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Pink Floyd – Recording Obscured By Clouds (Pop Deux Documentary)


Un’intervista ai Floyd – prettamente Waters e Gilmour – intorno agli inizi o metà ’72, quando sono stati circa una settimana in Francia per registrare Obscured by clouds, colonna sonora dell’omonimo film di Barbet Schroeder. Sembrano passati eoni.

Gaznevada da collezione: “Con Sick Soundtrack passammo dalla politica alla musica” – Spettacoli


Sul RestoDelCarlino una bella intervista a Ciro Pagano, chitarrista dei GazNevada, storico gruppo bolognese di fine ’70 e primi ’80 che ha significato il transito italico dal punk alla new_wave; un estratto della chiacchierata:

Ciro Pagano, lei è stato il chitarrista dei Gaznevada, in che clima nacque quel disco?
“L’album non è l’esordio del gruppo. Noi eravamo già stati in studio nel 1979 per registrare il nostro primo lavoro, una cassetta di musica feroce, durissima, frutto delle nostre prime passioni e dei nostri primi ascolti che erano fortemente legati al punk, quello americano in particolare, più sofisticato e ben suonato di quello inglese dei Sex Pistols. La cassetta Gaznevada era proprio un documento in tempo reale, una fotografia scattata nelle cantine bolognesi”.
A quale gruppo americano guardavate in particolare?
“I nostri idoli erano i newyorchesi Ramones, compatti, essenziali, in una canzone di due minuti dicevano tutto. Quella musicalmente è stata la nostra scuola, e, proprio suonando i loro brani ci siamo preparati alla cassetta. In fondo, eravamo una sorta di contorta cover band, e nel 1978 organizzammo tre giorni di concerti un locale che si chiamava Punkreas, lo spettacolo era Gaznevada Sings Ramones “.
Voi esistevate già dal 1977…
“I Gaznevada sono nati con il nome di Centro di Urlo Metropolitano per esibirsi durante il famoso convegno sulla repressione del settembre del 1977, appuntamento che avrebbe segnato la fine di quel movimento studentesco. Uscivamo dall’esperienza della Traumfabrik, la casa occupata di via Clavature, dove è nato quello spirito creativo che continua a influenzare la cultura pop. C’erano fumettisti come Andrea Pazienza, registi come Renato De Maria e musicisti come i Gaznevada”.
Poi, nel 1980, arriva ’Sick Soundtrack’.
“Nel 1980 era già cambiato tutto. Era la musica, e non più la politica, la necessità. Ed erano cambiati anche gli ascolti e i riferimenti. Solo la città alla quale guardare era la stessa: New York. Non più quella del punk ma della new wave, eravamo innamorati dei Talking Heads e dei Suicide. Non c’erano più solo le chitarre elettriche ad affollare il nostro immaginario ma la prima tecnologia elettronica applicata al fare musica, le prime macchine per suonare”.

Syd Barrett: ovunque tu sia, buon compleanno diamante pazzo!


Oggi è il compleanno di Syd Barrett. OndaMusicale lo ricorda così; uno stralcio:

Syd Barrett, all’anagrafe Roger Keith Barrett nato a Cambridge il 6 gennaio del 1946 e morto il 7 luglio del 2006, è stato il leader e uno dei fondatori dei Pink Floyd fino al crollo del 1968 e l’album A Saucerful of Secrets dello stesso anno. Barrett aveva già mostrato segni di squilibrio nel 1967 quando, con i Pink Floyd, aveva inciso The Piper at the Gates of Dawn. La situazione era dovuta alla Sindrome di Asperger (leggi l’articolo) aggravata dall’uso di droghe.

Un album, il primo di una serie, che ha mostrato tutta la sua genialità visionaria e che ha lanciato i Pink Floyd nel mondo della musica. Purtroppo la mente di Barrett non riusciva a reggere alle pressioni e spesso i concerti erano proprio uno dei punti critici assieme alla scrittura di nuovi pezzi. Ai concerti, infatti, Syd suonava lo stesso accordo per minuti interi, rompeva le corde della chitarra o la scordava davanti al pubblico rendendo le cose difficili anche per il resto dei Floyd che quindi chiamarono l’amico David Gilmour per aiutarli.

