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Archivio per HP Lovecraft

ARTHUR MACHEN e il segreto delle Ninfe | Heroic Fantasy Italia


Su HeroicFantasy una bella biografia di Arthur Machen, ben dettagliata e innervata nei suoi gangli creativi e occulti. Un estratto:

L’opera di Machen può essere avvicinata a quella di Tolkien nel resuscitare gli antichi miti celtici. Ma mentre Tolkien, con gli occhi del letterato, dà valenza positiva ai “piccoli popoli”, Machen sa che questi erano visti con paura dagli antichi gallesi, così come gli Alvar nordici e gli Alp tedeschi e alpini erano ben più temibili degli Elfi di Tolkien. L’idea che il popolo di Faerie sia una maschera per un orrore arcaico indicibile è bene esposta nel racconto Il Sigillo nero.

Selvagge colline, arcaiche foreste, criptiche rovine romane fanno appunto da sfondo a The White People, secondo Lovecraft è l’opera in cui più ogni altra Machen ricrea la tradizione magica celtica. “In Machen, la storia più sottile—The White People— è indubbiamente la più grande, anche se non ha i terrori tangibili e visibili di The Great God Pan o The White Powder.” (lettera a Robert E. Howard, 4 Ottobre 1930). Il grande bibliografo e studioso dei letteratura fantastica E.F. Bleiler considerava questo racconto “probabilmente la migliore singola storia soprannaturale del secolo e forse della letteratura”, anche se l’elemento soprannaturale è fatto intuire, più che esplicitato e descritto.

«La stregoneria e la santità, ecco le sole realtà». È l’inizio del racconto, una lunga discussione tra un uomo pratico e razionalista (Cotgrave) e un mistico eccentrico (Ambrose), probabilmente portavoce di Machen. Questo prologo è stato bersaglio di critiche, sia di forma che di contenuto. Nella forma, si ritiene contrario a ogni buona regola di scrittura iniziare un racconto con un dialogo filosofico; nel contenuto, perché lo spiritualismo di Ambrose (nome non casuale: da Ambrosia, l’elisir dell’immortalità, come il Padre della Chiesa Ambrogio, ma anche come il mago Emrys Myrdinn, Merlino), e giudicato politicamente scorretto, irrazionale e misogino.

La tesi di Ambrose è che il vero peccato, come la vera santità, hanno poco a che fare con la nozione comune di bene e male, determinata dall’utile della società. La maggior parte degli uomini è debole, mossa dalle circostanze verso la criminalità o la rispettabilità. Il santo e il peccatore sono coloro che guardano oltre il velo dell’apparenza, l’uno per raggiungere sfere superiori con mezzi un tempo naturali, la contemplazione e l’estasi, l’altro con mezzi innaturali, la stregoneria. Il peccatore è non meno solitario del santo, e la sua via è ancora più ardua. Questo dialogo, da molti critici biasimato, è stato ammirato da Louis Pauwels e Jacques Bergier che vi hanno visto una spiegazione del male assoluto del nazismo. Perché l’adepto del male di Machen può non fare mai un atto violento (la strega bambina non fa nulla di più crudele di rompere dei piatti col pensiero, spaventando una cuoca), ma può anche compiere crudeltà mostruose come Gilles de Rais, che sacrificò, smembrò e violentò centinaia di bambini per trovare la pietra filosofale, o come, aggiunge Jacques Bergier, Hitler e Himmler che massacrarono milioni di persone per creare una razza di superuomini.

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Ambassador for Madness


Cthulhu on the run…

I Grandi Antichi in tinello – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione dell’epistolario di HP Lovecraft ridotto in libro, L’età adulta è l’inferno, a cura di Marco Peano. Franco Pezzini ne fa una disamina accurata, da cui incollo un brano:

D’altra parte – come già sottolineato altrove – un altro mito da sfatare è quello di Lovecraft caso psicopatologico. Certamente la psiche di HPL è un multiverso popolato di Altri Dei, convocati dal cocktail di morboso puritanesimo di una madre soffocante e di paure familiari e sociali: come la “contaminazione” degli immigrati non ariani, o quello spiacevole simil-Cthulhu che è il Treponema pallidum della sifilide, causa del seppellimento in ospedale psichiatrico del padre. Che ciò contribuisca a un senso di schiacciante alienità del cosmo su un uomo percepito come irrilevante è però tutto da discutere. Ma soprattutto tale peso su un lignaggio di fragilità nervosa non permette di esaurirvi la vita interiore e l’esperienza dell’uomo Lovecraft: e queste lettere piene d’ironia dalle impagabili, fantasiose intestazioni, dalle “chiuse lambiccate e ostentatamente servili” dove gioca a fare il vecchio e si rivolge agli interlocutori in un caleidoscopio di nomignoli, mostrano anche la scoperta di un universo femminile non più circoscritto all’ombra dell’ammiratissima e perduta mamma. Sonia diventa via via più importante, le sue doti intrigano e spiazzano il Nostro; e la scena quasi da musical (giugno 1922) dei due con l’ombrello che cede sotto un acquazzone lasciandoli a ridere tutti bagnati pare un adeguato preludio al matrimonio che seguirà due anni dopo (3 marzo 1924). Con la prima notte di nozze a ribattere assieme a macchina il racconto per “Weird Tales” scritto per il re degli illusionisti Harry Houdini.

