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Archivio per Storia

L’ultima campagna romana in Italia (1155-1156). Manuele Comneno e la guerra in Puglia. – TRIBUNUS


Su Tribunus un lungo articolo che dettaglia quella che poi, dopo pochi secoli, diventerà l’agonia dell’Impero Romano, nella sua declinazione bizantina: la riconquista del Sud Italia – Puglia – nel corso del XII secolo. Sarà l’ultima volta che l’imperium romano metterà piede in Italia.

Durante la sua lunghissima Storia, l’impero romano perde in diversi momenti il controllo sull’Italia, culla stessa dello Stato romano e sede delle prime, importanti conquiste della sua Storia. Dopo averla perduta con la fine dell’imperium in Occidente nel V secolo, e dopo la riconquista giustinianea con la guerra gotica del 535-553, l’Italia viene faticosamente difesa, ma persa pezzo per pezzo.
Mentre il vescovo di Roma acquisisce man mano sempre più autonomia e si stacca dalla sudditanza imperiale, nel 751 i Longobardi conquistano Ravenna, ponendo fine all’Esarcato e alla presenza romana in Italia settentrionale.
A sud, invece, la presenza imperiale riesce a perdurare più a lungo, per quanto con enormi sforzi, ma l’arrivo dei Normanni nell’XI secolo fa infine crollare anche il Catepanato: dopo aver perduto tutto il meridione della Penisola, nel 1071 viene conquistata anche l’ultima roccaforte romana rimasta, Bari.
L’Italia è definitivamente perduta. Ma è tutt’altro che dimenticata: ci vuole qualche decennio, ma quando la situazione imperiale sembra finalmente stabilizzata (il periodo a cavallo tra XI e XII secolo è terribilmente difficile per l’impero, attaccato su tutti i lati e con un esercito da ricostruire), il desiderio di riprendere possesso delle terre perdute si fa sempre più forte nella mente dell’imperatore Manuele Comneno.

Quanto è certo è che, dopo la pace del 1158, nessun altro imperatore romano tenterà mai più una campagna per la riconquista dell’Italia. Dopo il tentativo fallito di Manuele Comneno, nonostante gli iniziali successi, l’Italia sarà per sempre separata dall’impero romano e definitivamente perduta.

Tenebre sull’impero | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di “Tenebre dell’Impero”, romanzo di Giorgio Smojver e Gianmaria Ghetta che indagano tramite la narrativa gli aspetti magici delle battaglie e strategie dell’alto impero di Roma.

Principato di Augusto, l’età dell’oro dell’impero: il mondo è in pace sotto il governo di Roma. Eppure, al confine dell’Italia, dove le Legioni hanno occupato le montagne indomite e misteriose solo da pochi anni, una magia terribile, più antica di Roma stessa, risorge. Solo gli Speculatores, la longa manus dell’imperatore, possono affrontarla.
Principato di Flavio Vespasiano: il dominio di Roma in oriente è scosso dalle guerre esterne e da quelle civili. Un’unità di élite, composta da legionari della Terza Legione Gallica e da cavalieri semibarbari di Pannonia, deve mantenere l’ordine, senza supporto da parte dei governatori romani deboli o corrotti. Scoprirà come, dietro quelle che appaiono semplici rivolte locali, si annidino potenze primordiali e arcaiche, forse di origine non terrestre.

Tre storie di magia, guerra e avventura, sullo sfondo di un’epoca storica straordinaria.

La corte imperiale in età giulio-claudia: domus Augusta e aula Caesaris – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis una lunga ricerca che verte sulla corte imperiale dell’Alto Impero Romano, una fabbrica di figure, ruoli, personaggi e politiche clientelari che spesso hanno prefigurato il mondo in cui attualmente viviamo. Un estratto:

