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Weird Book presenta “La casa delle scolopendre e altri inferni” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di La casa delle scolopendre e altri inferni, di Nicola Lombardi, edito da WeirdBook; un estratto:

“Aveva una scolopendra fra i capelli. Le si insinuò sotto una ciocca, facendogliela ondeggiare come se fosse mossa da qualche spiffero inesistente. Col suo grappolo di zampette esili scomparve lesta, e la donna si ravviò con indifferenza la chioma stopposa”.

Raccolti per la prima volta in volume, questi tredici racconti ci accompagnano a sbirciare dagli spiragli aperti nelle pareti più buie della fantasia, fessure oltre le quali ardono le fiamme inquiete, invitanti, dei mille piccoli inferni che si nascondono nella nostra mente. Tra case infestate, mostruosi burattinai, possessioni, cadaveri che riemergono dal passato, creature informi e demoni divoratori di peccati, Nicola Lombardi ci invita a entrare nella dimensione delirante e sanguinaria della sua immaginazione.

Processi di ibridazione. L’orrore (è) nella carne – Carmilla on line


«Come la fiaba, ma senza la sua volontà educativa e la sua disciplina narratologica, l’horror è la prosecuzione della vita con altri mezzi, all’incrocio tra due tendenze contrapposte, che qui tendono a coincidere, quella che usa la finzione per accrescere l’illusione e quella che la vive per aumentare la percezione del reale. Una contraddittorietà che spaventa molto più dei contenuti dell’horror stesso: chi non li guarda non teme infatti di essere spaventato dai mostri, ma di cominciare a vederli nella vita reale. O, che è davvero lo stesso, a riconoscerli. Anche nella realtà che si è. Perché il vero orrore è sempre la realtà. Soprattutto la realtà che si è e che, non diversamente dal contesto reale che ci circonda, sfugge alla nostra comprensione, al nostro controllo, alla nostra direzione, imponendosi dispoticamente, violentemente, atrocemente».

Su CarmillaOnLine una lunga recensione a Il male quotidiano. Considerazioni filosofiche sull’horror, di Selena Pastorino e Davide Navarria, in cui Gioacchino Toni indaga le connessioni tra l’immaginario e il reale, facendole diventare interazioni tali da modificare il nostro vissuto sulla base del Fantastico; un traguardo che mi sono prefissato e che perseguo costantemente.
Oltre al brano citato sopra, vi lascio a un altro estratto:

Il provare orrore ha a che fare non tanto con l’essere spaventati di fronte a una minaccia incombente, quanto piuttosto, sostengono gli autori, soprattutto con l’essere disgustati, nauseati e raccapricciati al manifestarsi del corporeo, non necessariamente umano, di qualcosa che rimandi alla “concretezza materiale di un che di vivente, pulsante, carnale. […] È la comparsa della corporeità nella sua visceralità organica, nella sua tridimensionalità carnale, a fare orrore, come il ritorno di un rimosso. Perché, anche qualora si sia potuto accettare di avere un’esistenza materiale, si tende comunque a ridurre la corporeità a una mera superficie: ciò che fa il nostro corpo è il suo aspetto esteriore, la pelle che lo confina, i tratti che ci identificano. Oltrepassare questo confine per comprendere qualcosa della nostra realtà è un gesto autorizzato in un’unica direzione, quella che pone una frattura tra la fisicità che siamo e ciò che davvero siamo: che la si chiami mente, anima, pensiero, spirito, quella componente meta-fisica della nostra identità è l’unica parte di noi che ci sentiamo legittimati a definire come nostra interiorità. Ci è invece precluso quel movimento che, nell’oltrepassare la pelle che ci contiene, vi apra una breccia, svelando come al nostro interno non si trovi una specie di spirito impalpabile a capo di un automa inorganico, bensì carne sanguinolenta, vasi, nervi, legamenti, tendini, organi, scarti, solo in ultimo ossa, altrettanto vive che tutto il resto. Un resto che trattiamo sempre come tale e che pure ci costituisce al punto da essere l’unico punto in cui siamo, in cui non possiamo fare a meno di essere (pp. 166-167)”.

