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NeXT Hyper Obscure

Archivio per Interviste

Gli anni di NeXT


Qualche anno e numero dopo la fondazione di NeXT – bollettino in senso lato del Connettivismo, nato da un’idea di Giovanni De Matteo e che realizzammo nel 2005 assieme a lui e a Marco Milani – ho preso le redini della rivista che ho guidato, quindi, dal numero 9 (2007) fino all’ultimo – almeno finora – 18 (2013). Una corsa lunga alcuni frenetici anni in cui ho amato coordinare i tanti collaboratori che di volta in volta si affacciavano sull’orizzonte di NeXT; assai spesso, la massa critica dei loro scritti determinava il titolo e il senso di ogni iterazione. Una storia lunga quasi 20 numeri, cui ripenso di tanto in tanto, che ha segnato il mio modo di essere presente nel mondo editoriale e di cui ricordo in particolar modo il numero 0, un’avventura in ogni senso, la scoperta di un mondo che non sembrava possibile raggiungere.

NeXT è una rivista italiana di fantascienza e letteratura fantastica in generale, nata nel 2005 come bollettino ufficiale del movimento letterario del Connettivismo. I racconti pubblicati spaziano nell’intero spettro tematico della narrativa fantastica, mentre gli articoli tendono a privilegiare riflessioni critiche sullo stato della fantascienza e sul futuro, con rubriche dedicate alla scienza e alla tecnologia.

Fondata nel marzo 2005 da Marco “Pykmil” Milani, Giovanni “X” De Matteo e da me, la rivista che ora dirigo è stata capitanata prima da De Matteo, e si è attestata subito come uno dei più attivi laboratori di idee in seno alla fantascienza italiana; attraverso i suoi scrittori ha allacciato una intensa rete di collaborazioni incrociate con le più vitali realtà online del settore, come Continuum e Fantascienza.com. La pubblicazione si avvale di artisti grafici che cambiano di volta in volta e si distingue da altre riviste anche per la scelta di pubblicare tutti i contributi narrativi e saggistici usando lo pseudonimo dei rispettivi autori. La scelta, già espressa a suo tempo nel Manifesto del Connettivismo (dicembre 2004), è inquadrabile in un’esigenza di rottura con ogni logica commerciale o tendenza di mercato.

Il tutto si sposa allo spirito schiettamente anarchico che presiede alla nascita stessa del movimento, che si distingue come un tentativo anacronistico di avanguardia all’interno di un genere come la fantascienza, votato per natura alla sperimentazione e alla prefigurazione di scenari futuri. Nel 2009 la rivista ha visto nascere anche una versione estera, mentre nel 2011 ha vinto il Premio Italia nel settore “rivista non professionale“. Nello stesso anno è uscita anche una raccolta dei primi 15 numeri col nome di SuperNeXT. Nel 2014 Giovanni “X” De Matteo vince nella categoria Articolo su pubblicazione non professionale con il suo La mappa del futuro, apparso proprio su NeXT.

Dal sito della casa editrice Kipple è possibile scaricare la rivista in formato PDF cliccando su www.kipple.it/?s=NeXT. I files sono senza DRM e hanno il prezzo fissato a 1 € cadauno.

Intervista ad Alessandro Fambrini | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine c’è una bella intervista ad Alessandro Fambrini, traduttore e curatore dei testi usciti per Hypnos di autori weird tedeschi di circa un secolo fa. Uno stralcio della chiacchierata:

Ciao Alessandro, prima di tutto grazie mille per la tua disponibilità.
Partiamo innanzitutto ricordando che Lemuria è la terza opera che appartiene a un trittico che le Edizioni Hypnos hanno deciso di dedicare al fantastico tedesco; trittico che comprende anche l’antologia collettiva Der Orchideengarten e il romanzo Alraune di H.H. Ewers, tutti tradotti e curati da te, con la collaborazione di Walter Catalano che ha scritto per ciascun volume degli interessantissimi saggi.
Premesso che molti di questi autori non godono – e non godettero – della popolarità dei loro colleghi anglosassoni, trovo però che il loro approccio al fantastico sia piacevolmente atipico e, per certi versi, anche più audace.
Cosa ne pensi a riguardo?