PINK FLOYD: SPECIALE 1967 – TOUR INGLESE CON JIMI HENDRIX | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia un resoconto del tour inglese del 1967 di Jimi Hendrix cui parteciparono regolarmente anche i Pink Floyd, a quel tempo appena usciti col loro primo lavoro. Un estratto:

14 Novembre – 5 Dicembre 1967. Package Tour di Jimi Hendrix: in questo periodo di tempo, è andato in scena una tournée passata alla storia. La Jimi Hendrix Experience ha girato l’Inghilterra insieme ai The Move, Pink Floyd, Amen Corner, The Nice, Outer Limit And Eire Apparent. 31 show in 16 città. I Floyd parteciparono a ogni evento con due esibizioni, per una durata di 15, 20 minuti l’una, dopo gli Amen Corner e prima degli Auter Limits. A questo link il tour book.

I Pink Floyd avevano appena pubblicato il loro Lp d’esordio “The Piper at the Gates of Down”, ma i problemi sul fronte live di Syd Barrett erano già cominciati, tanto che in qualche occasione (per esempio il primo concerto del 3 Dicembre ’67 a Nottingham) venne sostituito da Davy O’List (chitarrista dei Nice) e probabilmente in un concerto (il 2 Dicembre ’67 al Dome di Brighton) da David Gilmour che esordì sul palco con i Pink Floyd. La tournée non iniziò nel migliore di modi, infatti già durante le prove della prima data alla Royal Albert Hall, i Pink Floyd minacciarono di andarsene perché non potevano usare il loro impianto di illuminazione e lo schermo per le diapositive e continuò con gli imprevedibili comportamenti di Syd, il quale capitava speso di trovarlo seduto sul pullman o camminare per la città quando invece avrebbe dovuto essere sul palco.

Davy O’List: “I Pink Floyd erano ispirati perché, a differenza dei Nice, la loro musica era minimale ma molto efficace e spaziosa. Li osservavo ogni sera. Una di quelle sere in particolare, Syd era uscito per una passeggiata da qualche parte. Così dissero: ‘Puoi suonare? Abbiamo intenzione di fare un numero, una lunga versione di Interstellar Overdrive’. È stato fantastico“.

Nick Mason: “Il tour era in effetti la nostra prima comparsa nel mondo del Rock n’ Roll come l’avevamo sempre immaginato: pop star con pantaloni aderenti e una morale dissoluta, accompagnate da ragazze urlanti con vestiti aderenti e una morale ancora più dissoluta. Era una delle rare occasioni – non vi so dire quanto rare – in cui eravamo inseguiti per strada da ragazze sovreccitate“.

Andy Fairweather Low (cantante degli Amen Corner): “Tutti viaggiavamo sul bus durante il tour tranne i Floyd e la band di Jimi ed era fantastico. Ho la sensazione che i Floyd viaggiassero persino separatamente tra loro. Non c’erano legami, strette di mano, con i Pink Floyd. L’unica volta in cui ho avuto uno scambio con loro fu quando Roger Waters disse al nostro tastierista Blue Weaver di spostare l’amplificatore Leslie. Il nostro manager, Ron King, […] lo sentì e disse, ‘Parla con il mio ragazzo in quel modo e ti spezzo le gambe’“.

Alva Noto – Xerrox Vol.4 | Neural


[Letto su Neural]