In uno studio recente sull’aula Caesaris, che può essere considerato il più accurato e completo sull’argomento, Aloys Winterling (1999) cerca di seguire il processo d’istituzionalizzazione della corte nei primi due secoli dell’Impero. Egli individua, in particolare, alcuni elementi di rottura rispetto alla tradizione della domus gentilizia, da cui ha origine l’apparato della casa imperiale. Specialmente con Claudio e con Domiziano, il progressivo ampliamento delle strutture edilizie imperiali del Palatium, e il connesso adeguamento culturale, nel segno dello sfarzo e dell’esclusivismo, disperdono ogni possibile legame con quell’eredità. Il Palatium, il Palatino, finisce per diventare per antonomasia «il palazzo».
Gli aspetti del cerimoniale risalgono al costume clientelare repubblicano della salutatio (l’omaggio del saluto mattutino che i clientes devono al loro patronus), ma adesso è l’aristocrazia nel suo insieme a entrare, con questo rito, nell’amicitia del principe. Anche i conviti rinviano a un costume repubblicano, ma con Claudio il numero dei convitati arriva a 600! La stessa organizzazione amministrativa, partendo dall’apparato domestico della familia, che ha un decisivo incremento sempre con Claudio, rompe ogni legame con la tradizione della casa aristocratica, a causa della sua ampiezza e dell’inserimento progressivo dei cavalieri al posto dei liberti. In questo modo, la corte si stabilizzerebbe, fra le tradizionali sfere repubblicane della domus e della res publica, come una nuova istituzione sui generis.
L’interpretazione delle nuove gerarchie sociali è la parte più laboriosa e forse più problematica della ricostruzione di Winterling, che basa su di essa l’individuazione del processo d’istituzionalizzazione della corte. Agli inizi del principato nasce una nuova gerarchia sociale, misurata secondo la vicinanza al principe, comprendente anche individui di umile origine. Questa gerarchia si affianca a quella di rango – aristocratica e tradizionale – misurata essenzialmente sulla famiglia e sulla carriera magistratuale. In particolare, Winterling vede agli inizi del principato tre categorie di «cortigiani»: 1) la cerchia più ristretta, cioè i familiares; 2) una più larga cerchia di amici; 3) l’insieme dell’aristocrazia, la cui amicizia ha un carattere istituzionale perché s’impernia sul principe come tale, non su legami personali con lui, e si manifesta con il rito della salutatio. Le prime due categorie di legami sono di tradizione repubblicana; la terza è invece specifica del principato.

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L’assedio di Bari (1068-1071). La fine del Catepanato d’Italia – TRIBUNUS


Su Tribunus stralci di Storia dimenticata, poco conosciuta, in cui l’imperium romano era ancora presente in Italia, all’alba del XII secolo. In Puglia, a Bari…

Negli anni ’60 dell’XI secolo, l’impero romano ha ormai perduto quasi totalmente i suoi domini italiani, conquistati dai Normanni. Solo un piccolo numero di città costiere della Puglia ancora resiste, pur spesso essendo in bilico tra la fedeltà all’impero e l’opportunità di unirsi ai nuovi dominatori. Tra queste, una delle più importanti è senz’altro Bari. sede del Catepano d’Italia (per dirla in parole semplici, il governatore della provincia).

Nell’agosto del 1068, Bari viene posta sotto assedio da un grande esercito normanno (non conosciamo purtroppo né i numeri dei difensori né degli attaccanti), guidato dal condottiero e Duca di Puglia in persona, Roberto il Guiscardo, forse il più celebre dei capi normanni. La guarnigione di Bari, guidata dal Catepano (probabilmente, le fonti sono incerte) Michele Maurikas, invia richiesta di aiuto a Costantinopoli.
L’imperatore, Romano IV Diogene, rifiuta ogni negoziazione di resa con i Normanni, e prepara i rinforzi da inviare in Italia. Mentre altre città pugliesi cadono in autunno, Bari resiste tenacemente agli assalti normanni. Anche il tentativo di bloccare il porto di Bari con un ponte fortificato fu efficacemente contrastato dalla guarnigione imperiale. Agli inizi del 1069, una flotta con viveri e rinforzi giunge a Bari, guidata dal nuovo Catapano Avartutele.
La situazione nel resto della Puglia però resta critica, con la caduta di Gravina, Obbiano e, nel 1070, di Brindisi. La situazione si va facendo sempre più critica. La situazione di stallo e i morti per la fame spingono anche la popolazione di Bari contro il Catapano, che richiede aiuto a Romano IV. L’imperatore però nel 1070 non può che inviare navi cariche di grano. La minaccia turca a oriente si fa sempre più pressante, e inviare ulteriori truppe in Italia indebolirebbe troppo il fronte anatolico.