AF: Diciamo subito, intanto, che il “trittico” di cui parli si inserisce in un progetto di più vasta portata, teso a una riscoperta del fantastico di lingua tedesca di inizio Novecento. Speriamo di avere le forze e l’opportunità di continuarlo e di allargare il panorama fino a comprendere altri autori e altre opere che sono lì, in attesa di essere riportate alla luce. E in effetti, per venire alla tua domanda: sì, il fantastico tedesco di quegli anni non è “popolare” nel senso in cui lo furono gli autori angloamericani e le riviste che li ospitavano. È, piuttosto, ambizioso, raffinato, sperimenta con la scrittura (gli anni Dieci del Novecento sono gli anni dell’Espressionismo, un movimento di avanguardia e di grande rivoluzione formale) oppure, al contrario, prende a modello i classici ottocenteschi o le ricercatezze del decadentismo. È questo il caso di Strobl, un autore che, nel suo periodo di maggiore vivacità creativa, più o meno fino al 1920, costruisce le sue opere su una nota di sensibilità estenuata, di maniacalità ossessiva, che funziona – quando funziona – come una musica ipnotica tesa a indurre uno stato stuporoso simile all’effetto dell’oppio. In questi spazi che si aprono al fantastico, in effetti, non ci sono confini: perciò l’impressione di audacia, che tu hai colto benissimo.
Le visioni di Strobl sono vertiginose, sfrenate, e non soggette a censura, piene di un erotismo traboccante: si pensi a un racconto giustamente famoso come ‘La testa’, in cui i cadaveri di un uomo e di una donna si fondono, e la coscienza maschile rivive con voluttà le esperienze amorose della sua partner. Ma non solo Strobl: la rivista ‘Der Orchideengarten’ (che peraltro vedeva proprio Strobl come direttore responsabile, benché il suo fosse un ruolo quasi puramente formale) presenta numerosi racconti sperimentali, molti dei quali estremamente trasgressivi, e ‘Alraune’ di Ewers scandalizzò il pubblico dell’epoca (e forse lo scandalizza ancora) per la sua sensualità esplicita al limite della pornografia, le scene di stupro, il sadismo, la pedofilia.
Comunque, a correggere parzialmente la tua affermazione, vi è da dire che alcuni autori tedeschi specializzati nel fantastico – tre in particolare: i già rammentati Ewers e Strobl, e Gustav Meyrink – godettero all’epoca di una notevole popolarità, anche al di fuori della Germania, e sono rimasti ancora oggi nel canone. Nel canone del fantastico, almeno.

Talk&Dialoghi / Giorgio Barberio Corsetti dialoga con Valerio Mattioli


Lunga videointervista a Valerio Mattioli, che racconta il suo Remoria. Come posso non sentire mio tutto ciò?

INTERVISTA AGLI AUTORI FABIO ALOISIO E ALESSANDRO NAPOLITANO


Su SalottoLetterario è stata pubblicata una bella intervista a Fabio Aloisio e Alessandro Napolitano, autori di NewCoin Corporation, edito da DelosDigital. Un estratto della chiacchierata:

Parliamo un po’ del vostro nuovo libro “NewCoin Corporation” per la collana FuturoPresente di Delos Digital. Di cosa tratta? Quali sono i temi principali? 

 

ALE – “NewCoin Corporation” lo potremmo definire come uno stress test. Abbiamo preso come modello la società di oggi, con tutte le sue contraddizioni e il precario equilibrio politico – economico sul quale si regge, e le abbiamo scaricato contro un bel po’ di pressione sociale. Il risultato è stato un racconto ambientato in un futuro neanche troppo lontano, piuttosto plausibile, dove vorremmo tanto non essere costretti a vivere.

 

“NewCoin Corporation” è certamente molto attuale e tratta tematiche piuttosto “calde”: da dove nasce questa vostra opera a quattro mani? 

