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Archivio per Interviste

Acculturazione e acculturazione di P. P. Pasolini


Da ascoltare e calare nel reale quotidiano. Notate qualche discrepanza dalle lucide visioni di Pasolini? Il fascismo è oggi soprattutto nei subdoli suggerimenti_comandamenti del Liberismo e nel suo “Il mercato si regolamento da solo”.

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De Pascalis, la storia e il fantastico – Associazione World SF Italia


Su WorldSFItalia è apparsa una bella intervista da parte di Filippo Radogna a Luigi De Pascalis, autore di quel romanzo storico su Giuliano l’Apostata (Il mantello di porpora) che tanto mi è piaciuto. Uno stralcio.

Un ciclo dei tuoi romanzi è dedicata al magistrato della Roma antica Caio Celso. Cosa racconti e quanti romanzi gli hai dedicato?
Ho dedicato a Caio Celso tre romanzi (il primo fantastico — Rosso Velabro — e gli altri due realistici, e due racconti lunghi, anche qui uno fantastico e l’altro no. Il motivo di questa dicotomia è che, dopo aver letto Rosso Velabro, Luigi Sanvito, allora responsabile di una collana gialla e noir per Hobby&Work, mi disse che il personaggio gli piaceva ma, data la natura della collana, gli occorrevano gialli storici puri. E io ho acconsentito.

Nel 2016 con Notturno bizantino, che fu candidato allo Strega, segnalato al Premio Campiello e fu anche vincitore del Premio Acqui Storia hai ricostruito gli ultimi anni dell’Impero bizantino e la caduta di Costantinopoli.
Notturno Bizantino è il romanzo che mi ha  dato più soddisfazioni. Gli ho dedicato circa quattro anni e ha ottenuto decine di recensioni tutte positive. La mia attenzione su Costantinopoli si era formata quando scrivevo Il mantello di porpora, romanzo dedicato a Giuliano l’Apostata. Anche qui ho immaginato una trilogia che dovrebbe finire con la presa di Otranto e la morte di Maometto II, per cui ho fatto tutte le ricerche necessarie e ho scritto le prime 60 pagine. Ho l’abitudine di lavorare a 3 progetti insieme, uno da editare e in attesa di pubblicazione, uno in fase di scrittura e l’ultimo per cui lavoro a ricerca e appunti. Non amo fare per troppo tempo la stessa cosa.

Electric Sheep Comics al Festival Culturale del Fumetto 2018: intervista a Filippo Ferrucci | KippleBlog


Su KippleBlog una bella intervista, da parte di Roberto Bommarito, a Filippo Ferrucci dell’Electric Sheep Comics. Uno stralcio.

Tu sei l’ideatore de La Bio-Armatura Z. Ti andrebbe di parlarcene?

Grazie, molto volentieri, anche perché è stata davvero una faticaccia portarlo a termine! Come dicevamo è articolato in 5 storie autoconclusive e indipendenti, cioè con ambientazioni e protagonisti diversi. Per poter rendere al meglio l’atmosfera e la narrazione delle singole avventure, abbiamo deciso di affidare ognuna di esse ad un disegnatore differente. I ragazzi, inoltre, hanno dovuto cercare di modificare il proprio stile “usuale” proprio per avvicinarsi il più possibile allo spirito del capitolo che era stato loro assegnato e questo, come tu sai, non è affatto semplice. A prima vista, potrebbe quindi sembrare un’opera “schizofrenica” o la raccolta di 5 storie appartenenti a mondi narrativi disgiunti (una parla di ninja, una di corse automobilistiche, un’altra di una tribù di donne guerriere…). Invece, un leitmotiv, un’intersezione, un elemento di continuità c’è! Ed è rappresentato da un personaggio – il Dr. Warui-Haji del sottotitolo – che ricorre ora come protagonista, ora come comparsa. In definitiva la Bio-Armatura Z parla delle peregrinazioni che questi si trova ad affrontare per raggiungere i suoi scopi, secondo il paradigma per cui, anche nello stesso “tempo”, luoghi distanti presentano tecnologie, usi e costumi molto diversi. In due parole si tratta di un piccolo esperimento sia dal punto di vista grafico che da quello narrativo, dove le due prospettive dovrebbero sostenersi a vicenda per creare un qualcosa di organico e coerente, nonostante le sfaccettate fonti di ispirazione e suggestioni… Speriamo vivamente di esserci riusciti, ah ah ah! Sul sito di ESC è comunque possibile reperire qualche informazione più dettagliata sul volume.

