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L’importanza de “La casa sull’abisso” di Hodgson nell’evoluzione dei Miti di Cthulhu – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione di Cesare Buttaboni a uno dei pilastri della letteratura fantastica mondiale: La casa sull’abisso, di William Hope Hodgson.
Perché questo testo è così importante? Perché è uno dei primi esempi di cross-over tra generi, weird e SF si danno la mano in un compendio che prevede anche le future incursioni di Lovecraft, dove l’oscurità è sì un luogo dell’anima, ma anche fisico, siderale, un incubo…

La casa sull’abisso è un romanzo “incubo” che descrive le angosciose vicissitudini di un “Recluso”, abitante, assieme alla sorella e al cane Pepper, di una casa irlandese sperduta, situata in una regione ignota alle cartine geografiche nei pressi del villaggio di Kraighten: la casa diventa il fulcro dove si scatenano allucinanti e diaboliche potenze extra-cosmiche che assumono la forma di orripilanti creature dall’aspetto suino, simbolo dei fantasmi che si annidano nella psiche umana portati alla luce da Freud, dimostrazione dell’estrema modernità dell’opera “hodgsoniana”. La casa, con le sue stanze, è una sorta di metafora dell’essere umano: la parte superiore aspira al cielo e al Paradiso mentre la cantina simboleggia invece il lato più oscuro in cui si annidano gli inferni personali che celano i mostri nascosti nell’inconscio.

L’atmosfera che si respira è di una solitudine metafisica assoluta che rende l’opera unica nel suo genere: il Recluso si dedica allo studio e passa molto del suo tempo nello scrittoio. Un giorno la sorella viene attaccata dalle misteriose creature suine: è l’inizio di un assedio spietato in cui il Recluso si difenderà con ogni mezzo prendendo a fucilate i mostri. A questo punto inizia un’accurata esplorazione dei dintorni della casa: scopre che la casa è sospesa per mezzo di una roccia su un pozzo di una profondità insondabile: un vero e proprio Abisso. Esplora poi le cantine dove scopre una botola di quercia che protegge la casa da un enigmatico pozzo: scoprirà poi che si tratta di un prolungamento dell’Abisso.

Nel corso delle sue disavventure il Recluso avrà delle terrificanti “visioni” in cui la casa viene riprodotta su scala gigantesca ed è assediata da un enorme essere suino di colore verde. In un’altra allucinazione “vede” – in un vero e proprio viaggio al di là del tempo e dello spazio – il collasso del sistema solare e della terra e verrà catapultato al centro dell’universo dove si troverà di fronte due soli, uno nero e uno verde: questa “visione” rappresenta qualcosa di realmente incredibile: è l’essenza stessa dell’orrore cosmico e prefigura e supera molta fantascienza successiva. Dal sole verde si staccano dei globi in cui riesce a penetrare e a ”vedere” la sua” amata” e a trovare la pace in una sorta di limbo chiamato “mare del sonno”. Da quello nero fuoriescono globi oscuri che lo proiettano in una sorta di Inferno denominato “La pianura del silenzio” dove vede la casa assediata dalla creatura gigantesca e vi entra all’interno. Qui termina il suo viaggio “iniziatico”, ricco di simbolismi a cui alludeva lo stesso Hodgson all’inizio del testo. Il viaggio metafisico e temporale del protagonista è quello che si definisce un vero e proprio “viaggio astrale”. Non è così sorprendente questo aspetto “occulto” del romanzo tenendo conto che queste tematiche erano all’epoca molto diffuse: basti pensare alla notorietà di un personaggio come Crowley e alla celebre Golden Dawn, società segreta basata sulla Qabalah di cui però Hodgson, a differenza di Arthur Machen e altri nomi celebri, non ha mai fatto parte.

