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I Premi letterari che vedono protagonista il poeta Ettore Fobo | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Ettore Fobo è un autore che pubblichiamo da lungo tempo, i suoi titoli usciti con Kipple Officina Libraria contengono poesie che rivelano ai lettori le sue qualità liriche e così Sotto una luna in polvere, Diario di Casoli e l’audiolibro Poesie allo stato brado, in cui Ettore declama se stesso, rappresentano l’apice espressivo di un poeta non comune. A testimonianza di ciò c’è il lungo elenco dei Premi in cui Fobo è stato vincitore o protagonista, cui si aggiungono questi recenti riconoscimenti:

– È fra i vincitori della seconda edizione del Premio Besio 1860.
– Vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria a l Premio Ossi di seppia 2021.
– Classificato al Primo posto al Premio Residenze Gregoriane 2020.

Ci sono anche altri risultati che il poeta definisce minori, come una Segnalazione al Premio Luzi, e anche in virtù di questi risultati la redazione della Kipple, che conosce bene l’intensità interiore ed espressiva di Ettore, desidera congratularsi pubblicamente con lui per tutto il lavoro che svolge ogni giorno sulla sua poetica e sulla sua arte.

Rinascimento cyberpunk: da Neuromante a Mr. Robot – Quaderni d’Altri Tempi


Ormai è la pubblicazione SF dell’anno, l’acchiappatutto, il must di ogni appassionato italiano di SF e Fantastico a tutto tondo: l’antologia assoluta del cyberpunk, edita da Mondadori nella sua collana Oscar Draghi. E in effetti il libro d’istruzione di massa lo è, un tomo colossale, enciclopedico, che contiene tre romanzi cardine del genere – Neuromante di Gibson, Matrice Spezzata di Sterling, Snow Crash di Stephenson, più l’antologia curata da Gibson & Sterling Mirrorshades – e che è ulteriormente impreziosito da una bellissima intro di Bruce che, piccola soddisfazione, cita ampiamente i connettivisti come collettivo che ha preso lezioni dai cyberpunkers e che poi hanno ampliato i confini delle idee iniziali, in ogni senso.
QuaderniAltriTempi, ezine sempre molto attenta al mondo SF, ha già stilato un paio di articoli – qui quello di Luca Giudici – e ora con Giovanni De Matteo getta un tappeto cognitivo ai piedi di ogni appassionato, ma anche di qualsiasi volenteroso neofita. Vi lascio ad alcuni stralci del sempre vasto repertorio di Giovanni, la sua conoscenza degli argomenti trattati è stata per me, nel tempo, un continuo appoggio e confronto affinché migliorassi le mie cognizioni e idee.

In principio era il cowboy della consolle. L’hacker, il pirata del cyberspazio, lo scorridore dell’interfaccia.
La sua comparsa in letteratura è graduale e comincia a prendere forma dalla metà degli anni Settanta, prima con Rete globale di John Brunner (1975) e pochi anni dopo con Vernor Vinge e Il vero nome (1981), che già preludono agli sviluppi successivi ma, come i loro protagonisti assillati dall’anonimato e dalla copertura delle rispettive identità, sono ancora delle ombre vagamente delineate. L’irruzione formale del nuovo protagonista sulla scena della fantascienza si ha all’inizio degli anni Ottanta, grazie ai racconti di William Gibson Johnny Mnemonico (1981) e soprattutto La notte che bruciammo Chrome (1982), e poi a un romanzo di culto, che ne riprende le premesse e le spinge alle estreme conseguenze, segnando uno spartiacque nella storia della fantascienza (e non solo).