Autobiografia di Carmilla 2/2 – Carmilla on line


La seconda puntata dell’intervista alla redazione di CarmillaOnLine. Qui la prima parte. Significativi estratti; adoro questa redazione di cui condivido il modo punk, il metodo e gli obiettivi culturali e politici, nonché il vomito verso il mercato fine a se stesso.

  • Come conciliare la necessità di farsi leggere con quella di pubblicare contenuti autentici, anche andando contro quelle che sono le logiche di mercato, contro il gusto prevalente?

Come detto, non ci poniamo a priori il tema che un articolo piaccia a una certa percentuale di lettori, se il testo ci sembra buono e adatto a una normale fruizione online (cioè non diluviale, non inutilmente “tecnico” –  anche se a volte pubblichiamo articoli con dati tecnici che ci sembrano rilevanti). Non dobbiamo piacere a tutti i costi, e cerchiamo di essere chiari nelle nostre posizioni.

  • Qual è il vostro bacino medio di utenza: chi sono i lettori, quanti sono, dove sono? Pubblicate rivolgendovi a un target, a un pubblico specifico, oppure no? Perché? Come vi ponete rispetto alla logica dei like e delle visualizzazioni, nonché della monetizzazione della visibilità mediatica?

Non ci curiamo di tutto ciò. Ci legge chi vuole leggerci. Molti o pochi, dipende dalle stagioni dell’anno o anche dai giorni della settimana. A noi interessa divulgare i nostri materiali, poi li recepirà chi nutre interesse. Siamo fuori da ogni logica mercantile. I like li usiamo come indicatore (benché poco affidabile). Siamo risoluti nemici del mercato, e non ne accettiamo le presunte leggi.

  • La critica ha senz’altro un ruolo forte, in Carmilla, ma con ampia libertà di declinazioni: le forme che citate e anche altre più creative o (se si preferisce) sperimentali. L’importante è la qualità degli scritti, non il taglio formale. Parlare dell’immaginario significa compiere un lavoro sulla realtà scardinando il mimetismo delle rappresentazione del reale, trovando nuovo significato e diverse possibilità. Ci ha fatto pensare il fatto che questa stessa parola sia presente nella vostra intestazione. Come mai l’avete scelta? Perché per voi è importante? Credete che sia categoria fondamentale attraverso la quale analizzare e capire la modernità e la contemporaneità? Perché?

L’abbiamo scelta perché ci pare che oggi una grande partita da giocare sia proprio sull’immaginario. Anzitutto in riferimento al peso di strutture dell’immaginario sul dibattito pubblico; e prima ancora su ciò che non è “dibattito” e resta invece inavvertibilmente, pericolosamente presupposto sotto ogni soglia critica, impattando sulla vita collettiva e le esistenze personali. Basta dare un’occhiata alle pagine web dei siti istituzionali per renderci conto di quanto immaginario (in senso retorico, simbolico, mitico) venga mobilitato da quel linguaggio a rendere la realtà quella che conosciamo. Pensiamo a quanto immaginario sedimenti in una formula come “la Buona Scuola”, a fingere una sintesi di quanto di buono la scuola italiana ha offerto nel tempo – e certamente ne ha offerto – con istanze presentate come “nuove”. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario a suon di parole-chiave, magari nella forma artificiosamente giovanilistica dei giochini con gli hashtag.