Quarta e penultima uscita per Alva Noto della serie Xerrox, partita nel 2007, un progetto che nell’insieme è basato sul concetto di replica digitale del materiale di partenza, sulla manipolazione dei dati, utilizzando un metodo di riproduzione idealmente continuo e senza fine. In questo caso le evoluzioni sonore, a differenza delle precedenti uscite, non sono campioni estratti da fonti esterne o frammenti di registrazioni. I paesaggi sonori delineati sembrano invece far riferimento a una narrazione decisamente cinematografica, s’imprimono più avvolgenti e ambientali del solito, assolutamente nitidi ed esenti da glitch troppo insisti. L’accuratezza stilistica del maestro rimane tuttavia quella consueta, un’elettronica fluida vergata da ondate energetiche di trattamenti effettati e ipnotiche ripetizioni seriali. L’ambientazione è coinvolgente, meticolosa nell’organizzazione di qualsiasi pattern, siderale e ultra dettagliata, a tratti anche quietista, sebbene in sottofondo sempre serpeggi una certa inquietudine, una grana armonica ed emotiva che ci riporta alla stessa essenza degli iniziali successi del maestro tedesco, artista e compositore che mai incede, nella sua misurata sobrietà e delicatezza, nel dipanare tracce poco impressive, rilassate o eccessivamente manieriste. Insomma, siamo di fronte a una musica ambient di taglio piuttosto classico, moderna e minimalista, che non potendo puntare sulla novità d’un tale approccio, leviga certi estremismi e mantiene una visione però inappuntabile, che non volgarizzi l’aspetto cinematico d’una siffatta vocazione. Carsten Nicolai ha segnato in queste ultime due decadi nuovi orizzonti musicali e incarnato il modello concettuale di quello che un sound artist debba essere e fare. Anche se i glitch e le interferenze quasi impercettibili adesso sono presenti in minor misura rimane solida una tecnica, una metodologia che nei tagli e nella ripetizione trova la sua estetica, adesso corroborata da forme più smussate, organizzante in un flusso molto sognante e raffinato.

Flaco, dai Punkreas a postino: «Ecco cosa non perdono alla band che mi ha cacciato» | Rolling Stone Italia


Su RollingStoneItalia una lunga intervista a Flaco, ex chitarrista dei Punkreas che ora ha cambiato, in qualche modo, vita. Un estratto:

Gli slogan più famosi del movimento punk recitavano “no future” e “do it yourself”. Sul primo, dopo un po’ di anni, in tanti si sono ricreduti. Almeno tra i sopravvissuti. Il secondo, invece, sembra rimanere un marchio indelebile in chi ha attraversato quella stagione. È il caso di Fabrizio Castelli, per tutti Flaco, storico chitarrista dei Punkreas, che dopo la rottura con la band si è ricostruito una vita in solitaria, arrivando a lavorare come postino a Cassano Magnago (Varese). Un impiego “normale”, dopo 25 anni di dischi, concerti e poghi incendiari scatenati con uno dei gruppi simbolo del punk italiano. Ma nonostante la traumatica rottura, fedele al motto “fallo da solo”, ha prima realizzato un disco solista, Coleotteri, e poi trovato il modo di far riemergere l’altra passione fino ad allora rimasta sopita. Grazie al part-time a Poste Italiane, ha infatti ripreso in mano i libri e ora si propone anche come consulente filosofico (materia in cui è laureato). Per la prima volta dal 2014, anno dell’addio ai Punkreas, ci ha raccontato quanto è stato difficile accettare di essere allontanato dalla band che ha fondato, quali sono gli atteggiamenti che non riesce a perdonare ai suoi ex soci, e di un mondo diviso fra buoni e cattivi – quello a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 – in cui si poteva ancora avere la percezione di cambiare la società attraverso la musica.

Nonostante tutto, la musica fa parte della tua vita?
In realtà, in questo momento sono più concentrato sulla filosofia. La musica resta un capitolo aperto, ma in stand-by. Penso dipenda sia da aspetti personali che generali. Osservando in modo più ampio la questione, la mia storia musicale si è intrecciata, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, con l’occupazione dei centri sociali, quando cioè si poteva ancora dare un senso pieno alla parola underground. Forse è stato l’ultimo momento in Italia del genere, con la presenza di un circuito che sfuggiva alle maglie del mainstream, con una sua capacità stilistica e una autonomia di comunicazione. Senza contare che c’era un tessuto sociale fertile. Erano gli ultimi fuochi del cosiddetto secolo breve.

Con i Punkreas vi siete formati nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino.
Sembrava più un momento giusto per sciogliersi, ma in Italia arriva tutto in ritardo. Infatti, era ancora presente la partizione mitologica da Guerra fredda che si sarebbe poi dissolta. Però in quel periodo ha prodotto cose valide. È stato un percorso entusiasmante, sia musicale che sociale, in cui avevamo la percezione di poter incidere sul quello che accadeva nel mondo. Che fosse vero o falso non aveva importanza. Quel contesto ha ricevuto la mazzata definitiva, prima a Genova 2001 e poi a Roma 2003, quando una grande partecipazione di massa è stata stroncata senza appello. In seguito, siamo entrati in una fase di riflusso che si è associata con una crisi economica che ha fatto strage di tutte le possibilità di una cultura dal basso. Anche quando è arrivata la rivoluzione digitale, come prima conseguenza ha penalizzato le piccole produzioni.