Gli abissi che si celano sotto la casa da cui fuoriescono gli esseri extra-terrestri sono una metafora degli insondabili segreti dell’inconscio umano.  La casa sull’abisso è un’opera ricca di riferimenti ermetici ed esoterici: il libro può essere “letto” sia su un piano microcosmico che su quello macrocosmico. Non a caso il celebre critico Jacques Van Herp l’ha definito “un piano d’interpretazione di altri piani”, definizione quantomai calzante che coglie in pieno l’atmosfera “incubica” del romanzo. La casa si trova “on the borderland” ovvero sul confine su altre dimensioni ignote del reale. L’edificio rappresenta il microcosmo, sorta di “piccolo Inferno” personale del protagonista mentre il modello gigantesco dell’edificio nella Pianura del Silenzio che il Recluso scorge nella sua “visione” simboleggia il macrocosmo. La struttura dei diversi “piani” e modelli della casa sembrano riflettere le parole del grande Ermete Trismegisto: “ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della realtà una”.

Delos Digital presenta “La morte di un Dio” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di La morte di un dio, racconto weird di Henry S. Whitehead uscito per la collana InnsMouth, diretta da Luigi Pachì. La quarta:

Canevin e i Caraibi, vudù e operazioni chirurgiche.
H. S. Whitehead noto esperto della cultura nativa di Haiti e altre isole caraibiche ci immerge in una realtà distante da noi che tocca corde del nostro animo così ancestrali che non si riesce a non rimanerne coinvolto e a considerare possibile ciò che sembra impossibile. Si può escludere totalmente che parti di questa storia di Whitehead, raramente apparsa in italiano e amatissima da Lovecraft, raccontino in realtà qualcosa che la scienza ancora deve scoprire?

Holmes e gli orrori del Miskatonic (Sherlock Apocrifi 82) | Gli Archivi di Uruk


Bella segnalazione di Lucius Etruscus su un GialloMondadori in uscita questo mese: Sherlock Holmes e gli orrori del Miskatonic, di James Lovegrove – se ne era già parlato su SherlockMagazine. È un incontro tra Sherlock Holmes e il pantheon di Lovecraft, seminale per le continue commistioni che ciò comporta – penso al ciclo della Lavanderia di Stross – e perciò assolutamente da seguire.

Quindici anni sono passati dal primo manifestarsi delle forze oscure. Sherlock Holmes e il dottor Watson – l’uno all’apice della sua dipendenza dalla droga, l’altro segnato dalla perdita dell’adorata moglie Mary – non hanno mai smesso di combattere un nemico che si cela al di là del visibile, presenze ultraterrene di cui il mondo non è ancora pronto a conoscere il segreto. A una nuova fase di questa lotta incessante sembra preludere la notizia che al Bedlam, il famigerato ospedale psichiatrico londinese, è ricoverato un paziente diverso da tutti gli altri. Nel suo delirio costui traccia geroglifici nella lingua arcana che rievoca ostili divinità arcaiche. Anche le condizioni fisiche, tra il volto sfigurato, le cicatrici diffuse e la mano sinistra troncata all’altezza del polso, testimoniano che qualcosa di terrificante debba essergli accaduto, forse durante un infausto viaggio sul fiume Miskatonic, nella Nuova Inghilterra, in cerca di una creatura mostruosa. Sfide sovrumane e fenomeni che sfuggono alla ragione si annunciano per i due inquilini di Baker Street, uniti come non mai nell’impresa di difendere la civiltà dall’assedio dei Grandi Antichi.

Il volume è impreziosito dal saggio: Sherlock Holmes e i miti di Cthulhu di Luigi Pachì.

Filmhorror.com – Ultime uscite: “Storie dall’Europa Nera – volume 2”!


Su FilmHorror la segnalazione di un progetto letterario, articolato su più titoli: Storie dall’Europa Nera, a cura di Michele Borgogni e Andrea Berneschi. I risvolti occulti e lovecraftiani di un mondo che forse non è così lineare appaiono forti e condivisibili, incuriosiscono molto; nel dettaglio:

Nello scenario ucronico di Europa Nera lo sbarco in Normandia è fallito, il controllo nazista sul nostro continente è sempre più forte e il mondo è diviso in tre blocchi: a est l’Unione Sovietica e i paesi comunisti, a ovest gli Stati Uniti e le poche democrazie liberali, al centro il dominio del Reich, che riunisce molti paesi sotto il simbolo della svastica.