“Case aveva ventiquattro anni. A ventidue era un cowboy, un pirata del software, uno dei più bravi nello Sprawl. Era stato addestrato dai migliori in assoluto, da McCoy Pauley e Bobby Quine, leggende del ramo. Aveva operato in un trip quasi permanente di adrenalina, un effetto collaterale della giovinezza e dell’efficienza, collegato a un deck da cyberspazio su misura che proiettava la sua coscienza disincarnata in un’allucinazione consensuale: la matrice. Ladro, aveva lavorato per altri ladri più ricchi, che gli avevano fornito l’arcano software per penetrare le brillanti difese innalzate dalle reti delle multinazionali, per aprirsi un varco in banche-dati pressoché sterminate”
(Gibson, 2021).

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Libertaria Volume 1 – D Editore


D Editore è una casa editrice che esplora temi inusuali, afferenti al Transumanismo ma anche politici, sociali, economici; è un nome di amici, anche, ma non è questo che guida il mio sguardo su di loro – si può essere legati dall’amicizia, ma divisi dal lato editoriale, o condividerne gli obiettivi senza conoscersi di persona, non è questo il senso del post.
In questa fase storica, in D Editore stanno preparando una nuova fatica letteraria, giunta anzi alla prevendita: si parla di Libertaria volume 1, primo di cinque tomi che alla fine conterranno trecento saggi sull’anarchia, coordinati da Gian Piero de Bellis.

Molti hanno dell’anarchia una idea assai superficiale, se non del tutto distorta. La propaganda martellante da parte dello Stato, e l’approccio passionale e irrazionale di molti auto-proclamati anarchici, hanno minato alla base l’anarchia come concezione e come pratica. Oggi, in una fase storica di profonda crisi dello Stato territoriale, è tempo di riportare alla luce alcuni scritti che, nonostante il passare del tempo, mantengono una freschezza e una lucidità straordinarie, e che per questo costituiranno forse motivo di disturbo per molti anarchici tradizionalisti e anti-anarchici viscerali.
Libertaria è il più ambizioso progetto antologico mai portato avanti sul tema dell’anarchia. I trecento saggi contenuti in questa collezione di cinque volumi mostrano non solo che la concezione e la pratica anarchica sono attualmente più che mai valide, ma ci offrono anche la possibilità di riflettere sulla crisi e sulla degenerazione di un potere dominante che non ha più ragione di essere.

Il volume è preordinabile qui al prezzo di 17.90 anziché 24.90€; le 100 copie di preordine sono quasi tutte andate…

Il sentiero dello sciamano – la poesia di apertura


Incollo qui sotto l’apertura della personale silloge poetica Il sentiero dello sciamano, opera edita da KippleOfficinaLibraria in ebook e cartaceo. Come è spiegato nell’introduzione…

…i testi che compongono questa raccolta diventano un caleidoscopio che non va compreso, non va scomposto perché ogni frammento ha in sé un universale che rimanda ad altro e viceversa, continuamente.

Orizzonti del fantastico: attualità del cyberpunk – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi un corposo articolo di Luca Giudici che opera un lungo excursus nei meandri del cyberpunk, approfittando dell’evento mondadoriano del momento: l’uscita nelle libreria di Cyberpunk, antologia assoluta, tomo di quasi 1400 pagine in cui sono contenuti i romanzi Neuromante di William Gibson, La matrice spezzata di Bruce Sterling, Snow Crash di Neal Stephenson e l’antologia Mirroshades.

La storia della ricezione del cyberpunk e di ciò che ne nacque, a conti fatti è quindi un libro che deve essere ancora scritto. Soltanto oggi, a otto anni dalla scomparsa, si comincia ad analizzare con la dovuta serietà l’immane lavoro di Antonio Caronia e la sua riflessione su questi temi. Ancora da iniziare invece è un’analoga operazione per quanto riguarda Franco “Bifo” Berardi, che sul tema ha scritto diversi testi, molti dei quali oggi di difficile reperibilità, e il cui apporto alla ricezione del cyberpunk in Italia è determinante. Ciò che emerge è la estrema difficoltà insita nel tentativo di codificare ciò che accadde al mondo del fantastico nell’ultimo quarto del secolo scorso, anche e soprattutto perché nei vent’anni che seguirono e che ci portano fino all’oggi, ancora una volta cambiò tutto. Cosa è successo? È successo che il cyberpunk è diventato, come avrebbe detto Baudrillard, il simulacro di se stesso.

