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Archivio per Interviste

Andrea Carandini, l’essenza della vita va ricercata in profondità


Un libro di Andrea Carandini che non conoscevo e che ho scoperto grazie a quest’articolo, contenente paradossalmente nozioni che sono contenute in quest’altro articolo preso da CarmillaOnLine: L’ultimo della classe. Mi riferisco a questi passi del noto archeologo:

“Ho avuto una vita lunga, ho 84 anni e ho sentito il bisogno di capire il senso della mia esistenza e di fare uno scavo in me stesso. Non sapevo che sarebbe stato così lungo e non sapevo com’era la mia vita prima di raccontarla. il nostro scrivere implica ripensare, ordinare. Io stesso rappresento la decadenza della mia famiglia che come tutte le famiglie borghesi non può durare mai più di tre generazioni. Al contrario di quelle aristocratiche, che sopravvivono secoli, perché basate sul privilegio e non sul merito. Io sono l’ultimo della mia classe”.

Cose che in qualche modo completano questo passo di Robert Kurz:

Il sistema sociale che indichiamo comunemente in una prospettiva storica con il nome di modernità o società moderna e in una prospettiva socio-economica come società capitalistica o capitalismo tout court è giunto a fine corsa e minaccia di schiantarsi. Buone notizie per gli oppositori del sistema? Non tanto. Il capitalismo ha già imboccato la strada che porta verso il cimitero dei pachidermi della storia. Il guaio è che a sotterrare il capitalismo non saranno audaci schiere di lavoratori organizzati, o qualunque surrogato sulla piazza, ma le sue stesse contraddizioni, che Kurz condensa nel concetto del “limite interno”. Il corollario di questa concezione è però che non è affatto detto che il capitalismo venga seguito da una nuova società più stabile e giusta, da un nuovo ordine coerente; al momento l’alternativa più probabile è che il capitalismo entri in una nuova “era delle tenebre”, caratterizzata dall’implosione delle istituzioni sociali e delle strutture economiche. Come ha detto altrove il nostro autore, “la prigione è in fiamme ma qualcuno ha serrato le finestre e i prigionieri sono bloccati al suo interno”.

Il Liberismo come forma estrema e finale di un processo storico molto lungo, in cui chi non è nobile ha cercato di accedere agli stessi benefici di radice imperiale (che Carandini conosce benissimo) degli aristocratici, non cambiando il sistema di oppressione ma operando un adeguamento, sempre precario e legittimato dal nulla, che ci ha portati allo sfascio attuale, che non è nemmeno lontanamente il peggio che ci possa capitare.

Strani giorni: Premio Letterario Internazionale Città di Sarzana


Sul blog di Ettore Fobo è stata pubblicata un’intervista all’autore, realizzata in concomitanza con l’entrata tra i finalisti del “Premio Letterario Internazionale Città di Sarzana” della sua silloge Canti d’Amnios. Vi lascio a un breve stralcio della chiacchierata:

Il taglio filosofico esistenzialista Le è connaturato o  trova anche influenze e  solleciti da parte di Autori letti e condivisi?

Penso che molti autori abbiano segnato la mia vita in maniera profonda, in qualche caso forgiandola. Mi considero soprattutto, più che uno scrittore, più che un lavoratore, più che un consumatore, forse persino più che un poeta, un lettore.
Fra gli autori che mi hanno segnato sin dall’adolescenza e che hanno avuto un’influenza sulla mia vita, non seconda a quella che hanno avuto i miei genitori e il contesto sociale in cui siamo immersi, cito due nomi su tutti: Charles Baudelaire e Friedrich Nietzsche. Perché esiste in me questa rottura radicale, originaria, fondante, con gli enunciati discorsivi dominanti, direi nella nostra intera civiltà occidentale, non solo di questa società particolare che ne è un’espressione.
La poesia è questa rivolta linguistica, silenziosa, non appariscente, invisibile, ma non vana perché rinnova il linguaggio, lo mette davanti ai suoi buchi neri, ne ritrova la musica segreta. Come ha mostrato Rimbaud, è una rivolta contro il Tempo, contro la Morte, contro Dio. Rivolta per ciò stesso destinata a un terribile scacco. Forse l’intero Novecento ne è testimonianza.

