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Archivio per Interviste

6 1 MITO – Diana


Inseguendo la dea tra le strade dell’EUR con la realtà aumentata. Un progetto di QAcademy e Komplex LiveCinema Group.
Ecco il video della tavola rotonda cui ho partecipato ieri con Mariano Equizzi, Simone Arcagni e Francesca Sereno. Interessanti e splendidi argomenti, condivisibili, per delineare un nuovo futuro che guardi alla Storia e ai miti per trarne Cultura da diffondere.

Sumerland: Press: McCoy on Austin Osman Spare from “AOS: A Celebration”


Dal web spunta una vecchia intervista di Andrew Collins a Carl McCoy dei FieldsNephilim, in cui racconta della genesi occulta dei suoi lavori, in particolare di Elizium, in cui le idee dell’occultista Austin Osman Spare hanno guidato la realizzazione dei capolavori oscuri e ipnotici della band. Un significativo estratto (in inglese):

For me, the love affair with Fields of the Nephilim goes back to one night in 1988. I recall watching Top of the Pops and seeing the promo video for Moonchild, which had just entered the Top 30. The snarling jaws of hell-hounds, combined with shimmering scenes in black and white showing shrouded spirits, ritual paraphernalia and occult invocation, left me transfixed. I didn’t know who these people were, but felt I needed to listen to their records, find out what made them tick. I became acquainted with the Nephilim’s front man and composer Carl McCoy, unquestionably the driving force behind this fascinating musical phenomenon. Carl subsequently read and was impressed by my book The Black Alchemist, released that same year, and since then we have remained friends.

How did this affinity begin?

“I found Spare by chance — It was mainly through references to William Blake, John Dee, the chaos current and, of course, art.”

Was it the art that captivated you, or the man himself?

“Somehow, the symbolism struck. We were of a like mind. His writings and interpretation of evocation were something I understood totally, and there are not many people that I have found who really shine. Spare used a language that is very old — partly words of phonetic emotions, but more than anything it was his symbolism, which balanced it out to fill in the gaps of what he attempted to explain.
“Spare needed the sigils and the art to come together as a magical language. His style was able to help me in what I did as far as understanding and interpreting the whole current, and the spiritual instinct that surrounds us. He tried to explain that which is not dimensional, and he did it perfectly.”

Are you saying that it was through loneliness that Spare achieved his goals?

“No, he was a person that lived a solitary lifestyle. He wasn’t lonely because of the whole spiritual entity that surrounded him. He never felt lonely, he didn’t need help.”

Leggi il seguito di questo post »

Un’intervista a Valerio Evangelisti sul ciclo di Eymerich – Eymerich.com


Su Eymerich.com la segnalazione di una lunga intervista, disponibile su FB, di Fabio Ponzana a Valerio Evangelisti, in concomitanza con l’uscita dei tomi dedicati all’inquisitore della famosa saga (saggio monumentale a cura di Alberto Sebastiani).

Simultanea “Adrenaline Pulses in the Cables of Reality”: A Brief Introduction to Italy’s Connettivisti Collective


Questo saggio consiste in una breve presentazione del collettivo fantascientifico italiano dei Connettivisti. Nato nei primi anni Duemila dall’incontro tra scrittori e artisti di interessi e background disparati, il gruppo dei Connettivisti rappresenta un’avanguardia internazionale. Al centro del pensiero connettivista si pone l’elaborazione artistica e speculativa intorno a una tematica articolata: scienza, tecnologia, futuro, finzione, filosofia, arte, politica sono esaminate secondo una prospettiva di comunanza, attraverso la riflessione e il riconoscimento di una rete di segnali e richiami tra realtà, percezione, produzione artistica e scientifica (e molto altro). Il senso di connessione di tutte le cose reali e irreali, immaginabili e inimmaginabili che domina la visione connettivista si rifà ad apporti creativi provenienti da una tradizione eterogenea, nonché a concezioni esoteriche del passato e del presente.