Quanto fino a pochi decenni or sono rientrava nella sfera dell’immaginario oggi appartiene alla realtà quotidiana, e contestualmente si è creata una zona grigia, una fascia di trasmissione osmotica dove la tecnologia realizzata e quanto proiettato dal fantastico si mescolano e si confondono, influenzandosi reciprocamente e ricreandosi l’un l’altro senza interruzione. Ciò che oggi nella produzione letteraria viene definito cyberpunk, in realtà ne è solo un pallido riflesso, un debole rimando, inefficace per leggere il reale e ciecamente rinchiuso nella dimensione narrativa, confidando su quel fraintendimento che vede nella distopia una espressione del cyberpunk. Tutto ciò dimenticando il movimento degli esordi, che esondava continuamente nella realtà e in ogni altro tipo di espressione, influenzandole e trasformandole.

Cortocircuito temporale
Oggi quanto intuito nei primi romanzi e racconti si è nella sostanza realizzato, e noi viviamo immersi in quella connessione continua e costante che William Gibson ha chiamato cyberspazio, ma questo evento, per quanto chiaro e distinto ai nostri occhi, per essere analizzato deve essere calato nel contesto, sia in termini di datazione sia per quanto riguarda i contenuti caratteristici.
Il cyberpunk ha un rapporto complicato con la sua cronologia, sin dalle origini. Da un lato si tratta di una delle poche correnti ad avere una data di nascita e una di morte piuttosto precise, dall’altro è diventato poco più di un aggettivo, continuamente collegato impropriamente a romanzi e opere varie, che nei fatti nulla hanno a che vedere con la sua storia…

Allucinazioni Cyberpunk – Il Tascabile


Su IlTascabile un lungo articolo di Valerio Mattioli che prende spunto dall’uscita, per la collana Oscar Draghi di Mondadori, di Cyberpunk, l’antologia assoluta del genere con un’ampia prefazione di Bruce Sterling – che omaggia ancora una volta il Connettivismo, cosa che mi provoca sempre rossore e soddisfazione al contempo. Vi lascio ad alcuni stralci dell’editoriale di Valerio, che trasporta il lettore in un’allucinazione tecnologica postmoderma, infinita come il flusso software che l’ha originata.

Nessun movimento letterario può vantare un incipit come “Il cielo sopra il porto era del colore di una televisione sintonizzata su un canale morto”. È un’apertura che riletta adesso sfuma involontariamente nell’arcaico, quasi provenisse da un evo primordiale e semileggendario: cos’è “un canale morto”, quale sia il suo colore, lo sanno solo quelli che hanno fatto in tempo a conoscere l’era analogica delle telecomunicazioni audiovideo, e pure costoro è probabile che arrivati a questo punto, a oltre un decennio di definitiva transizione al digitale, nemmeno se lo ricordino più. Al tempo stesso, è un’apertura capace di riassumere l’intero spettro narrativo, estetico, umorale, entro il quale si dipanano le vicende che di quell’abbrivio paiono come una proiezione necessaria: da sola, è un’immagine che contiene un mondo – una specie di ecosistema ennedimensionale in cui ambiente naturale (il cielo), umano (il porto) e artificiale (il canale televisivo) si confondono come se fossero intenti a smaterializzarsi a vicenda, fino a dipingere un habitat fisico-mentale elettrificato e pericolosamente fuori sincrono, glitchato.