Ci parla del Suo stile colloquiale, scegliendo una lirica che lo esemplifichi?

La poesia, almeno per come la vivo io, è la manifestazione di un’intersoggettività enigmatica, un colloquio tra le voci che ci abitano nel senso di una molteplicità di maschere che alludono, non possono fare altro, a ciò che profondamente siamo, aldilà di ciò che ci raccontiamo coscientemente. La poesia quindi come insieme di voci che colloquiano, anche attraverso il tempo e lo spazio, anzi mettendo in crisi, come ha fatto la fisica contemporanea, queste stesse categorie.

Cos’è l’anarchia? Risponde David Graeber – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un bell’articolo di David Graeber che prova a fare un’analisi organica delle dinamiche e del pensiero anarchico; da quale punto di vista? Be’, organizzare l’anarchia non è esattamente il tipo di approccio giusto per la tematica, per esempio può essere utile una chiacchierata:

“Quando un gruppo di persone si oppone a una qualunque forma di dominio e inizia a immaginare un mondo diverso, modificando di conseguenza le proprie relazioni con gli altri… beh è questa l’anarchia, comunque vogliate chiamarla”.

Q: C’è una definizione generica di anarchia in un libro che noi consideriamo molto importante, The Principle of Anarchy di Reiner Schürmann, che per noi è un ossimoro. Si tratta di una definizione controintuitiva perché non è politica, bensì storica. Nella nostra epoca, diciamo negli ultimi due secoli, non abbiamo avuto un punto di riferimento com’era l’Uno per i Greci, la Natura per i Romani, Dio per i medievali o il Sé/la Coscienza per i moderni. Noi abbiamo il principio dell’assenza di principi: appena provi ad afferrarli, questi ti sfuggono di mano. Pertanto in certo modo viviamo nell’anarchia. L’anarchia è nell’arte, l’anarchia è nel sesso e nell’amore, e ovviamente anche in politica. Qual è allora il significato della comparsa dell’anarchia nel xix secolo?