 

FABIO – Quest’opera è partita da Alessandro: l’aveva scritta per il premio Kipple (dove è arrivata in finale) in una versione con circa metà delle battute. Qualche mese dopo mi ha chiesto se fossi interessato a fare parte del progetto: continuare il racconto dove finiva la versione originale. Una bella sfida per una storia che aveva già un “THE END”! Chiacchierando, si è trovata un’idea che ampliasse il racconto e desse una cornice più dettagliata dei fatti che stanno alla base.

 

Avete all’attivo altre pubblicazioni? 

 

ALE – Di recente sono usciti due e-book: Grand Vintage Bazaar (Kipple off. Libraria) e Sherlock Holmes e l’ultima rivelazione (Delos Digital).

 

FABIO – Ho pubblicato racconti su Robot (“Survival” e “Testa di Pecora”), Urania (“Mercy”), Delos Science Fiction(“Fuga”) e LethalBooks (“Penisolatomica”). Assieme abbiamo partecipato all’antologia “Atterraggio in Italia” del Collettivo Italiano Fantascienza (CIF). Partecipo anche ai contest letterari di Minuti Contati.

Cos’è Distòpia, il nuovo Millemondi estate italiano | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com l’annuncio più o meno ufficiale, visto che se ne parla da un po’, del nuovo MilleMondi Urania in uscita quest’estate nelle edicole a luglio, dedicato agli autori italiani. Il titolo? Distòpia, of course. Ecco l’intervista al curatore Franco Forte:

Un nuovo Millemondi estivo dedicato alla fantascienza italiana: allora l’idea, lanciata l’anno scorso con l’antologia Strani Mondi, funziona?

Direi proprio di sì, funziona alla grande. La risposta del pubblico, soprattutto, perché senza di quella tutte le idee di chi fa editoria, anche quelle considerate le migliori e le più rivoluzionarie, possono essere archiviate senza rimpianti. Ma quando i lettori si fanno sentire, acquistando i libri e commentandoli sui vari social o negli ambiti in cui hanno spazio, allora significa che il lavoro è andato a buon fine e l’esperimento può proseguire. In questo caso, con l’antologia Strani Mondi la sfida era duplice: prima di tutto cercare di mettere insieme una buona raccolta di racconti italiani che piacesse al pubblico (e questo mi pare sia accaduto, sia per le vendite registrate, superiori alla media della collana, sia per i commenti positivi che sono circolati intorno al volume), e poi capire se era davvero possibile rendere questo appuntamento con la narrativa italiana di SF di qualità un momento annuale di confronto, dalle pagine della collana più illustre d’Italia. L’uscita annunciata del prossimo Millemondi tutto italiano, Distòpia, va in questa direzione: la conferma che la fantascienza italiana c’è, sa misurarsi allo stesso livello con quella anglosassone e può dunque essere proposta al pubblico mettendo da parte quel maledetto senso di impotenza che ci coglieva tutti (intendo noi operatori del settore), quando proponevamo belle opere italiane che venivano sistematicamente ignorate dai lettori, più propensi a mostrare interesse solo per la narrativa straniera. Se posso permettermi… ah, che soddisfazione!

Gli autori del volume sono un bel mix tra scrittori di esperienza e nomi nuovi. Come ha funzionato la selezione dei racconti?

Hai colto l’aspetto essenziale di queste raccolte, che mi anima da sempre. Io credo che il giusto mix di autori di valore, già conosciuti al pubblico (come per esempio Valerio Evangelisti, o Nicoletta Vallorani, che contribuiscono anche a dare grande prestigio all’antologia nella comunicazione con la stampa istituzionale, per esempio) e alcuni esordienti di qualità, selezionati con cura e dopo un attento lavoro di scouting fra le nuove leve, sia la formula giusta da proporre al pubblico. Se guardiamo Distòpia troverete autori e autrici che rispondono a questi parametri, ovviamente cercando di dare risalto ai vincitori delle nostre principali manifestazioni rivolte alla narrativa di SF, ovvero il Premio Urania per i romanzi (e Francesca Cavallero ne è l’ultima testimone, avendolo vinto l’anno prima con il bellissimo Le ombre di Morjegrad) e il Premio Urania Short per la narrativa breve (rappresentato in questo caso da autrici come Linda De Santi, M. Caterina Mortillaro e Simonetta Olivo), oltre ad altri autori selezionati fra quelli che tengo costantemente d’occhio e di cui ho letto splendidi esempi di narrativa di Sf durante il corso dell’anno.

