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Archivio per Roger Waters

Significato di The Final Cut, Ultimo Album dei Pink Floyd


Una lunga recensione a TheFinalCut, ultimo (per certi versi in assoluto) disco dei Floyd, con al comando ancora Roger Waters che, di fatto, realizzava il suo quasi primo disco solista. Su LegendaryCover.

Roger vuole fare un disco con gli scarti di The Wall, se sono scarti ci sarà un motivo?
Ma Waters va avanti per la sua strada e dice a Gilmour di scrivere nuove canzoni se quelle non andavano bene, sapendo quanto basso era stato il contributo del chitarrista nelle composizioni dei Pink Floyd degli ultimi anni.
Secondo Waters, dopo Dark Side nessuno si era dedicato alla band quanto lui.
Aspettavano tutti il “prolifico ma rompipalle” Roger non solo per i testi ma anche per le musiche, la parte sempre più privilegiata da Gilmour e messa in secondo piano da Waters.
Non c’era da stupirsi quindi se in tutti gli album si sentiva sempre più lo stile di Waters rispetto agli altri.
Si dice che Richard Wright è stato allontanato soprattutto perché non componeva più. Per il suono e i progetti che Waters aveva in mente, Richard era diventato un elemento passivo e inutile.
Nick Mason non si è mai sbilanciato. È sempre stato un discorso tra Waters e Gilmour.
Il chitarrista, alle domande sull’album negli anni seguenti, risponderà che è anche colpa sua se l’album non è venuto bene.
Si sente un po’ in colpa per essere stato pigro, non scrivendo nulla e prendendo tempo quando Waters gli chiedeva se avesse scritto qualcosa.
Dirà che The Final Cut ha tre, quattro pezzi buoni ma che non ricorda assolutamente come si intitolano.
Il tempo e i mesi passano in fretta e arriva al momento in cui l’album è pronto con 12 brani, 4 scartati da The Wall e 8 composti da Roger Waters senza chiedere come e perché.

GERALD SCARFE: “IN SOFFITTA HO TROVATO BIDONI PIENI DI PELLICOLA 35MM” | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia un’intervista a Gerald Scarfe, disegnatore degli incubi floydiani più prestigiosi, come WishYouWereHere e soprattutto TheWall. Un estratto:

“Vorrei, se possibile, che gli oggetti restassero tutti insieme. Potrebbero essere divisi, ma l’ideale per me sarebbe vendere tutto a un singolo collezionista, perché l’archivio contiene ogni cosa che ho fatto su The Wall dal giorno del primo incontro con Roger Waters. Appunti, bozzetti e cose del genere, che poi ho sviluppato in opere più grandi. Ho anche dei filmati; l’altro giorno in soffitta ho trovato bidoni pieni di pellicola 35mm, frammenti che risalgono fino al periodo di Wish You Were Here“.  

“Quando li ho incontrati per la prima volta non sapevo cosa volessero da me, e non credo lo sapessero neanche loro. Credevo che l’animazione fosse una forma d’arte inesplorata. Pensavo: ‘Perché l’arte non può muoversi? Perché non può essere come Picasso e Matisse?’ L’animazione non è necessariamente fatta di animaletti che saltellano tutto il tempo“.  Nel corso degli anni Roger Waters e Gerald Scarfe sono rimasti amici: “Giocavamo molto a biliardo e bevevamo birra forte. Un giorno Roger si è presentato a casa mia, a Chelsea, con le prime demo. Erano mesi che mi diceva: ‘Un giorno finirò questa cosa, ti mostrerò tutto e ci lavoreremo insieme’. Me l’ha promesso mentre lo scriveva, perché aveva compreso il potere delle immagini accostate alla musica“.

L’archivio di Scarfe contiene tutto il materiale raccolto nei cinque anni passati dal primo incontro con Waters fino all’uscita dell’adattamento cinematografico del 1982 diretto da Alan Parker: i primi bozzetti disegnati a mano, i quadri stampati nel libretto del vinile dell’album, gli storyboard, sceneggiature complete di illustrazioni, oggetti di scena dello stravagante tour di The Wall e del film. Nella collezione ci sono anche “cinque anni di ephemera”: i dischi d’oro di The Wall, statuette, pass per il backstage, una giacca da tournée personalizzata per The Wall e strani oggetti utilizzati durante le riprese del film.

David Gilmour: “L’unica volta che ho visto i Pink Floyd dal vivo me la ricordo bene perchè ero molto arrabbiato”


Su OndaMusicale un aneddoto assai particolare, che riguarda i Floyd e in particolare Gilmour. Ve lo riporto pari pari:

Durante un’apparizione nel nuovo podcast The Lost Art of Conversation David Gilmour ha ricordato un episodio che lo ha profondamente sconvolto e che è avvenuto durante un concerto dei Pink Floyd del 1977 a Montreal, in Canada. David ricorda di essersi addirittura rifiutato di tornare sul palco per eseguire l’ultima canzone in programma.

“L’unica volta che ho visto i Pink Floyd dal vivo è stato durante il bis allo stadio di Montreal nel 1977 – l’ultimo concerto degli Animals tour, quello in cui Roger [Waters] ha sputato su uno spettatore – ha detto Gilmour – Ero così incazzato per quel gesto, così tanto che mi sono rifiutato di suonare il bis, e sono andato al mixer a guardare la band suonare con Snowy [White] che suonava le mie parti di chitarra. Questo è stato l’unico momento in cui ho visto suonare i Pink Floyd.”