David Graeber: Stai quindi suggerendo che l’emergere dell’anarchismo come filosofia politica più o meno in contemporanea con Nietzsche non sia una coincidenza? Non ci avevo mai pensato prima, ma… Comunque, pensando a quel che è successo dopo il 1917 e dopo il 1968, due anni segnati da rivoluzioni su scala mondiale, una volta ho utilizzato il concetto di flame-out, ossia di fiammata improvvisa. Sostanzialmente l’espressione si riferisce a quel che accade quando una grande tradizione all’improvviso esplode e in un periodo molto circoscritto attraversa ogni possibile permutazione formale. Prendiamo il 1917: in poco tempo abbiamo Dada, Suprematismo, Costruttivismo e Surrealismo. Dalla pittura bianca su fondo bianco agli orinatoi che diventano sculture, fino alle poesie basate sul nonsense per fomentare esposizioni artistiche ribelli in cui i partecipanti ricevono un martello e sono incoraggiati a distruggere tutto quello che non è di loro gusto. Per alcuni anni il radicalismo formale e il radicalismo politico si erano sovrapposti, ma poi avevano bruciato ogni spazio, la fiammata si era esaurita e non era rimasto più niente. In seguito, un artista poteva essere radicale nella forma ma conservatore in politica (come Andy Warhol), o conservatore nella forma ma radicale in politica (come Diego Rivera), o ancora poteva essere radicale in politica e non produrre alcuna arte (come i situazionisti). Dopo la rivoluzione mondiale del 1968, qualcosa di simile è successo nella filosofia continentale. Nel corso di pochi anni, i filosofi hanno esplorato quasi ogni possibile tesi formalmente radicale che potesse avere implicazioni politicamente radicali (da «l’uomo non esiste» a «la verità è violenza»), lasciando i pensatori radicali degli anni a venire con nient’altro da fare se non guardare a loro, così come continuiamo a guardare ancora oggi alle avanguardie artistiche degli anni successivi alla prima guerra mondiale.
Quello che tu stai suggerendo è che qualcosa di simile sia accaduto in politica dopo la rivoluzione del 1848. Solo che in questo caso, ipotizzo, sarebbero comparse simultaneamente tutte le posizioni della politica moderna, dal socialismo al liberalismo fino al fascismo. E da allora non ci sarebbero più state nuove forme di pensiero politico. In effetti potrebbe funzionare, dato che anche il termine «anarchico» è stato coniato da Proudhon proprio in quel contesto. Volevano sapere da lui cosa fosse. Un repubblicano? Un monarchico? Un democratico? E alla fine Proudhon disse: «No, respingo tutte queste definizioni. Io sono un anarchico». Quindi questa ipotesi potrebbe funzionare. Ma non sono sicuro che sia un’analogia appropriata.
Quanto al termine «anarchia», usato in contrapposizione ad «anarchismo», è entrato nell’uso comune (per lo meno in inglese) solo successivamente, nel xx secolo, quando gli anarchici hanno cercato di prendere le distanze dall’ipotesi che la loro fosse un’ideologia come il socialismo, il liberalismo, il conservatorismo, ecc. E non avevano torto, perché i socialisti non sostengono certo la socialità o i liberali la liberalità… o almeno non è quella la loro prima istanza. In certo modo serviva a evidenziare che in molte filosofie politiche l’unità di teoria e pratica è vera solo in teoria ma non in pratica. Al contrario, per gli anarchici era una cosa molto concreta. Se poi questo comporti anche il fatto di rivendicare quel senso di frattura e destabilizzazione introdotto dal capitalismo – la pensavano così i dadaisti e i surrealisti, che vedevano nel caos e nella disgregazione delle vecchie verità veicolati dai mercati capitalisti una forza di tipo anarchico che alla fine avrebbe consumato il capitalismo stesso – beh, non ne sono affatto sicuro. Anzi, ho molti dubbi al riguardo. Per come la vedo io, si tratta di un impulso avanguardistico decisamente più in linea con certe tesi socialiste, come quelle formulate da Marx nel Manifesto del Partito comunistaquando loda la borghesia come rivoluzionaria, affermando che è arrivato il momento di portare a compimento il suo lavoro.

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«Una visione antica del mondo»: Ferretti e Zamboni di nuovo insieme | Rolling Stone Italia


Su RollingStone una bella intervista – strutturata – a Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, il cuore dei CCCP e CSI, in vista di un riavvicinamento che lascia speranze creative per il futuro. Vi lascio a stralci della chiacchierata – concordo sulla chiosa, la mia stessa visione:

Che Ferretti sia un fervente cattolico è noto, ma è evidente che in queste sue asserzioni si cela un’ode al mistero dell’universo che non è difficile condividere e che al di là dell’aspetto religioso rappresenta un altro punto in comune con Zamboni. «Nella mia famiglia, a differenza che in quella profondamente religiosa di Giovanni, la fede era qualcosa da praticare la domenica, un obbligo che come tutti gli obblighi ho fatto presto a dimenticare», dice l’ex chitarrista dei CCCP/CSI. «Ciononostante intendo perfettamente quanto scritto da Giovanni in Óra: anche mia nonna recitava le orazioni la sera, e poi come si fa a essere materialisti in un luogo come questo? Nella natura c’è una dimensione di mistero che comunque intuisco e su cui non c’è nulla da dire o da indagare: non amo la presunzione di chi pensa di sapere cosa regola il mondo, né credo che le leggi fisiche possano svelarci l’ordine delle cose; preferisco osservare l’universo con lo sguardo degli animali, con accettazione».

L’essere umano non è il centro, né il padrone del mondo, è il nocciolo per entrambi. «Non siamo niente, siamo un pulviscolo», commenta Zamboni. «Non è un caso» sostiene Ferretti «che più di 25 anni fa anche Massimo, che era un cittadino a tutti gli effetti, ha cambiato vita trasferendosi in collina, né lo è che ci stiamo rifrequentando: è venuto a trovarmi ieri e guarda che libro mi ha regalato, Germogli della terra di Knut Hamsun, è perfetto!».