“Entrare” in contatto con la cruda realtà del corpo provoca disgusto; “scoprirsi” organici significa in qualche modo fare i conti con la mortalità. L’epidermide si propone come limite inviolabile, come confine che, se oltrepassato, conduce alla perdita dell’integrità palesando la vulnerabilità e la caducità: l’essere mortali. Da tempo e da più prospettive si riflette sul perché produca attrazione un genere come l’horror incentrato su quanto solitamente si è portati a rimuovere, ci si interroga sul da e verso cosa muova il desiderio che spinge a sottoporsi all’orrore, a un’esperienza emotiva e fisica insieme.

Oltre che dal timore per la possibile profanazione del proprio corpo, l’orrore può derivare tal terrore per una sua trasformazione ed in entrambi i casi si può arrivare a desiderare la morte per porre fine al supplizio iniziato o imminente. Si pensi, ad esempio a quando Rick Grimes, il protagonista della serie The Walking Dead (dal 2010), trovatosi bloccato sotto a un carro armato circondato da zombi che intendono cibarsi di lui, vistosi senza scampo, per un attimo, prima di individuare una via di fuga, si punta la pistola alla tempia per suicidarsi, o, ancora, al finale del film La Mosca (The Fly, 1986) di David Cronenberg, quando lo scienziato Seth Brundle, ibridatosi con un insetto, ormai teriomorfo, in una residuale capacità di autodeterminazione, chiede alla ex compagna di porre fine alla sua esistenza.
D’altra parte, nonostante la tendenza a considerare il corpo come «stabile ancoraggio identitario» (p. 183), l’esistenza non può sottrarsi alla mutazione e la visione di opere orrorifiche come queste, in fin dei conti, mette di fronte alla propria vulnerabilità. Ci parlano di ciò, sostengono Pastorino e Navarria, narrazioni incentrate sulla «metamorfosi dell’umano in ciò che umano non è, soprattutto quando questo processo non è irreversibile […] ma si intervalla a momenti di recupero […] di quei lacerti residuali di ciò che si era ora che si è stati qualcosa che non si è» (p. 183). Si tratta di opere che evidenziano «quanto la dimensione identitaria sia carnale, corporea, fisica» (p. 183).

Malqvist di Thanatolia | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Malqvist di Thanatolia, di Alessandro Forlani, raccolta di racconti che s’incastona nel metamondo di Thanatolia, luogo di morte e di poca vita nato dalla fervida mente di Forlani. Un estratto dalla recensione:

Thanatolia è un posto orrendo, poco soleggiato e popolato da personaggi quasi mai amichevoli. Un continente che è uno sterminato luogo di sepoltura dove rimane poco spazio per i vivi. Tutto è sepolto, tutto è magico, molto è morto anche se spesso non lo rimane a lungo. E in questo mondo i tombaroli potrebbero fare buoni affari, se ad ostacolarli non ci fossero schiere di negromanti, a volte dalle discutibili abitudini sessuali. Ed è a Thanatolia che abita Malqvist, il tombarolo protagonista degli otto racconti qui raccolti. Lui però sembra trovarcisi piuttosto bene! Perché certo il suo è un lavoro duro, ma ha sempre l’opportunità di fare la conoscenza di persone a dir poco interessanti.

Il libro è un piccolo capolavoro. Una lettura leggera e caustica, intensa e canzonatoria. E probabilmente ciò che rende unici questi racconti è il suo protagonista, di cui è davvero semplice innamorarsi. Un personaggio talmente complesso e contraddittorio da apparire reale. Malqvist è un debosciato, a tratti indolente, è avido, ma è uno zotico che sa distinguere il bene dal male e sa quando fare la cosa giusta. Certo, può capitare che la faccia molto di malumore.

