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Pasta da plasmare


Deframmentazioni gluoniche del tuo presente misto ai tuoi altri: pasta da plasmare.

True Detective | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine una bella disanima sulla serie TV True Detective. Non ho potuto vederla, ma ho sentito parecchi (vero X?) parlarne bene, e la curiosità è sempre tanta.

True Detective è una serie antologica, il che significa che ogni stagione presenta personaggi e vicende completamente nuovi.

All’inizio della prima stagione, il pubblico assiste all’interrogatorio di due ex detective della Polizia di Stato della Louisiana, Martin Hart (interpretato da Woody Harrelson) e Rustin Cohle (Matthew McConaughey), riguardo a un cruento caso di omicidio che li aveva resi famosi anni prima. Ed ecco che lo spettatore viene catapultato nel passato, o meglio nei ricordi dei due detective, che nel 1995 si erano trovati alle prese con il brutale omicidio di Dora Lange, probabilmente connesso a un rituale satanico.

La storia procede fra continui sbalzi fra passato e presente, guidati dalle ciniche riflessioni di Cohle e dai toni più pacati di Hart. La ragione del loro interrogatorio sono i collegamenti che la polizia ha trovato fra il caso Dora Lange e un’altra indagine, attualmente in corso, su una ragazza trovata morta in circostanze simili a quelle dell’omicidio del 1995.

La seconda stagione è ambientata non più in Louisiana, bensì in California, più precisamente nell’immaginaria città di Vinci, dove un importante politico locale viene ritrovato morto dall’agente di polizia della California Highway Patrol Paul Woodrugh (Taylor Kitsch). Il caso viene affidato a una task force che vede uniti nella difficile indagine, oltre a Woodrugh, anche i detective Antigone “Ani” Bezzerides (Rachel McAdams) e Ray Velcoro (Colin Farrell) della corrotta Polizia di Vinci.

A rendere più complicata la situazione sono le tormentate vicissitudini dei tre investigatori, tutti e tre deboli pedine nelle mani di enti più grandi e corrotti di loro, fra cui Francis Semyon (Vince Vaughn), uno spietato imprenditore che sta cercando di nascondere il suo passato criminale, ma con la morte del suo socio d’affari (niente meno che il politico ritrovato da Woodrugh) tutti i suoi piani sembrano andare all’aria e il passato ritorna a galla più minaccioso che mai…

Punti in comune fra le due stagioni sono il numero di episodi (sempre otto) e le indimenticabili sequenze di apertura, che uniscono alla qualità musicale un meticoloso processo di lavorazione e grande cura per i dettagli e per gli effetti speciali.

JJ Abrams e Stephen King ci porteranno a Castle Rock | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com un dettaglio maggiore della notizia della settimana, ovvero la collaborazione tra JJ Abrams e Stephen King per portare sul video l’universo kinghiano. Un estratto:

JJ Abrams con la sua Bad Robot e Stephen King ritornano come produttori sulla piattaforma in cui avevano precedentemente prodotto la miniserie 22/11/63, basata sul romanzo omonimo di King e interpretata da James Franco. Dieci episodi per la prima stagione per una serie dal taglio ambizioso: vuole collegare tra loro personaggi e temi legati alla famigerata cittadina inventata da Stephen King in un formato antologico, ovvero ogni stagione vedrà personaggi diversi, che pure vedrà collegamenti più o meno espliciti tra i personaggi e le storie delle varie stagioni per creare un arco narrativo più ampio.

Struggimento in codice


Lo struggimento del codice.

David Lynch tra arte e cinema | FantasyMagazine


David Lynch speaking in Washington D.C., Janua...

Su FantasyMagazine la segnalazione di una treserate dedicate a David Lynch, a Venezia, dal 16 al 18 marzo, al Teatrino di Palazzo Grassi. Imperdibile!

Concepito come un diario privato dedicato all’ultima nata della famiglia Lynch, un racconto da padre a figlia in cui il cineasta conduce lo spettatore nei complessi meandri della sua fantasia attraverso ricordi, immagini inedite di repertorio e spezzoni dei primi film. David Lynch, potente voce narrante dell’intero girato, è ritratto mentre dipinge nello studio sopra le colline di Hollywood da dove racconta aneddoti dell’infanzia e della sua adolescenza. La pellicola mette in luce l’importanza fondamentale della sua attività pittorica nella definizione del suo linguaggio visivo, la nascita della sua sensibilità musicale e le origini stesse della sua poetica. Ne emerge così un affresco visionario e misterioso dell’esperienza di Lynch come uomo e artista, quasi come se si trattasse dell’ennesima sceneggiatura affiorata dalla sua fantasia.

Frattali che fanno star bene – da Pollock alle onde dell’oceano | L’indiscreto


Su L’indiscreto un bell’articolo che analizza l’energia e i frattali che si ripetono in essa, ispirando e dando vita al nostro mondo del reale. Magnifico. Un estratto:

Quando la corrente si muove attraverso gli oggetti, come le televisioni, il movimento degli elettroni è ordinato. Ma in dispositivi più recenti e più piccoli, anche solo un centinaio di volte più grandi di un atomo, l’ordine della corrente si interrompe e diventa più simile a un caos ordinato. I modelli della corrente elettrica, come le ramificazioni dei polmoni e dei neuroni, sono dei frattali, il che significa che la loro forma si ripete su scale diverse.

