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DAVID GILMOUR: INTERVISTA PER “GUITAR PLAYER” | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia una bella intervista a David Gilmour, che parla molto dei Floyd e anche di sé. Uno stralcio:

Quando ho intervistato Nick Mason e Roger Waters e ho chiesto della probabilità di una reunion dei Floyd, Nick ha detto: “Adoro i tour e vivo nella speranza“. Roger ha detto che era “fuori questione”…

I Pink Floyd finora sono un’opera in tre atti. Ci sarà mai un quarto atto?

No. Ho finito. Ho avuto una vita nei Pink Floyd per molti anni, e parecchi di quegli anni all’inizio, con Roger. E quegli anni, che sono considerati il nostro periodo di massimo splendore furono al 95% musicalmente appaganti, gioiosi e pieni di divertimento e risate. E di certo non voglio lasciare che l’altro cinque percento colori la mia visione di quello che è stato un tempo lungo e fantastico insieme. Ma ha fatto il suo corso, abbiamo finito, e sarebbe falso tornare indietro e farlo di nuovo. E farlo senza Rick [Wright] sarebbe semplicemente sbagliato. Sono felice per Roger che fa tutto ciò che vuole e si diverte e ottiene la gioia che deve aver avuto da quegli spettacoli di The Wall. Sono in pace con tutte queste cose. Ma non voglio assolutamente tornare indietro. Non voglio andare a suonare negli stadi. Sono libero di fare esattamente quello che voglio e come voglio farlo.

Fammi un esempio di un momento dei Pink Floyd che rivivi nella tua testa più e più volte perché è stato magnifico.

Oh, i grandi momenti sono innumerevoli. Ho migliaia di ricordi di istantanee che sono fantastici. Meddle è stato un grande momento per noi. Ha mostrato la via e ha avuto successo. Ma poi lo era anche A Saucerful of Secrets, The Dark Side of the Moon ovviamente è stato il momento di svolta ed è stato fantastico.

Che ne dici di un momento in cui ti raggomitoli, pensando all’orrore di tutto questo?

Non ho niente di imbarazzante. Anche se quando guardo Live at Pompeii, rabbrividisco.

Cosa ricordi del breve periodo in cui tu e Syd eravate entrambi nel gruppo?

È stato tragico, davvero. C’erano cinque concerti che facevamo insieme e lui … [sospira]. Abbiamo un po’ di riprese di Syd in uno spogliatoio da qualche parte in uno di quei concerti, e lui balla questa musica – una piccola danza – e sorride e ride. Ma lo guardi e dici: “Oh Dio, no, tragico”. Povero ragazzo. Non ricordo molto a riguardo. Ero nuovo di zecca e penso che sapessero che avrei preso il controllo.

Quali sono i tuoi ricordi dell’esibizione al Live 8? [Gilmour, Waters, Mason e Wright si sono esibiti per la prima volta in 24 anni all’evento del 2005.]

Mi è piaciuto moltissimo, anche se abbiamo avuto alcuni giorni di prove molto tese. Roger e io non ci parlavamo da anni.

 

25 anni di “Arcano Incantatore”: conversazione con Pupi Avati – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi una bella intervista ed esegesi della sua opera a Pupi Avati, fatta in occasione del venticinquennale di L’arcano incantatore, film da subito pietra miliare del genere weird italiano, o meglio, gotico padano. Un estratto della chiacchierata:

“Fola esoterica dalle nostre campagne”: il cartello che compare nei titoli di testa riassume i due elementi fondanti dell’avatiano “Gotico padano”: il mondo rurale e le sue storie di paura (che furono d’ispirazione, già vent’anni prima, per La casa dalle finestre che ridono). Uno dei due termini è però qui contraddetto: pur idealmente ambientato nelle campagne intorno a Bologna (l’accento d’alcuni caratteristi è eloquente), il film è stato girato tra l’Umbria e il Lazio, per lo più nelle campagne fra Todi e il lago di Corbara: e il fatto che questo lago, all’epoca nella quale il film è ambientato, non esistesse contribuisce allo straniamento dello spettatore – lo stesso nel quale sprofonda Giacomo lungo il corso del film – trasponendo la vicenda in un mondo che non c’è.