Certo, non è mai possibile dare una panoramica esaustiva degli autori di fantascienza di un Paese in una antologia che può contenere una dozzina di racconti, però senz’altro credo che questi volumi della serie Millemondi possano contribuire a dare risalto alla narrativa nazionale di SF, facendo conoscere autori nuovi e rimarcando le capacità di quelli già noti. Lo sforzo che sto facendo per dare più opportunità a tutti mi pare eclatante, se non altro perché nessuno degli autori (tutti bravissimi, sia chiaro) ospitati in Strani Mondi è presente in questo Distòpia (e questa è stata una scelta, non semplice casualità).
La mia idea, come ho già spiegato in tante altre sedi, è quella di continuare su questa strada, offrendo ogni anno ai lettori (e intendo i tanti lettori di Urania, che non è detto siano gli stessi che frequentano gli ambienti della science fiction e dunque conoscano gli autori che presentiamo) una rassegna del meglio della narrativa italiana di fantascienza di qualità, con un giusto mix di autori noti ed esordienti (o emergenti) da tenere d’occhio, nella speranza di contribuire in maniera attiva al consolidamento della fantascienza nazionale.

Alan D. Altieri: un Uomo, un mito. | Contorni di Noir


Siamo nel momento in cui ricordiamo Sergio Altieri, proprio ieri è sucita per KippleOfficinaLibraria l’antologia Cronache dell’Armageddon, e un altro bellissimo modo per ricordarlo è far parlare chi lo ha conosciuto, come fa il sito ContornidiNoir. Un estratto dalle memorie di ognuno dei tanti amici e scrittori che aveva sotto la sua capace ala protettrice:

GIOVANNI DE MATTEO
Le voci del Lupo
La prima volta che ho sentito la voce di Sergio Altieri è stata per telefono. Era un pomeriggio romano di giugno, anno 2007. Un numero sconosciuto, una voce tonante che irrompe dall’altro capo della linea per presentarsi come l’editor delle collane da edicola Mondadori e annunciarmi che con il romanzo Post Mortem avevo vinto il Premio Urania. Una di quelle telefonate che ti cambiano la vita.
Sergio non poteva saperlo, ma io e lui ci conoscevamo da tempo.
Non solo perché lo avevo intervistato, sotto pseudonimo, pochi anni prima per il mio blog di allora. Fin dal primo racconto che avevo letto, lo straordinario La sindrome di Wolverton ospitato sulle pagine di Robot, lo avevo eletto tra i miei modelli e ne avevo divorato i romanzi. La lettura del primo volume della trilogia di Magdeburg, L’Eretico, mi aveva mesmerizzato.
Nel corso della nostra frequentazione succedutasi a quella telefonata, e scandita da innumerevoli altre, da presentazioni e incontri in giro per l’Italia, ho avuto la fortuna di conoscerlo meglio, ammirandolo anche per la sua inesauribile dedizione agli altri: se nei suoi libri Sergio “Alan D.” Altieri metteva a fuoco la distruzione del mondo, nella vita reale era animato da un altrettanto infaticabile spirito da aggregatore e costruttore di comunità.
Conteneva moltitudini: tutte le voci dei suoi protagonisti vibravano in lui, ma nessuna di loro poteva trasmettere la totalità del loro artefice. Nella sua immensità, per quanto ben delineato, ogni singolo personaggio resta un’eco del suo creatore, ma continuando ad ascoltarlo è impossibile non riconoscere l’inconfondibile timbro di Alan D., un maestro, un amico e una leggenda.

