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Archivio per Interviste

Fantascienza: Intervista al noto scrittore Sandro Battisti nell’era del virus | Neofuturismo


Roberto Guerra mi ha posto delle domande, poche, nervose, a vasto spettro. Le trovate, con le mie risposte, su Futurismo2000.

D- Sandro,  postvirus la fantascienza come secondo te dovrà evolversi?
R- Una continua ricerca verso l’inumano, i limiti dell’antropocentrismo sono noti da tempo immemore e la sfida più grande ora è comprendere che in questo mondo circoscritto alle nostre dimensioni non esiste libertà, né capacità di andare davvero oltre la cognizione umana. Abbiamo vita su Venere? La abbiamo su Marte? Benissimo, ma cosa succede nelle vibrazioni energetiche dello spazio siderale? Siamo ospiti appena graditi, se usciamo dalla nostra tana moriamo come topi in trappola…

GUY PRATT: NUOVA INTERVISTA PER “ROLLING STONE” | PinkFloydItalia


Su PinkFloydItalia è segnalata una lunga intervista a Guy Pratt, bassista di quelli che erano i nuovi Floyd e compagno di tour di David Gilmour e attualmente in pianta stabile nei SaucerfulOfSecrets di Nick Mason; è un po’ come dire che frequenta assiduamente e attivamente i Floyd da più di trent’anni…

Parliamo dei Saucerful of Secrets, allora. Nick ti ha stupito quando ha detto che voleva fare dei concerti?
L’idea è stata di Lee Harris, che è un vecchio amico. Vive in Francia ed è venuto a un concerto di Gilmour a Nîmes. «Perché Nick non fa un tour con il repertorio dei primi anni?». E io: «Bella idea, ma non lo farà mai». E invece l’ha trovato interessante e la cosa si è concretizzata piuttosto velocemente. Abbiamo provato due giorni in una sala orrenda e nel giro di sei settimane abbiamo fatto il primo concerto in un pub. Tempo due mesi ed eravamo in tour.

Ai tempi di Division Bell avevate i jet privati…
E invece eccoci ai DoubleTree by Hilton a fare colazione al self service. Ma Nick non è uno che si lamenta. Ama questo progetto e non ha mai suonato meglio.

Immagino sia un bandleader diverso da David.
È tutto più piccolo e Nick è un capo incredibilmente buono. Nelle giornate libere portiamo fuori a cena i tecnici. L’atmosfera è fantastica. Il mio assistente dice che il bus su cui viaggia è il più divertente di sempre.

Pensi che Dave farà un ultimo tour?
Potrebbe farlo. La domanda è: ce l’avrà un disco? Perché lui non è uno che va in giro senza un album nuovo. So che è stato molto produttivo durante il lockdown. Ha cantato quei pezzi online e scritto le musiche per il libro di Polly.

Come ti vedi fra cinque anni?
Spero di suonare coi Saucers e finire il mio secondo libro. Forse lo dovrei fare scrivere a qualcun altro. Mi devo forzare, scrivere non mi viene naturale. Insomma, voglio fare cose normali.

Parlare della fine del mondo con William Gibson | RivistaStudio


Su RivistaStudio è disponibile una bella e profonda intervista a William Gibson, uno dei padri del cyberpunk. Come è detto all’inizio della chiacchierata, “pochi scrittori viventi possiedono la stessa aura di cui gode Gibson perché nessun altro come lui ha il potere misterioso di farti percepire la contemporaneità. Non solo perché sa raccontare la complessità del mondo contemporaneo. Ma perché riesce a catturare la contemporaneità degli eventi, il fatto che tutto sembra accadere nello stesso momento. I suoi libri ricreano in forma letteraria lo shock cognitivo in cui siamo costantemente immersi: quel disturbo post-traumatico a cui diamo il nome di presente. Cavalieri elettrici in una foresta di simboli digitali, i suoi eroi sono quelli che sanno leggere meglio il flusso di informazione, trovarci un filo e seguirlo, come rabdomanti, sciamani, «cow-boys dell’interfaccia»”.

