da una dimensione “master” (cioè quella che contiene l’altra all’”interno” dei propri atomi) è possibile “vedere” l’intera dimensione “slave”, per cui anche il passato. Di conseguenza, però, si può ipotizzare che anche noi siamo una dimensione “slave”, ovvero microscopica rispetto a un’altra immensa “master”, che può “vedere” il passato del nostro mondo. I tre libri sono episodi autoconcludenti, e ognuno di loro termina con una rivelazione che cambia radicalmente la prospettiva. Inoltre, sono presenti anche una serie di idee nel campo sociale, politico e tecnologico, presentando diverse utopie e distopie mai troppo giuste o troppo ingiuste, come del resto è la realtà. Un lavoro di cui vado orgoglioso e che vorrei ripubblicare in un unico volume cartaceo.

Un caffè con Lukha B. Kremo. Immaginare mondi per capire il mondo – Offline


Su OffLine è uscita un’intervista molto articolata a Lukha B. Kremo, in cui l’editore di KippleOfficinaLibraria spazia tra le passioni e attività. Un breve passo:

Quindi è la letteratura (e poi il cinema) che influenza la realtà o succede anche il contrario?

«Entrambi, la fantascienza non è una letteratura di evasione, o solo di evasione: è una letteratura di riflessione, di proiezione della realtà nel futuro, quasi sempre. A volte ci si rivolge al passato creandone uno alternativo. Come esiste l’utopia che è un non luogo, esiste l’ucronia, che è un non tempo, dove si arriva ad ipotizzare, per esempio, un passato dove Hitler vince la Seconda Guerra Mondiale. Philip Dick ci ha scritto un romanzo.
Quindi sì, letteratura di evasione, ma sostanzialmente la fantascienza fa una critica della realtà: mette sull’avviso, crea un mondo parallelo dove possiamo vedere cosa succederebbe se una data situazione venisse portata all’estremo, e si arriva alla distopia che è un’utopia al negativo.»

Allora la fantascienza è pessimista?

Quasi sempre. Se si ha un intento sociale, educativo, si colpisce di più facendo vedere cosa succederebbe in peggio se…  Lo scrittore di fantascienza analizza la situazione e cerca i punti deboli. Nel romanzo “Pulphagus”,  mi sono inventato un asteroide che è stato catturato dagli uomini per orbitare intorno alla Terra, ed è stato adibito a discarica per il trattamento dei rifiuti. Qui ho riflettuto sul problema ecologico, per esempio.

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