6 giugno 1944, D-Day: alcuni sopravvissuti americani raccontano di misteriosi gorghi che hanno inghiottito navi e uomini prima dello sbarco, e di terribili creature uscite dalle acque che hanno fatto strage tra le truppe. Inizialmente il comando alleato pensa che le storie siano frutto del terrore di quei momenti e forse dell’utilizzo di gas allucinogeni da parte dei nazisti. Quando tre mesi dopo anche un secondo tentativo di sbarco viene respinto, con perdite ancora maggiori, si capisce che nelle voci c’è qualcosa di vero. I nazisti stanno utilizzando forze oscure ed inquietanti nella loro guerra…

STANNO ARRIVANDO I FASCISTI – di Michele Borgogni

È il 1954, e la Romagna fascista sta tornando a una apparente normalità, guidata dal successore di Mussolini, il nuovo Presidente della Repubblica Sociale Graziani. Sotto le ceneri della pace cova ancora il desiderio di rivolta. In un attentato muore un importante uomo del regime, e la polizia decide di controllare gli alibi di tutti gli oppositori noti, come Molinari, che durante la guerra aveva aiutato la Resistenza e ora sta cercando di rifarsi una vita in campagna con la sua famiglia. Molinari si dice estraneo a tutto, ma ai fascisti la sua parola non basta…

BLUE MOON – di Andrea Berneschi

Toscana, anni ’70. I più giovani, quelli nati dopo la fine della seconda guerra mondiale, non si rendono conto di quale fortuna sia vivere in una Repubblica Partigiana. O forse non basta più. Servono motivazioni nuove, stimoli nuovi. C’è la tentazione dell’occulto, che sembra trovare un proprio assurdo senso solo sotto il controllo degli stregoni dei Reich. E ci sono le nuove droghe che stanno invadendo il mondo, e che profumano di quella libertà che sembra esistere solo a parole.

H.P. Lovecraft, i “mondi perduti” e la Teosofia – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi una ricostruzione del mondo cognitivo che ha costituito la base dell’epopea lovecraftiano, la base del patnheon delle divinità che vivevano oltre il tempo e che avrebbero generato la base del nostro universo, che Lovecraft riteneva meccanicista e che per una qualche intuizione comprese che andava ben oltre il Positivismo; per far ciò, prese in prestito – forse a mo’ di salace ironia, forse no – le dottrine anche teosofiche che dal secolo precedente avevano preso a tempestare le fascinazioni di molte persone, tra i quali i nazisti, specchi perfetti di un male assoluto che affonda nelle pieghe dello spaziotempo. Un estratto:

Uno dei più strabilianti parallelismi fra la narrativa lovecraftiana e le dottrine esoteriche tradizionali è il concetto di Asse del Mondo, il luogo metafisico dal quale ha origine tutto l’universo e attorno al quale ruota l’universo stesso. Nelle culture antiche l’Axis Mundi è rappresentato da un monte o una collina: l’Olimpo per i greci, il monte Meru secondo i Veda indiani, il monte Sion per gli ebrei, il Qaf per i musulmani. Secondo la teologia egizia di Hermopoli ed Eliopoli Il dio Atum creò l’universo da una collina emersa dalle acque primordiali, e lo stesso concetto figura in molte altre mitologie. La Montagna Sacra è posta sempre all’estremo settentrione e ciò la connette a una simbologia polare, poiché il polo stesso costituisce il Centro della volta celeste. La Montagna Sacra è il perno attorno a cui ruota il mondo, proprio come attorno al Polo ruota la volta del cielo.