Dark Abyss edizioni presenta: “Anche i mostri si innamorano” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Anche i mostri si innamorano, racconti di Michele Borgogni che tratteggia il mondo dei mostri cinematografici e letterari. La quarta:

Frugando nella letteratura, nella mitologia, nella cinematografia, Michele Borgogni saccheggia il mondo dei mostri e ce li offre in undici racconti che provengono da ogni parte del mondo e da ogni tempo. Da Godzilla a Bigfoot, passando fra gli zombie e la terribile lamia, dal Giappone all’antica Grecia, l’autore colleziona undici storie, unite dal filo sottile dell’ironia. Divertente, originale, irriverente e, a volte, blasfemo, questa antologia racchiude una carrellata di mostri come non si sono mai visti, né letti.

Racconti macabri | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Racconti macabri, di Claude Seignolle. Eccone uno stralcio:

Jacques Van Herp (1923-2004), critico di fantascienza, letteratura fantastica e scrittore, paragona la sua opera a quella di Poe, H.P. Lovecraft Jean Ray, evidenziandone i caratteri di originalità e forza, “in primis” il forte legame di Seignolle con la tradizione folclorica francese, così come sottolineato anche da un altro importante critico del fantastico come Jacques BergierLo scrittore francese è infatti imbevuto delle tradizioni del folklore della Francia. Nel corso della sua vita si è consacrato alla raccolta sul terreno delle tradizioni popolari in tutte le loro forme di espressione, interrogando direttamente la popolazione dei villaggi. Il materiale, raccolto da Seignolle in alcuni volumi, costituisce la base di molti dei suoi racconti fantastici e quindi anche di alcuni di quelli presenti in questa antologia, uscita in origine nel 1966 presso Marabout (di cui la presente edizione preserva, nello stile di questa collana, copertina e veste grafica) dove trovarono posto anche Histoire maléfiques, Histoires vénénueses e Récits cruel oltre al citato La Malvenue.

Il clima letterario attorno al fantastico in Francia in quel periodo era favorevole grazie anche al ruolo della rivista Fiction, sulle cui pagine furono pubblicati anche dei racconti di Seignolle. In Racconti macabri vengono trattati tutti i topos del genere come i vampiri, i licantropi, i fantasmi e il diavolo. D’altronde non va dimenticato come il grande tema dell’opera di Seignolle è quello del diavolo, argomento che ha trattato in alcuni volumi come Le Diable dans la tradition populaire e Les Evangelis du diable, quest’ultimo una vera e propria bibbia nera dell’occulto.
Fra i racconti presenti in questa raccolta, notevole è L’Uomo che sapeva in Anticipo, in cui un falegname riesce a prevedere chi è destinato a morire tramite il dono della premonizione. Realizza così in anticipo le bare per evitare lo spreco di materiale. Il finale è atroce e beffardo. Spicca anche La memoria del legno, in cui si narra la vicenda di uno scultore che trae l’ispirazione per raffigurare le sue opere dal legno di bare rubate: l’atmosfera macabra non lascia indifferenti e sconfina nell’allucinazione. In Isabelle troviamo invece un fantasma uscito da un dipinto, mentre nell’atroce Quello che aveva sempre freddo assistiamo a un tragico equivoco fra i morti e i vivi di un villaggio che si chiude con un finale crudelissimo. La fine del mondo si stacca parzialmente dall’atmosfera perversa e sadica di queste storie: si tratta in effetti di una sorta di racconto apocalittico.
Ma forse il testo migliore è proprio quello più lungo che chiude l’antologia ovvero Il famiglio. Qui, come in La Malvenue, Seignolle riesce a descrivere il paesaggio della campagna francese e il contesto rurale (con tutte le sue superstizioni) in maniera estremamente efficace. Si tratta di una storia di magia dove non manca l’immancabile casa infestata e dove lo scrittore calca la mano con la descrizione di carcasse di cani e gatti in putrefazione con un tocco necrofilo che deve sicuramente qualcosa a Poe

