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Holmes contro le mostruosità di Miskatonic | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la segnalazione di una quasi seconda puntata di una saga sherlockiana e lovecrafitana in cui James Lovegrove fa incontrare i due canoni. Interessante commistione, anche se non del tutto inedita.

È la primavera del 1895 la più che decennale lotta contro le forze oscure è costata al dottor John Watson la sua amata moglie Mary, e quasi compromesso la salute di Sherlock Holmes. Lo stesso i due non esitano quando sono convocati dal famigerato manicomio criminale di Bedlam, dove uno dei rinchiusi parla in R’lyehian: la lingua degli Antichi. L’uomo è traumatizzato e non ha alcuna memoria di se stesso.

I due detective scoprono che il rinchiuso un tempo è stato uno scienziato, studente della Miskatonic University, e uno dei due unici sopravvissuti del tremendo viaggio lungo il Miskatonic River a caccia del semi-leggendario Shoggoth. Come ha fatto quest’uomo a finire, pazzo, a Londra? Quando viene prelevato dal manicomio da forze al di là di ogni comprensione, diventa chiaro che è in ballo qualcosa di molto più grande. Soltanto scoprendo cosa sia realmente successo in quel tremendo viaggio nel New England Holmes e Watson potranno arrivare alla verità, e scoprire chi si nasconda dietro le mostruosità di Miskatonic.

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I molti mostri dei Molti Mondi | L’indiscreto


Su L’Indiscreto una disquisizione speculativa sugli impatti che i mondi quantici avrebbero sul nostro reale e sulle nostre percezioni sensoriali nonché dimensionali.

Nessuna notizia sulle sue origini. Ma possiamo speculare: la fisica quantistica emergente ebbe un suo ruolo nel fomentare le paure cosmiche di Lovecraft, perciò non è del tutto campato in aria immaginare che Azathoth possa aver avuto una genesi “improbabilistica”. Immaginare che il mondo raccontato da Lovecraft sia uno dei peggiori possibili tra i Molti Mondi, uno in cui in qualche modo le ossimoriche leggi del caso hanno finito per generare il “Caos Definitivo, al cui centro si avvolge il dio cieco e idiota Azathoth, Signore del Tutto” (L’abitatore del buio). Come è potuto accadere?

Ho accennato in precedenza al mondo in cui appare un gatto viola in mezzo alla stanza. Ebbene, la storia della fisica ci regala un altro oggetto che appare all’improvviso destando sconcerto (soprattutto a se stesso): un cervello. Non appare in una stanza, ma nel buio dello spazio profondo: è il cosiddetto cervello di Boltzmann, che prende nome da Ludwig Boltzmann, lo scienziato che lo ideò. La sua origine è connessa ai paradossi della termodinamica e dell’entropia con cui ebbe a confrontarsi la fisica ottocentesca. In particolare, ragionò Boltzmann, le condizioni di partenza che hanno prodotto, col tempo, esattamente questo universo sono così incredibilmente, fantasticamente improbabili (cioè a bassa entropia) che fra le due ipotesi: (a) io in questo momento sono seduto in salotto a scrivere un articolo, ovvero tutta la storia dell’universo cospira a generare proprio questo esatto speciale momento; (b) io in questo momento sono un cervello che galleggia nello spazio, generatosi casualmente dal cozzare erratico di particelle che si creano nel ribollire del vuoto cosmico, e sto allucinando di essere seduto in salotto a scrivere un articolo; la seconda finisce per risultare più probabile – perché non c’è niente di speciale nell’essere un povero cervello allucinato alla deriva nello spazio interstellare.

Cosa accadrebbe se molti di questi cervelli apparissero d’un tratto nelle vicinanze gli uni degli altri? Molti miliardi di miliardi di cervelli. Si troverebbero a orbitare, uno sciame di cervelli ognuno perso nelle sue allucinazioni. Se i cervelli continuassero ad apparire ed ammassarsi, si troverebbero stretti gli uni agli altri dalla gravità, fondendosi tra di loro e finendo per collassare in un buco nero. In quel luogo inimmaginabile è possibile, perché no?, che comincerebbero a udire flauti striduli e tamburi incessanti. E se è possibile, e credi (o ti diverti a credere per qualche minuto) ai Molti Mondi, allora ce n’è uno, di mondi, in cui questa cosa accade, c’è un mondo in cui Azathoth è un buco nero fatto di cervelli di Boltzmann. Devi poi sperare che non sia proprio il tuo.

