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Archivio per Interviste

Un caffè con Lukha B. Kremo. Immaginare mondi per capire il mondo – Offline


Su OffLine è uscita un’intervista molto articolata a Lukha B. Kremo, in cui l’editore di KippleOfficinaLibraria spazia tra le passioni e attività. Un breve passo:

Quindi è la letteratura (e poi il cinema) che influenza la realtà o succede anche il contrario?

«Entrambi, la fantascienza non è una letteratura di evasione, o solo di evasione: è una letteratura di riflessione, di proiezione della realtà nel futuro, quasi sempre. A volte ci si rivolge al passato creandone uno alternativo. Come esiste l’utopia che è un non luogo, esiste l’ucronia, che è un non tempo, dove si arriva ad ipotizzare, per esempio, un passato dove Hitler vince la Seconda Guerra Mondiale. Philip Dick ci ha scritto un romanzo.
Quindi sì, letteratura di evasione, ma sostanzialmente la fantascienza fa una critica della realtà: mette sull’avviso, crea un mondo parallelo dove possiamo vedere cosa succederebbe se una data situazione venisse portata all’estremo, e si arriva alla distopia che è un’utopia al negativo.»

Allora la fantascienza è pessimista?

Quasi sempre. Se si ha un intento sociale, educativo, si colpisce di più facendo vedere cosa succederebbe in peggio se…  Lo scrittore di fantascienza analizza la situazione e cerca i punti deboli. Nel romanzo “Pulphagus”,  mi sono inventato un asteroide che è stato catturato dagli uomini per orbitare intorno alla Terra, ed è stato adibito a discarica per il trattamento dei rifiuti. Qui ho riflettuto sul problema ecologico, per esempio.

Intervista a William Gibson | The Quatermass Xperiment


Bella intervista a William Gibson, su TheQuatermassXperiment. Un brano:

Cosa leggi quando lavori su un libro? E che tipo di lettura eviti mentre scrivi?

Quando scrivo narrativa, la regola è di non leggere narrativa. Tutto ciò che non è meraviglioso sembra meno interessante di qualsiasi cosa io stia scrivendo, e qualsiasi cosa che sia meravigliosa rende ciò che sto scrivendo irrimediabilmente squallido al confronto, innescando la sindrome dell’impostore. (Dopo un certo punto della carriera, la preoccupazione che finalmente noteranno la tua vera assenza di talento si trasforma nel preoccuparsi che alla fine si accorgeranno che l’hai perso) Sempre più mi sento, invecchiando, che leggere e scrivere occupa lo stesso territorio limitato nella mia mente e invidio profondamente coloro per i quali questo evidentemente non è un problema.

Nessuna delle considerazioni precedenti sembra misericordiosamente applicarsi alla saggistica.

Stai organizzando una cena letteraria. Quali tre scrittori, vivi o morti, inviti?

Date le forme peculiari in cui la mia immaginazione è stata allenata dal mio lavoro, mi sono subito perso nel chiedermi se i morti sanno di esserlo e come si sentono al riguardo. E sarebbero in qualche modo in grado di mangiare? Ubriacarsi? I costrutti della personalità digitale di autori morti saranno mai un prodotto praticabile? (Molto probabilmente lo saranno.) E poi inizio a immaginare le combinazioni di personalità meno gradevoli possibili, ma ciò potrebbe richiedere settimane per allenarmi in modo soddisfacente.

Asylum Press presenta “Pupi Avati – La terra del diavolo” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Pupi Avati – La terra del diavolo, libro intervista al Maestro a cura di Claudio Miani e Gian Lorenzo Masedu, edito da Asylum Press.

Un volume denso di significato, all’interno del quale una lunga chiacchierata con il Maestro bolognese ci consente di ripercorrere non solamente il suo cinema e quel mondo di “genere” oramai quasi completamente dimenticato, ma soprattutto di sondare l’importanza delle radici e della terra all’interno di quell’evoluzione sociale che ha segnato il nostro paese sin dagli anni del dopoguerra.
Un viaggio che parte dalle prime sperimentazioni filmiche di Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas e gli indemoniati e giunge sino all’ultima fatica Il signor Diavolo. Proprio di quest’ultima pellicola, in appendice al volume, è presente un prezioso omaggio esclusivo di Pupi Avati: il quaderno personale di appunti e schizzi utilizzato per la realizzazione della pellicola, che va ad aggiungersi ai quattro saggi tecnici, all’ampia intervista al Maestro e al vasto repertorio fotografico e d’archivio gentilmente concesso dalla Duea Film.