Tutti questi concetti sono meravigliosamente rappresentati dal monte Kadath di cui Lovecraft scrisse nel romanzo The Dream Quest of the Unknown Kadath. La sua mole colossale si innalza al centro del Deserto Gelato all’estremo nord delle Terre del Sogno, dove regna l’eterna notte. Esso è coronato da un titanico Castello d’Onice la cui cima, il Faro degli Antichi, rifulge di un sinistro bagliore nella notte eterna, proprio come la cima del monte Meru risplende di luce. Essa sfiora il vuoto siderale ed è coronata da un diadema di stelle ignote agli uomini. Come nelle Antiche tradizioni esso è popolato da divinità, gli Dei della Terra, che lungi dall’essere i veri padroni del mondo non sono che marionette dominate dagli Altri Dei e dal Caos Strisciante Nyarlathotep. Con ciò Lovecraft si distanzia in modo netto dalla tradizione, affermando che sulle leggi apparentemente sagge e stabili che governano il mondo non governa altro che il Caos.

In una lettera dei primi di marzo 1933 a Clark Ashton Smith Lovecraft accenna di nuovo ad Atlantis and the Lost Lemuria di W.S. Elliot, tratteggiando anche un breve schema riassuntivo della storia esoterica dei continenti secondo il testo in questione. È rilevante, nella lettera in esame, l’accenno al Monte Meru, la Montagna Primordiale che è una figurazione simbolica dell’Asse del Mondo, situata al Polo Nord secondo la tradizione induista e vedica; rilevante perché in The Dream Quest of the Unknown Kadath (del 1927 e quindi scritto successivamente alla lettura del libro) come ben sappiamo la meta del pellegrinaggio onirico di Randolph Carter è proprio il Monte Kadath che come il Meru è una titanica montagna situata all’estremo settentrione.

Qualcosa d’altro | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Qualcosa d’altro, raccolta di racconti di Gianfranco De Turris, nome che nel panorama fantastico rappresenta da sempre una colonna portante. Un estratto dalla rece:

Dalla lettura di questi racconti traspare una cifra stilistica e di contenuto affatto banale che fa intravedere la statura di uno scrittore vero. Si tratta spesso di storie brevi ma che riescono a lasciare il segno. Indubbiamente emerge la sua visione del mondo che non ha mai negato di non trovarsi a suo agio a vivere nella realtà moderna ma questo aspetto, al di là delle possibili connotazioni ideologiche, è qualcosa che molte persone sentono sulla propria pelle e spesso non ne capiscono il motivo.

Fra le storie presenti in questa silloge mi ha colpito in particolare L’appuntamento mancato dove l’autore descrive un’esperienza personale intensa e metafisica. La storia è vera ed è ambientata a Parigi dove De Turris era in vacanza con la famiglia. Ci sono degli aneddoti gustosi come quando viene rievocato l’incontro con Daniel di una nota rivista di fantascienza (trattasi di Daniel Riche, direttore di Fiction) e di come De Turris fosse alla ricerca di una Parigi nascosta, lontana da quella delle cartoline e delle visite guidate, una Parigi “idealizzata” (ma reale) che forse esisteva solo nella sua mente. Ma l’esperienza soprannaturale avviene quando, in metropolitana, vede “una figura alta e magra, dinoccolata quasi, il viso stretto, il naso pronunciato, il mento caratterizzato da un evidente prognatismo”. Ebbene quella figura era H.P. Lovecraft che invano ha cercato di raggiungere. Alla fine si rimane con la netta sensazione che quel giorno in metropolitana a Parigi De Turris abbia realmente incontrato Lovecraft e sono sicuro della veridicità di quanto narrato.

Delos Digital presenta “Tentacoli” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Tentacoli, racconto di Roberto Guarnieri uscito per la collana weird InnsMouth di Delos Digital. La quarta:

Un incidente, un trauma cranico e per Roberto Spada inizia un lungo incubo fatto di angoscia e allucinazioni. Ma le creature tentacolari che invadono le vie della città sono solo le visioni di una mente malata o un reale pericolo da affrontare prima che sia troppo tardi?