Tra fantasy, fantastico e weird: indagine sul “Novo Sconcertante Italico” | L’indiscreto


Su L’indiscreto un’indagine approfondita sul nuovo Fantastico italiano, in particolare sulle connessioni che si sono instaurate nel genere tra Fantasy, Horror e Weird; in alcuni passi riconosco la tensione che è anche mia nel contaminare il reale col fantastico, riconoscere nel cosiddetto vissuto i germi di qualcosa di terrificante, di lovecraftiano (che è l’agente più potente di contaminazione che il mondo abbia mai espresso) e da lì far risalire all’attuale sistema economico mondiale l’ombra dei Grandi Antichi che gravano su noi: dove finisce il reale e inizia il fantastico? Esiste questa cesura? Pare non sia l’unico a pensarlo, e tutto ciò è connettivismo puro, in fondo

Il tema del nuovo peso che il fantastico esercita nella letteratura contemporanea, ha sicuramente due declinazioni: la prima è di natura politica; è significativo che se avete letto il recente 108 metri di Prunetti, il suo romanzo sugli anni da lavoratore precario in Inghilterra che completa il precedente Amianto, la storia della morte di suo padre come operaio, e che al pari dell’altro è un romanzo di formazione assolutamente realistico, l’oscuro padrone, l’ultimo misterioso e tenebroso imprenditore che controlla tutti gli altri contro i quali Prunetti si affanna e combatte, è nientemeno che lo Chtulhu di Lovecraft, all’interno di un romanzo che a parte questo punto di fuga e la comparsa del fantasma di Margaret Thatcher resta appunto un romanzo che continueremmo a definire realistico. Eppure solo quell’immagine della letteratura horror sembra permettergli di poter esprimere certe cose, anche da un punto di vista della contestazione sociale, e ribadisco che questa dimensione contestatrice del fantastico mi pare davvero importante. L’ultima dimensione cui volevo accennare è che secondo me questo tema della rilevanza dello sconfinamento, il fatto che i romanzi contemporanei non si basino più su un’unica finestra a partire dalla quale affacciarsi sul mondo esterno o interiore (fantastica o realistica che sia…) ma che ci sia bisogno contemporaneamente di più linguaggi per dire un’unica esperienza (e non esperienze diverse) è sicuramente legata alla nuova riflessione sul sacro che la società contemporanea sta ponendosi e attraversando piú o meno consapevolmente, visto la gran quantità di scorie e detriti mitologici che comunque ci portiamo dietro, come direbbe Eliade. Basti ricordare i saggi di Hillman su Pan e il ritorno degli Dei, ma anche L’elogio del politeismo di Bettini, che mi ha suscitato questa riflessione: in fondo, potremmo dire che anche il monoteismo letterario è giovane come il monoteismo teologico. È come se tale recente visione univoca della realtà e della sua resa narrativa sia stata nuovamente messa in discussione e si senta la necessità di superare quello sguardo per cui la realtà era solo un grande complesso razionale, una concezione propria sia di certo aristotelismo cristiano sia poi di un molto meccanicismo illuminista e poi positivista. Gli dèi si sono presi la loro rivincita. C’è bisogno di recuperare una percezione della realtà diversa. Non una sola finestra ma tante finestre, non questo o quel genere ma magari evocare tutti gli sguardi possibili e osservare lo stesso fenomeno con gli occhi e le immagini di Zola e Lovecraft. Credo non sia affatto un caso che in un romanzo fra i più famosi del Weird, ossia American Gods di Neil Gaiman, la vicenda si apra con il protagonista Shadow (Jung docet), che ha un sogno in aereo nel quale gli compare un bufalo divino, un bufalo-uomo che parla, e gli dice “Credi, disse la voce tonante, se vuoi sopravvivere devi credere”. Questa per me è chiaramente una scena metaletteraria, un’immagine con cui Gaiman sta descrivendo un intero orizzonte di senso, una chiave di lettura della sua opera e forse del mondo. “‘Credere? Credere a cosa?’ L’uomo bufalo fissò Shadow e si issò enorme con occhi di bragia, aprì la bocca che all’interno era rossa per via del fuoco che bruciava dentro, sottoterra. ‘A tutto.’ Ruggì.” Ecco. Siamo passati dal credere in Dio, al credere in niente, al credere a tutto».

Elogio del fantastico di Jacques Bergier | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di Elogio del Fantastico, saggio elaborato dall’indimenticato Jacques Bergier (coautore del Mattino dei Maghi), che scandaglia approfondimente le connessioni tra finzione (cos’è la finzione?) e realtà (cos’è la realtà?). La quarta:

Il solo interesse della scienza è che dà idee alla fantascienza aveva scritto, perentorio, Jacques Bergier. Ogni volta che leggeva un libro di letteratura fantastica dismetteva infatti i panni dello scienziato per tuffarsi nello spazio profondo o in reami incantati. Questo libro – finora inedito in Italia – ne è la testimonianza: dieci ritratti di autori “magici”, creatori di altre dimensioni, esploratori di passati mitici e futuri fantastici.

Elogio del fantastico è dunque un viaggio attraverso le opere di John Buchan, Abraham Merritt, Arthur Machen, Ivan Efremov, John W. Campbell, J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis, Stanislaw Lem, Robert E. Howard, Talbot Mundy e l’immancabile H.P. Lovecraft.

Tra le pagine di questi scrittori, Bergier vide risplendere per la prima volta quel “mattino dei maghi” che lo avrebbe reso un pioniere della Quarta Dimensione, comprendendo cosi che il fantastico è la quintessenza del mondo in cui viviamo, il cuore pulsante della materia.

Prima edizione italiana a cura di Andrea Scarabelli, con un’introduzione di Gianfranco de Turris e dieci tavole di Alessandro Colombo e Simone Geraci.