Quanto a un’eventuale rinascita dei CCCP, Zamboni dichiara: «Una cosa che non so ancora se appartiene a Giovanni, ma sicuramente appartiene a me, è quella di tornare nei luoghi. Sono tornato a Villa Pirondini, dove registrammo Epica Etica Etnica Pathos, l’ultimo disco dei CCCP. Sono tornato in Mongolia, dove nacque quel Tabula rasa elettrificata che ci valse un primo posto in classifica e un successo cui non eravamo preparati. Voglio tornare di nuovo a Mostar, altro pezzo di storia della band, una città colpita dalla guerra in Bosnia che mi ha lasciato una cosa che ho cercato di descrivere nel mio disco del 2008 L’inerme è l’imbattibile, e cioè l’idea di disastro completo in cui tutte le coordinate umane saltano: la solidarietà, ma anche il senso dell’essere uomini e dell’appartenenza, se questa vuol dire armarsi e uccidere uno che magari era tuo vicino di casa fino al giorno prima. E che mi ha portato a considerare la grandissima forza di coloro che sono riusciti a non armarsi, anche a costo di diventare nemici per la propria stessa parte, visto che in guerra la diserzione non è tollerabile per nessuno: 13, 14 anni dopo la fine del conflitto mi sembravano gli unici che avevano conservato una dignità e che non avevano nulla da nascondere».

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L’ansia della comunicazione @ Nino Martino


Nino Martino è stato a StraniMondi di quest’anno uno dei relatori del panel “Verba Aliena”:

Cosa accade quando l’alieno è veramente alieno? Quando confrontarsi con lui/esso/loro diventa un mettere in discussioni le basi stesse della nostra percezione del mondo? È possibile una comunicazione con l’alienità radicale, e quanto questo può insegnarci/trasformarci? La fantascienza può provare a immaginarlo.

Quello che segue è parte del suo intervento, che Nino ha riportato su carta elettronica; vi lascio alle suggestioni che suscita, invitandovi a un profondo ripensamento di ciò che è umano, e quindi ritenuto superiore, con ciò che viene ritenuto di più basso grado, perché potreste sbagliarvi.

