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Attraverso nugoli di cognizioni siderali surreali appena identificabili.

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Vittime & carnefici. | Free Animals, Loved & Respected


Dal blog di Roberto Contestabile, incollo qui sotto un post inattaccabile per la sua verità intrinseca. Siate onesti con la senzienza degli esseri eventi, e non aspettate un solo istante nello sfanculare il sistema economico mondiale liberista, da tempo ormai non più nelle mani degli umani e portatore del Male, nella sua accezione più profonda: danneggia l’umano.

Non ci si chiede mai abbastanza perché esistono nel mondo tante vittime. Vittime sacrificali, seviziate, torturate ed infine uccise per mano Umana. Ma l’aspetto più terribile è costituito dall’incoscienza, o peggio scetticismo generale, che si ripercuote come un macigno sull’attuale genocidio. Tanti non sanno, non vogliono o preferiscono ignorare.

Lo sfruttamento Animale costituisce una reale piaga che non merita alcun tipo d’indifferenza. Nell’epoca più gloriosa dell’informazione non é necessario riportare prove e testimonianze su un massacro ben presente ed evidente. Si può sottostare alle pietose mistificazioni dell’industria zootecnica, alle vergognose messinscena della ricerca scientifica, ma negare l’evidenza è da ipocriti e, in alcuni casi specifici, anche criminali.

Lo sfruttamento Animale è strettamente correlato al dominio e all’egemonia capitalista, e in ogni caso (per usare un eufenismo) non è strettamente necessario dissentire da prove e testimonianze quando queste sono il frutto macabro e terribile di un sistema di potere che non tutela i deboli e gli indifesi.

Affermare che gli Animali soffrono e muoiono per mano Umana può essere banale e scontato, facile da proporre in un dibattito qualunque, ma è la triste verità. E non bisogna mai dimenticare che la violenza verso altri esseri viventi, definiti erroneamente inferiori, è antesignana di ben altri episodi gravi e micidiali. Il legame tra la violenza sugli Animali e quella sugli Umani regna indiscusso in ogni ambito sociale. Chi è violento con gli Animali lo sarà anche con la persona a lui vicino, spesso la moglie o fidanzata o figlio. Lo sarà verso l’immigrato, il diversamente abile, l’omosessuale, la donna o il bambino o l’anziano peggio se malato.

Lo dice Francesca Sorcinelli con lo studio affermato sul “Link”, lo dice Annamaria Manzoni con il libro “Sulla cattiva strada”, lo dicono numerosi esperti a livello internazionale. Il dibattito è aperto, e tutti convergono verso un unico grande collegamento che determina indiscutibilmente la violenza di specie. Una drammatica realtà molto grave e pericolosa. Per esporre verità assolute bisogna prima affrontare una piena consapevolezza di ciò che si vuole comprendere e concepire, altrimenti ogni prova diventa nulla.

Sea Crystals


Un mare di cristalli frattali mi sommerge le perfezioni.

“The Handmaid’s Tale” e altri capolavori della distopia novecentesca portati sullo schermo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un articolo molto dettagliato, a cura di Gian Filippo Pizzo, sulla distopia, su cosa significa e cosa coinvolge. Da non perdere.

Il capolavoro assoluto, ancora oggi, dell’utopia negativa è 1984 (1949) di George Orwell, che al contrario del precedente ha una trama sviluppata e persino coinvolgente, visto che narra le sventure di Winston Smith, impiegato addetto a correggere i vecchi libri e giornali per adeguarli all’ideologia revisionista della dittatura del “Grande Fratello”, in un’Inghilterra che fa parte di Oceania, uno dei tre blocchi in conflitto tra loro in cui si è divisa la geopolitica dopo una catastrofe atomica, gli altri essendo Eurasia e Estasia. Smith, contrario al regime ma tranquillo, conosce Julia che fa parte di un’organizzazione segreta, diventano amanti e rivoluzionari, si incontrano clandestinamente, vengono scoperti, imprigionati, sottoposti a tortura e, infine, al lavaggio del cervello: usciti di galera si incontreranno per caso in un parco, si confesseranno di essersi traditi a vicenda ma comunque ormai sono diventati sostenitori del “bispensiero” del regime. Indipendentemente che si tratti di un’opera anticomunista, come sostengono alcuni, o semplicemente anti totalitaria, come dice la maggior parte dei critici, 1984 è un apologo contro i regimi, contro la manipolazione del pensiero, la pubblicità  e la falsificazione dei fatti storici, ma non va trascurata la splendida caratterizzazione della psicologia del protagonista, che molti non evidenziano.