Così scrive Arielle Saiber su ItalianPopCulture, sintetizzando un saggio in lingua inglese che è possibile scaricare qui e che è frutto di una ricerca che dura da quasi un decennio. Arielle, infatti, forte della sua cattedra di Letteratura italiana a Yale, ci contattò in tempi non sospetti, quando il connettivismo era poco più che una curiosità nel mondo SF italiano. Parlò con noi, più e più volte, in molte occasioni comprese le convention fantascientifiche in cui ci trovava presenti nella quasi totalità.
Il lavoro è continuato anche negli ultimi mesi – e continua tuttora – con una fitta presenza in Rete, dove le sue domande hanno trovato una risposta corale e appassionata da tutti noi. Ed ecco quindi l’importanza della segnalazione, poiché all’interno del suo documento si trova il substrato culturale in cui il Movimento è prima cresciuto, poi espanso aumentando le sue capacità e conoscenze cognitive, artistiche, performative, ancora in divenire. Insomma, è l’autrice di un lavoro notevole di cui ci sentiamo protagonisti, e anche grati ad Arielle per la sua sensibilità e capacità di analisi, oltre che per la sua empatia.
Penso di ringraziarla anche a nome di tutto il collettivo, in attesa di rivederci presto live.

Franci Conforti e il Premio Odissea 2020 – Associazione World SF Italia


Sul sito della WorldSF Italia è stata pubblicata una bella intervista di Filippo Radogna a Franci Conforti, fresca covincitrice con il suo romanzo Eden del Premio Odissea 2020. Uno stralcio della chiacchierata.

L’approccio di Franci Conforti con la scrittura e con la lettura è a tutto tondo: fantastico, scientifico e politico – sociale, dei diritti e della tutela della persona e dell’ambiente (è molto sensibile al movimento ecologista che rimane uno dei suoi cavalli di battaglia). Biologa, autrice di romanzi e racconti di fantascienza molto apprezzati, giornalista professionista, è docente all’Accademia di Belle arti di Milano, città dove vive da molti anni dopo essersi trasferita dal Cairo, la capitale dell’Egitto, dove è nata. Legge di tutto e adora i manuali e i saggi scientifici, colleziona libri e conchiglie, ama la conversazione e le uscite notturne, i giochi di ruolo e gli animali (ha passato la vita tra gli husky), sogna di viaggiare anche se è sempre in giro per lavoro, è sposata, ha un figlio, ascolta musica di vario genere, ha praticato vari sport dal nuoto, alla vela, allo sci sino all’equitazione e oggi quando ha tempo trae giovamento da lunghe e riflessive camminate (rigorosamente con la mascherina).

Per prima cosa mi sembra giusto farti i complimenti per la nuova vittoria al Premio Odissea 2020 -ex aequo con Nino Martino- con il romanzo, in pubblicazione da Delos, “Eden”. Avevi già vinto nel 2016, te lo aspettavi?
La verità? Sono profondamente pessimista, è una difesa dalle disillusioni. Quindi no, non me lo aspettavo; mi vietavo di sperarlo e anche di pensarlo. È stata una grande gioia. Grazie a Delos e a chi ha letto i nostri lavori.

La scorsa volta trionfasti con “Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde” (Delos Digital) un testo urban fantasy con spettri e storie di misteri, un omaggio a Dino Buzzati. Come mai proprio all’autore de “Il deserto dei Tartari”, cosa ti accomuna a lui?
È uno degli scrittori che porto sempre con me. Anzi, è l’unico che Spettri vive con me. Anni fa scoprii che la casa in cui abito è stata sua. Qui ha scritto proprio “Il deserto dei Tartari” che hai appena citato e il suo fantasma infesta la mia cucina. Una presenza critica, sia chiaro. Mi guarda perplesso, abbassando gli angoli della bocca. Ha da ridire sulla qualità del mio lavoro, non sul genere. La fantascienza gli piace. Per il resto credo avrebbe preferito una convivente diversa. Che so, una donna di mondo o una cultista di Osiride. Avere me la considera un po’ una sfiga. Però, qualche giorno fa è stato il suo compleanno (il 16 ottobre) e come sempre abbiamo festeggiato. Luci soffuse, candele, un buon bicchiere. Sono le serate in cui si fa pace.