Nel febbraio del 1071, Romano IV è in grado solo di armare una ventina di navi, ponendole al comando del nuovo Catapano, Stefano Paterano, e del ribelle normanno Gozzelino.
La flotta è però intercettata dai legni normanni e pesantemente sconfitta. Stefano Paterano riesce però a raggiungere il porto e a entrare a Bari…

𝗜𝗺𝗽𝗲𝗿𝗼 𝗲 𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙞𝙪𝙢. 𝗨𝗻𝗮 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲; ovvero: non lo Stato, ma quello che guida lo Stato


Dalla pagina Facebook di Tribunus estrapolo questo illuminante passo, che rende ancora più chiara lo status politico, amministrativo e sociale dell’Impero Romano:

Siamo talmente abituati a parlare di “impero romano”, da dare per scontato che anche i Romani stessi chiamassero o definissero così il loro Stato. Ciò che emerge dalle fonti però non è proprio questo; infatti, lo Stato romano continuerà a essere chiamato, anche durante il periodo imperiale, 𝘳𝘦𝘴 𝘱𝘶𝘣𝘭𝘪𝘤𝘢 (non stupitevi di trovare questo termine ancora all’epoca di Giustiniano, per dire), reso in greco con 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘦𝘪𝘢.
Noi moderni è certamente meglio che usiamo “impero” (anche se Anthony Kaldellis ha pubblicato qualche anno fa un libro dal provocatorio titolo “The Byzantine Republic”), perché lo Stato romano è comunque retto da un imperatore, in greco basileus. In quel senso è certamente corretto.
Ora: nelle fonti antiche certamente si usa 𝘪𝘮𝘱𝘦𝘳𝘪𝘶𝘮, così come il suo corrispettivo greco, 𝘣𝘢𝘴𝘪𝘭𝘦𝘪𝘢. Tuttavia, questi termini non indicano (salvo rari casi) una forma di governo o un’entità statale. Si tratta piuttosto del potere imperiale stesso, del diritto o l’autorità di dominare. Per questo, diventa chiaramente insensato parlare di divisione in imperi, anche perché non è mai avvenuta. Ma ha totalmente senso parlare di divisione dell’*imperium *tra più persone.
Del resto, nel corso della Storia dello Stato romano, moltissime volte questo è stato spartito, e spesso tra più di due persone. Basti pensare alla Tetrarchia o ai figli di Costantino (e del resto nessuno si sognerebbe di dire che l’impero viene diviso in tre o quattro Stati).
Parlando di imperium e non di impero, si capiscono anche meglio alcuni passi di autori del VI-VIII secolo che parlano della “caduta dell’impero romano d’Occidente”. Fonti latine dopo il 476 come il Comes Marcellino, Giordane e Paolo Diacono parlano chiaramente di come l’imperium dei Romani a Roma termini, muoia o altri verbi simili. Ed è certamente vero che lo Stato romano e la sua struttura in Occidente, nel V secolo, vanno a sparire. Ma dalle loro parole, a me pare evidente come ci si stia riferendo al potere degli imperatori, e non allo Stato romano – anche perché ovviamente tutti parlano di Romani successivamente al 476-480, nelle loro opere (sono testimonianze estremamente interessanti, torneremo a parlarne in futuro). Tra l’altro, va anche notato come le fonti contemporanee agli eventi del 476-480, in particolare i Consularia Italica, descrivano negli esatti termini della faccenda ciò che stava succedendo: i Romani perdono le provincie e il dominio ai barbari (provincias et dominationem amiserunt).
Per questo è decisamente più corretto dire che nel V secolo non termina l’impero romano d’Occidente (entità statale mai esistita), ma cessa l’imperium dei Romani in Occidente. In questo modo, tutto torna nella sua originaria e più corretta prospettiva storica.

L’infanzia nell’impero romano tardo antico (IV-VII sec.) – TRIBUNUS


Su Tribunus alcuni squarci di luce su cosa doveva essere la vita familiare nel periodo dell’Impero Romano tardoantico, soprattutto dal punto di vista del figli; un corposo estratto:

I neonati venivano solitamente avvolti in fasce, e i più fortunati disponevano di una nutrice. Per la scelta del nome si nota, in quest’epoca, l’usanza mediata dall’adesione al culto cristiano. Ammiano Marcellino offre nei suoi testi un campionario dei nomi più diffusi a Roma sul finire del IV secolo, sia fra i nobili sia fra le persone meno abbienti.
Gli aristocratici romani, oltre al nome personale, portavano i numerosi nomi ereditati dalle loro famiglie secondo l’antica usanza gentilizia, mentre tra le classi più basse in Occidente si avevano da uno a tre nomi. Spesso inoltre in entrambe le parti dell’Impero, il nome era preceduto dal prenome Flavio, il quale, più che un nome proprio, sembrerebbe essere stato un titolo di distinzione, di “cortesia”, tradizionalmente derivato dalla concessione fattane secoli prima dalla dinastia Flavia – ma il vero motivo della sua così ampia diffusione durante la tarda antichità resta ancora dibattuto. In Oriente, il nome era per lo più unico, ma era talvolta seguito da soprannomi indicanti l’origine o una qualche caratteristica. Per esempio: Giovanni di Cappadocia, oppure Giovanni Crisostomo, ovvero “dalla bocca d’oro”, per via delle sue doti oratorie.
Con l’ingresso sempre più frequente di stranieri nell’impero, si assiste anche all’introduzione di nuovi nomi, che spesso dovevano risultare alquanto ostici per i Romani: per citarne due molto famosi, Flavio Ardabur Aspar, un alano e magister militum nella parte orientale, e Ricimero, di padre svevo e madre visigota, che svolse lo stesso ruolo in Occidente. Anche lo stesso imperatore Zenone, di origine isaurica, una volta giunto alla porpora (474), fu costretto a mutare il proprio nome originale (Tarasicodissa), probabilmente perché impronunciabile dai Romani.
Caso analogo è quello dell’imperatrice Eufemia, ex concubina e moglie di Giustino I, che si vide costretta ad abbandonare il nome giudicato troppo “ridicolo” di Lupicina.

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Costruttori di civiltà – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un intervento di Valerio Evangelisti, datato novembre 2021, in cui si può apprezzare l’impressionante analisi acuta dei movimenti e della lotta di classe in Emilia Romagna avvenuta nello scorso secolo, un omaggio a questa terra che ha dato la nascita alle più diverse esperienze di sovversivismo politico e sociale; il contesto è una prefazione che Valerio ha scritto a Nel vento, come zingari felici, dialoghi tra Luciano Vasapollo e Lorenzo Giustolisi. Un estratto, in cui si possono ritrovare le sostanziali differenze tra socialismo, anarchismo, comunismo, sindacalismo:

Il tema che vorrei trattare è il cambiamento radicale che episodi di conflittualità hanno portato all’interno di una regione specifica, l’Emilia Romagna. Bisogna pensare alla Romagna di fine Ottocento come a una regione completamente diversa da quel che ci appare oggi, fatta di cespugli, intrichi di boschi, caratterizzata da una forte umidità che permetteva il mantenimento di larghe risaie. La popolazione, anch’essa selvaggia come la natura circostante, partoriva anche briganti, di una tipologia particolare. infatti, poco assomigliavano all’immagine del brigante meridionale: il più crudele e il più feroce in assoluto si chiamava il Passatore, soprannominato poi Cortese a seguito di una nota poesia, ma cortese non lo era affatto. Tuttora possiamo trovarlo sulle etichette dei vini, quali il Sangiovese, rappresentato con un improbabile cappello di taglio calabrese, con folta barba; immagine che si discosta totalmente dalla realtà.