Ma la vita è difficile. Acciacchi di salute di Sonia (tenerissimo lui che si sforza d’impratichirsi a cucinare “spaghetti mangiabili” e al ritorno di lei dall’ospedale la riaccoglie il giorno di Halloween dopo aver “decorato il soggiorno con stelle filanti nere e arancio e streghe di carta sistemate in punti strategici”) e spostamenti per lavoro della medesima fanno durare l’effettiva convivenza solo una decina di mesi; e l’ambiente di New York porta il Nostro “quasi alla pazzia”. Nonostante gli sforzi di Sonia di salvare il matrimonio, la crisi è testimoniata proprio dalla strana missiva di pochi giorni prima del Natale 1925 a un destinatario sconosciuto e scritta “come fosse un flusso di coscienza”: la separazione troverà definizione amichevole un paio d’anni più tardi. E in una lettera a Moe del 2 luglio 1929 HPL – tornato da tre anni nell’amata e comoda Providence – può condurre una pacata autocritica prendendo atto che l’esperimento matrimoniale non è riuscito.

Colpisce notare come proprio dal tempo di quella crisi e in qualche modo dal suo crogiolo – anche se i nessi non sono banalizzabili – eruttino le opere fondanti del Ciclo di Cthulhu, certo prefigurato da figure e temi di testi precedenti ma varato nei fatti da The Call of Cthulhu (scritto nell’estate 1926) e sviluppato attraverso successivi racconti-cardine come The Case of Charles Dexter Ward (inizio 1927), The Colour Out of Space (marzo 1927), The Dunwich Horror (1928) eccetera. Che, con il loro fiato apocalittico, di fatto annunciano la fine degli Anni ruggenti: pochi mesi dopo la citata lettera a Moe, il 24 ottobre si apre la crisi della borsa di Wall Street, cui segue il martedì nero 29 il suo crollo definitivo. Inizia la Grande depressione. E intanto altri mostri stanno emergendo dall’abisso.

La sublime perpetuazione di Thomas Ligotti | Holonomikon


Sul suo blog, Giovanni De Matteo parla di Thomas Ligotti, uno degli eredi – tra l’altro è anche quello contemporaneo – a HP Lovecraft. Lo fa per segnalare un suo intervento sul tema, apparso oggi su QuaderniAltriTempi.

Tra gli autori che hanno saputo plasmare le frontiere della letteratura dell’orrore, modificandone la percezione e la considerazione presso lettori e studiosi, un posto di rilievo è occupato da questo schivo e ormai leggendario scrittore di Detroit. Quello che prima di lui era riuscito con la narrativa di genere a H. P. Lovecraft, di cui in qualche modo raccoglie il testimone, Ligotti ha saputo riproporlo a partire dagli anni ’80 con i suoi racconti, che da qualche anno l’attenzione di case editrici come Elara e Il Saggiatore sta facendo conoscere anche ai lettori italiani.

Per un’introduzione alla sua figura e opera non posso che rimandare all’eccellente profilo tracciato da Andrea Bonazzi, tra i primi in Italia a occuparsi di Ligotti e suo massimo conoscitore.

Tutt’altro che popolare, Ligotti propone una letteratura weird estremamente ambiziosa, coerente con una poetica antiumana di cui in molti (scrittori e sceneggiatori, ma non solo) hanno finito per nutrirsi, e la sua parabola è analoga a quella descritta da Philip K. Dick nella fantascienza, se non fosse per la non irrilevante differenza che Ligotti è diventato un oggetto di culto ancora da vivo e in attività.

Il Saggiatore ha recentemente dato alle stampe l’edizione italiana di questo affascinante libello, impreziosito dalle meravigliose opere d’arte di Harry O. Morris e rivolto ai seguaci del suo culto. Oggi ne parlo su Quaderni d’Altri Tempi.

HPL in grani


Attraverso le definizioni tecnologiche, il mistero dell’incarnazione e dei suoi GrandiAntichi che vi sono dietro, rimane tale e quale.