Nel Nero: Racconti, favole e abissi | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Nel Nero: Racconti, favole e abissi, antologia di racconti firmata da Andrea Biscaro, che devo dire mi ha incuriosito molto. Vi lascio ad alcuni stralci della rece:

Siete alla ricerca di un libro nero e profondo come la notte, capace di sorprendervi e trascinarvi in un mondo assurdo, pieno di incubi senza fine? Bene, l’avete trovato! Questa imperdibile raccolta è l’ennesima riprova di quanto Biscaro sia un maestro indiscusso del gotico e della paura. Uno scrittore dalle doti straordinarie che con le parole evoca sensazioni fortissime, un vero mago nel riuscire a far immergere il lettore in vividi universi fantastici, dove tutto può succedere e dove l’assurdo è il pane quotidiano.

Il capolavoro della racconta è La finestra murata. Uno scritto che fa crescere la tensione, piano piano, e incolla il lettore alle pagine. La vicenda viene narrata su due binari: il presente di uno scrittore che approda a Ferrara per scrivere un articolo su Villa Magnoni, e il passato in cui quattro ragazzi che sfidando il buonsenso entrarono nella casa. L’ambiente e il contesto creano una patina di paura, in costante aumento, che non vi farà stare minimante sereni, e un’esplosione finale di puro horror renderà tutto assolutamente perfetto. Da applauso.

Sága Edizioni presenta: “Uno sguardo nell’oscurità” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Uno sguardo nell’oscurità, raccolta di racconti di Ivo Gazzarrini. La quarta:

L’oscurità è affascinante, vi chiama a sé, e vi dà il benvenuto tra le coltri nere e nei suoi ranghi. Ogni ferita è ben accetta, il dolore è nutrimento per le anime perdute. Qualsiasi cosa può trasformarsi in arma, per gestire, combattere, accettare il Male. Nove racconti vi attendono. Pronti a raccontarvi qualcosa di voi.

 

La fame della foresta | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di La fame della foresta, racconto di Debora Parisi che mi ricorda un po’ il Wendigo di Algernon Blackwood e che esplora le suggestioni weird e orrorifiche della foresta avviluppata dal male della guerra. La quarta:

Un gruppo di soldati sovietici rimane bloccato tra le montagne finlandesi, discendendo lentamente in un incubo di follia e cannibalismo, manipolati inconsciamente dal Diavolo della foresta. Gradualmente diventeranno delle bestie, servitori della misteriosa entità dei boschi.

Porte sul buio: Ti piace Argento? – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un articolo di Franco Pezzini che recensisce Dario Argento e la televisione, saggio di Marco Chiani sulla parte iniziale della inventiva di Dario Argento che era rivolta soprattutto al mondo televisivo, parliamo ormai più di mezzo secolo fa. Un estratto:

A fronte di una ormai quasi ingovernabile bibliografia argentiana, con il bel volume che avete in mano Marco Chiani riesce a colmare un vuoto: un saggio a 360 gradi sul rapporto tra il regista e la televisione, fino a pubblicità e interviste. Considerate le trasformazioni dei prodotti per il piccolo schermo dal mondo RAI di un tempo al panorama dell’età di Game of Thrones, con un passaggio da “nuovo” focolare familiare a matrice di diramazioni immaginali più pervasive persino di quelle cinematografiche, riflettere sul rapporto con la tv di un autore quale Argento è di interesse particolare.