Pupi Avati – Mi colpisce che tu abbia trovato Il mattino dei maghi proprio dopo aver partecipato a un mio film, perché per me e per la mia formazione, per il mio panorama e per il mio immaginario, è un testo fondamentale.

Tommaso de Brabant Jung parlerebbe di sincronismo, “coincidenza significativa”.

PA – Proprio così. Tieni da conto quel volume, è introvabile. Il mattino dei maghi fa parte di quella cultura esoterica alla quale ho dedicato tanto interesse, ancora prima che arrivasse Dan Brown col suo “Codice da Vinci” a gettarla in caciara. Ma sono studi che mi interessano ancora, e che mi hanno portato a realizzare L’arcano incantatore. Sono arrivato all’idea per quel film da lunghi studi, da una documentazione che assieme a mio fratello ho curato per anni… ma si è anche trattato di pura ispirazione. Soprattutto dall’ispirazione.

Nonostante Avati si schermisca affermando d’aver seguito l’ispirazione più immediata, i suoi film – e quelli dell’orrore in particolare – dimostrano una cultura vasta e profonda. Proprio L’arcano incantatore, fiaba gotica sospesa tra scorci bellissimi d’un Settecento realistico e sognante al contempo, è forse il suo film più colto. Cultura che traspare dalla bellezza del film e della ricostruzione che offre dell’epoca in cui è ambientato, ma non solo. I riferimenti letterari (e non solo) ci sono: precisi, documentati, accurati. Tutta una cultura sta dietro la crittografia per la quale Monsignore si avvale del suo novello segretario, Giacomo. Ed è uno dei testi capitali di questa cultura a fare da “manuale” per i communiqué che il sospettoso (ma per lo più ignaro) ex seminarista affida a Severina, la conversa (diversamente da lui, consapevolissima) che lo traghetta attraverso il lago: novella Caronte sia per il ruolo di rematrice, che per il mondo infernale al quale pertiene.

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I mille volti di Aleister Crowley | Wall Street International Magazine


Su WallStreetInternational una bella intervista a Franco Pezzini che tratteggia la sua passione letteraria e mitologica per Aleister Crowley, culminata nel recente saggio Le nozze chimiche di Aleister Crowley. Un estratto:

Non si contano le opere dedicate ad Aleister Crowley… uno dei personaggi più controversi ed affascinanti del secolo scorso. Tuttavia, il nuovo volume, a cura di Franco Pezzini, è da considerarsi uno spartiacque nell’affrontarne le mille sfaccettature accompagnando il lettore in un viaggio interdisciplinare, di cui siamo lieti di scoprire di più in questa lunga chiacchierata.

Qualche anno fa, scambiammo quattro chiacchiere a seguito della pubblicazione di Victoriana. Dopo tanta acqua sotto i ponti della tua scrittura, ci accingiamo a parlare del nuovo volume dedicato ad Aleister Crowley. Com’è nata l’idea di condurre il lettore attraverso questi itinerari letterari con la ‘grande bestia’?

Mah, diciamo che è emersa con la presa d’atto di un continente non proprio inesplorato (anche in italiano qualche articolo c’era) ma certo scarsamente percorso nella sua vastità. In questo senso il mio saggio è un avvio di mappatura, cui – passami la metafora – successive spedizioni altrui offriranno arricchimenti. Ma c’è stato un passo più concreto, quando per i miei corsi della Libera Università dell’Immaginario ho affrontato tre opere che m’interessavano – Il mago di Maugham, Moonchild di Crowley e The devil rides out di Wheatley – scoprendo la quantità di correlazioni. Io sono essenzialmente un mitologo, uno studioso dell’immaginario: e lì trovavo in pratica lo stesso mito letto alla luce della narrativa alla moda tra Otto e Novecento (la Parigi degli inglesi, tra artisti e ristorantini), di quella esoterica e della narrativa pop del “Principe degli scrittori thriller”. A intessere il mito di nozze chimiche tra una “bella” e la Bestia, finalizzata a qualche eclatante operazione magica… Un plot poi imitato da una quantità di altri narratori, anche se la nebulosa-Crowley va persino oltre.