Nato nella paura: l’incanto oscuro di Ligotti – Quaderni d’Altri Tempi


Una lunga e articolata recensione di Giovanni De Matteo al saggio su Thomas Ligotti Nato nella paura, curato da Matt Cardin. Su QuaderniAltriTempi, ovviamente; qui sotto uno stralcio significativo ma non esaustivo.

Non sono molti gli autori che hanno contribuito a tenere in vita il senso del perturbante in un’epoca sempre più avara di misteri come la nostra, e forse nessuno di loro può vantare lo stesso alone di culto che circonda la figura di Thomas Ligotti. Con una fama che è andata crescendo a partire dai primi anni Ottanta, la sua opera costituita in prevalenza da racconti brevi o brevissimi, con occasionali sconfinamenti nel saggio (La cospirazione contro la razza umana, 2010) e ancor più rare incursioni nella novella (My Work Is Not Yet Done, 2002), non ha mai raggiunto le tirature dei romanzi di Stephen King o Dean Koontz, ma può vantare un piccolo esercito di fedelissimi che continuano a celebrarlo come uno degli autori più influenti nel panorama horror, anche adesso che ha di fatto abbandonato la scrittura.
Risultato non da poco e tutt’altro che scontato, se si considera l’abbinamento alquanto ostile alle regole del mercato tra la dimensione dei suoi lavori e il sostrato filosofico da cui scaturiscono, ma pienamente giustificato da un carattere riconoscibilissimo nell’offerta sempre più standardizzata di un genere che soffre da tempo di un certo ripiegamento su se stesso, ostaggio della reiterazione commerciale di formule e soluzioni che ne hanno disinnescato la carica dirompente, riconducendolo nell’alveo di una sterile convenzionalità.
Distante dall’orrore di altri scrittori declinato sia nelle forme più accessibili rappresentate da King e Koontz o dai racconti di Weird Tales, che nel soprannaturale “cortese” di autori come Walter de la Mare, Robert Aickman o Oliver Onions, Ligotti ha saputo maturare nella sua singolarità un ascendente come pochi sul weird contemporaneo e l’impatto del suo lavoro è stato suggellato nel 2014 da una serie di culto come True Detective, disseminata di omaggi e citazioni, a cui è in una certa misura legata in Italia anche la recente diffusione dei suoi lavori al di fuori della cerchia ristretta degli appassionati del fantastico più dark.

Il buio è il punto di arrivo
È inevitabile che un’opera di questa portata finisca per richiamare l’attenzione sul suo autore, ma com’è noto Ligotti ha sempre rifuggito l’esposizione pubblica e lesinato i dettagli sulla sua vita privata, pur senza risparmiarsi nella corrispondenza con i lettori. Le interviste, rilasciate con una frequenza crescente a partire dai tardi anni Ottanta, raccolte da Matt Cardin in un volume ora in edizione italiana con il Saggiatore, e circolate al di fuori del circuito delle riviste di settore soprattutto grazie alla cassa di risonanza del web, hanno permesso di sopperire a questa sua refrattarietà ai riflettori, riuscendo di volta in volta a portare alla luce aspetti diversi del suo vissuto, del suo pensiero, delle sue passioni e dei suoi tormenti, rendendo palese come ogni componente abbia un influsso non trascurabile, anzi, spesso determinante, sulle altre, nella definizione di una personalità di certo problematica, ma anche di rara complessità.
Innanzitutto c’è Detroit, la città in cui Ligotti è nato e ha trascorso i primi anni dell’infanzia, per poi farvi ritorno da adulto assumendo l’incarico di redattore presso la Gale Research, un editore di manualistica per cui si è occupato di critica letteraria. Impossibile trascurare l’influenza sulle sue ambientazioni dell’American Acropolis per antonomasia, citando un altro innovatore nel suo campo profondamente legato alle radici dell’immaginario come William Gibson. Sul panorama di decadenza che stringe la città nella sua morsa torna Ligotti in diversi passaggi:

“Mi è sempre piaciuto lo spettacolo delle case abbandonate, carbonizzate e in rovina. Nel primo racconto dell’orrore che ho pubblicato, Il chimico, cerco di esprimere il mio fascino per questo mondo di rovine. In misura minore questo vale anche per il mio romanzo breve My Work Is Not Yet Done, ambientato in una città senza nome ispirata a Detroit. Lo sfondo del mio computer è la foto di una casa abbandonata nell’East Side di Detroit. In tanti miei racconti ho cercato di articolare un’estetica del degrado nei borghi e nelle città. Per me il declino e la decrepitezza equivalgono a una specie di serenità, al tranquillo abbandono delle illusioni sul futuro”.