Io sono un umano e ho l’ansia della comunicazione. Non c’è niente da ridere. Noi umani abbiamo un vantaggio enorme sulle altre specie di vita terrestri: sappiamo comunicare fra noi, ci tramandiamo esperienze, sappiamo tradurre in simboli i versi che facciamo con la bocca, abbiamo elaborato teorie simboliche sulla realtà come la matematica e la fisica e scriviamo formule e altri leggono, imparano, costruiscono questa bellissima società pensante.
Come dite? Anche le altre specie di vita sanno comunicare? Beh, sì, un pochettino, mica tanto. Ho visto aironi maschi corteggiare aironi femmine con un rituale che equivale a comunicarle che è lei che piace proprio a lui e che quindi se volesse… Ma è poca roba. Non sanno parlare, non sanno scrivere, non sanno leggere. Noi invece sì.
E mi viene l’ansia della comunicazione. Se vi incontro e vi conosco emetto suoni, gesticolo, comunico. E mi viene l’ansia. Parlare, dire, comunicare. Anche voi comunicate con me. Poi se ci vediamo al bar facciamo chiasso, tanta è la comunicazione verbale.
Entriamo in un biblioteca e ci sono file e file di volumi che contengono informazioni su ogni cosa. Io leggo di tutto, mi informo di tutto. C’è un flusso costante di informazione tra me e voi. Dalla finestra guardo in strada e vedo scorrere macchine e ogni automobile ha persone a bordo, che a volte parlano tra di loro, a volte siedono rigide senza dire niente. Ma anche questa corrente continua di auto che porta persone da un posto all’altro di fatto porta informazione, ciascuno di loro si sposta per parlare, per fare, per collegarsi a un ufficio dove comunicare i propri bisogni e dove un addetto comunicherà che se la devono scordare quella cosa che chiedono. Oppure fornisce fogli su fogli, che vanno riempiti di simboli, di comunicazione, di informazioni.
Una vera e propria ossessione, lo so. La specie umana tutta ha l’ansia della comunicazione. E quando ci guardiamo intorno e vediamo animali, cani, gatti, subito cerchiamo di comunicare con loro. Il cane scodinzola. Noi gli parliamo, gli diciamo a cuccia, seduto, dammi la zampa. Lui lo fa! Ecco, abbiamo comunicato, lui è felice e noi siamo felici. Con il gatto è un po’ più difficile, se lui non vuole, ma questa è un’altra storia.
Le vere rivoluzioni, come ebbe modo di dire Franci Conforti, sono i salti nei mezzi di comunicazione. Dallo scalpello faticosissimo sulla pietra agli ssd, a internet, a…
Ok, mi fermo. Anzi no.
Quando abbiamo incominciato a capire quanto sarebbe strano che solo in un minuscolo e insignificante pianeta di un piccole sole giallo-verde di una media galassia di una supergalassia di una rete di galassie si fosse sviluppata la vita, ci è venuta subito l’ansia. Se c’è altra vita fuori della nostra terrestre bisogna subito comunicare. Abbiamo subito messo in piedi un’organizzazione il METI (Messaging ExtraTerrestrial Intelligence), la controparte “attiva” del SETI, che si occupa di comunicare con forme di intelligenza aliena. Abbiamo persino lanciato un messaggio verso la stella GJ273 perché pare che abbia un pianeta abitabile (abitabile?! E che vuol dire? Abitabile da chi?). Un nostro vicino: solo 12,4 anni-luce (la luce per andare da noi a lì impiega solo una quindicina d’anni, insomma è dietro l’angolo).
Il messaggio è scritto in linguaggio matematico, considerato universale. Se c’è una specie intelligente sicuramente la matematica la sa. Sapere la matematica, scrivere di formule matematiche, esaltarsi davanti alla bellezza del Π è sintomo di intelligenza. Come? Non sapete molta matematica? Be’, sì ci sono diversi gradi di intelligenza, lo so… Ma se sono alieni e sono in grado di recepire il nostro segnale sono intelligenti e capiranno che da un’altra parte dell’universo esistono degli intelligenti come loro e che come loro hanno l’ansia del comunicare.

 

Roger Waters, la sua storia preferita su Dark side of the rainbow – Rockol


Su RockOl una gustosa intervista a Roger Waters che verte – anche – sulle coincidenze tra DarkSideMoon e il film del ’39 “Il mago di Oz”; la bizzarra commistione è nota come “Dark side of the rainbow”, ma quali connessioni effettive ci sono tra questi due lavori?

Verso la metà degli Anni Novanta, in un articolo pubblicato sul Journal Gazette di Fort Wayne, Charles Savage, riprendendo un’idea di alcuni fan dei Pink Floyd, suggeriva ai lettori di guardare il film “Il mago di Oz” del 1939 senza audio e con i sottofondo l’iconico album della leggendaria band britannica del 1973, “The dark side of the moon”. Iniziò così a circolare la voce che il disco del gruppo fosse stato concepito in qualche modo come colonna sonora per la pellicola di Victor Fleming. Negli anni successivi poi, i membri dei Pink Floyd sono intervenuti in più di un’occasione per smentire ogni loro possibile collegamento con questo fantomatico progetto conosciuto con i titoli “Dark side of the rainbow” o “The dark side of Oz”. Recentemente, in un’intervista per il podcast di Joe Rogan, Roger Waters è nuovamente intervenuto sulla vicenda e ha raccontato la sua storia e i suoi pettegolezzi preferiti legati a questo mito.