Ma pensiamo anche a quanto l’immaginario collettivo sia toccato tutti i giorni in modo solo apparentemente neutro da istanze artistiche: la letteratura come altri linguaggi, spesso popolarissimi (il genere) compresi ovviamente quelli di cinema e televisione. E compreso l’ambito – che su Carmilla ha uno spazio importante, come del resto già nella rivista cartacea che ne ha costituito l’immediato precedente – del cosiddetto fantastico, nelle sue varie forme. Dove fantastico, facciamo attenzione, non è tanto un contenuto quanto un modo di narrare: cioè una forma più o meno libera, più o meno cosciente, di gioco coi pesi specifici dell’immaginario. Anche se poi spesso il contenuto guarda a una realtà concretissima – nel bene e nel male, di implicazioni critiche o invece di manipolazione – a livello individuale, sociale o anche politico. Il fantastico è un linguaggio-laboratorio che ci permette di esplorare la realtà nelle sue possibilità più estreme. Come ha detto qualcuno, il fantastico è come un paio di occhiali che ci agevola una certa messa a fuoco sulla realtà, uno dei modi possibili di collocarla alla giusta distanza per cogliere alcune cose.

Carmilla è appunto uno spazio di riflessione, di provocazione a rileggere anche sottotesto questo orizzonte di suggestioni. Attenzione, non per contribuire a lottizzarlo, come in tema di fantastico ha fatto in Italia per decenni una certa cultura neofascista a tutt’oggi ben radicata, a suon di strumentalizzazioni evoliane di autori come Lovecraft o Tolkien. Non si tratta di lottizzare, di aggregare capziosamente consenso, ma di fare resistenza culturale, proprio nel rispetto della complessità, a una certa colonizzazione dell’immaginario; di leggere con rigore, di evidenziare le contraddizioni e le ambiguità, le potenzialità e le provocazioni in gioco in chiave di macchine per pensare e di una sana controinformazione. E tutto ciò senza temere di ammettere che certe letture, certe visioni ci piacciono: da cui anche lo spazio all’ironia, a una percezione “complice” – in modo avvertito e critico ma divertito e magari appassionato – di tutta una produzione fantastica anche popolarissima. E di tutto ciò le Schegge taglienti della nostra Alessandra Daniele, che grondano grande fantascienza letteraria e cultura “popolare” in un confronto lucidissimo con le maschere della politica, rappresentano una sintesi esemplare ed esplosiva.

Senza poi tener conto del fatto molto più grande e innovativo del rendersi conto che l’immaginario non occupa soltanto uno spazio ristretto dell’attività di pensiero umana e delle azioni  che ne conseguono, ma in realtà costituisce e riassume in sé tutte le formulazioni del pensiero e dell’attività intellettuale.  Quindi, rovesciando un assunto novecentesco, non si può più affermare, ad esempio, che l’immaginario è politico (che dipende soltanto dalle scelte che fa il singolo pensatore/autore oppure dal trend politico circostante), ma piuttosto che il politico è uno degli elementi, dei territori dell’immaginario. Così come lo sono  la letteratura, l’arte, l’economia e la scienza stessa nelle sue congetture e formulazioni precedenti alla conferma sperimentale.

Possibilità, potenza e potere, secondo Bifo | L’indiscreto


Su L’indiscreto una bella intervista a Bifo, da parte di Francesco D’Isa. Un estratto:

La “tempesta di merda” con cui si apre il libro non è una novità; già in passato le tecnologie dell’informazione hanno innescato degli eventi per via della semplice interazione con la psicologia individuale e di gruppo. Per fare un esempio, la caccia alle streghe è stata probabilmente un effetto collaterale della diffusione della stampa e delle incisioni popolari. In ambito economico, l’importanza delle informazioni negli scambi commerciali è ben documentata già dal 1300 e a cambiare, più della struttura del sistema, è la velocità con cui si attua. In questo caso credi che una differenza quantitativa porti inevitabilmente a una differenza qualitativa?

Non sono d’accordo con l’inizio della domanda. Insisto che la tempesta di merda è una novità. È vero come tu dici che le innovazioni tecnologiche della comunicazione hanno sempre prodotto dei mutamenti nelle modalità del pensiero, e particolarmente dell’opinione pubblica. Il caso delle tecnologie di stampa lo dimostra: la diffusione del testo scritto rese possibile una diffusione della critica come facoltà cognitiva di massa. Ma in quel caso si verifica il contrario di una tempesta: dalla diffusione della scrittura a stampa, dalla riproduzione tipografica della parola discese nei secoli moderni un ordinamento logico del pensiero collettivo.