Wonderland, puntata speciale su Trieste Science+Fiction | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione della puntata di stasera di Wonderland, su RAI4, dedicata al TriesteScience+Fiction Festival di Trieste, appena conclusosi, con interviste agli ospiti principali del mondo cinematografico. Tutti sintonizzati stasera sul canale?

Syd Barrett e la sua ultima intervista | OndaMusicale


Su OndaMusicale l’ultima intervista a Syd Barrett, datata 1982. Uno stralcio:

– Di cosa ti occupi adesso? Dipingi?
– No… ho avuto un’operazione di recente, ma niente di grave. Volevo tornare là [a Londra – ndr]. Ma devo aspettare. Poi c’è anche uno sciopero dei treni.
– Ma è finito un paio di settimane fa…
– Ah, ok grazie…
– Cosa fai nella tua casa di Londra? Suoni la chitarra?
– No… no, guardo la tv… tutto lì.
– E non hai più voglia di suonare?
– No. Non proprio. Non ho tempo per fare molte cose ora. E poi devo trovarmi un altro appartamento a Londra. Non è facile. Dovrò aspettare. Sai, non pensavo che avrei riavuto questi vestiti indietro. Non riuscivo a scrivere. E non riuscivo a decidermi ad andare a recuperarli… prendere il treno e tutta quella roba… già… non ho neppure scritto a quelle persone… mamma mi ha detto che li avrebbe chiamati dal suo ufficio… comunque grazie…
– Ti ricordi di Duggie? [Duggie Fields, un pittore con cui anni prima aveva diviso un appartamento – ndr]
– Sì… non l’ho più visto… quando ero a Londra non vedevo mai nessuno.
– Tutti i tuoi amici mi hanno detto di salutarti.
– Ah… grazie… è bello.
– Posso farti una foto?
– Sì, certo. Poi basta! Questa cosa mi sta agitando… grazie.
– È un bell’albero quello
– Sì, ma non più tanto bello. L’hanno potato un po’… mi piaceva tanto… [La madre lo chiama in casa: il tè è pronto! – ndr] Ok, bene… magari ci si rivede a Londra. Ciao.
– A presto… ciao.

Mario Gazzola: intervista all’autore di “S.O.S. – Soniche Oblique Strategie”


Intervista a Mario Gazzola, bloccato in un’istantanea che lo vede immerso catarticamente nel suo momento artistico migliore, curatore e autore di un’antologia sonica – S.O.S Soniche Oblique Strategie – e coinvolto nella Prima frontiera e in Strane Visioni 2 di Hypnos. Vi incollo qui sotto uno stralcio della chiacchierata uscita su OndaMusicale, buona lettura:

Scrittore, giornalista, blogger, narratore, conoscitore della musica. Come ti definiresti per chi non ti conosce?

“Proprio così: “scrittore, giornalista, blogger, narratore e appassionato di musica”. Perché bisogna per forza mettersi un’uniforme? Non vorrei confondere i lettori o apparire presuntuoso, ma ho anche fatto programmi radio e ora collaboro a Wonderland su RAI 4, ho codiretto un cortometraggio (QUI) e ho esposto in un paio di mostre le mie foto di musicisti live; inoltre, di un mio romanzo ancora inedito (Buio In Scena) esiste anche una riduzione drammaturgica pronta per andare in scena, se un regista volesse portarcela. Non spetta all’autore valutare il proprio talento e in quale campo si esprima meglio, probabilmente la scrittura è il mezzo che padroneggio più a fondo e magari negli altri campi resterò solo un dilettante ardimentoso, ma perché negarsi una strada a priori? Quando ho conosciuto gli amici fondatori del Movimento Connettivista – una scena di autori fantascientifici post-cyberpunk con cui tuttora collaboro – il loro manifesto si concludeva con “…E noi saremo tutto”. Ecco, io ho sposato quella filosofia: voglio l’impossibile, cioè tutto, come i situazionisti e i sessantottini. Recentemente ho letto Life On Marsico, biografia dell’amico musicista Maurizio Marsico (intervistato sul FantaRock e autore di un racconto di Soniche oblique strategie), che dipinge una Milano primi ’80 in cui ogni sera avvenivano concerti/performance/happening, “connessioni” appunto fra diversi linguaggi, magari a volte estemporanee o strampalate, ma comunque fertilizzanti di un clima complessivo che mi pare ci siamo rassegnati che rimanga un ricordo del passato. Bene, io lo rivoglio qui e ora, ci serve recuperarlo, altrimenti finiremo per accettare che la cultura è “chi va da Fazio”, la musica “Vasco-Liga-Jova” e l’arte chi può permettersi di affittare le gallerie del centro.”

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