Alla domanda se i Pink Floyd avessero o no pianificato la coincidente sovrapposizione tra il disco e le scene del film, Waters ha risposto: “Stronzate, ovviamente lo sono. Voglio dire, funziona se fai come viene detto, ma nulla ha a che fare con noi. Nessuno di noi c’entra qualcosa e questa leggenda non ha a che fare con nessuno dei Pink Floyd o chiunque abbia scritto o registrato la musica. È una coincidenza, forse una coincidenza cosmica”.
Il 79enne musicista britannica ha poi condiviso ai microfoni del podcast una storia in particolare legata a “Dark side of the rainbow” e ha narrato: “C’era un poliziotto in Louisiana che si mise a inseguire un autobus che zigzagava un po’ per la strada Quindi lo fece accostare. Mise la bici sul cavalletto, aprì la portiera e c’era molto fumo”. Ha continuato: “Entrò, passò tra i sedili dell’autobus e si mise alla ricerca della provenienza del fumo di marijuana. Alla fine arrivò sul retro dell’autobus dove c’era uno scompartimento privato. Aprì la porta, entrò e c’era Willie Nelson”.

“Storia vuole che ci fosse Willie Nelson intento ad ascoltare ‘The dark side of the moon’ mentre guardava ‘Il mago di Oz’ in tv. Non credo a una parola della storia, ma mi piace molto!”, ha chiosato Waters.

NICK MASON: NUOVA INTERVISTA – I RICORDI DI “ANIMALS”, GLI ALBUM DEI PINK FLOYD CHE SUONANO MEGLIO IN MONO SU VINILE E TANTO ALTRO! | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia una bella e lunga intervista a Nick Mason, sui suoi trascorsi nei Floyd e su cosa voglia dire ancora adesso essere identificato come il batterista della band, e altri argomenti ancora; un estratto:

Siete tornati indietro e avete fatto il Remix con il disco originale di Animals e avete trovato differenze o cose che avete sentito e che avreste voluto far risaltare di più quando [il produttore/remixer in capo] James Guthrie ci stava lavorando?

Ad essere sincero, aspettavo che James si limitasse a fare quello che aveva fatto. James raramente delude. Ma di tutti i nostri album, Animals è quello che più meritava di essere ripensato e riascoltato, perché ci sono molte cose che non si conoscono nell’originale.

Per me, un esempio è il lavoro di piatti che fai alla fine di “Dogs” [traccia 2 del lato 1]. È una cosa sottile, ma spicca di più sull’LP 2018 Remix.

Sì. Direi che la batteria su “Dogs” è certamente più evidente, forse più di qualsiasi altra cosa. Il che è davvero bello, perché spesso ci si accorge che le cose si perdono nel mix. Anche con cose fatte molto più di recente, è incredibile come, ascoltando in studio, si ottenga un suono e poi il mix finale sia un altro.

Una delle cose che mi hai accennato prima a proposito di Animals è che il processo di registrazione è stato diverso, perché si trovava a Britannia Row, lo studio creato dai Pink Floyd, un’esperienza di registrazione molto diversa rispetto a quella di EMI/Abbey Road, dove erano stati realizzati molti dei precedenti album dei Pink Floyd. Può parlarmi di questa differenza per lei, come artista che registra, passando da Abbey Road a un luogo che voi avete essenzialmente costruito da zero?

Sì, beh, è stato molto diverso. Ma credo che sia stato un bene, anche se il risultato, dal punto di vista sonoro, non è stato inevitabilmente altrettanto buono, semplicemente. (ridacchia) Ma si trattava di una cosa: avevamo fatto tutto ad Abbey Road – ed era fantastico – ma volevamo costruire il nostro studio con l’idea di costruirne uno che fosse molto semplice da usare. L’idea era che, soprattutto se volevamo fare qualcosa di individuale, non avremmo avuto bisogno di molto personale e forse avremmo anche potuto ingegnerizzarlo da soli. Era un’operazione molto più intima e rilassata, molto diversa da quella che avevamo fatto in passato. E devo dire che è stato molto piacevole. Era una sorta di “casa”, in un certo senso. Avevamo scelto questo edificio [un palazzo di tre piani, situato al 35 di Britannia Row a Islington, Londra N1] e vi avevamo costruito uno studio partendo dal presupposto che Roger fosse raggiungibile a piedi [da casa sua, all’epoca]. Io ero un po’ più lontano (leggera pausa) – no, non l’avrei fatto a piedi. Sicuramente è stato scelto perché era nel posto giusto.