È anche vero che questo ha reso possibile la formazione di flussi irrazionali nel pensiero, come mostra il rapporto tra immagini demoniache popolarizzate e caccia alle streghe. Ma l’effetto complessivo della scrittura e della diffusione a stampa della scrittura è quello di un ordinamento del mondo, di una uniformazione delle attese. Il contrario accade per effetto della moltiplicazione elettronica dell’informazione. E penso senz’altro che una trasformazione quantitativa della velocità, dell’intensità e della pervasività della produzione semiotica produce effetti di sovraccarico mentale che ridefiniscono le modalità cognitive di ricezione. Il sovraccarico blocca la critica, oltre un certo livello di intensità. È questa la tempesta di merda.

La tempesta di merda è il passaggio verso un’altra velocità della mente umana? Può darsi, ma per il momento è una condizione di azzeramento della capacità di ordinamento della mente collettiva.

Peter Murphy – Intervista col vampiro. Peter Murphy e la “Ruby Celebration” dei Bauhaus | Intervista | SENTIREASCOLTARE


Intervista folgorante a Peter Murphy, in vista dei concerti per il 40ennale dei Bauhaus, giro che toccherà l’Italia con un paio di date, Milano e Ciampino, vicino Roma. Eccone stralcio della chiacchierata:

Certi brividi non si dimenticano. La batteria bacchetta un ritmo strascicato stranissimo, sembra un crepitio di denti che battono per la paura… La chitarra produce cigolii e scricchiolii dissonanti, fischi di feedback e quegli arpeggini appuntiti: un carillon del dolore, per usare il nome di una delle tante band figlie del filone dark che è anche una bella immagine… Entra il basso con quelle tre-note-tre. E ti inchioda. Tre suoni, lenti e lunghi come i rintocchi di una campana a morto – pardon, a non-morto (ah ah ah). Le note le hanno probabilmente fregate a quel tamarro in tutina con il petto villoso esposto di Gary Glitter (avete presente rock and rooollll, rock and roll… pt. 2, sì, lui), ed è tutto dire. Spostate di strumento e suonate così cupe hanno la stessa perentorietà orrorifica che aveva già un altro ostinato esiziale di tre-note-tre-non-una-di-più. Gruppo: Black Sabbath. Canzone: Black Sabbath. Album: Black Sabbath. Anno: Black… ah no, 1970. E comunque quei chop quasi reggae girati al contrario e i nastri rallentati con effetto dubboso non c’entrano nulla con il glitter rock. E nemmeno con il metallo. Intanto è entrata la voce, i pipistrelli si sono librati in volo dalla torre del campanile, la bara è foderata di velluto rosso. Dentro c’è lui. Tachicardia. Un paio di misure con un ritmo puntato più ostinato e veloce, rintocchi di un metronomo uscito da chissà dove (è il pendolo d’ebano della Mascherata della morte rossa di Edgar Allan Poe che batte i secondi, ecco da dove è uscito). Il refrain, signori. «Bela Lugosi’s Dead». E poi «Undead. Undead. Undead.» Non morto, non morto, non morto. I film dell’orrore mi hanno sempre fatto impressione. Anche quelli senza immagini. Forse persino di più, quelli senza immagini. Sarà per questo che per togliermi quei paesaggi sonici dal cervello dovrebbero aprirlo con un trapano ed estrarli trovando esattamente in quale neurone si sono incastrati: be’, forse con i pochi che sono rimasti, ormai, basta fare testa o croce. Bela Lugosi’s Dead, il primo brano dei Bauhaus, quello che ha aperto i lucchetti delle catacombe e liberato migliaia di pipistrelli e creature goth-iche, compie quarant’anni. E quale modo migliore di festeggiarli che parlare con quella voce. Ciao, Peter, come stai? «Veeery weeell». Oddio, profonda è profonda, sepolcrale direi. E arriva con un’eco lontana. Dell’oltretomba? No, semplicemente della Turchia, che non è il regno dell’aldilà, ma è sempre più vicina di noi alla Transilvania. «Da dove mi chiami? Da Milano? Oh, beautiful!». Dal modo in cui trascina un po’ le parole, non capisco tanto se Peter stia facendo i conti con un risveglio difficile in quel di Istanbul o se davvero sto parlando con il vampiro. Come non gli vuoi chiedere della celebrazione dei quarant’anni dei Bauhaus che ha messo in piedi insieme a David J? «Ho chiesto a David di unirsi a me perché ci tenevo a festeggiare le nozze di rubino dei Bauhaus con un membro originale della band». Niente Kevin Haskins e niente Daniel Ash, con cui evidentemente c’è ancora qualche screzio: Peter Murphy parla di «problema storico», avrebbe anche cercato di coinvolgerli ma non se n’è fatto niente.