Perché pensi che la figura di Crowley abbia influenzato e continui a influenzare cinema e letteratura? In cosa credi risieda la sua infinita contemporaneità?

Sesso & magia sono forse i due temi che oggi con più virulenza provocano fantasie pop: lui li ha abbinati. Poi per carità, Crowley è anche molto altro, per esempio, un interlocutore – in forma diretta o indiretta, tramite le sue opere – di un numero impressionante di icone della cultura tra l’età vittoriana (in Victoriana gli riservavo un cameo) e l’oggi tra musica e social. Mostra intuizioni a tutt’oggi non banali, come sulla capacità di porci domande su ciò che davvero desideriamo: certo, si può osservare che non c’è bisogno di Crowley o del Thelema per arrivarvi, ma in contesti dove alcune attenzioni non sono scontate anche tale tipo di provocazioni può risultare utile. E poi ovviamente c’è un Crowley della vulgata, anche banalizzato e facile, come in certi tipi di richiami alla trasgressione purchessia. Ma comunque la giriamo, di sicuro il mondo contemporaneo e il vecchio Aleister hanno molto da dirsi.

Il filo rosso che lega Crowley a W.S. Maugham è indissolubile. È stato il primo passo verso la stesura della tua opera? Cosa puoi dirci della tua ricerca sulle orme di Aleister?

Sì, sono partito da Maugham – anche di necessità, visto che è il primo a offrire a Crowley una dignità letteraria di personaggio tramite la figura fittizia del mago manipolatore Haddo, e a fornire le basi del plot di cui accennavo. In questo senso, echi di Maugham si avvertono ancora molto più tardi. Per dire: è appena uscita per Carbonio la riedizione dell’ottimo romanzo di Colin Wilson L’uomo senza ombra, sequel del magnifico Riti notturni, proposto da Carbonio nel 2019. Il mago Caradoc Cunningham con cui si relaziona il protagonista è una specie di calco di Crowley – peraltro citato come il suo maestro: la storia è molto diversa da quella di Maugham, ma le dinamiche (intriganti, molto divertenti) tra il giro di amici dove Cunningham sgomita finiscono col richiamare quella della piccola “colonia” inglese in cui impazza Haddo. Con tanto di interlocutori plagiati… Ovviamente mi sono appoggiato anche ad altre riedizioni – o prime edizioni italiane – recenti, che avevo via via recensito, come lo stupefacente volume intestato appunto a Fernando Pessoa e Aleister Crowley, La Bocca dell’Inferno, per i tipi di Federico Tozzi (Saluzzo, 2018) curato in modo mai abbastanza lodato da Marco Pasi.
Ma la ricerca ha implicato il considerare anche parecchi testi mai tradotti in italiano, di autori ancora ricordati o sostanzialmente ignoti (almeno da noi), quindi per me è stata una pista molto interessante da battere. Nonché, tornerei a usare l’aggettivo, divertente (spero) per il lettore, tra figure curiose, bizzarre e spesso sopra le righe. A proposito di The devil rides out di Wheatley ho anche presentato qualche suggestione coltivata attraverso un viaggio in Inghilterra sui siti delle nefandezze di un altro pessimo sosia di Crowley, il vilain Mocata, nel cuore del Wiltshire. Zona militare, a un certo punto ci siamo trovati di fianco un carro armato.

Cosmogonia – Intervista a Mariano Equizzi: Diana, 6 1 mito!