Ecco, basterebbe questo a definire Gibson e la sua acutezza del presente camuffato da futuro; ma leggiamo cosa lui dice in alcuni passi (grazie a Giovanni De Matteo per la segnalazione di questa preziosissima intervista):

«Per quanto ne so», mi dice Gibson, «nessuna cultura ha mai immaginato la sua “fine del mondo” come un processo lento e graduale. Nei miei romanzi dura più di un secolo, almeno». Poche settimane prima della pandemia è uscito negli Stati Uniti il suo ultimo romanzo, Agency, non ancora tradotto in italiano. È il seguito di Inverso del 2014 (in italiano per Mondadori. Tutti le opere di Gibson possono essere divise in trilogie). Questi ultimi due sono ambientati in un mondo in cui è accaduto un evento noto come jackpot: una sorta di apocalisse “a rate”, dilazionata nel tempo, una fine del mondo con tante cause diverse, tante motivazioni divergenti: «un processo lento e che è interamente colpa nostra. Mi sembra questa la natura dell’apocalisse con cui dobbiamo fare i conti, che dobbiamo guardare in faccia». C’è una frase molto famosa di Gibson che fa «il futuro è già avvenuto, ma non è ancora arrivato dappertutto». Ecco, si potrebbe applicare anche alla fine del mondo: la fine del mondo è già arrivata, ma a rate. Mi sembra una definizione perfetta per quello che sta avvenendo: cambiamento climatico, guerre a bassa intensità ai confini di Russia e Cina, rivolte popolari, cyberwar, e adesso le pandemie. «Il jackpot lo chiamo così perché è l’inizio del “payoff”, la ricaduta, il risultato di tutto l’insieme di attività tecnologiche umane a partire, diciamo, dall’inizio del XIX secolo».

Quando me lo dice penso che non sia un caso che il suo romanzo del 1990, La macchina della realtà scritto insieme a Bruce Sterling e che ha dato il via allo spin-off del cyberpunk noto come steampunk, fosse ambientato proprio nell’Ottocento. «Il punto è che all’inizio non eravamo consapevoli degli effetti collaterali di queste tecnologie. Non eravamo consapevoli, per esempio, che l’avvento dell’onnipresente uso della plastica avrebbe minacciato la vita negli oceani, o che alcuni insetticidi avrebbero rischiato di provocare l’estinzione delle api, o che l’uso incontrollato e a cuor leggero degli antibiotici, dopo molti decenni, avrebbe portato all’evoluzione di ceppi resistenti ai farmaci di quelle stesse malattie per cui abbiamo usato gli antibiotici all’inizio». È questo il senso dietro a quel «non è ancora arrivato dappertutto»: è la consapevolezza a non essere distribuita in maniera omogenea nel tempo e nello spazio. «Il jackpot, che come l’immagino nei miei romanzi alla fine riduce la popolazione del pianeta dell’80 per cento, è quest’insieme di tutti i risultati inattesi delle tecnologie e della loro onnipresenza. Come quando nelle slot-machine escono tutte ciliegie: un insieme che minaccia la nostra specie anche se già non lo facesse il cambiamento climatico». Gibson fa una pausa, poi riprende: «Quel che è cambiato è che oggi non c’è più spazio per la negazione. Oggi questa catastrofe lenta, multi-causale (sebbene interamente antropogenica, causata dall’uomo), diventa innegabile e ovvia per tutti di noi. Credo che siamo a questo livello, ormai, e che trent’anni fa non lo eravamo». Come si inserisce la pandemia di Covid-19 in tutto questo? «In Inverso e Agency ci sono già dei riferimenti alle pandemie, al plurale. Quella di Covid è la prima pandemia globale del jackpot e non c’è motivo di pensare che sarà l’ultima. Al contrario. Il terzo volume della “trilogia del jackpot” affronterà anche il Covid: ma non posso ancora dire come».