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PINK FLOYD: È USCITO “ANIMALS 2018 REMIX”! | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia l’attesa notizia dell’uscita – oggi – di Animals remix, l’album del ’77 dei Floyd profondamente rivisto da James Guthrie e che dona una nuova luce (meravigliosamente oscura e dettagliatissima) al lavoro più controverso e punk della band. Dice Guthrie:

Animals è uno dei miei dischi preferiti dei Pink Floyd. La direzione originale dell’album era estremamente imponente e funzionava a molti livelli. Roger, David, Rick e Nick dipingevano un paesaggio oscuro e distopico che era spaventoso e in qualche modo ispirante allo stesso tempo, quindi era importante mantenere la forma drammatica del progetto.
Il mio primo obiettivo con il nuovo mix è stato quello di cercare di ottenere un’atmosfera musicale migliore. Nell’album ci sono dei brani molto belli e sentivo che c’era più potenziale nel materiale registrato di quanto non fosse stato realizzato durante il missaggio originale.
Il missaggio è così importante perché può davvero influenzare il groove musicale di una canzone. Determina l’impatto emotivo di un brano musicale. Un buon missaggio può davvero dare vita a una canzone, oppure, se si manca il bersaglio, può infliggere molti danni. Lavorare sull’interazione musicale è fondamentale e, per quanto mi riguarda, credo che le canzoni siano tutte più efficaci rispetto al passato. C’è più emozione dietro quei testi potenti.
La registrazione di questo album è un po’ Lo-Fi, ma in modo piacevole. L’LP manterrà sempre molto del suo sapore originale, ma ho cercato di aumentare la gamma dinamica e di estendere la sua fedeltà in tutte le direzioni. Ho cercato di creare un palcoscenico più tridimensionale. In questo modo l’album è più in linea con gli altri dischi dei Pink Floyd e si spera che attiri l’ascoltatore, costringendolo a immergersi maggiormente nel viaggio.
Sento che ora c’è una nuova vita nella musica, sia in stereo che in 5.1, e spero davvero che tutti apprezzino i nuovi mix.

Mason afferma, in una recente intervista:

“Ci è voluto un po’ di tempo, ma siamo molto soddisfatti, credo“ – ride. “David e Roger hanno avuto un forte disaccordo sulle note di copertina, e come tutte le grandi guerre mondiali nessuno ricorda bene di cosa si trattasse e quale fosse il problema. Ma ci furono molti tira e molla e alla fine si arrivò a una sorta di risoluzione“. Anche senza la sua partecipazione attiva: “Sono riuscito a starne fuori“, sostiene Mason.
“Il problema di Animals è che non ricordo molto di come l’abbiamo fatto“, dice. “Ero molto più coinvolto nella costruzione degli studi, nell’installazione e così via. Li abbiamo costruiti da zero, più o meno, all’interno di un vecchio edificio. È davvero straordinario come alcune cose rimangano impresse nella mia memoria, per esempio come abbiamo posato il cemento per la base del pavimento dello studio, ma non riesco a ricordare perché abbiamo fatto qualcosa su ‘Sheep’ o cose del genere“.
“Il disco viene da un periodo in cui c’era molta altra musica in corso, di tutte le altre forme. La questione principale è se il punk abbia avuto qualche influenza su di esso, e in un certo senso suggerirei che l’ha avuta perché è un po’ più semplice in certi aspetti rispetto ad altre cose. Forse non volevamo rimanere invischiati nella faccenda del prog rock diventato così grandioso – anche se non abbiamo mai avuto una conversazione, che io sappia o ricordi, sul fatto che il punk fosse un’influenza o dovesse essere preso in considerazione quando lo stavamo realizzando”.