Bella intervista di Fabrizio Catalano a Mariano Equizzi sul tema, sul progetto tecnologico e culturale di realtà aumentata 6 1 mito. Ascoltatela attentamente: sviscerare il tessuto urbano delle nostre città italiche – Roma, nel caso in questione – in funzione dei miti ancestrali che in età classica si sono condensati in divinità è cultura, e che oggi sono diventati supereroi e altre amenità americane varie.

Ksenja Laginja e Sandro Battisti sulla letteratura della contro cultura – Associazione Culturale Radio Ros Brera


Su RadioRosBrera è disponibile il podcast di un dibattito, ideato e orchestrato da Mariano Equizzi, che mi ha visto partecipare assieme a Ksenja Laginja sul tema delle culture sotterranee, quelle tematiche lontane dall’ufficialità del flusso spesso indottrinato e che invece costituiscono l’ossatura della cosiddetta Controcultura.
Parliamo di un tema spinoso, per questo interessante e dissacrante; cibo mentale che nell’attuale momento storico manca di potenza, e che si frammenta in rivoli carsici in grado poi di riemergere nel prossimo futuro, nei modi e nelle forme più indigeste al mainstream culturale.
Con Ksenja e Mariano abbiamo fatto un’analisi dei nostri inizi culturali e creativi, identificando cosa di “zozzo” – come Equizzi ha definito i testi meno presentabili dal punto di vista ufficiale – ha permeato la creatività degli ultimi decenni. Per l’ascolto munitevi di protesi in grado di destrutturare il reale 😉

Evangelisti intervistato sul suo lavoro – Eymerich.com


Sul sito Eymerich è disponibile una lunga videointervista a Valerio Evangelisti dove si toccano molti temi, dal sociale al Fantastico al politico, tutti visti dalla lente della Letteratura.

Delos Veronesi: “La distopia è un monito per i lettori”


Su Delos224 un’intervista di Carmine Treanni a Delos Veronesi che vuole prendere le misure alla contrapposizione attuale che nel mondo della SF vede contrapposte la distopia e il solarpunk.
Al di là di ogni considerazione mi sembra che il punto nodale della questione sia questo qui:

Secondo te il solarpunk è il contrario della distopia? Che rapporto c’è tra i due filoni della fantascienza? 
Il solarpunk è il capitolo due della distopia, parte da ciò che un distopico può aver narrato e tenta di creare qualcosa di buono con quello che resta.

Il processo creativo e le basi di partenza sono comuni, entrambi i generi si interrogano sul futuro partendo da quello che non funziona nel presente. La differenza principale è il messaggio di fondo con cui vengono sviluppati. La distopia è un monito, il solarpunk una speranza.

Appunto: la speranza è una trappola inventata dai padroni, come sottolineava Mario Monicelli, e questa la frase tombale a tutta la contrapposizione e alla validità di un sottogenere.

Intervista a Franco Pezzini: A caccia della Bestia – Pulp libri


Su PulpLibri una bella intervista di Walter Catalano a Franco Pezzini, prevalentemente sul tema crowleyano, che è stato motivo di indagine da parte di Pezzini in un suo recente saggio uscito per Odoya: Le nozze chimiche di Aleister Crowley. Itinerari letterari con la grande Bestia. Un estratto:

Veniamo dunque a Crowley. Perché hai scelto proprio lui? È stata davvero una figura così importante del ’900 la sua?  Ha scandalizzato i contemporanei ma ha affascinato i posteri. Forse in entrambi i casi ben oltre i suoi reali meriti (e demeriti). Da Yeats ai Beatles, da Maugham ai Led Zeppelin, da Pessoa a Kenneth Anger, Crowley ha attraversato l’immaginario del secolo breve mettendo in pratica davvero il motto di Oscar Wilde: che si parlasse di lui, sempre e comunque, bene o male non importa. E infatti ancora ne parliamo. Perché?