Tutto si è ridimensionato nell’ambito punk, però certe band che hanno fatto la storia del movimento di quegli anni rimangono ancora attivissime. Punkreas compresi…
Personalmente l’esperienza con i Punkreas è finita amaramente. In quel periodo ero abbastanza insopportabile, avendo problemi personali che evidentemente riversavo nella band. È anche vero che non c’è stata dall’altra parte molta attenzione nei miei confronti, però chi è senza peccato scagli la prima pietra. L’ho presa come una occasione per prendere atto che da tempo la mia attività musicale tendeva a fotocopiare se stessa. L’abbrivio iniziale, quello più genuino, cominciava a diventare un cliché e quindi non mi andava più di replicarlo.

I NUOVI DISCHI IN VINILE SONO UNA FREGATURA | GiornalePop


Su GiornalePop un lungo articolo che parla di vinili, i dischi che fino a tutti i ’70 rappresentavano il modo più popolare e soddisfacente di sentire musica. Ora sono di nuovo in auge, ma non sembrano essere la stessa di allora, almeno a leggere il post:

I macchinari in uso oggi sono quelli scampati alla distruzione alla fine degli anni novanta, hanno alle spalle la stampa di decine o centinaia di milioni di copie, e pur con la migliore manutenzione non sempre riescono a garantire la potenza di pressaggio necessaria. In generale sono macchine che fanno quello che possono, con pezzi di ricambio perlopiù cannibalizzati da presse fuori uso. A questo si aggiunge che pur di giustificare i prezzi audiofili (anche 50 euro per un disco che alla fabbrica costa un euro di media) alcune etichette stampano dischi molto spessi, da 180 e persino 200 grammi (contro i 140-120 grammi dei vecchi dischi), che in teoria dovrebbero essere maggiormente resistenti alle ondulazioni e per qualche motivo esoterico dovrebbero suonare meglio di quelli sottili degli anni settanta. Ma, a parte il fatto che anche il più sottile dei dischi si piega solo se lo lasci al sole, queste edizioni per eletti suonano spesso peggio di quelle normali: già le presse faticano a stampare un disco di spessore normale, figuriamoci uno così impegnativo.

Un altro motivo per cui è quanto meno rischioso comprare una ristampa di un vecchio titolo è il cutting: l’incisione della cosiddetta lacca, il disco originale da cui si otterrà la matrice per la duplicazione, un’operazione che nel periodo della produzione industriale del vinile era compiuta da professionisti esperti. Non solo il nastro originale va valutato per verificare che l’ingegnere di mastering abbia ottimizzato la registrazione per il vinile (un errore, e la puntina di incisione da 10.000 euro si frantuma),  ma il tecnico deve anche costantemente seguire con un microscopio (la cui immagine è perlopiù proiettata su un monitor) l‘andamento dell‘incisione, avvicinando e allontanando manualmente i solchi a spirale mentre scorre la musica, a seconda della situazione sonora: un passaggio sonoro complesso e forte richiede solchi ben distanziati, un pianissimo permette di risparmiare spazio. È un mestiere non facile, bisogna conoscere bene le tracce che si sta incidendo (si deve sapere che fra dieci secondi arriva un colpo di batteria e preparare i solchi) e si deve sapere come ottimizzare i livelli sonori rispetto alla durata e allo stile musicale del disco. È tecnica, arte ed esperienza in pari misura, ed è un compito di responsabilità anche dal punto di vista economico: se si commette un errore in incisione bisogna ricominciare da capo, mezz’ora di lavoro buttata via e una costosissima puntina di incisione usurata inutilmente. Su YouTube troverete decine di video dimostrativi del funzionamento di un tornio di cutting, ma siccome sono quasi tutti pubblicitari vi propongo questo muto di trenta secondi: la luce a sinistra è quella della telecamera che riprende i solchi man mano che sono creati, a destra si vede la testina di taglio. Nel corso dei decenni sono stati sviluppati strumenti atti a facilitare il lavoro del cutter: la Denon aveva a un certo punto messo sul mercato un sistema che permetteva di ascoltare con dieci secondi di anticipo ciò che sarebbe stato inciso, permettendo di regolarsi con comodo e senza conoscere i brani a priori, e di recente ho letto di macchine computerizzate in grado di autoregolare il procedimento in base alla musica, ma ne ho solo letto.