Crimes of the Future, fantascienza che apre la mente | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos238, due servizi che riguardano l’ultima fatica di David CronenbergCrimes of the Future – e la sua opera, la sua visione SF d’avanguardia. Gli articoli li trovate qui e qui, vi lascio comunque a un piccolo estratto, che è un’intervista:

A otto anni dal suo ultimo film, il Maestro David Cronenberg torna dietro la macchina da presa con il film Crimes of the Future, in cui riflette ancora una volta su un tema a lui caro: la mutazione del corpo umano e la reazione della società.
La pellicola è ambientata in un futuro imprecisato, in cui i disastrosi effetti dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici hanno modificato il corpo degli esseri umani, adesso in grado di attuare continue mutazioni. L’ex chirurga Caprice (Léa Seydoux) sfrutta la capacità del suo compagno Saul Tenser (Viggo Mortensen) di sviluppare nuovi organi per realizzare delle performance artistiche di rimozione chirurgica, in cui la coppia mostra pubblicamente la metamorfosi interna dell’uomo. Questi spettacoli d’avanguardia attirano l’attenzione di Timlin (Kristen Stewart), investigatrice del Registro Nazionale degli Organi, ma anche di un sospetto gruppo sovversivo il cui scopo è portare l’umanità al prossimo stadio evolutivo.

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Il fiore della Quintessenza, nuova antologia scifi sul multiverso | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di un’intervista ad alcuni dei protagonisti dell’antologia FioreDellaQuintessenza, in particolare al suo curatore: Sergio Mastrillo: ecco un estratto:

Ci diresti due parole riguardo all’antologia vincitrice da te curata?

Innanzitutto grazie per l’interessamento a questi mezzi montanari armati di penna. È stato un piacere incontrarti. Il Fiore della Quintessenza è sbocciato all’improvviso, dopo aver abbandonato l’idea di curare un’antologia sui viaggi nel tempo. Stavo studiando le quattro dimensioni dell’ipercubo, quando mi è venuta l’idea. Dopo dieci minuti, il Fiore aveva preso forma davanti a me: sedici Varchi che viaggiavano lungo i Petali della quinta dimensione, che formavano una bellissima Corolla, e che a sua volta era la sedicesima parte del Fiore. Il giorno dopo scrissi La Metafisica di Parilliòn, che spiega proprio come funziona il Nostro Multiverso e introduce l’antologia al concetto dei mondi paralleli come lo avevo immaginato: questa è stata la gestazione quando ancora non conoscevo tutti gli autori che ne avrebbero fatto parte.

Quali sono gli autori presenti? E perché?

Avrei voluto convocare tanti autori e autrici che apprezzo, circa una cinquantina in lista, ma le regole del Fiore avevano già imposto un limite imprescindibile, quindi ho deciso la lista finale sacrificando molte grandi penne. L’intenzione era di presentare sedici storie su un Multiverso il più possibile variegato, sia nello stile che nell’approccio narratologico. Infatti nell’antologia troverete dai grandi autori, vecchie glorie, fino agli emergenti, passando per autori e autrice già affermati nella Sci Fi italiana. La varietà era la mia parola d’ordine.

Leggiamo che il tema dell’antologia è il Multiverso. Ci diresti com’è stato declinato, all’interno dell’opera; si tratta solo di speculazione oppure c’è spazio per l’avventura e magari l’ironia?

La varietà di cui sopra volevo che andasse dai racconti speculativi alla fantascienza classica, fino alla bizzarro-fiction. Quindi troverete anche qualche racconto ironico, in mezzo alle varie declinazioni. Alcuni vi faranno sorridere, altri vi faranno riflettere e altri ancora vi metteranno la tremarella. Ah, giusto per chiarire, come imposi agli autori in fase di reclutamento: non troverete ucronie nel Fiore della Quintessenza.

 

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

TRIBUNUS

Duemila anni di Storia Romana

Alessandro Giunchi

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Dreams of Dark Angels

The blog of fantasy writer Storm Constantine

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Quisquilie, bagatelle, pinzillacchere...

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Letteratura, cinema, storia dell'horror

Oui Magazine

DI JESSICA MARTINO E MARIANNA PIZZIPAOLO

Eleonora Zaupa • Writer Space

Una finestra per un altro mondo. Un mondo che vi farà sognare, oppure...

Through the Wormhole

“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

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un blog di Franco Ricciardiello

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