Intervista a Giuseppe Lippi | Mangialibri


Un’altra intervista per tenere vivo il ricordo di Giuseppe Lippi, morto due settimane fa, tra lo sconcerto e l’incredulità di tutto il mondo del Fantastico italiano (e non solo di quello nazionale). Da MangiaLibri.

A quali autori o anche opere sei particolarmente legato?
Gli autori della mia vita tornano costantemente nel lavoro che faccio. Negli Oscar ho tradotto o ripresentato scrittori come Fredric Brown, Fritz Leiber, Richard Matheson, Theodore Sturgeon, Robert Bloch, Isaac Asimov, H.P. Lovecraft e Robert E. Howard. Passando a Urania sono tornato su questi nomi, che a mio avviso meglio di altri mostrano il profondo legame che esiste tra sf e letteratura fantastica tout-court, e vi ho aggiunto Jack Finney, Shirley Jackson, Amanda Prantera, Valerio Evangelisti, John Crowley, Harlan Ellison, Greg Egan, Michael Swanwick, Bruce Sterling, Robert J. Sawyer… È stato come evolvermi insieme alla science fiction moderna.

Svelaci qualche curiosità: come è organizzata la tua giornata lavorativa?
Comincia con un’occhiata sospettosa alla scrivania di marmo su cui riposa, dopo una notte di aggiornamenti, il mio vecchio computer portatile. Guardo con affetto il bello studio al primo piano di casa, sfoglio qualcuno degli ultimi libri o fumetti e poi, con un sospiro, accendo il computer. Il sospetto, la reticenza e il pudore insiti nel dover intaccare una così bell’alba con mansioni lavorative è fugato; entro nel vivo della giornata, che però non esiste in quanto giornata-tipo, perché le esigenze del lavoro cambiano nell’arco del mese. Diciamo che entro la prima decade devo fornire quarte di copertina e indicazioni per l’illustratore, mentre entro il 15-20 le chiusure dei fascicoli e cioè biografie, bibliografie, interviste e rubriche d’appendice. Ogni giorno devo leggere il blog per dare eventuali risposte in tempo reale; sbrigata la corrispondenza, passo a vagliare nuovi racconti, romanzi e recensioni. Bisogna tenere aggiornati i contatti con gli agenti e gli autori, fare le mie schede di lettura, risolvere eventuali problemi della redazione, eccetera. Tra gli eccetera ci sono le traduzioni o revisioni dei testi di cui mi occupo personalmente. In determinati momenti vado in questo o quel posto d’Italia a tenere dibattiti, incontri o conferenze. Ultimamente l’università si è interessata molto del nostro lavoro e sono stato a tenere “lezioni” a Varese, a Roma e alla Cattolica di Milano. Come ho accennato, comincio a lavorare verso le otto o al massimo le nove del mattino, interrompo a mezzogiorno e riprendo per alcune ore nel pomeriggio. Se posso, evito di lavorare fino a sera tardi.

Intervista a Giuseppe Lippi: «Il fantastico è l’eccezione, non la regola» – A X I S m u n d i


La notizia della morte di Giuseppe Lippi risuona ancora sorda nelle nostre coscienze, e già si cominciano a leggere in giro omaggi bellissimi, interviste a un personaggio dalla cultura sterminata e dalla sensibilità unica, un uomo di cui qui in Italia si sentirà a lungo la mancanza, per non parlare poi del vuoto umano che ha lasciato a tutti noi. Su AxisMundi, quindi, una intervista di qualche tempo fa sulla poetica e visione di Lovecraft, interpretata da Giuseppe, assume i connotati di un testamento cognitivo e culturale, quasi cultuale, qualcosa che il nostro Curatore conosceva assai bene e che dispensava con uno di quei suoi amabili sorrisi. Un estratto:

Come spiega il fervore e successo di Lovecraft, oggi in crescendo?

Lo spiego con un certo inaridimento della narrativa fantastica attuale e con il fatto che Lovecraft venga ormai letto non solo come autore del soprannaturale, ma come un classico “esistenziale” tout-court. Per quanto riguarda il primo punto, noi pensiamo di vivere in un’epoca in cui il fantastico riveste un ruolo centrale, tanto in letteratura quanto al cinema, nei fumetti o nelle nuove arti elettroniche: ma questo dato si riferisce alla quantità più che alla qualità. In effetti, la saturazione del mercato e delle stesse aree protette della letteratura con interminabili saghe fantasy, sequele di romanzi horror, fanta-scienze sempre meno attendibili e realismi magici, ha portato a un paradosso. Non possiamo prendere sul serio quasi nulla di tutto questo. Il fantastico è l’eccezione, non la regola, ma se respiriamo favole da quando apriamo il giornale la mattina a quando spegniamo il televisore la sera, è ovvio che avremo soltanto barattato l’alterità di un genere originale con una serie di surrogati avventurosi, o nel caso del cinema, tecnologici. Lovecraft ci ha preceduti su questo terreno, osservando come alle fantasie di qualità superiore, assediate dalla pletora dei derivati, sia rimasto ben poco ossigeno; ma, nello stesso tempo, ha creato l’antidoto nella sua opera spiazzante, forse l’ultima reinvenzione del mondo degna di questo nome. H.P. Lovecraft è l’istintivo maître à penser che ci ha mostrato come risvegliare l’immaginazione in un mondo senz’anima.