Molotov & Roses – Viaggio nella Fantascienza e nel Simbolismo con Sandro Battisti


L’intervista di Fabrizio Catalano, andata in onda poche sere fa su RadioRosBrera. Ringrazio infinitamente Fabrizio per le sue osservazioni e domande argute.

Thomas Ligotti: Nato nella paura – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione di Cesare Buttaboni a Nato nella paura, saggio di Thomas Ligotti che getta luce sulla sua anima. Un estratto, che cita insieme i tre personali maggiori autori weird di sempre (non è un caso):

“Probabilmente, il fattore più importante tra quelli che mi hanno avvicinato alla scrittura in generale è l’esaurimento a cui accennavo prima. È successo nell’agosto del 1970, per colpa del consumo massiccio di droga e alcol, che in ogni caso hanno fatto solo da catalizzatori a un destino che prima o poi mi sarebbe toccato, ipersensibile e lunatico com’ero. Prima non mi interessava né leggere né scrivere, sebbene a scuola riuscissi bene in entrambe le cose; dopo, leggere e scrivere è diventato l’unico modo in cui riuscivo ad alterare il mio stato mentale senza avere paura, o perlomeno quella paura estrema, di perdere completamente il senno. La mia malattia si chiama agorafobia; in parte è ereditaria e continuo a sperimentarne i sintomi, tra i quali gli attacchi di panico e un generico senso di irrealtà.”

Questo è un estratto significativo di un’intervista che potete trovare nel recente volume di Thomas Ligotti Nato nella paura pubblicato da Il Saggiatore (editore che sta facendo conoscere Ligotti nel nostro paese mentre le edizioni Elatra rimangono ancora troppo di nicchia). Finalmente il lettore italiano ha la possibilità di farsi un’idea del vissuto sofferto di questo controverso scrittore. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Poppy Z. Brite scrisse la celebre domanda “Are You Out There, Thomas Ligotti?”. Oggi anche grazie alla serie True Detective il suo nome è stato sdoganato. Da queste pagine emerge la sua particolare concezione del weird e della vita. Lettore compulsivo, almeno fino a un certo punto della sua esistenza, della letteratura horror più oscura Ligotti resta fondamentalmente legato a Poe e Lovecraft e lontano da Stephen King (chi pensa che sia invidioso del successo di Stephen King è completamente fuori strada). Il volume è diviso in 4 parti: la prima parte Incubi incantatori copre il periodo dal 1988 al 1991, la successiva Questo carrozzone di carne si svolge nel triennio 2000-2003, Una demenza necessaria contiene interviste effettuate nell’arco temporale 2004-2011 e infine troviamo il capitolo che dà il titolo a questo libro ovvero Nato nella paura racchiuso nel biennio 2011-2013. Leggendo queste interviste si possono ricavare alcune informazioni interessanti: ne viene fuori la figura di un cultore di maestri del fantastico come Arthur Machen e Algernon Blackwood, anche se fu Shirley Jackson a farlo appassionare alla narrativa weird con il suo romanzo L’incubo di Hill House, Ligotti essendo un grande fan del film di Robert Wise.

Fabrizio catalano videointervista Sandro Battisti – stasera 7 settembre


Stasera 7 settembre, alle 20.30, su RadioRosBrera ci sarà una videointervista al sottoscritto a cura di Fabrizio Catalano; argomento: parlare di fantascienza, nostrana e non, e rapportarla al Simbolismo per valutare se è un’operazione corretta. Ovviamente si è parlato anche di molto altro; ci vediamo lì?

Fabrizio catalano videointervista Sandro Battisti


Lunedì 7 settembre, alle 20.30, su RadioRosBrera ci sarà una videointervista al sottoscritto a cura di Fabrizio Catalano; argomento: parlare di fantascienza, nostrana e non, e rapportarla al Simbolismo per valutare se è un’operazione corretta. Ovviamente si è parlato anche di molto altro; ci vediamo lì?