Complice un altro piccolo schermo, quello del pc e di internet coi suoi mille blog, parlare di Argento rischia oggi (ma non è il caso di Chiani) di avvitarsi nei soliti discorsi sulla crisi di un regista, a colpi di battute ingenerose e magari gratuite. Fatte salve le critiche puntuali – motivate, a volte anche affettuose – a questa o quell’opera, è un dato di fatto che se abbiamo smesso di trovare innovative le idee di Argento è soprattutto perché la sua poetica ci è entrata tanto sotto pelle da avvertirla come già nota. Forse per questo chi (come il sottoscritto) ha avuto la ventura di avvicinarsi piuttosto tardi al suo lavoro riesce con minor fatica a restare colpito da guizzi visionari, felicemente deliranti, anche in film in genere demoliti da critica e fan.
Ma nell’Argentoverse ci siamo in qualche modo entrati tutti, più o meno a scatti generazionali: il sangue iniziatico che la mia leva aveva visto orgiasticamente spargere in rito di passaggio dalla Hammer, con connotazioni un po’ diverse la successiva lo ritroverà in grazia delle coltellate di Argento. Tutti riconosciamo, solo a pensarci un po’, che con lui in misura maggiore o minore siamo cresciuti, e quel tipo di poetica (ripeto il termine, che non mi pare incongruo) ha influenzato a largo raggio non solo – in genere – il thriller italiano degli anni Settanta, ma il nostro modo di percepire il linguaggio dell’inquietudine.
Un impatto che non rappresenta solo una svolta rispetto al vecchio film de paura italico, ma assume valenza internazionale per il successo planetario delle sue pellicole, e influisce sullo stesso orizzonte della scrittura. In Italia la narratrice che ha recuperato in modo più lucido e avvertito il passo argentiano è direi Cristiana Astori, che rende i suoi polizieschi – emblematico Tutto quel rosso, Il Giallo Mondadori, 2012, proprio in zona-Argento – anche intriganti saggi di storia del cinema (e non a caso viene ogni tanto imitata dagli alfieri dell’usato sicuro). Ma è chiaro che un regista – e produttore, non dimentichiamolo – come Argento ha influenzato un po’ tutti gli autori di thriller nostrani (e non), sia nella cifra di uno sparagmòs non esaurito nel gore fine a se stesso, sia nell’enfasi sullo sguardo perturbante – il dettaglio conosciuto/non riconosciuto da recuperare per sciogliere il nodo della trama. Dove poco importa che si parli di thriller o di horror (un genere cui Argento approda, senza vera soluzione di continuità, con Suspiria, 1977): l’abbinamento tra tensione estrema e dettaglio perturbante rimonta ad Ann Radcliffe, e una venatura gotica è avvertibile in gran parte della produzione argentiana. A partire in fondo dal suo modo di trattare i luoghi, con una Torino e una Roma – tappe congrue al gotico da Grand Tour – da atlante dell’incubo. D’altra parte, proprio alla luce della poetica dello sguardo perturbante, del tassello sfuggito e da recuperare, il referente televisivo assume una speciale dimensione provocatoria: per molti anni, ciò che restava estraneo alla televisione, ciò che restava fuori dal suo schermo era per il grande pubblico davvero perturbante, intuito e conosciuto ma non riconosciuto o non ricordato, e dunque tutto da affrontare.

Weird Book presenta “Sotto un cielo rosso sangue” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Sotto un cielo rosso sangue, antologia curata da Luigi Boccia per WeirdBook che dal lato horror raccoglie molti prestigiosi autori nostrani e non solo. Vi lascio alle note dell’articolo:

Dodici autori tra le firme più prestigiose del panorama italiano e internazionale: Joe R. Lansdale, Ramsey Campbell, Alan D. Altieri, Michael Laimo, Tullio Dobner, Gianfranco Nerozzi, Dario Tonani, Stefano Di Marino, Nicola Lombardi, Giada Cecchinelli, Diego Matteucci e Massimo Perissinotto. Il volume è corredato da tredici illustrazioni originali di Alessandro Amoruso.

“C’è una riflessione da cui ogni cosa è partita, e che mi ha spinto a mettere insieme i racconti contenuti in questa antologia: pensavo a quello che siamo diventati, al modo in cui ci siamo “trasformati” senza rendercene conto. Strati di evoluzione su strati di esperienze sfuggite al nostro controllo, cumuli di ideali su cumuli di violenza sfrenata, secoli di filosofia dentro secoli di scellerata distrazione, che ci hanno condotto esattamente al punto in cui ci troviamo adesso, ora, in questo momento: siamo libri di sangue e abbiamo reso il mondo a nostra immagine e somiglianza”.

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