L’incipit in questione è quello di Neuromante, il romanzo che nel 1984 codificò nella maniera più plateale possibile il nuovo, emergente filone della fantascienza americana chiamato cyberpunk. William Gibson, l’allora trentaseienne autore del romanzo, vi era arrivato dopo aver quasi distrattamente posto le basi non solo di un genere letterario, ma di un intero nuovo stadio dell’immaginario tardomoderno: nel racconto del 1981 “Johnny Mnemonic” popolarizzò il termine sprawl (fino ad allora confinato a pochi, ristretti circoli di studiosi) per indicare gli enormi, caotici agglomerati urbani che senza soluzione di continuità trasformavano intere aree di globo terracqueo in un unico ambiente antropizzato. L’anno dopo, in “Burning Chrome”, coniò invece un’espressione che da allora ha preso vita fino a tracimare ben al di là della mera invenzione romanzesca: cyberspazio, una “allucinazione consensuale” prodotta dall’interfaccia computer-mente umana una volta che il sistema nervoso viene attraversato dalle info-stimolazioni del flusso cibernetico.

È interessante come, da molti punti di vista, il primo cyberpunk fosse un genere profondamente psichico: da Neuromante a Snow Crash passando per Mindplayers, buona parte delle vicende narrate si svolge letteralmente dentro la testa dei protagonisti, collegati con cavi e neurotrasmettitori a monitor e apparecchi vari dinanzi al quale stanno comodamente seduti: dallo “spazio interiore” della New Wave si era precipitati insomma nel “non spazio della mente” dove stavano disposte le “linee di luce” della matrice cibernetica, secondo l’altra definizione di cyberspazio data da Gibson. Questo – e la cosciente adozione di quella che Sterling definisce “prosa sovraccarica” – diede alle prime opere cyberpunk un carattere marcatamente sperimentale, al punto che lo stesso Gibson è stato non di rado accusato di essere troppo criptico, enigmatico e oscuro.

Strani giorni: Premio Residenze Gregoriane 2020


Nuova affermazione per Ettore Fobo, ormai i suoi Premi quasi non fanno più notizia, è strano quando non li vince 🙂
Detto ciò, torniamo seri: complimenti davvero per quest’ennesima vittoria, Premio Residenze Gregoriane 2020.

Mi sono classificato al Primo posto al “Premio Residenze Gregoriane”, nella sezione poesia edita con una lirica pubblicata in Canti d’Amnios.

Diffusore


La diffusione è un fenomeno capillare, va al di là delle volontà, non è un’impresa ma una fluidità naturale…

FantaTrieste e dintorni di Roberto Furlani – Fantasy & Fantascienza


Su NuoveVie una lunga dissertazione di Roberto Furlani, curatore della recente antologia triestina FantaTrieste – edita da KippleOfficinaLibraria – sulle contaminazioni che Trieste ha avuto nel corso delle epoche, culturalmente e nell’immaginario di genere (tipicamente, la SF). L’incipit e un estratto:

Una delle questioni che più appassionano chi segue la fantascienza, e in particolare il cosiddetto fandom, è cosa sia la fantascienza.
Non staremo qui a enunciare definizioni, un po’ perché ne sono state coniate già moltissime da firme ben più autorevoli di quella del sottoscritto e un po’ perché non è questa la sede più idonea per affrontare l’argomento, però un accenno a uno dei caratteri distintivi vale la pena farlo.
Credo che possiamo convenire sul fatto che la fantascienza sia un genere (o un’incursione tra i generi, (per dirla come Renato Pestriniero) di confine, che vive e si alimenta sulla linea di demarcazione tra due sensibilità spesso viste come distanti, se non addirittura conflittuali: quella scientifica e quella umanistica.

Risulta quasi naturale che Trieste sia permeata da una vocazione fantascientifica, in quanto essa stessa città di confine. Non tanto un confine geografico, tra l’Italia e la Slovenia, tra cultura latina e quella slava, quanto uno spartiacque tra due aree del sapere che impreziosiscono Trieste esattamente alla stessa maniera nella quale impreziosiscono la fantascienza. Parliamo di una città, infatti, in cui hanno vissuto figure salienti della nostra letteratura, come Joyce, Svevo, Saba e Slataper, fino a grandi autori della narrativa contemporanea del calibro di Claudio Magris e Paolo Rumiz.