Syxty: tutti teatranti o… più nessuno? | LiquidSky Agency


Ricordate la neonata agenzia LiquidSky, di Gazzola & L’Assainato? Ecco, uno dei primi frutti comunicativi di questo strumento metacomunicativo e metartistico è una bella intervista ad Antonio Syxty, direttore artistico delle Manifatture Teatrali Milanesi (realtà nata dalla fusione del Teatro Litta con il teatro Leonardo e Quelli di Grock).

Una volta noi che lavoravamo in teatro eravamo quelli che s’imbarcavano in una carriera priva di certezze, mentre la gran parte di chi ci veniva a vedere di giorno contava su un solido impiego a tempo indeterminato. Oggi stanno crollando quelle certezze: in pratica state diventando un po’ tutti teatranti”.

La crisi virale che ci auguriamo d’aver quasi concluso ci ha sbattuti tutti sul palcoscenico del crollo definitivo di un’epoca?

“In un certo senso sì, non certo nel senso che si diventa tutti teatranti ma in quello che ormai tutti i lavori stanno diventando precari o almeno ‘liquidi’ come vi definite voi, come storicamente sono stati non solo quelli legati al teatro, ma anche quelli del cinema (cfr. intervista con Bocca Gelsi), della musica (cfr. la recente protesta ‘#iolavoroconlamusica’, NdR), insomma tutti i professionisti dello spettacolo. Pensate alla classica reazione di panico dei genitori all’annuncio da parte di un figlio dell’ambizione di lavorare in teatro (o come filmmaker, batterista rock etc.): l’assennata famiglia già prevedeva un futuro non solo d’incerti guadagni e nessuna carriera, ma anche di mutui negati dalle banche per l’acquisto di casa in assenza di reddito stabile. Tutti problemi che ricordo benissimo perché sono anche la storia della mia vita: fortunatamente, oggi che questa è diventata appunto una situazione generalizzata alcune banche e assicurazioni stanno proponendo soluzioni finanziarie più flessibili, adatte anche per chi ha redditi variabili nel tempo.”

Ecco, il motivo per cui mi è sembrato utile parlare del settore teatrale in un blog focalizzato sulla comunicazione aziendale era questo: non solo rilevare l’importanza economica del settore, a livello di occupazione, sviluppo di professionalità peculiari e serbatoio di competenze per i contigui settori del cinema, della tv e della pubblicità, ma proprio evidenziare questa valenza di precursore di scenari socio economici che oggi riguardano anche settori che con la cultura o l’entertainment non hanno nulla a che vedere.

“Sì, certo, ormai il mito del ‘posto sicuro’ regge solo per chi ha lauree in campi tecnico scientifici particolari e molto focalizzati, come l’ingegnere aziendale o il fisico quantistico, che poi magari in Italia non riuscirà facilmente a fare ricerca nel campo che l’ha appassionato all’università ma troverà sicuramente occupazione nell’impiego di strumenti statistici per una banca o una finanziaria.”

Questa crisi epidemica – come abbiamo già scritto – ha incrementato la fruizione di contenuti di entertainment televisivo e digitale, ma ha pesantemente colpito lo spettacolo dal vivo: tournée di gruppi pop, musical e, ovviamente, teatro…

“Il lockdown ha solo rimarcato in maniera ancor più forte il fatto che stiamo vivendo una fase di passaggio epocale: c’è un mondo prima della rete e un mondo dopo la rete. Più ancora dell’innovazione portata dalla televisione, internet sta avendo per la civiltà umana una valenza paragonabile alla scoperta del fuoco. Nulla sarà più come prima, e non solo nel teatro: oggi il ciclo di attenzione dell’individuo è più breve, ma anche quello della celebrità sembra la realizzazione della profezia di Andy Warhol sul mitico ‘quarto d’ora di celebrità’, che infatti più o meno spetta a ognuno di noi quando si racconta sui social network.”