RICHARD WRIGHT: ONLINE IL NUOVO SITO UFFICIALE | PinkFloydItalia


Su PinkFloydItalia la segnalazione del nuovo sito dedicato interamente a Richard Wright, tastierista e autore dei Floyd scomparso ormai quasi quindici anni fa, in cui sono presenti molte curiosità, materiale video e sonoro di tutto rilievo.

Curato dalla famiglia, il nuovo sito promette di offrire uno spaccato della sua vita musicale ed è pieno di foto inedite, altre foto scattate dallo stesso Rick a bordo di “Evrika”, la sua barca, mentre navigava nell’Atlantico, video di concerti dal vivo (alcuni con David Gilmour, e tre dai suoi archivi durante il tour del 1994), una dettagliata sezione sulla strumentazione usata per ogni album (sia con i Pink Floyd che da solista, più il materiale usato nel suo Home Studio). Ma non solo, una sezione con interviste, allo stesso Rick e altre “persone” che parlano di lui. Infine una interessantissima pagina in cui si può vedere (e ascoltare, tramite Spotify) la musica che piaceva a Rick e le sue influenze artistiche, con nomi come Miles Davis, John Coltrane e tantissimi altri.

Non c’è dubbio che per chi ama Richard Wright, non solo per le sue sonorità e stile musicale, ma anche come persona, questo nuovo sito mette ancor di più in risalto la sua anima, consiglio ad ogni fan dei Pink Floyd di visitarlo in ogni sua sezione! E poi, non è follia pensare che questo sia un primo passo della famiglia Wright per valorizzare finalmente l’archivio di Richard con rimasterizzazioni del catalogo solista e inediti.

The Wall: dopo 41 anni è ancora un capolavoro senza tempo | Ondmusicale


Su Ondmusicale l’anniversario – il 41esimo – di The Wall, uno dei capolavori dei Pink Floyd, uscito proprio il 30 novembre ’79; nell’articolo alcune condivisibili considerazioni sull’opera.

Pink è Waters, ed è un po’ anche Syd Barrett. Oggi sappiamo che dopo The Wall l’ombra di Syd avrebbe smesso di tormentare i Floyd: ed è forse una delle ragioni per cui, dopo The Wall appunto, non c’è un solo disco dei Pink Floyd al livello dei precedenti. Nel doppio del ’79 Waters riunisce i fili della sua carriera e della sua vita (ricordiamoci che allora aveva36 anni, e i Pink Floyd non erano un gruppo musealizzato, come oggi). E, prendendo a pretesto la storia di un rocker depresso, sembra perfino volersi chiedere cosa il movimento della fine degli anni ’60 abbia portato alla generazione che l’ha vissuto, e alle successive, per far sì che i muri possano essere abbattuti e “i vermi che sono nella nostra testa“, come dice in Hey you, possano essere annientati.
Lo fa con un album dalle molte chiavi di lettura esistenziali e politiche. Del resto, i “vermi” di “Hey you sono i nazi-fascisti.

“Hey tu! Là fuori al freddo, sei solo, stai invecchiando, riesci a sentirmi?
Hey tu! Che stai nel passaggio, con i piedi stanchi e un sorriso che svanisce, riesci a sentirmi?
Hey tu, non aiutarli a sotterrare la luce. Non arrenderti senza lottare.”

Quando, solo ai piedi del suo muro, Pink permette ai vermi di entrare nella sua testa, e sogna di incitare il suo pubblico all’odio razziale, trasformandosi in un dittatore (“In the Flesh – parte 2”), emerge uno dei temi autobiografici più importanti di The Wall, che assillava Roger Waters proprio in quel periodo: il rapporto col pubblico.