Ebbe tre trasposizioni per lo schermo, la prima nel 1954 in un adattamento televisivo BBC di Nigel Kneale (il creatore di Quatermass) che suscitò polemiche e interrogazioni parlamentari perché il contenuto fu giudicato eversivo; segue la trama pur con qualche inserimento non sempre necessario e qualche lungaggine di troppo, ma è ancora oggi fruibile e apprezzabile anche per l’ottima interpretazione di un giovane Peter Cushing (chi sa l’inglese può trovarlo su Youtube). La seconda nel film diretto da Michael Anderson distribuito in Italia come Nel 2000 non sorge il sole (1956), molto fedele al romanzo eccetto che per il finale in cui i due ribelli vengono fucilati, ma con un tono molto cupo che esalta la drammaticità della vicenda in maniera eccessiva e pesante. La versione migliore è la terza, distribuita in Italia come Orwell 1984 proprio nel fatidico anno, con due eccezionali John Hurt e Richard Burton alla sua ultima interpretazione; fedelissima al romanzo sia come trama che come essenza  – per questo il regista Michael Redford fu accusato di mancanza di creatività – ne rende visivamente in ogni scena il disagio esistenziale del protagonista e l’orrore di un futuro totalizzante. Orwell aveva già scritto nel 1945 anche La fattoria degli animali, anche questo portato sugli schermi, una parabola che in quanto tale non mi sembra rientrare appieno nel discorso, come del resto il successivo Il signore delle mosche (1954) di William Golding.

Attengono parzialmente al tema Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury e Arancia meccanica (1962) di Anthony Burgess, parzialmente perché non ci danno un quadro complessivo della società futura: il primo ci dice soltanto che i libri saranno odiati e proibiti, tanto che i pompieri invece di spegnere gli incendi sono preposti a bruciare i libri, provocando la ribellione del pompiere Montag che alla fine si rifugerà in una comunità in cui membri imparano a memoria i capolavori della letteratura per poterli tramandare (lo splendido film omonimo fu girato da François Truffaut nel 1966). Il secondo descrive una Londra in cui i giovani “drughi” si danno impunemente a ogni sorta di nefandezza, compresi stupri e “ultraviolenza”, ma la cura riabilitante cui verrà sottoposto il protagonista Alex lo ridurrà una larva incapace di agire: l’epocale film dallo stesso titolo fu diretto da Stanley Kubrick nel 1971. Solo una breve citazione per Largo! Largo! (1966) di Harry Harrison, da cui è stato tratto nel 1973 il film 2022: i sopravvissuti di Richard Fleischer con Charlton Heston e un commovente Edward G. Robinson, perché si tratta di opere – sia il libro che il film – non particolarmente impegnate ma di intrattenimento: la sovrappopolazione costringe la società a eliminare gli anziani, ma quello che il popolo non sa è che l’alimento base della nutrizione chiamato Soylent Green non è fatto di “soia e lenticchie” ma dai cadaveri degli eliminati…  Quasi stesso discorso per La fuga di Logan (1967) di William F. Nolan e George Clayton Johnson – il film di Michael Anderson e la serie televisiva omonimi sono rispettivamente del 1976 e 1977-78 – dove il limite dell’esistenza è fissato addirittura a soli 21 anni, così Logan diserta da poliziotto e decide di fuggire assieme a coloro che prima cacciava.

Tofu, miso, edamame: mangiare soia fa bene? | OggiScienza


Un articolo scientifico su OggiScienza che, nell’esposizione del suo trattatello sulla soia abbastanza pro_veg, è soprattutto un inno a non seguire i prodotti industriali ma a farseli in casa, cucinando direttamente le materie prime. Vi assicuro che ciò fa la differenza, anche a livello di dipendenze tossiche…

Un’altra parola chiave quando si parla di soia e salute è di sicuro colesterolo, il nemico numero uno del nostro sistema cardiovascolare. Gli slogan più popolari invitano a consumare prodotti a base di soia proprio per toglierci di dosso questo grasso “cattivo”, tipico di formaggi, burro, carne rossa. Ma attenzione: questo non significa che la soia abbia il potere di far calare la quantità di colesterolo che abbiamo nel sangue.