Anch’io ho letto di una ricerca recente che prefigurava un inesorabile accorciamento del ciclo di vita della pop star: in pratica, se oggi Bob Dylan è ancora una star per il duraturo sedimento della sua opera musicale iniziata negli anni ’60, non possiamo aspettarci che ad es. un Ed Sheeran nel 2050 possa avere un peso analogo…

“Assolutamente: oggi diventi improvvisamente un fenomeno virale, fra cinque anni sei già sparito. E questi tempi di attenzione e di fruizione più veloci si riproducono anche in campo cinematografico, dove hanno contribuito al successo delle serie televisive presso il pubblico giovane: lunghe trame verticali, ma che si sviluppano su episodi di circa 45 minuti, finito uno dei quali puoi anche staccare e dedicarti ad altro. Questo, tradotto nel nostro campo, significa ad esempio che concepire uno spettacolo teatrale che duri tre ore è praticamente un suicidio: il pubblico non ti segue. Oggi un’ora è l’arco temporale su cui puoi credibilmente lavorare.”

Gli anni di NeXT


Qualche anno e numero dopo la fondazione di NeXT – bollettino in senso lato del Connettivismo, nato da un’idea di Giovanni De Matteo e che realizzammo nel 2005 assieme a lui e a Marco Milani – ho preso le redini della rivista che ho guidato, quindi, dal numero 9 (2007) fino all’ultimo – almeno finora – 18 (2013). Una corsa lunga alcuni frenetici anni in cui ho amato coordinare i tanti collaboratori che di volta in volta si affacciavano sull’orizzonte di NeXT; assai spesso, la massa critica dei loro scritti determinava il titolo e il senso di ogni iterazione. Una storia lunga quasi 20 numeri, cui ripenso di tanto in tanto, che ha segnato il mio modo di essere presente nel mondo editoriale e di cui ricordo in particolar modo il numero 0, un’avventura in ogni senso, la scoperta di un mondo che non sembrava possibile raggiungere.

NeXT è una rivista italiana di fantascienza e letteratura fantastica in generale, nata nel 2005 come bollettino ufficiale del movimento letterario del Connettivismo. I racconti pubblicati spaziano nell’intero spettro tematico della narrativa fantastica, mentre gli articoli tendono a privilegiare riflessioni critiche sullo stato della fantascienza e sul futuro, con rubriche dedicate alla scienza e alla tecnologia.

Fondata nel marzo 2005 da Marco “Pykmil” Milani, Giovanni “X” De Matteo e da me, la rivista che ora dirigo è stata capitanata prima da De Matteo, e si è attestata subito come uno dei più attivi laboratori di idee in seno alla fantascienza italiana; attraverso i suoi scrittori ha allacciato una intensa rete di collaborazioni incrociate con le più vitali realtà online del settore, come Continuum e Fantascienza.com. La pubblicazione si avvale di artisti grafici che cambiano di volta in volta e si distingue da altre riviste anche per la scelta di pubblicare tutti i contributi narrativi e saggistici usando lo pseudonimo dei rispettivi autori. La scelta, già espressa a suo tempo nel Manifesto del Connettivismo (dicembre 2004), è inquadrabile in un’esigenza di rottura con ogni logica commerciale o tendenza di mercato.

Il tutto si sposa allo spirito schiettamente anarchico che presiede alla nascita stessa del movimento, che si distingue come un tentativo anacronistico di avanguardia all’interno di un genere come la fantascienza, votato per natura alla sperimentazione e alla prefigurazione di scenari futuri. Nel 2009 la rivista ha visto nascere anche una versione estera, mentre nel 2011 ha vinto il Premio Italia nel settore “rivista non professionale“. Nello stesso anno è uscita anche una raccolta dei primi 15 numeri col nome di SuperNeXT. Nel 2014 Giovanni “X” De Matteo vince nella categoria Articolo su pubblicazione non professionale con il suo La mappa del futuro, apparso proprio su NeXT.