“Il cosmo ciclico e il mito dell’eterno ritorno”, su Stroncature – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi un post che indaga, ancora una volta e in altre ottiche, la serie TV TrueDetective:

Cosa ha reso True Detective una serie tv così speciale e di culto? Probabilmente la sua caratteristica di basarsi più sul non detto che sul detto, di sfruttare più le atmosfere create e i simbolismi sapientemente velati, che non quello che accade effettivamente. Una peculiarità lodevole che però rende molto complicato decifrare i suoi significati più reconditi. Se sviscerare la serie nel suo complesso può sembrare un’operazione quasi impossibile, proprio per la sua caratteristica di non dire, nessuno vieta di provare a gettare luce su alcuni elementi-chiave della storia, analizzabili per esempio con gli strumenti dell’antropologia del Sacro e della storia delle religioni.

Ma si è partiti da qui:

Nei primi due secoli dopo Cristo, in tutto il Mediterraneo romano si diffuse il culto di una bizzarra divinità mediorientale, originatasi nei vangeli apocrifi e connessa a un particolare filone del cristianesimo delle origini: lo gnosticismo. Il nome del dio era Abraxas, e il suo compito era quello di regnare sul cosmo inferiore, assicurando l’equilibrio del ciclo universale, destinato a ripetersi invariato, senza sosta. Le origini di Abraxas, però, sono molto più antiche, e discendono dalle tradizioni sciamaniche dell’Asia centrale: ne è prova il suo tamburo rituale, attributo divino giunto in Palestina dalle steppe tramite l’influenza culturale dell’impero persiano. Già gli sciamani, infatti, celebravano il rito circolare dell’eterno ritorno, ritenendo che il tempo non fosse altro che un “cerchio piatto”, una forza primordiale da cui scaturisce una creazione destinata a ripetersi senza sosta.
Nei primi secoli dopo Cristo, in tutto il Mediterraneo romano si diffuse il culto di una misteriosa divinità che troviamo raffigurata su numerose gemme e amuleti, ma anche invocata in molte preghiere e papiri magici. Il suo nome è Abraxas, e le sue sembianze sono quelle di una creatura umanoide con i piedi serpentini e la testa di gallo. Lo ritroviamo nei vangeli gnostici, testimonianze di un vero e proprio cristianesimo alternativo. Ma Abraxas è un dio benigno o un demone malvagio? Cos’è l’oggetto rotondo che regge in una mano? Esaminando le fonti e le testimonianze storiche, il libro ricostruisce un’affascinante rete di simboli che, attraverso il millenario tamburo magico, collega i rituali sciamanici dell’Asia centrale con i culti del Mediterraneo antico. E non solo: nel corso dei secoli il mistero di Abraxas ha affascinato i cavalieri Templari, Erasmo, Tommaso Moro, Jung e Crowley, e continua a sopravvivere nella cultura pop contemporanea, tra romanzi, serie tv e fumetti.

Non è una leggenda confinata in un passato remoto: il mito dell’eterno ritorno riemerge con forza anche nella spiritualità contemporanea e nella cultura pop, come conferma il successo internazionale della prima stagione della serie tv True Detective di Nic Pizzolatto, che rielabora a tinte noir la concezione del “Tempo Divoratore”, prendendo soprattutto spunto dal saggio di Thomas Ligotti (“La cospirazione contro la razza umana”), dalla letteratura del fantastico di fine ‘800 e inizio ‘900 (Ambrose Bierce, Robert W. Chambers, H.P. Lovecraft) e dalla filosofia pessimista e nichilista (Schopenhauer, Cioran). Protagonista del serial è il cinico investigatore Rust Cohle, interpretato dall’attore Matthew Mc Conaughey, il quale esibisce nel suo complesso personaggio tutti i crismi dello “sciamano” contemporaneo. Dal mitico Abraxas dei vangeli apocrifi alle paludi della Louisiana, l’idea del cosmo ciclico continua a suggestionare l’Occidente, rivoluzionando le sue apparenti certezze…