«Non possiamo dire che un alimento di per sé possa abbassare il colesterolo: certo esistono alimenti che contribuiscono a ridurne il livello, ma non basta un singolo alimento perché ci sia un effetto davvero significativo», spiega Ruggeri. E, come ha sottolineatopiù volte – la American Heart Association, non vi sono evidenze consistenti perché la soia faccia eccezione. Ciò non toglie che consumare alimenti a base di questo legume possa in qualche modo dare dei benefici a livello cardiovascolare: trattasi pur sempre di ingredienti che contengono meno grassi saturi rispetto alla carne, e che forniscono grassi “buoni” (monoinsaturi), minerali, vitamine, fibre. Ma non è aggiungere semplicemente la soia alla nostra alimentazione la soluzione contro il colesterolo alto: lo è semmai sostituire la soia ai derivati animali che lo farebbero aumentare. Come abbiamo osservato anche nel caso di altri alimenti fonte di dibattito, insomma, non è sedendoci a tavola in compagnia di un superfood che ci si libera dal colesterolo alto.

Tra le varie opzioni, la scelta più salutare secondo i nutrizionisti restano i prodotti freschi o comunque meno elaborati, come i semi (gli edamame), il tofu e così via, piuttosto che hamburger, polpette e cibi pronti. «Questo perché, se non stiamo attenti all’etichetta, oltre alle proteine desiderate potremmo incappare in una quantità di carboidrati imprevista, che potrebbe portare a un aumento di peso», commenta Ruggeri.

Vodou, chiamatelo con il suo nome – La misura delle cose


Su LaMisuraDelleCose un posto sul Voodoo o, come sembra sia giusto chiamarlo, Vodou. Ovviamente, da un blog che tratta il tema della storia delle religioni, l’argomento è molto ben trattato. Un estratto.

I vodou abitano le profondità

Ancora più fuor di metafora sembra un ulteriore collegamento tra la pratica rituale e la terra scavata: ogni tempietto (hudo) dedicato a un’entità vodou presenta una cavità di grandi proporzioni, che viene riempita con tutto quello che serve al vodou per “formarsi”; sulla sua sommità, unica parte dell’hudo (e dell’entità stessa) visibile all’esterno, è posto un altare.

Il vo contiene semanticamente dunque queste due valenze, l’inafferrabile potere che pervade il mondo e un buco nella terra dove trovano dimora fisica e simbolica le entità e i loro devoti. Il termine vodou (o l’affine vodu utilizzato da Gilli) è però composto da un altro monosillabo, du, anch’esso legato alla pratica divinatoria di Afa, entità preposta alla geomanzia. I du di Afa (afadu) sono piccoli oggetti che rappresentano simbolicamente ciascuno «una certa categoria del bene o del male, […] che sta probabilmente perseguendo la persona che si è rivolta al geomante, e che ella non conosce ancora. L’interessato tiene gli afadu nascosti nel pugno, dietro la schiena, uno ad uno, e il geomante, con l’aiuto delle figure, deve scoprirli e indicare quelli che intervengono nel caso in questione».

I du sono gli strumenti attraverso cui Afa si esprime, sono il suo mezzo per rendere noto il volere delle entità in relazione alla richiesta del consultante: il du è sia il messaggio sia il messaggero, nascosto nella cavità, una manifestazione del vo inteso come l’invisibile, il numinoso e tutto ciò che oltrepassa la conoscenza dell’uomo.

Kris Cohen – Never Alone, Except for Now: Art, Networks, Populations | Neural


[Letto su Neural]

“A causa di un’intensificazione dei segnali elettronici […] la percezione dell’altro e del suo corpo viene rimodellata” afferma il filosofo italiano Franco ‘Bifo’ Berardi, e il rimodellamento di questa percezione è probabilmente uno dei cambiamenti più importanti e sottovalutati, indotti dal nostro intenso uso dei media digitali. Con questo libro Cohen entra nel merito di questo cambiamento, affrontando il paradosso della partecipazione attiva in un ambiente online sovraffollato e allo stesso tempo del sentirsi soli. Lo fa attraverso una definizione centrale di “forma di gruppo” usata per spiegare l’interrelazione tra le popolazioni e la dimensione pubblica. Per comprendere la “vita in rete” e le sue implicazioni utilizza una metodologia chiamata “ekphrasis”, che genera un “vocabolario dell’esperienza”. Utilizza anche alcuni casi studio, tra cui romanzi (il “Pattern Recognition” di Gibson), opere d’arte (Felix Gonzales-Torres’ candy works, I March in the Parade of… di Sharon Hayes e Beacon di Thomson & Craighead), per affiancarle a casi specifici di socialità su Internet. In questo senso, riesce a collegare il “pubblico” che gli artisti includono nelle loro installazioni con l’esposizione personale che stiamo permettendo nelle reti. Egli definisce le “relazioni mediate” e ammette apertamente come la mercificazione sia ciò che guida la conversazione sulla forma e l’estetica del gruppo. Questa estetica è l’estetica specifica della collettività, che Cohen afferma essere la “chiave per comprendere la logica della vita in rete”.

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