Crowley è stato un’icona dell’eccesso, e già questo basterebbe a ben collocarlo mediaticamente; ma occorre riconoscergli una statura culturale non banale. Coltissimo, capace di colossali sintesi (basti pensare a quella summa che è Magick), dotato di energie impressionanti e capace di interloquire con un gran numero di artisti e intellettuali, ha colpito un po’ tutti. Devo premettere che non sono partito tanto da una fascinazione personale per l’uomo Crowley o per la sua dottrina, quanto da quella per l’ambiente e per la rete di relazioni attorno a lui: in particolare da quel filo rosso che corre tra Il mago di Maugham, Moonchild di Crowley e The devil rides out di Wheatley, dove in pratica lo stesso mito viene letto alla luce della narrativa alla moda, dell’esoterica e di quella pop. Ma quello è solo un tassello, utile come interruttore per accendere la ricerca e suggerire una chiave – le nozze chimiche con una donna “plagiata” in vista di un risultato magico – a sempre più frequenti comparsate del Nostro. A livello più generale, è un fatto che la portata della provocazione di Crowley – la magia, il sesso, la ribellione alle agenzie di formazione riconosciute… – abbia svelato una forza eversiva almeno simile a quella che un secolo prima aveva avuto la dottrina di un altro impresentabile, Sade: e per capire alcuni fenomeni dell’oggi, occorre tener presenti entrambi questi terroristi culturali. Una certa genialità a Crowley occorre riconoscerla, anche se le sue rielaborazioni si nutrono di una quantità di materiali già presenti sulla piazza.

Crowley è stato un occultista e un “mago”, ha addirittura inventato una religione, Thelema, che come tutte le religioni si è rivelata grazie ad un preteso intervento extraumano: Mosè parla direttamente con Yahweh, Maometto con l’Arcangelo Gabriele, Crowley si accontenta di Aiwass, emanazione dell’Arpocrate degli Antichi egizi, o qualcosa del genere. Ne esce fuori il Liber Legis, un testo di scrittura automatica, come tanti prodotti nelle sedute spiritiche o nel channeling della New Age, che sembra una riscrittura – peggiore – di Nietzsche. Insomma non stiamo ad arrovellarci tanto su una banale impostura? Se Crowley non fosse stato un tale personaggio, così scandaloso, perverso, provocatorio, perderemmo ancora tempo a occuparci di Thelema?

La domanda è interessante, e penso si possano considerare due livelli della questione. Premesso che io ho affrontato il tema in chiave laica, volutamente lontano da intenti agiografici o invece demonizzanti, il fatto che per l’Occidente i contenuti della dottrina di Crowley tocchino punti tanto caldi dice qualcosa dell’Occidente stesso, dei suoi idoli, dei suoi “valori”: il che forse rende il tutto meno banale, e torniamo al discorso sull’immaginario e le sue urgenze. Ma questa è una riflessione di fatto. A un secondo livello, va considerato che il rapporto delle entità di Crowley con le profondità interiori dell’uomo in quanto tale viene da lui teorizzato: in sostanza, è difficile parlare di impostura nel senso a noi contemporaneo. In età vittoriana, l’impostore è però figura di ben altra potenza, in qualche modo anticristica (pensiamo ai Tre impostori di Machen, all’arcimpostore Dracula di Stoker autore di Famous Impostors): e qui Crowley si ritroverebbe… Diciamo però che mi pare una buona chiave affrontare Crowley e i suoi dei con l’aiuto di Jung. Poi, chiaramente, l’effetto scandalo ha potenziato il tutto.