I Pink Floyd avevano chiuso gli anni ’60 come una band underground. Tempo un lustro, e attraversata l’eccezionale fase psichedelica – A Saucerful of secrets, Ummagamma, Atom Heart Mother – viravano verso il rock più tradizionale di “The Dark Side of the Moon” (mediatore: Meedle). Nel frattempo erano diventati un gruppo da stadio. Magari un po’ anomalo, perché a nessuno importava troppo che faccia avessero, li si amava specialmente per la musica. Ma pur sempre un gruppo da stadio.
Questa cosa, più che al chitarrista-ingegnere del suono Gilmour, creava problemi a Waters, che provava disgusto per i concerti “spersonalizzanti” e stressanti negli stadi: “Comfortably Numb” per esempio (uno dei pochi brani di The Wall di cui David Gilmour scrisse la musica) è un dialogo fra Pink-Waters e il dottore che gli ha somministrato un farmaco grazie al quale può esibirsi come un rocker “efficiente” ma abulico.

L’album leggendario è “nato da uno sputo?

Nel tour di Animals, un Waters “ai ferri corti” con il suo pubblico durante un concerto a Montreal sputò in faccia a un fan. Lo si racconta spesso, è anche nell’ultimo libro del batterista Nick Mason (leggi l’articolo), ed è storia nota per gli appassionati dei Floyd: si vuole che proprio quest’episodio – da cui Waters per primo fu molto turbato, non potendo spiegarsi come gli venne di farlo – innescò in lui un bisogno di autoanalisi che in definitiva fece nascere l’album.
Waters sentiva una “barriera” tra sé e il pubblico, e tutto questo sarà tematizzato, visivamente, nel tour del 1980 di The Wall, quando durante il concerto viene pian piano “eretto” un muro poi “demolito” alla fine dello show. E credeva che la massificazione giovanile alimentata anche dal rock (guidato dall’industria) potesse favorire il pensiero passivo e acritico in cui attecchisce il totalitarismo.
Quanti muri ancora dividono il mondo? In un’intervista a Repubblica Roger Waters rispondeva così:

“Tanti. Il muro tra il nord e il sud del pianeta. Tra i ricchi e i poveri. Tra chi perseguita e chi soffre. E anche tra chi ha le chiavi del progresso, dell’informazione, e chi è condannato a vivere nell’ignoranza, nel buio. Non so come o quando li abbatteremo, ma almeno proviamoci, anche solo con una canzone se necessario.”

Esce Opera 7, il nuovo CD di Krell | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

È uscito per l’etichetta “Intonarumori” il 7° CD “Opera 7” di KRELL, monicker musicale di Lukha B. Kremo.
Il disco segna un grande ritorno dopo la parentesi “opere d’arte sonore”. In questo mini Cd, in formato “biglietto da visita”, Krell presenta un’opera elettronica in 5 movimenti, mescolando abissi sonori alla “Blade Runner” con voce e testi. Questa è la tracklist:
1. Apertura
2. Bradisonico alieno
3. Ipnotico, un po’ depresso
4. Imperiale, decadente, mortale, vincente
5. Chiusura
Acquistalo su kipple a 5,00 € e in formato mp3 al prezzo di simbolico di 2,50 €.
Attenzione: i file sono in formato mp3, quindi non leggibili da sistemi che supportano SOLO il formato audio cd (cda); qui invece l’elenco dei dischi precedenti di Krell, ora disponibili anche nel formato mp3 ma soltanto per i principali titoli (ovvero, dove non v’è collaborazione con altri artisti).
boudoir77

"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

Pensamientos y Reflexiones de una Luna.

Atrévete a descubrir los pensamientos más secretos de una escort. (Sin pelos en la lengua)

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Come vivere senza stomaco, amare la musica ed essere sereni

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Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

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Duemila anni di Storia Romana

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Una finestra per un altro mondo. Un mondo che vi farà sognare, o...

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“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

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È impossibile non comunicare. (Primo assioma della comunicazione. Scuola di Palo Alto)

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“Quando siamo calmi e pieni di saggezza, ci accorgiamo che solo le cose nobili e grandi hanno un’esistenza assoluta e duratura, mentre le piccole paure e i piccoli pensieri sono solo l’ombra della realtà.” (H. D. Thoreau)

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Ri orientarsi: alla ricerca del nostro baricentro interiore

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