Dal sito della casa editrice Kipple è possibile scaricare la rivista in formato PDF cliccando su www.kipple.it/?s=NeXT. I files sono senza DRM e hanno il prezzo fissato a 1 € cadauno.

Intervista ad Alessandro Fambrini | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine c’è una bella intervista ad Alessandro Fambrini, traduttore e curatore dei testi usciti per Hypnos di autori weird tedeschi di circa un secolo fa. Uno stralcio della chiacchierata:

Ciao Alessandro, prima di tutto grazie mille per la tua disponibilità.
Partiamo innanzitutto ricordando che Lemuria è la terza opera che appartiene a un trittico che le Edizioni Hypnos hanno deciso di dedicare al fantastico tedesco; trittico che comprende anche l’antologia collettiva Der Orchideengarten e il romanzo Alraune di H.H. Ewers, tutti tradotti e curati da te, con la collaborazione di Walter Catalano che ha scritto per ciascun volume degli interessantissimi saggi.
Premesso che molti di questi autori non godono – e non godettero – della popolarità dei loro colleghi anglosassoni, trovo però che il loro approccio al fantastico sia piacevolmente atipico e, per certi versi, anche più audace.
Cosa ne pensi a riguardo?

AF: Diciamo subito, intanto, che il “trittico” di cui parli si inserisce in un progetto di più vasta portata, teso a una riscoperta del fantastico di lingua tedesca di inizio Novecento. Speriamo di avere le forze e l’opportunità di continuarlo e di allargare il panorama fino a comprendere altri autori e altre opere che sono lì, in attesa di essere riportate alla luce. E in effetti, per venire alla tua domanda: sì, il fantastico tedesco di quegli anni non è “popolare” nel senso in cui lo furono gli autori angloamericani e le riviste che li ospitavano. È, piuttosto, ambizioso, raffinato, sperimenta con la scrittura (gli anni Dieci del Novecento sono gli anni dell’Espressionismo, un movimento di avanguardia e di grande rivoluzione formale) oppure, al contrario, prende a modello i classici ottocenteschi o le ricercatezze del decadentismo. È questo il caso di Strobl, un autore che, nel suo periodo di maggiore vivacità creativa, più o meno fino al 1920, costruisce le sue opere su una nota di sensibilità estenuata, di maniacalità ossessiva, che funziona – quando funziona – come una musica ipnotica tesa a indurre uno stato stuporoso simile all’effetto dell’oppio. In questi spazi che si aprono al fantastico, in effetti, non ci sono confini: perciò l’impressione di audacia, che tu hai colto benissimo.
Le visioni di Strobl sono vertiginose, sfrenate, e non soggette a censura, piene di un erotismo traboccante: si pensi a un racconto giustamente famoso come ‘La testa’, in cui i cadaveri di un uomo e di una donna si fondono, e la coscienza maschile rivive con voluttà le esperienze amorose della sua partner. Ma non solo Strobl: la rivista ‘Der Orchideengarten’ (che peraltro vedeva proprio Strobl come direttore responsabile, benché il suo fosse un ruolo quasi puramente formale) presenta numerosi racconti sperimentali, molti dei quali estremamente trasgressivi, e ‘Alraune’ di Ewers scandalizzò il pubblico dell’epoca (e forse lo scandalizza ancora) per la sua sensualità esplicita al limite della pornografia, le scene di stupro, il sadismo, la pedofilia.
Comunque, a correggere parzialmente la tua affermazione, vi è da dire che alcuni autori tedeschi specializzati nel fantastico – tre in particolare: i già rammentati Ewers e Strobl, e Gustav Meyrink – godettero all’epoca di una notevole popolarità, anche al di fuori della Germania, e sono rimasti ancora oggi nel canone. Nel canone del fantastico, almeno.

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Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

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