25 anni di “Arcano Incantatore”: conversazione con Pupi Avati – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi una bella intervista ed esegesi della sua opera a Pupi Avati, fatta in occasione del venticinquennale di L’arcano incantatore, film da subito pietra miliare del genere weird italiano, o meglio, gotico padano. Un estratto della chiacchierata:

“Fola esoterica dalle nostre campagne”: il cartello che compare nei titoli di testa riassume i due elementi fondanti dell’avatiano “Gotico padano”: il mondo rurale e le sue storie di paura (che furono d’ispirazione, già vent’anni prima, per La casa dalle finestre che ridono). Uno dei due termini è però qui contraddetto: pur idealmente ambientato nelle campagne intorno a Bologna (l’accento d’alcuni caratteristi è eloquente), il film è stato girato tra l’Umbria e il Lazio, per lo più nelle campagne fra Todi e il lago di Corbara: e il fatto che questo lago, all’epoca nella quale il film è ambientato, non esistesse contribuisce allo straniamento dello spettatore – lo stesso nel quale sprofonda Giacomo lungo il corso del film – trasponendo la vicenda in un mondo che non c’è.

Pupi Avati – Mi colpisce che tu abbia trovato Il mattino dei maghi proprio dopo aver partecipato a un mio film, perché per me e per la mia formazione, per il mio panorama e per il mio immaginario, è un testo fondamentale.

Tommaso de Brabant Jung parlerebbe di sincronismo, “coincidenza significativa”.

PA – Proprio così. Tieni da conto quel volume, è introvabile. Il mattino dei maghi fa parte di quella cultura esoterica alla quale ho dedicato tanto interesse, ancora prima che arrivasse Dan Brown col suo “Codice da Vinci” a gettarla in caciara. Ma sono studi che mi interessano ancora, e che mi hanno portato a realizzare L’arcano incantatore. Sono arrivato all’idea per quel film da lunghi studi, da una documentazione che assieme a mio fratello ho curato per anni… ma si è anche trattato di pura ispirazione. Soprattutto dall’ispirazione.

Nonostante Avati si schermisca affermando d’aver seguito l’ispirazione più immediata, i suoi film – e quelli dell’orrore in particolare – dimostrano una cultura vasta e profonda. Proprio L’arcano incantatore, fiaba gotica sospesa tra scorci bellissimi d’un Settecento realistico e sognante al contempo, è forse il suo film più colto. Cultura che traspare dalla bellezza del film e della ricostruzione che offre dell’epoca in cui è ambientato, ma non solo. I riferimenti letterari (e non solo) ci sono: precisi, documentati, accurati. Tutta una cultura sta dietro la crittografia per la quale Monsignore si avvale del suo novello segretario, Giacomo. Ed è uno dei testi capitali di questa cultura a fare da “manuale” per i communiqué che il sospettoso (ma per lo più ignaro) ex seminarista affida a Severina, la conversa (diversamente da lui, consapevolissima) che lo traghetta attraverso il lago: novella Caronte sia per il ruolo di rematrice, che per il mondo infernale al quale pertiene.

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Negli oscuri meandri di Carcosa – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi un lungo articolo che setaccia, attraverso la pubblicazione Carcosa svelata, di Marco Maculotti,  la serie TV True detective, fonte di letture e riletture del reale che affondano nella trascendenza e nel kernel attuale del Fantastico. Un estratto:

In un’era in cui la produzione di serie tv è continua, persino asfissiante, ce ne sono poche che si prestano a essere analizzate a fondo. La prima stagione di True Detective è una di queste. Che il serial di Nic Pizzolatto sia strutturato su una profonda base filosofico-letteraria dal 2014 a oggi l’hanno capito in molti. Eppure, pochi hanno osato penetrarvi all’interno.
Svelare Carcosa, attraverso uno studio profondo dei misteri che le gravitano attorno, approfondendo simboli, influenze e richiami (più o meno espliciti) presenti nell’opera di Pizzolatto. Maculotti parla di appunti, ma il suo lavoro è molto di più: tredici capitoli, suddivisi in tre parti e accompagnati dalle perturbanti illustrazioni di Marco Sabbatani, in grado di trasportare il lettore all’interno della città perduta e nella mente dei suoi personaggi principali. Una lettura da compiere tutta d’un fiato, come se si partecipasse a un rito o si guardasse una serie tv. Ci sarà tempo poi per ritornare sulle singole parti, rimarcare i richiami interni e delineare nuove connessioni.