KSENJA LAGINJA… IL DARK TRA ARTE E POESIA « La zona morta


Su LaZonaMorta è uscita una bella intervista a Ksenja Laginja, articolata sui molti temi che la sua arte tocca: poesia, grafica, musica, e altro ancora. Un estratto della chiacchierata:

DAL PUNTO DI VISTA LETTERARIO TI OCCUPI IN PRIMO LUOGO DI POESIA, CAMPO NEL QUALE LAVORI DA ANNI, INFATTI LA PRIMA SILLOGE RISALE AL 2005…

Mi interesso di molte cose perché non sono in grado di generare compartimenti stagni, ogni cosa influenza l’altra. “Smokers die younger” (Annexia Edizioni, 2005), sì, è il primo lavoro in poesia anche se è una cosa giovanile: non si tratta solo di poesia, quanto di un esperimento cut-up tra testo e immagini. “Praticare la notte” (Ladolfi Editore, 2015) è il mio primo lavoro maturo, a dieci anni dal primo, se così possiamo definirlo. Ha raccolto tutto quello che ho letto, vissuto, praticato fino ad allora.

QUAL È IL TUO RAPPORTO CON LE PAROLE?

Credo che si tratti di un rapporto bellissimo e allo stesso tempo conflittuale, come nei migliori incontri. Ho necessità della parola, di leggerla soprattutto e di ascoltarla. Ci sono dei momenti in cui avverto la necessità di concentrare tutte le forze, acquisirne il possibile in uno studio matto e disperatissimo e poi di rilasciare tutto. Lì può nascere qualcosa.

TI CAPITA SPESSO DI PARTECIPARE E ANCHE ORGANIZZARE READING POETICI E A INCONTRI ARTISTICI COLLETTIVI. INFATTI DA QUALCHE ANNO TI OCCUPI DELLA RASSEGNA DI POESIA E MUSICA ELETTRONICA “POÈME ÉLECTRONIQUE”. CE LA VUOI ILLUSTRARE? COSA TI DÀ DAL PUNTO DI VISTA INTELLETTUALE L’INTERAZIONE ARTISTICA CON ALTRI AUTORI?

Fin dagli esordi, in poesia nel 1997 quando partecipai al mio primo concorso organizzato per le scuole superiori, dove presi un bel secondo posto. Questo mi portò a volermi confrontare anche sul palco. Il primo reading fu proprio a Genova il 6 giugno del 2005: da allora non ho mai smesso. Anche per le arti figurative ho iniziato molto presto, sempre intorno ai sedici anni con le prime esposizioni collettive, però di natura scolastica con il Liceo Artistico; a partire dal 2009 sono arrivata a una sorta di prima maturità stilistica che ovviamente è ancora in evoluzione. Non ci si ferma mai, questo è il lato bello della medaglia, la parte meno bella è rappresentata dal fatto di vivere una continua tensione, la sensazione di non essere mai abbastanza soddisfatta. Vorrei sempre superare il limite. Sono estrema in tutto quello che faccio, non ho mezze misure. In “Poème électronique”, che co-organizzo insieme a Stefano Bertoli, la poesia incontra la musica elettronica, e lo fa sempre in modo imprevedibile in una sorta di improvvisazione. Autori e musicisti non si conoscono mai e le combo vengono individuate sulla base dei testi e delle composizioni. Sono uniti per l’affinità elettiva che percepiamo. È l’incontro il culmine di tutto. Questo occuparmi della rassegna mi arricchisce, a vari livelli.