Diciamolo in italiano: l’intervista esclusiva | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine una bella intervista di Lucius Etruscus ad Antonio Zoppetti, curatore del blog Diciamolo in italiano e fautore di iniziative inerenti la lingua italiana.

Sia il tuo blog che il tuo libro più recente si intitolano “Diciamolo in italiano”: quando hai sentito il bisogno di denunciare la rinuncia degli italiani a “dirlo in italiano”?

Qualche anno fa volevo scrivere un libro sull’italiano del Nuovo millennio, e ho cominciato a studiare e raccogliere materiale per capire cosa stava cambiando. Inevitabilmente, ho dovuto affrontare il problema degli anglicismi, ma all’epoca ero convinto della validità delle argomentazioni di Tullio De Mauro e dei principali linguisti. Credevo che la lingua italiana non fosse in pericolo, che gli anglicismi fossero soggetti a forte obsolescenza e passassero di moda rapidamente, che fossero perlopiù tecnicismi non in gradi di intaccare la lingua comune. Invece, approfondendo la questione mi sono accorto che molti dei dati citati risalivano agli anni Ottanta, che tra i “tecnicismi” c’erano parole che conoscevano anche i bambini, come mouse, password, scanner, laser… che non esistevano dati sugli anglicismi usciti dalla lingua e regrediti. Insomma, le cose non tornavano e avevo bisogno di compiere nuove ricerche.

La mia fortuna è stata che nel 1992 avevo curato il riversamento in CD-Rom del primo completo dizionario digitale messo in commercio in Italia, il Devoto Oli. Quel lavoro fu il prototipo dei dizionari digitali che circolano ancora oggi, avevamo inserito la possibilità di ascoltare in audio la pronuncia di 20.000 parole e soprattutto avevo “smontato” il dizionario per ricostruirlo in oltre un centinaio di indici: i linguaggi settoriali e gli ambiti, gli indici grammaticali, etimologici… Tra questi c’erano anche i forestierismi, divisi lingua per lingua, tra cui 1.600 parole inglesi. Questo primo lavoro pionieristico non ebbe all’epoca una grande circolazione e oggi non lo conosce quasi nessuno, eppure si è rivelato fondamentale per me, perché era il primo dizionario digitale che permetteva l’estrazione dei dati per parole chiave. Prima di allora non era possibile conteggiare gli anglicismi ed estrapolarli dai dizionari, se non leggendo tutto il volume.

Recuperate tute queste informazioni, non restava che confrontarle con quelle di oggi. E allora, con grande stupore, facendo un confronto “all’americana” tra il Devoto Oli 1990 e quello del 2017, mi sono accorto che gli anglicismi erano passati da 1.600 a 3.500. Confrontando gli elenchi è stato facile rendersi conto non solo dell’aumento, ma anche del fatto che le nuove entrate erano sempre meno tecnicismi. Poi, visto che non esistevano statistiche, mi son messo a contare gli anglicismi usciti dal dizionario del 1990, e ho scoperto che erano meno di 70, di fronte a un’entrata di quasi 2.000 nuovi. Contando e facendo ricerca mi sono accorto che l’anglicizzazione dell’italiano in trent’anni non solo era innegabile, ma era anche enorme.

Dunque, abbandonato il progetto iniziale, ho lavorato solo sugli anglicismi, e ne è uscito il libro che hai citato che contiene dati e ricerche prima assolutamente inedite. Subito dopo ho aperto un sito personale per divulgare e approfondire le mie tesi.

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