Il Passatore visse a metà dell’Ottocento, portava un cappellino, aveva la barba molto corta che faceva crescere per nascondere le numerose ustioni che portava in viso. Definito crudele perché, oltre ai furti e al largo ricorso alla tortura per indurre a confessare il nascondiglio del patrimonio della malcapitata famiglia di turno, riuscì a conquistare il famoso teatro di Forlimpopoli. Una vicenda presentata come un episodio particolarmente brillante della sua carriera. In realtà la sorella del celebre gastronomo Pellegrino Artusi impazzì, perché fu violentata dai briganti del Passatore che tanto buono non era, patriota men che mai. In Emilia Romagna c’erano quindi i briganti, che provenivano dalla miseria più cruda. Si pensi che nel 1880, in occasione di un allagamento, c’erano braccianti – chiamiamoli così per il momento – che rifiutavano di essere salvati, perché preferivano annegare piuttosto che continuare a condurre la vita precedente. La povertà dilagava: fenomeni come le ripetute guerre e la miseria strutturale avevano ammassato nella regione una quantità di gente, dal lavoro impreciso. Proprio per questo avevo posto precedentemente riserve sul termine braccianti, perché lo erano occasionalmente. Si trattava di persone che in realtà erano disposte a fare un qualsiasi lavoro. L’agricoltura assorbiva gran parte di questa manodopera, ma il fatto è che i lavori agricoli non durano più di cinque o sei mesi, per cui costoro rimanevano disoccupati per buona parte dell’anno. In quei periodi si riducevano a far di tutto pur di poter mangiare: dagli spazzacamini a incaricati dello sgombro delle strade dalla neve durante l’inverno, lavoro prezioso che fornivano le municipalità. Gente, pertanto, che aveva ben poche prospettive di sviluppo davanti. Si trattava, più che di braccianti, di precari o di operai che lavoravano in un contesto agricolo, ed erano completamente diversi da altre figure tipiche delle campagne come i mezzadri, o boari come venivano chiamati in provincia di Ferrara. Costoro erano personaggi effettivamente legati alla terra, vivevano sparsi, per lo più isolati gli uni dagli altri e facevano il loro lavoro con una notevole disciplina, anche perché la piccola quota che riuscivano ad accumulare durante l’anno la usavano con inevitabile parsimonia. La contessa Pasolini di Ravenna, che ha lasciato note molto importanti sulla vita nelle campagne, in special modo nella sua tenuta, elogia al massimo i mezzadri come esempio di famiglia modello, mentre tratta i braccianti come poco di buono. Questo comporta una serie di trasformazioni sul piano sociale.

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La dama bianca


Mostrami la consistenza della poesia assoluta, indicami di quale essenza vive, persegui la sua coerenza fino alla fino dei tuoi giorni.

I themata. Eserciti e province imperiali nel Medioevo (VII-XI sec.) – TRIBUNUS


Su Tribunus un interessante articolo sull’organizzazione territoriale e militare altomedioevale dell’Impero Romano, declinato nella sua pars orientis. Un estratto:

A partire dalla metà del VII secolo, a seguito delle invasioni arabe, e fino almeno all’XI secolo inoltrato, il territorio e l’esercito romano usciti dalla tarda antichità furono organizzati, forse da Costante II, in 𝘵𝘩𝘦𝘮𝘢𝘵𝘢 (sing. 𝘵𝘩𝘦𝘮𝘢, italianizzato in “temi”). Ma di cosa si tratta esattamente?
Nell’uso comune, il 𝘵𝘩𝘦𝘮𝘢 altro non sarebbe che una circoscrizione territoriale entro la quale uno 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘦𝘨𝘰𝘴 detiene il potere civile e militare. Inoltre, le truppe provinciali del singolo 𝘵𝘩𝘦𝘮𝘢 sarebbero soldati-coloni, legati alla terra nella quale risiedono per difenderla e pagati direttamente con terreni e dai proventi di questi.

I primi tre 𝘵𝘩𝘦𝘮𝘢𝘵𝘢 sicuramente istituiti nel VII secolo, nati in Asia Minore come iniziale misura per meglio organizzare la difesa contro gli Arabi, ricalcassero proprio i comandi e gli eserciti già di stanza o trasferiti in quella zona. Il tema 𝘈𝘯𝘢𝘵𝘰𝘭𝘪𝘬𝘰𝘯 doveva forse corrispondere a quanto restava delle truppe del 𝘮𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘶𝘮 𝘱𝘦𝘳 𝘖𝘳𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦𝘮, trasferito in Asia Minore dopo la perdita della Siria e del Levante, mentre il tema 𝘈𝘳𝘮𝘦𝘯𝘪𝘢𝘬𝘰𝘯 probabilmente ricalcava il precedente 𝘮𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘶𝘮 𝘱𝘦𝘳 𝘈𝘳𝘮𝘦𝘯𝘪𝘢𝘮 (carica relativamente recente, nata solo nel VI secolo). Diversa probabilmente l’origine del tema 𝘖𝘱𝘴𝘪𝘬𝘪𝘰𝘯, uno dei più potenti fino all’VIII secolo, che derivava dall’esercito del 𝘮𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘶𝘮 𝘱𝘳𝘢𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢𝘭𝘪𝘴, ovvero l’esercito “in presenza” dell’imperatore – “Opsikion” deriva dal latino “𝘖𝘣𝘴𝘦𝘲𝘶𝘪𝘶𝘮”, che indicava proprio il seguito armato dell’imperatore. Inoltre, già dal VI secolo i 𝘮𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘳𝘪 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘶𝘮 erano chiamati, in greco, 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘦𝘨𝘰𝘪, termine che come accennato è proprio del comandante militare del singolo tema.