Nick Mason: “A volte penso a quanto ci siamo arricchiti con i Pink Floyd e lo trovo imbarazzante” | OndaMusicale


Su OndaMusicale lo stralcio di una recente intervista a Nick Mason, batterista dei Floyd, che rievoca gli inizi, i guadagni monetari, alcune imbarazzanti ammissioni.

Nel corso dell’intervista, Mason ha anche ammesso che i Pink Floyd negli anni ’60 hanno “seguito la corrente” del rock psichedelico, nel tentativo di sfruttare la crescente popolarità di quel genere per raggiungere il successo. “Ancora non riesco a capire come siamo riusciti ad arrivare a quel punto di sperimentazione estrema – ha detto il batterista inglese – ci consideravamo una band rhythm and blues che suonava delle hit. Era abbastanza divertente.”

“Annaspavamo – ha proseguito – volevamo essere un gruppo pop. Volevamo conoscere ragazze, darci alla pazza gioia e diventare famosi. Io credo che abbiamo seguito la corrente. Tutti quei talent scout delle case discografiche stavano cercando la prossima grande novità. A quanto pare le alternative erano la musica psichedelica o il reggae. Avreste dovuto sentirci suonare reggae. Era davvero orribile.”

Poème électronique | intervista a Ksenja Laginja e Stefano Bertoli – Poesia del Nostro Tempo


Su PoesiaDelNostroTempo è uscita una bella intervista a cura di Sonia Caporossi a Ksenja Laginja e Stefano Bertoli, curatori del progetto Poème électronique che, in questi giorni, ha dato vita a un CD riepilogativo dei cinque anni di manifestazione appena trascorsa, uscito per KippleOfficinaLibraria. Un estratto della chiacchierata:

Ksenja presentando il disco ha scritto: “Questa è la storia di un sogno condiviso insieme a Stefano Bertoli, senza il quale tutto questo non sarebbe mai nato.” Com’è sorta l’idea del progetto di una rassegna del genere?

KL: Sì, Stefano è stato, ed è, il partner ideale di questo progetto con tutte le necessarie competenze tecnico/musicali e una sensibilità fuori dal comune. Condividere un sogno è cosa bellissima e rara. Non occorre che gli dica nulla, lui sa già dove voglio arrivare, quanto mi voglia spingere nella qualità delle selezioni autoriali e nella sperimentazione. Nacque tutto al Kowalski, nostro luogo d’elezione, “per caso” ancor prima della scelta di un qualsiasi nome: la nostra unica certezza era che ci sarebbe piaciuto fare qualcosa insieme. Fu indimenticabile la mostra al Kowalski “Breviario del sangue”, proprio lì ci venne l’illuminazione: “Se la facessimo qui?”. Il passo successivo fu quello di parlarne a Emanuela Risso del Kowalski, che accolse l’idea con grande entusiasmo.

Ksenja, tu sei una poetessa “che pratica la notte” come diresti tu, nonché un’artista visiva che esplora le dimensioni più oscure e riposte dell’inconscio e del bizzarro utilizzando uno scandaglio psichedelico e metafisico per leggere la realtà. Quanto di tuo hai messo all’interno di questo progetto?

KL: Ho messo tutto qui dentro, anche se apparentemente in modo meno visibile. Nella rassegna mi occupo del dietro le quinte: degli autori, del calendario in condivisione con Stefano, delle grafiche e della promozione pubblicitaria/social, infine presento le serate. Occuparmi di Poème électronique mi permette di avere altri occhi sul contemporaneo, di scendere da un palco per dare voce e spazio agli altri.

Stefano, tu sei un esperto di musica elettronica e sperimentale ma non solo, ti esibisci anche in raga, droni e azioni rumoristiche varie prodotte da strumenti acustici, specialmente a corda e a percussione, di origine etnica, religiosa / cultuale o di tua diretta invenzione. Da quanto tempo ti occupi dell’esplorazione dell’universo sonoro e quale è la tua filosofia in proposito?