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Il Cyberpunk è sopravvivere oggi. Parla Bruce Sterling – Pulp libri


Su PulpLibri una bella intervista a Bruce Sterling, realizzata da Nico Gallo e Fabio Malagnini, in concomitanza con l’uscita del volume Cyberpunk, antologia assoluta, edito da Mondadori e al cui interno c’è anche una intro perfetta al genere scritta proprio da Bruce.
Dire che io adori quest’artista della parola e non solo è dir poco, le sue elucubrazioni e teorie, analisi del presente e locuzioni tecnobarocche sono sempre tra i miei preferiti modi di espressione; vi lascio ad alcuni stralci della chiacchierata, qui sotto:

Pulp: Nella tua introduzione al Cyberpunk (Mondadori) descrivi alcune tecniche narrative introdotte dagli scrittori cyberpunk (Prosa Sovraccarica, Sballi Ottici, Inventario della Percezione) e le metti in relazione all’uso del word processing al posto della macchina da scrivere. Quali altri effetti delle nuove tecnologie hai osservato nel tempo sulla scrittura / pratiche linguistiche?

BS: Sono sicuro che ci siano molte differenze, ma noto spesso spesso una “erudizione dei motori di ricerca”, in cui è chiaro che l’autore sta facendo ricerche su Internet nel momento stesso in cui sta scrivendo il testo.

PULP: Che rapporto c’era tra i primi cyberpunk e la precedente generazione di Delany, Silverberg, Dish, Spinrad ecc., soprattutto nella lettura della tecnologia?

BS: C’era una certa continuità culturale, ma l’improvvisa comparsa dei computer nella vita quotidiana degli scrittori creava una netta discontinuità. Per esempio, ha ucciso la cultura degli scrittori che si scrivevano lunghe lettere di carta l’un l’altro, che era il modo principale con cui gli scrittori comunicavano le loro idee più personali.

PULP: Come gruppo – tu, Shiner, Shirley, Rucker, ecc. – avete discusso di esperimenti di scrittura collettiva (a parte The Difference Engine, con Gibson) o affrontato l’argomento?

BS: Sì, noi cyberpunk abbiamo spesso discusso della collaborazione e dei suoi usi; abbiamo fatto molte collaborazioni in molti anni e abbiamo pubblicato molti lavori con righe congiunte. I nostri esperimenti collettivi hanno sempre comportatolo scambio reciproco di molto materiale di ricerca o la raccomandazione di buone fonti di ricerca. Lo facciamo ancora. La scorsa settimana stavo descrivendo criticamente un mio coltello da tasca, il “Victorinox Cybertool“. Quindi, nella nostra mailing list cyberpunk, stavamo discutendo collettivamente il nostro rapporto con gli strumenti portatili, ma l’argomento riguarda davvero il nostro rapporto con la tecnologia in generale. Il “Cybertool” è uno strumento divertente da avere, ma è anche uno strumento divertente da spiegare alle persone: è un pezzo di conversazione. La conversazione offre potenziali argomenti di cui scrivere per i cyberpunk.

PULP: Ripensando agli anni ’80 è difficile definire gli scambi tra la letteratura cyberpunk e, ad esempio, film come Blade RUnner, fumetti come Metal Hurlant, manga come Akira o Ghost in the Shell, artisti come Giger, ecc. Puoi descrivere queste influenze e contaminazioni di quel periodo?

BS: Ebbene, ai critici piace districare queste influenze e numerarle in ordine di importanza, ma probabilmente sono meglio comprese come qualcosa come un fertile cumulo di compost, formato da molti fiori e foglie cadute. È anche stimolante vedere cosa ha realizzato qualche artista, ma immagina il contrario. Ad esempio, HR Giger è un artista piuttosto oscuro e terrificante, ma cosa succederebbe se il lavoro di Giger fosse molto caldo e coccoloso, espresso in delicati colori pastello? Non neghi o smentisci un’influenza artistica, non devi nemmeno discuterne; puoi prendere il punto di arrivo e spingerlo in una nuova direzione dove appare e agisce in modo diverso. Non sei schiavo delle tue influenze, non devi imitarle: se le capisci, puoi usarle come trampolini.