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Arbogaste e l’usurpazione di Eugenio (392-394) – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un interessante resoconto storico che testimonia il periodo di transizione tra cristianesimo e paganesimo all’interno dell’Impero Romano, con le lotte intestine e di potere che si susseguirono per decenni, quasi secoli, tra le diverse fazioni di potere religioso. Un estratto:

Dopo la misteriosa morte dell’imperatore Valentiniano II (15 maggio 392), il magister militum Flavio Arbogaste si trattenne sulla frontiera renana (cfr. CIL XIII 8262; PLRE¹ 95-97): i pericoli e le minacce provenienti dalle popolazioni stanziate al di là del fiume esigevano unità di comando, energia e rapidità. D’altra parte, sospettato di aver eliminato il sovrano e in ragione delle sue origini franche, Arbogaste non aveva alcuna intenzione di sostituirsi al defunto Valentiniano, assumendo il titolo di Augustus. Al contrario, il magister chiese ufficialmente di mantenere la propria posizione di difensore del limes renano, giurando fedeltà agli Augusti Teodosio e Arcadio. Ma Teodosio rifiutò l’offerta di Arbogaste, rispettando le ultime volontà di Valentiniano II che lo aveva destituito (Ioh. Antioch. F 187 Müller). Anzi, come prima misura colpì l’aristocrazia pagana di Roma, togliendo a Virio Nicomaco Flaviano l’incarico di praefectus praetorio per Italiam (PLRE¹ 348): a Teodosio e al suo entourage era ben evidente la manovra di avvicinamento tra diversi gruppi di potere che stava avvenendo in Occidente, al punto che, con il favore della comune fede negli antichi dèi, la nobiltà italica aveva avviato ottime relazioni con il condottiero franco. Nei mesi successivi, quindi, Arbogaste ideò una strategia diversa, alternativa a ogni possibile intesa con Teodosio: rotto ogni indugio, il 22 agosto 392 il magister proclamò Augusto il magister scrinii Flavio Eugenio, in precedenza docente di grammatica e retorica (Socr. HE. V 25, 1; Soz. HE. VII 22, 4; Zos. IV 54; Oros. VII 35, 11; PLRE¹ 293). Si trattava di un personaggio di medio rango che tuttavia, nelle intenzioni di Arbogaste, poteva diventare il mediatore tra il suo potere militare sul Reno e l’aristocrazia tradizionale, che al nuovo imperatore doveva fornire i vertici dell’amministrazione. Eugenio, facendo sua la politica del suo generale, cercò dapprima un accordo con Teodosio e, senza muoversi dalla capitale Treviri, inviò ambascerie chiedendo il riconoscimento del proprio potere (Zos. IV 56, 3; Ambr. Epist. 57). Ricevuta una netta condanna dall’imperatore, nel 393 Eugenio decise di invadere l’Italia (Soz. HE. VII 22; Oros. VII 35, 13). A questo punto l’intesa tra Arbogaste, Eugenio, e l’élite imperiale si rivelò chiaramente: una strana alleanza tra militari romano-germanici e senatori romani tradizionalisti, destinata a ripetersi nel corso del secolo successivo. Il caso aveva riposto nelle mani di un comandante di origine barbarica la difesa del mos maiorum e della tradizione religiosa di Roma antica (cfr. Philost. HE. XI 1-2). Trasferitosi a Milano, tra la primavera del 393 e la tarda estate del 394, Eugenio restaurò il culto pagano e ordinò il ricollocamento dell’altare della Vittoria nella Curia a Roma (Paul. Mil. VAmbr. 26); Flaviano riebbe il suo posto di prefetto d’Italia e suo figlio fu elevato a praefectus Urbi (CIL VI 1782). Soprattutto, per la singolare alleanza con il franco Arbogaste, il Senato di Roma recuperò parte del proprio prestigio politico: fu l’ultimo tentativo di uscire da un’umiliante marginalità politica e religiosa, l’ultima chance per rimediare ai colpi inferti al venerando consesso dal regime imperiale fin dal III secolo.

 

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