La struttura del libro è organica, ben articolata, ma anche sorprendente. Parlando di True Detective, ci si sarebbe potuti aspettare che la prima parte fosse incentrata su Thomas Ligotti, lo scrittore statunitense fonte di ispirazione principale del regista. Invece Maculotti stupisce, prendendo le mosse dai legami della serie con fatti reali e di rilevanza sociale. Parliamo dei parallelismi tra la Setta della Palude e il Bohemian Grove californiano, tra il «posto dove uomini ricchi vanno ad adorare il demonio» e i casi di cronaca nera avvenuti prima dell’uscita del serial, tra True Detective e altri prodotti cinematografici, da Rosemary’s Baby di Roman Polanski a Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Un primo capitolo agghiacciante, che presenta il sostrato narrativo e solleva inquietanti interrogativi sulla realtà.
Da qui la narrazione prosegue seguendo due filoni tra loro complementari: uno fantastico-letterario e un altro mitico-filosofico. Il primo viene trattato nella seconda parte. Qui Maculotti ripercorre le origini di Carcosa, la città perduta menzionata per la prima volta da Ambrose Bierce nel suo racconto del 1885 An Inhabitant of Carcosa e dieci anni dopo da Robert W. Chambers nella sua celebre raccolta The King in Yellow. Proprio nel racconto che apre l’opera, il narratore introduce il volume maledetto, di cui non si riesce a liberare, con queste parole:

Lessi e rilessi quelle pagine e piansi, risi e tremai in preda a un orrore che a volte mi assale ancora oggi. Ed è questo che mi turba, perché non posso dimenticare Carcosa, dove nel cielo risplendono stelle nere e dove le ombre dei pensieri degli uomini si allungano nel pomeriggio, dove i Soli gemelli affondano nel lago di Hali: la mia mente conserverò per sempre il ricordo della Maschera Pallida.

Elementi che troviamo, in forma rielaborata, in True Detective. Sia nei racconti di Bierce e Chambers che nella serie di Pizzolatto, Maculotti sottolinea come «chi sperimenta Carcosa durante una visione […] sembra improvvisamente condotto mentalmente a una preter-esistenza al di fuori del tempo, il cui ricordo causa un vero e proprio trauma emotivo». Una forma di pazzia derivata da un’esperienza estatica, tanto irresistibile quanto terrificante.

Oltre ai due autori di fine Ottocento, la trattazione spazia tra le innumerevoli connessioni letterarie con l’universo mitopoietico derivato dalla città perduta. In questo senso vengono richiamati, tra gli altri, i maestri del fantastico Howard Phillips Lovecraft e Abraham Merritt, ma è nel rapporto con Il grande dio Pan di Arthur Machen (di cui Maculotti è grande conoscitore) che l’analisi è particolarmente sottile. La pazzia estatica derivata dal Re in Giallo di Chambers sarebbe paragonabile, infatti, alla regressione protoplasmatica dovuta alla visione del Pan di Machen: entrambe esperienze che conducono al disfacimento fisico e psichico dei disgraziati beneficiari. In True Detective la tematica viene riproposta nell’ultimo capitolo, quando Rust Cohle rivela al collega Martin Hart la sua discesa abissale durante il coma:

C’è stato un momento in cui ho iniziato a scivolare nell’oscurità. Era come se fossi diventato un essere senza coscienza con una vaga consistenza nell’oscurità e sentivo che quella consistenza svaniva. Sotto l’oscurità c’era un’altra oscurità, un’oscurità che era più profonda, calda. Era come se fosse tangibile.

AERIA VIRTUS

"l'unico uccello che osa beccare un acquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'acquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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The more you know, the less you fear (Chris Hadfield)

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