Intervista a Fabban / Aborym – Ver Sacrum


Su VerSacrum un’intervista di Cesare Buttaboni a Fabban, degli Aborym – ciao Fabbb, ci si vede presto 😉

Siete prossimi al compimento di trent’anni di attività, un periodo di tempo così lungo è sicuramente segnato da cambiamenti, positivi ma anche drammatici. Per molti giungere a questo traguardo si rivela utopico, ma non per voi. Chi “erano” gli Aborym a inizi novanta?

Eravamo tre ragazzini vogliosi di fare musica a tutti i costi, inesperti, impreparati e con pochissimi mezzi a disposizione. All’epoca vivevo a Taranto e in quei tempi sopravvivere musicalmente in una città come quella era praticamente impossibile. Riuscii a prendere in affitto una sala per provare e li iniziò tutto. Li dentro ci suonavo, ci mangiavo, ci portavo le ragazze e ci dormivo quando litigavo con i miei. Quel posto è stato importantissimo per me: mi teneva lontano dalla strada e dai pericoli che a Taranto in quegli anni non erano pochi. Taranto stava affogando nei problemi. Fatta eccezione per l’Ilva (all’epoca Italsider) trovare lavoro era praticamente impossibile, in giro circolava droga e girare di notte rappresentava un serio pericolo. C’era tanta povertà, criminalità e le persone tendevano a vivere raggruppate in lobby, dei micro-sistemi, completamente tribalizzati. I ragazzi come noi venivano attaccati in strada praticamente ogni volta che mettevano il naso fuori di casa, e questo a causa del nostro essere “alternativi”… ti lascio immaginare in che condizioni vivevamo il tutto a livello musicale. Risse e scazzottate praticamente ogni sera… Sono stati anni bui e difficili ma nonostante tutto mi mancano quegli anni; si viveva alla giornata, in modo semplice… Niente internet, zero telefonini… eravamo tutti uniti e tutto questo si riversava nella musica, nella scena musicale, c’era supporto e quando c’era un concerto eravamo sempre tutti presenti. E la musica era di qualità, era più vera, più sentita. In tutti i generi. Avevamo le palle in quegli anni… e l’ho capito quando mi sono trasferito a Roma, una città molto più grande, dove pensavo di poter vivere meglio… invece mi sono reso conto di quanto la gente fosse diversa in capitale. Aborym sono nati a Taranto, di questo vado molto fiero.

Una finestra ampia che vi consente di valutare e giudicare anche i mutamenti che il panorama musicale cosiddetto “alternativo” ha vissuto. Stili che si sono consolidati, tecniche che si sono affinate. Quanto questi hanno influito sulla vostra maturazione artistica?

Si, come dicevo prima, aver vissuto trasversalmente tra gli anni 90, il 2000 e i decenni successivi è stato in qualche modo importante per capire da dove venivamo e dove volevamo arrivare. Ho avuto modo di vivere sulla mia pelle le mutazioni stilistiche, i cambiamenti, l’avvento della tecnologia, internet… Ho avuto modo di tirare una linea e valutare cosa era giusto e cosa era sbagliato. Negli anni mi sono sempre più appassionato allo studio degli strumenti che viaggiava di pari passo con l’evoluzione tecnologica e in qualche modo ogni album di Aborym è stato un conduttore dei progressi tecnologici in campo musicale, parlo di strumenti, ma anche di software, di plug-in, effetti, tutto ciò che ruotava intorno al mondo della musica sperimentale, compresi i miei ascolti e le mie preferenze musicali. Il ventaglio di alternative diveniva sempre più aperto anno dopo anno e questo per me è stato importantissimo se non fondamentale per iniziare a cucire su Aborym il vestito più adatto a questa band. Così come fondamentali sono stati gli incontri che negli anni ho potuto fare con altri artisti, musicisti, tecnici del suono, produttori o semplicemente con persone che mi hanno indirizzato musicalmente verso qualcosa che non conoscevo. È stata altresì fondamentale la predisposizione all’apertura mentale verso qualcosa che non conoscevo. Io lo chiamo DNA.

Buxus

Onde Radio Interagiscono Con Arcaici Luoghi Creando Oceani

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Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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