Durante la sua tortuosa carriera Taylor non ha mai perso l’interesse – anzi l’ossessione – per Pollock. Alla Manchester School of Art, costruì un pendolo che schizzava vernice a ogni soffio di vento, per vedere se il dipinto “composto dalla natura” sarebbe sembrato un Pollock (e sì, ci somigliava davvero). Poi alcuni anni fa ebbe una folgorazione mentre lavorava su un progetto di nanoelettronica. “Quanto più guardavo frattali, tanto più mi ricordavano dei dipinti di Pollock”, ha raccontato in un saggio. “E quando ho guardato i suoi quadri, ho notato che gli schizzi di vernice sembravano diffondersi sulle sue tele proprio come il flusso di energia elettrica attraverso i nostri dispositivi”.

Utilizzando degli strumenti per la misura della corrente elettrica, Taylor esaminò una serie di Pollock degli anni ‘50 scoprendo che erano davvero frattali. Fu un po’ come scoprire che tua zia parla una lingua segreta e antichissima. “Pollock dipinse dei frattali naturali venticinque anni prima che venissero scoperti!”. Taylor pubblicò la scoperta su Nature nel 1999, e questa fece grande scalpore sia nel mondo della fisica che in quello dell’arte.

Il termine “frattale” venne coniato da Benoit Mandelbrot nel 1975, una volta scoperto che una semplice regola matematica si applica a una serie vastissima di oggetti che a prima vista appaiono complessi e caotici. Come provò Mandelbrot stesso i pattern frattali possono essere osservati in natura sia nelle nuvole che nelle linee costiere, ma anche nelle foglie, nelle onde dell’oceano, nella sorgente e la foce del Nilo e nei raggruppamenti di galassie. Per capire i pattern frattali su diverse scale bisogna immaginare il tronco di un albero e un suo ramo: entrambi potrebbero includere gli stessi motivi, come per esempio lo stesso ramo su scala minore, e ancora quest’ultimo potrebbe contenere a sua volta lo stesso motivo, ancora più piccolo. E così via. Lo stesso accade con gli angoli e le venature delle foglie. I frattali sembrano figure caotiche, ma non lo sono.

Stephen King e l’universo Torre Nera | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine un articolo come un viaggio tra le suggestioni di Stephen King e della sua Torre Nera, qualcosa da Spaghetti Western in cui infilarci anche i Fields of the Nephilim. Un estratto:

La Torre Nera di Stephen King costituisce uno degli esempi più singolari di serie fantastica transmediale ideata negli ultimi decenni, per ambientazione, sviluppo e struttura: otto romanzi, un racconto, otto miniserie a fumetti, il gioco online Discordia e moltissimi collegamenti con altre opere dell’autore, dove compaiono integrazioni alla trama principale. E’ difficile stabilire l’arco temporale “dentro” e “fuori” la storia: nell’universo Dark Tower il “quando” e il “dove” non sono sempre perfettamente definiti e lo svolgimento dell’opera, iniziato nel 1982, non sembra ancora terminato.

La storia di Roland Deschain, dei suoi compagni e del Medio-Mondo nasce negli anni sessanta con un film e un volto. Il film si intitola Il Buono, il Brutto e il Cattivo, il volto è quello del “Biondo”, Clint Eastwood. Il più famoso degli spaghetti–western di Sergio Leone lascia il segno: nel nostro caso, un giovane Stephen King vede la pellicola in un cinema semi-deserto di Bangor, nel Maine, e ne resta folgorato. Nell’introduzione alla nuova versione di L’ultimo cavaliere (2003) intitolata Sull’avere diciannove anni, King scrive: “Prima ancora di essere arrivato a metà, capii che quello che volevo scrivere era un romanzo con la magia di Tolkien e, come scenario, il West quasi assurdamente maestoso di Sergio Leone. […] Su uno schermo cinematografico, Clint Eastwood sembra alto sei metri e le canne delle pistole sono grandi più o meno quanto l’Holland Tunnel.”

L’ambientazione della Torre Nera nasce quindi con un imprinting assolutamente particolare: il West – si può essere più americani di così? – percorso da una quest alla Tolkien, dove la Compagnia dell’Anello è sostituita dal Ka-tet dei Pistoleri e al posto di elfi, nani e mitologia norrena troviamo saghe arturiane e l’atmosfera postapocalittica – perfettamente compatibile con le ansie moderne – della Waste Land di T.S. Eliot. Il risultato, come era nei desideri dell’autore, è un lungo, lunghissimo romanzo sia epico sia popolare, destinato a trasformarsi in una sorta di “metatesto”. Il protagonista è un alto, laconico, micidiale pistolero alla Eastwood, bruno e maniacale come forse lo stesso King a vent’anni.

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