FRANCO FORTE
Un amico e un fratello
Custodisco nel cuore Sergio “Alan D.” Altieri, un amico, un fratello, un maestro di scrittura e di vita. Una delle persone più generose che io abbia mai conosciuto.
Lo conobbi grazie a mio padre. Nel 1982 mi porse un libro dicendo: “Vuoi fare lo scrittore? Impara il mestiere dagli americani.” Si trattava di “Città oscura” di Alan D. Altieri.
Sergio in qualche modo l’aveva fregato, facendogli credere di essere americano. D’altra parte, lui è sempre stato un autore molto anglosassone: nella sostanza, nella tecnica, nel modo di prenderti per i capelli e trascinarti in una storia. Divorai “Città oscura” e cercai di saperne di più sul suo autore. Quasi quindici anni dopo l’incontrai di persona e lui divenne il mio maestro di scrittura.
Le nostre carriere si sono incrociate più volte, finché un giorno, nel 2010, mi disse, con una luce di tristezza negli occhi: “Ehi, bro, che ne diresti di sostituirmi alla direzione delle collane Mondadori? Sono stanco”. Quella stanchezza era dovuta all’impossibilità di scardinare la diffidenza dei lettori italiani verso gli autori nazionali. Ci aveva provato con la collana “Epix”, che avrebbe dovuto approfondire il weird; oppure con “Il Giallo Mondadori presenta”, che avrebbe dovuto lanciare nuovi giallisti italiani. Niente da fare.
Tutto troppo in anticipo sui tempi. Il weird oggi è di moda, all’epoca non se lo filava nessuno. I giallisti italiani ora sono i più venduti, ma quando ci ha provato lui erano mosche bianche.
Dunque in alto i calici e brindiamo a Sergio “Alan D.” Altieri. Che era più avanti di tutti.

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Filippo Radogna ama le avventure fantastiche – Cose da altri mondi.


Bella intervista a Filippo Radogna – stavolta è dall’altra parte della barricata – che si può leggere su AltriMondi. Un estratto, che fa riferimento alla sua ultima fatica, un’antologia di interviste che Filippo ha realizzato con molti attori della SF e Fantastico italiano: Conversando tra le stelle

Come è nata l’idea  di un volume ?

Ti spiego, Giorgio Sangiorgi e Luca Oleastri delle Edizioni Scudo volevano  pubblicare un testo che riguardasse la World come associazione, così il presidente Donato Altomare ha proposto loro un volume  nel quale fossero gli autori che  costituiscono il sodalizio a parlare. Sono stato interpellato e ho cominciato a mettere insieme le interviste pubblicate sul sito della World dall’agosto 2017, erano in tutto una quarantina. A queste ne ho aggiunte altre arrivando, nell’aprile scorso a quarantacinque, numero che ho ritenuto adeguato per il libro. In proposito devo ringraziare l’infaticabile Salvo Toscano, webmaster del sito, sempre disponibile per ogni aspetto organizzativo.

Ma è solo la messa su carta delle mere interviste fatte o c’è qualcosa di più?¨

Il libro non nasce come progetto però ha un’organicità di fondo che si riscontra nella coerenza delle interviste pensate, sin dall’inizio, come un’incursione nei percorsi di vita degli autori. Anzitutto i toni e i modi sono informali. E poi l’intento delle conversazioni è stato quello che a me piace leggere nelle interviste, ossia far emergere le personalità, riflettendo sugli argomenti più differenti. Nello specifico abbiamo parlato di letteratura, arte, scienza, politica, delle varie visioni della società sino a temi di stringente attualità e a come si svolge la vita degli autori, alla loro storia personale, dagli studi al lavoro, dalla famiglia agli hobby praticati a come vivono il presente (nelle ultime conversazioni abbiamo anche affrontato il tema della pandemia da Covid 19), alle loro speranze e in che modo immaginano potrebbe essere il futuro. Come scrive nella premessa Donato Altomare: “Dalle interviste capirete le forti personalità dei nostri soci, i loro sogni e il loro, a volte troppo oscuro, lavoro”. E aggiungo anche le parole della nota introduttiva del saggista Gianfranco de Turris il quale specifica che la pubblicazione propone “un ritratto complessivo, non solo specialistico, ma anche umano degli autori”.

E come è stata questa esperienza?