SB: suono da circa quarant’anni, prima l’amore per le percussioni, poi l’elettronica, poi, finalmente, entrambi insieme. La mia unica filosofia è la Ricerca, sono un Esploratore senza requie.

leggendo la tracklist si nota una grande varietà di interventi e di voci poetiche: ognuno si è predisposto a incontrare l’elettronica fondendo l’istanza avanguardistica con quella più immediatamente estetico-comunicativa permeandone la propria poetica e il proprio stile in una superiore sintesi. L’equilibrio, per dirla così, sembra abbastanza delicato. Che cosa ne è venuto fuori?

SB: L’unica regola imposta fu, fin dall’inizio, che poeta e musicista non si conoscessero, neanche indirettamente: “Salite sul palco e dite quello che avete da dire” e i risultati sono sempre stati una meravigliosa alchimia. La casualità è stata sempre quella di una rissa da strada, perché “alla scuola della Poesia”, così come a quella dell’Avanguardia, “ci si batte”.

Fantascienza: Intervista al noto scrittore Sandro Battisti nell’era del virus | Neofuturismo


Roberto Guerra mi ha posto delle domande, poche, nervose, a vasto spettro. Le trovate, con le mie risposte, su Futurismo2000.

D- Sandro,  postvirus la fantascienza come secondo te dovrà evolversi?
R- Una continua ricerca verso l’inumano, i limiti dell’antropocentrismo sono noti da tempo immemore e la sfida più grande ora è comprendere che in questo mondo circoscritto alle nostre dimensioni non esiste libertà, né capacità di andare davvero oltre la cognizione umana. Abbiamo vita su Venere? La abbiamo su Marte? Benissimo, ma cosa succede nelle vibrazioni energetiche dello spazio siderale? Siamo ospiti appena graditi, se usciamo dalla nostra tana moriamo come topi in trappola…

GUY PRATT: NUOVA INTERVISTA PER “ROLLING STONE” | PinkFloydItalia


Su PinkFloydItalia è segnalata una lunga intervista a Guy Pratt, bassista di quelli che erano i nuovi Floyd e compagno di tour di David Gilmour e attualmente in pianta stabile nei SaucerfulOfSecrets di Nick Mason; è un po’ come dire che frequenta assiduamente e attivamente i Floyd da più di trent’anni…

Parliamo dei Saucerful of Secrets, allora. Nick ti ha stupito quando ha detto che voleva fare dei concerti?
L’idea è stata di Lee Harris, che è un vecchio amico. Vive in Francia ed è venuto a un concerto di Gilmour a Nîmes. «Perché Nick non fa un tour con il repertorio dei primi anni?». E io: «Bella idea, ma non lo farà mai». E invece l’ha trovato interessante e la cosa si è concretizzata piuttosto velocemente. Abbiamo provato due giorni in una sala orrenda e nel giro di sei settimane abbiamo fatto il primo concerto in un pub. Tempo due mesi ed eravamo in tour.

Ai tempi di Division Bell avevate i jet privati…
E invece eccoci ai DoubleTree by Hilton a fare colazione al self service. Ma Nick non è uno che si lamenta. Ama questo progetto e non ha mai suonato meglio.

Immagino sia un bandleader diverso da David.
È tutto più piccolo e Nick è un capo incredibilmente buono. Nelle giornate libere portiamo fuori a cena i tecnici. L’atmosfera è fantastica. Il mio assistente dice che il bus su cui viaggia è il più divertente di sempre.

Pensi che Dave farà un ultimo tour?
Potrebbe farlo. La domanda è: ce l’avrà un disco? Perché lui non è uno che va in giro senza un album nuovo. So che è stato molto produttivo durante il lockdown. Ha cantato quei pezzi online e scritto le musiche per il libro di Polly.

Come ti vedi fra cinque anni?
Spero di suonare coi Saucers e finire il mio secondo libro. Forse lo dovrei fare scrivere a qualcun altro. Mi devo forzare, scrivere non mi viene naturale. Insomma, voglio fare cose normali.

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