L’incrocio tra Trieste e la fantascienza non era un fatto episodico, ma un sodalizio che in seguito si sarebbe fortificato. Nel 1977 un nucleo di giovani appassionati che facevano base a Trieste diede vita alla prima fanzine italiana dedicata al fantastico anziché alla fantascienza in senso stretto: Il Re in Giallo. A favorire la rinascita furono senz’altro le nuove tecnologie informatiche: i modem 56K che gracchiavano a ogni connessione cominciavano a popolare le case degli Italiani, dando loro accesso a realtà e a possibilità fino ad allora precluse. Tra i figli della rivoluzione telematica ci fu Continuum, fondata dal sottoscritto con Fabio Calabrese nel ’99.
La linea editoriale era di tipo “generalista” e contemplava la pubblicazione di opere ascrivibili alla fantascienza di qualsiasi filone, ma senza incursioni negli altri generi del fantastico (horror, fantasy, weird e via dicendo non rientravano nella proposta di Continuum).

Vista la nutrita schiera di collaboratori più o meno fissi provenienti da ogni parte d’Italia, è difficile affermare che Continuum sia stata una rivista triestina tout court, tuttavia l’ossatura era indubbiamente riconducibile al territorio: a grandi linee, la curatela a Furlani, la pagina di saggistica gestita da Calabrese, le recensioni a cura di Ursini. Pochi mesi dopo, interrompendo vent’anni di assenza, rinacque il Festival della Fantascienza, sempre organizzato dall’encomiabile Cappella Underground che aveva deciso di ribattezzare la manifestazione col nome di Science plus Fiction.

Iniziata un po’ in sordina con l’edizione zero, una sorta di spin-off di quello che sarebbe stato in seguito, S+F negli anni ha registrato una crescita che lo ha portato a diventare uno degli appuntamenti di maggior rilievo per i cultori di genere. Una crescita, occorre dirlo, che è passata attraverso dei momenti di flessione, come nei primissimi anni 2000, quando ci sono state delle annate in cui il programma era orientato in modo sensibile verso i film sulle apocalissi zombie, spesso del tutto superflui.
Ma, al di là dei passaggi a vuoto che fanno parte di ogni processo di maturazione, il giudizio sulla seconda vita del Festival non può che essere positivo, soprattutto per le capacità della Cappella Underground che a lungo termine ha saputo rafforzare la rassegna sotto ogni aspetto: i contenuti, l’organizzazione, la promozione.

Vi presento HyperHouse su BandCamp


HyperHouse è su BandCamp. Sonorità che intessono il continuum espresso su questo blog, realizzate da artisti di musica elettronica, noise, droni e oscurità più innovative, sono ospitate sulla piattaforma professionale più alternativa e diffusa del web. È attualmente disponibile per l’ascolto e il download:

Schegge di ossidiana – Fiabe dall’Impero Connettivo, un progetto di musicalizzazione dell’Impero Connettivo, di uno Stato a metà strada tra il weird e la SF che, come l’Impero Romano, si espande sullo spazio, ma anche sul tempo. A capo dell’ecumene di postumani c’è un imperatore nephilim, la moneta corrente è l’informazione.

L’album trae ispirazione dalla saga imperiale che ho ideato, composta da decine di racconti e circa dieci romanzi; in particolare si fa riferimento al racconto “Tre colonne di ossidiana” reperibile sui numeri 2 e 3 di Molotov Magazine, edito da Independent Legions.

Gli artisti coinvolti in questo progetto musicale sono: Stefano Bertoli, Lukha B. Kremo (Krell) e Arnaldo Pontis (Magnetica Ars Lab). Parole e voci su “Flaminae suit” mie e di Ksenja Laginja. Cover di Ksenja Laginja.

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