Lovecraft è diventato virale a Stranimondi | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine ancora una suggestione proveniente da StraniMondi: Lovecraft e il suo essere diventato virale nei fumetti, nella musica, in altre opere letterarie, nei giochi di ruoli, praticamente ovunque.

Lovecraft è lentamente penetrato come una raggiera di tentacoli nell’immaginario del fantastico in tutto il mondo, trasformandosi in un elemento imprescindibile nell’inconscio collettivo ha dichiarato Luca Tarenzi, scrittore e traduttore di molte opere di genere fantastico. L’autore di Providence ha influenzato la produzione di narrativa, giochi di ruolo, fumetti, cinema, animazione e videogiochi; una produzione sconfinata, con risultati talvolta tendenti all’assurdo, così che la strada dall’abisso al cassonetto può risultare molto breve, sempre secondo il moderatore.

Tradurre il Trono di Spade a Stranimondi | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine un omaggio implicito a Sergio Altieri, avvenuto al recente StraniMondi, al panel delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin che, a lungo, è stato tradotto proprio da Sergio.

Alcune scelte di Altieri, secondo il nuovo traduttore Edoardo Rialti, hanno addirittura aggiunto qualità. Una su tutte è quella di chiamare Estranei i White Walkers, i signori del ghiaccio non-morti. Questa può essere velatamente anche una citazione lovecraftiana, che aggiunge mistero a una figura spaventosa. Seguendo la stessa ispirazione, per esempio, chiamò Dio Abissale il Drowned God, che a una traduzione letterale sarebbe stato Dio Affogato, decisamente meno incisivo. E ancora, Altieri era consapevole che il motto della famiglia Greyjoy Ciò che è morto non muoia mai è ispirato dal lovecraftiano: Anche la morte può morire. Persino il Kraken, simbolo dell’araldica Greyjoy, è un altro omaggio di Martin verso l’autore di Providence.

Con Abraham Merritt sul Vascello di Ishtar | AxisMundi


Su AxisMundi una bella recensione a Il vascello di Ishtar, capolavoro weird di Abraham Merritt che ispirò, in quanto autore di un universo sotterraneo, razionale nella sua follia, Lovecraft in persona. Un estratto dalla copiosa rece:

Ed è proprio con un espediente “archeologico” che ha inizio l’avventura narrata ne Il vascello di Ishtar: tutto comincia quando John Kenton riceve da un collega un blocco di pietra rinvenuto durante una campagna di scavi in Medio Oriente, al cui interno è custodito il “modellino” di una nave di gemme intagliate. Ben lungi dall’essere un comune manufatto, esso è un vero e proprio stargate, un portale per l’Altrove, grazie al quale da un momento all’altro il nostro eroe si troverà catapultato in un mondo altro, ubicato in un segmento spazio-temporale distinto dal nostro, sebbene in qualche modo sovrapposto a esso:

«Di fronte aveva una vasta nebbia: vapori globulari argentei discendevano su di lui; il ventre curvo di un altro mondo. Quel mondo si stava scontrando col suo? No! Vi si stava sovrapponendo! […] Grazie ai lumi di questa rivelazione, Kenton vide la propria Terra non per quello che sembra, ma per ciò che è: una vibrazione eterica negli intervalli tra le pulsazioni elettroniche di mondi su mondi che si intersecano, mondi originati dalla forza primigenia di cui queste vibrazioni sono espressione, nelle forme a noi note e in quelle che ignoriamo. […] Mondi che si incrociano secondo frequenze differenti, più alte o più basse, nella totale inconsapevolezza di queste tangenze. Mondi che si muovevano attorno e attraverso di noi, che si trovavano a coincidere in modo casuale, come segnali radio intercettati da un apparecchio non sincronizzato. Mondi sovrapposti come flussi di informazioni che, senza interferire l’uno con l’altro, scorrevano insieme sullo stesso cavo, grazie alla diversità delle vibrazioni. Il vascello di Ishtar navigava su uno di questi mondi paralleli. Il gioiello di gemme non era l’imbarcazione stessa, bensì una chiave capace di aprire un passaggio dalla dimensione di Kenton verso quella del vascello: un dispositivo che adattava le vibrazioni materiche del suo corpo a quello del mondo della nave.»

Quello dell’oggetto “incantato” che funge da soglia per altre dimensioni è un topos che Merritt utilizza sin dalle prime prove letterarie: in Attraverso lo specchio del drago è una lastra di giada a portare magicamente il protagonista in «un mondo fantasma, dove sette lune artificiali ruotano in eterno attorno a una valle, velata di nebbia e cinta da mura di fuoco». Ne Il pozzo della luna è invece un’apertura lucente, in presenza della luna piena, a condurre alle gigantesche caverne poste al di sotto dell’Oceano Pacifico, dove risiede una civiltà tanto malevole quanto avanzata pressoché ignorata dagli ignari abitanti di superficie (cioè noi esseri umani). Ne Gli abitatori del miraggio (The Dwellers in the Mirage, 1932), infine, è un abietto complesso di piramidi nere rinvenute in Alaska a rappresentare una soglia d’accesso per l’Altrove assoluto.

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