Bellissima e formativa. Mi ha  culturalmente arricchito e aiutato a fornirmi ulteriori elementi di comprensione dello stato e della direzione della fantascienza e del fantastico in Italia. Tra l’altro il presidente della World mi ha già chiesto di ricominciare a raccogliere altre qualificate testimonianze con i soci per, magari, poter realizzare tra qualche anno un altro volume. Vedremo…

NICK MASON: NUOVA INTERVISTA PER IL MAGAZINE “RELIX” | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia una bella intervista a Nick Mason riguardo i suoi SaucerfulOfSecrets e sullo stato – inesistente – dei Floyd. Un passaggio:

Rivisitazione dei primi Pink Floyd con i Saucerful of Secrets

Le mie speranze iniziali per i Saucerful of Secrets erano abbastanza basse. Pensavo che avremmo suonato in qualche pub, ma la cosa finì un po’ fuori controllo. L’altra cosa triste è che non fu frutto della mia ispirazione – fu [il chitarrista] Lee Harris ad avere l’idea e pensò che fosse l’ora per me di tornare al lavoro.
Così propose il progetto a Guy Pratt [bassista dei Pink Floyd in tournée] e la band si formò intorno a me. Non ci sono state audizioni. Semplicemente, delle persone si misero insieme, esattamente il modo in cui si sono formate tante band negli anni ’60. I Rolling Stones non hanno fatto audizioni; erano solo persone a cui piaceva la stessa musica.
All’inizio dissi: “Proviamo uno o due giorni in sala e vediamo come va”. Dopo circa 10-12 giorni, pensai: “Bene, andiamo a suonare”. In America, in particolare – dove tantissima gente ci ha scoperto solo con Dark Side – tutta la musica prodotta prima è quasi sconosciuta. Quindi, l’aspetto positivo della scelta di proporre la produzione Pink Floyd più vecchia è l’opportunità di essere un po’ più liberi. Il problema con l’esecuzione di “Comfortably Numb” è che i fan vogliono ascoltare la parte di chitarra suonata esattamente come l’ha suonata David [Gilmour].
Con questo materiale non dobbiamo preoccuparci di ogni dettaglio preciso; questo conferisce freschezza ai brani. C’è molta improvvisazione. Quando realizzammo il nostro primo album [The Piper at the Gates of Dawn] del 1967, passammo molto tempo ad accorciare i pezzi ad una lunghezza ragionevole per il vinile. “Interstellar Overdrive” è di circa nove minuti sull’album, ma quando la suonavamo all’UFO, durava 20-23 minuti. Ora possiamo estenderlo o accorciarlo. Scegliamo al momento; l’idea è di non eseguire le canzoni in maniera fedele.

Un casino col cellulare

Dissi sia a David che a Roger che mi sarebbe piaciuto che uno di loro – o entrambi – venissero a suonare con noi qualche volta. Roger si trovava a New York quando, pochi giorni prima dello spettacolo, parlammo con lui della possibilità che venisse a suonare con noi al Beacon. Poi dimenticò il telefono in un taxi, quindi non lo sentii per due giorni. Pensai che si fosse raffreddato all’idea. Quindi il giorno dello spettacolo, disse: “Ok, verrò.” Dunque, non c’era un’idea precisa. Sapevamo quale canzone avrebbe fatto, ma non ci avevamo pensato bene; però questo rendeva la cosa molto più eccitante perché nessuno sapeva se avrebbe ricordato le parole della canzone che avrebbe cantato. Fu fantastico, assolutamente, inevitabilmente, cominciò e via.
Non credo che David e Roger siano in grado di fare qualcosa insieme a breve. Ma mi piacerebbe che Roger tornasse a fare qualche altra cosa con noi, e sarei molto felice di fare qualcosa con lui. Nessuno di noi vuole essere nella band dell’altro, però. Vogliamo fare le cose a modo nostro, magari stare insieme a pezzi e bocconi. Non credo che si riformi la band per fare qualcosa.

Intervista a Nicola Lombardi | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine è disponibile una bella intervista a Nicola Lombardi, uno dei veterani del panorama che sbrigativamente si può definire horror, ma che in realtà ha in sé significative sottotracce emotive. Un estratto:

I tuoi lavori sono contraddistinti da una particolare cura dello stile e delle atmosfere. Quanto c’è della provincia padana nella costruzione delle tue ambientazioni? Possiamo dire che la bassa è il tuo Maine?