E ti ritrovi moribondo…


Muovi il tempo come se fosse un pedone; e poi non hai rispetto di quello che le dimensioni sono, di quello che tu non sei.

Quarant’anni di The wall, l’album icona dei Pink Floyd


Come ricorda Repubblica, oggi sono passati esattamente quarant’anni dalla pubblicazione di The wall, l’album che il mondo intero ricorda se gli si chiede qualcosa dei Pink Floyd.
Potrei scrivere fiumi di parole, una quantità smodata di post sull’argomento, ma in realtà ognuno ha la sua particolare visione dell’opera e dei Floyd, personalmente so che loro hanno segnato la mia vita artistica e tuttora ne tracciano molti contorni, che pur navigano negli universi oscuri e tutt’altro che mainstream; perciò, lasciate che si festeggi questo quarantennale, con i Floyd tuttora sull’onda della creatività, anche se di fatto non hanno realizzato nulla di nuovo: e quale altro cenno volete che diano degli artisti che non fanno altro che esprimere grandiosità senza tempo, e senza forma?

ROGER WATERS: NEL 2021 IN CONCERTO A “PIAZZA DEL PLEBISCITO” A NAPOLI | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloyItalia la news di Roger Waters che si esibirà – molto probabilmente – a Napoli nel 2021. Ecco la news e, che dire, si attende già la sua esibizione a Piazza del Plebiscito.

“Dopo Paul McCartney che sarà in concerto il 10 giugno del 2020, nel 2021 porteremo in piazza del Plebiscito anche Roger Waters. L’ex Pink Floyd ha espresso la sua volontà precisa di suonare a Napoli“. A dare la notizia lo storico promoter Mimmo D’Alessandro della D’Alessando&Galli, nato a Somma Vesuviana ma con Napoli nel cuore, pochi giorni fa in conferenza stampa a Palazzo San Giacomo. Piazza del Plebiscito così ritorna a essere cornice di grandi eventi internazionali. “Sono tanti gli artisti del mondo che desiderano suonare a Napoli nel caso dell’ex Fab four è addirittura la seconda volta. Anche nel 1991 in occasione del suo tour unplugged, mi chiese di esibirsi in città. Facemmo di tutto per accontentarlo e approdammo all’allora Teatro Tenda Partenope di Fuorigrotta“. Venduti intanto fino a ora novemila biglietti per il live partenopeo di McCartney; molti di questi acquistati negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Spagna e in tanti altri paesi europei.

DAVID GILMOUR RACCONTA “A MOMENTARY LAPSE OF REASON” – ANTEPRIMA DI “SORROW” DAL NUOVO MIX 2019


Su PinkFloydItalia la trascrizione dell’intervista di David Gilmour che spiega il corso floydiano post-Waters. Siamo ancora qui, dopo decenni di sogni floydiani, a bearci di questi artisti che hanno accompagnato generazioni di anime fluttuanti… Sorrow, in basso, è una versio remixata del brano di trenta e passa anni fa: meravigliosa!

“Sapevamo che Roger se ne stava per andare. Era infelice. E anche noi lo eravamo. Io volevo continuare, Nick era propenso. In estate incontrai Rick in vacanza in Grecia, e gli chiesi di rientrare. Era favorevole. Ci trovammo sull’Astoria nell’86. Coinvolsi Bob Ezrin che aveva fatto il Walworth nel ’79 e aveva lavorato ad alcune supervisioni con me. Avevo imparato molto da Bob; è molto valido. Lavorammo sui miei brani. A Natale avevano preso forma, progredivano. Un sera ebbi l’ispirazione, nacque Sorrow. Ne scrissi 5 versi di getto, dal nulla. Scrissi prima le parole, poi feci una demo sull’Astoria. Fu un punto di non ritorno: eravamo sulla strada giusta, funzionava! La casa discografica voleva un buon album. Certo: le cose erano diverse senza Roger, ma ci sentivamo sollevati dalle tensioni degli ultimi due album, The Final Cut su tutti. Eravamo di nuovo noi, a comporre e produrre materiale insieme. C’era un senso di libertà e ottimismo nonostante la rottura di palle della causa giudiziaria in corso. Poi ci spostammo a Los Angeles in magnifici studios, con ottimi musicisti. Mentre qui era giorno, in Inghilterra era notte, e gli uffici legali erano chiusi: che sollievo! A L.A. eravamo irraggiungibili, liberi: questo aiutava il flusso positivo delle cose. Anthony Moore, mio amico paroliere, scrisse ottime liriche per l’album, tra cui ‘Learning To Fly’ e ‘On The Turning Away’. Con questa ossatura, completammo le canzoni. Nei primi anni ’80, c’erano tante nuove tecnologie: sintetizzatori ed altro, che utilizzammo pesantemente. Ripensandoci, ad album finito, il dubbio fu che non sembrasse ‘senza tempo’, essendo stato privato degli strumenti tradizionali come l’organo o il piano. In quest’ottica, ho voluto remixare il disco e lavorarci di nuovo. Abbiamo anche ritrovato parti di Rick all’Hammond mai utilizzate; ne è scaturita un’altra atmosfera, un nuovo feeling. Adesso ha un tocco più raffinato, ‘senza tempo’, meno legato all’epoca.“

Traduzione a cura di Cymbaline – Pink Floyd Magazine

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