In che modo reagì la critica italiana all’orrore cosmico lovecraftiano? In che termini quest’ultimo rappresentò una novità rispetto agli horror classici?

Al principio l’orrore cosmico non fu capito granché, tranne nei circoli cui appartenevano lettori speciali, come Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Mario Picchi o Sebastiano Fusco e Gianfranco de Turris. Del resto, anche in America c’è stata una notevole confusione, dissipata soltanto da pochi: primo fra tutti, Fritz Leiber, che ha definito Lovecraft un «Copernico letterario». Con questa calzante espressione Leiber sottolineava come il nostro autore avesse spostato l’interesse del racconto del terrore dalla Terra, con le sue mitologie provinciali (le religioni indigetes e la stessa psicanalisi), alle distese dello spazio remoto.

L’horror ottocentesco metteva già alla prova l’animo del lettore, ancora ignaro delle teorie freudiane: qual è infatti la sua essenza, se non il trauma? Una profonda disillusione che dai nervi passa all’animo, lo shock di un conflitto doloroso nel contatto con l’“altro mondo”. L’orrore cosmico amplifica questo sentimento, ne pervade l’universo intero: esso non riguarda più soltanto la personificazione della morte o figure tradizionali come révenant, vampiri e assassini fantasma, ma la natura stessa del reale. E implica la scoperta che al di là del mondo individuale ve n’è uno più vasto, un inconscio mitico in cui ribolle il caos. L’universo è indifferente, le religioni sono una scusa per risparmiarci paure più grandi. Insomma, «Non è ver che sia la morte / Il peggior di tutti i mali», fatto ben noto ai credenti del Medioevo, i quali, più che il trapassare in se stesso, temevano le pene dell’inferno. Ora che d’inferni non ne esistono più, o che si sono trasferiti sulla Terra, bisogna rivedere tutto. Ebbene, Lovecraft rivede, ma non si accontenta della Terra: allarga il campo alle galassie più evolute. E ne trae, in tempi di materialismo, certe importanti conseguenze.

I mostri che appaiono nei suoi racconti non sono soltanto entità demoniache, ma esistenziali: rappresentazioni tangibili (si fa per dire) di quella che Sartre chiama la nausea e Lovecraft fear, paura, l’oppressione di ciò che esiste e grava su di noi con regole implacabili, alle quali non possiamo sottrarci. È chiaro che molti cercheranno di sfuggire o mistificare una simile visione, ma è altrettanto evidente la sua originalità. Lovecraft ha capito che le arti e le filosofie dell’umanità cercano inutilmente di sgravarci dal peso dell’essere, fonte primaria e non mistificata della paura. Noi temiamo soprattutto “ciò che è”, la realtà assoluta che, per fortuna, ci si rivela soltanto in rari sprazzi; a volte non ne siamo nemmeno consapevoli, ma, qualora ci rendessimo conto di come stanno le cose e tentassimo di fuggire, finiremmo col ripiombare nell’assurdo o nell’orrore. In definitiva, Lovecraft non è interessato a cogliere l’assurdo della condizione umana quanto la sua pochezza, il suo ruolo trascurabile nella scala universale. È per questo che si concentra sull’orrore: all’assurdo penseranno Kafka, Pirandello o Jacques Spitz.

I suoi racconti, quindi, non si limitano all’horror puro e semplice. Quali altri significati hanno?

Come ho cercato di dire, i racconti migliori sono leggibili a vari livelli. L’orrore in quanto tale rischia di annichilirci: per permettergli di esistere artisticamente e nel pensiero, cioè in un tempo e uno spazio durevoli, bisogna contornarlo di altri sentimenti. In Lovecraft, quel che reagisce al terrore e allo sconcerto è un senso di meraviglia: bisogno di stupore, desiderio di ciò che è bello e misterioso nell’esperienza; nostalgia di ciò che l’anima ha perduto, se non addirittura di un’anima perduta. È questo a rendere affascinante il suo mondo onirico, che ci appare come un terreno vivo per esercitare le nostre facoltà immaginative: vale a dire, le facoltà di esseri umani che s’illudono di non essere schiavi del finito.

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