Possiamo dirlo, sì. Gli ambienti naturali e rurali in cui sono cresciuto – la campagna ferrarese e dintorni – mi hanno offerto subito uno sfondo ideale per le mie fantasie macabre, anche perché è proprio su tali scenari che si consumavano le storie nere che ascoltavo narrare da bambino, e che poi immancabilmente si traducevano per me in incubi e in spunti troppo allettanti per non continuare a rimuginarci sopra. Ecco il motivo per cui tanta mia produzione può rientrare senz’altro nel filone conosciuto come ‘gotico rurale’, reso popolarissimo sul piano letterario da Eraldo Baldini e altri grandi autori.

E proprio insieme a nomi illustri come Eraldo Baldini, Danilo Arona e Pupi Avati, puoi essere considerato tra i precursori dell’horror rurale, genere che in questi ultimi anni sta riscuotendo sempre più successo. Quando hai iniziato la tua carriera di scrittore però la situazione era ben diversa. Perché hai scelto di intraprendere un percorso simile?

Veramente non si è trattata di una scelta, o almeno non di una scelta consapevole. L’horror come ‘forma mentis’ era, ed è, un presupposto della mia personalità, un aspetto che ho sempre vissuto come un dato di fatto. Per quanto riguarda invece le ambientazioni e lo spirito delle mie invenzioni narrative, come ho detto prima, derivano in maniera preponderante dalla cornice in cui ho vissuto infanzia e adolescenza. In pratica, non mi sono mai posto il problema di capire cosa il lettore volesse, o voglia, farsi raccontare, magari perché un certo tema va di moda, ma piuttosto di proporre sempre, in tutta onestà, ciò che mi passa per la testa. (Naturalmente, è bene specificare che posso permettermi di non seguire i gusti del mercato perché non sono uno scrittore professionista).

RICHARD WRIGHT: RISCOPRIAMO L’INTERVISTA PER “BILLBOARD” DEL 2007


Su PinkFloydItalia una vecchia intervista a Richard Wright, poco tempo prima che morisse, nel 2007 in occasione del quarantesimo anniversario del primo LP dei Floyd. A parte il cordoglio che sale continuo, ci sono alcuni brani che meritano di essere riletti. Ve li allego qui sotto (ciao Rick):

Quali sono le tue impressioni dopo aver ascoltato di nuovo il primo album dei Floyd?

“È stato molto interessante. C’è una grande differenza tra il modo in cui suonavamo dal vivo in quel momento e il modo in cui avevamo fatto il disco. La cosa più sorprendente era essere ad Abbey Road a registrarlo e avere i Beatles alla porta accanto che registravano ‘Sgt. Pepper’. Ora so perché “Piper” ha avuto un’influenza su così tante band. Posso sentire anche cose punk lì. Il modo in cui Syd ha scritto ha avuto un’enorme influenza su così tante persone“.

Questo album rappresenta Syd Barrett al culmine dei suoi poteri?

“(‘Piper’) è stato il suo periodo creativo, anche se devo dire che c’è qualcosa di straordinario nei suoi due album da solista. Aveva un modo incredibile di vedere le cose. Ricordo di essermi seduto con lui un giorno e ha scritto una canzone in 10 minuti. Come aspirante cantautore, non potevo crederci. Gli accordi non erano in tempo, perché pensava solo al ritmo delle parole e della melodia. Non erano in 4/4 o 3/4 – erano ‘dappertutto’“.

La reunion dei Pink Floyd al Live 8 ti ha dato nuove prospettive sulla band e sulla sua eredità?

“Molte persone stanno sognando che la band si riunisca di nuovo perché abbiamo fatto il Live 8. A causa di tutti gli argomenti e le questioni che Roger ha avuto con me, e con David, è stato meraviglioso che in realtà lo abbiamo comunque fatto, tutti insieme. Ma abbiamo imparato qualcosa. Sarebbe molto difficile per noi quattro fare un tour mondiale, semplicemente perché le nostre idee sono musicalmente così diverse“.

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