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ROGER WATERS: “THE BRAVERY OF BEING OUT OF RANGE” – VERSIONE 2021 | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia la segnalazione della partecipazione avvenuta ieri di Roger Waters a un evento politico, Live for Gaza, in cui ha performato un suo vecchio brano di trent’anni fa, per sottolineare che c’è necessità di impegno politico, per evidenziare che l’anno prossimo lui tornerà sulle scene col suo This is not drill, spettacolo militante di cui tutti abbiamo bisogno per metterci di traverso a un sistema inumano e votato solo al business. Shine on.

Roger Waters: “Sono davvero felice di far parte di questa serata di musica, amore e movimento. Assicuratevi un biglietto e sintonizzatevi questo sabato per assistere alla première mondiale di io e la band che suoniamo ‘The Bravery of Being Out of Range’ (inclusa una nuova strofa).Coglierò l’occasione per chiedere ai giocatori della English Premier League (EPL) di unirsi a me in una campagna internazionale per convincere la FIFA e la UEFA a vietare alla squadra di calcio nazionale di Israele e alle società calcistiche israeliane di prendere parte alle competizioni internazionali fino a quando Israele non interromperà le sue politiche razziste di apartheid”.

 

RAI2 1977 “ODEON” – PINK FLOYD – LE IMMAGINI DELLA MUSICA” – SPECIALE SU ANIMALS


Ricordo questa trasmissione TV del ’77, la vidi ovviamente in diretta quasi per caso e anche se non era la primissima volta che sentivo parlare dei Floyd, ne rimasi davvero impressionato. Da allora, da lì – l’ho capito bene solo adesso, rivedendo il servizio – il senso di arte ha assunto la forma di questi stilemi, di queste dinamiche, e tutto il resto non è contemplato perché troppo semplice, troppo lineare.
Grazie a chi ha recuperato questo documento, che ha tutti i segni del videotape danneggiato dal tempo.

PartenoPunk – fragori dal Vesuvio


Su PostHuman una recensione di Roberta Guardascione ad Africani Marocchini Terroni, saggio di Davide Morgera che racconta la diffusione del punk a Napoli, negli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80, in un momento in cui la diffusione delle notizie non avveniva tramite Internet e in cui i concetti, le idee, venivano filtrati dalle distanze e barriere fisiche tra una città e un’altra, tra una nazione e le altre, tra un mondo e gli altri chiusi da barriere politiche e conservative. Un estratto:

Siamo nel settembre del 1979, l’Italia è una dimenticata colonia sul fondo dell’Europa, ancora provinciale e nel pieno degli anni di piombo, degli schieramenti politici e delle repressioni inflitte alla nuova generazione di “Kids”, che più di ogni altra cosa brama la libertà espressiva.
Il loro riscatto arriva con la benedizione di una sacerdotessa che, come in un rito religioso, porta in Italia il sacro fuoco del Rock, che esplodeva e mutava forma già da diversi decenni altrove, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. I due concerti che Patti Smith ha tenuto in quel fatidico mese a Bologna e a Firenze sono da considerare la scintilla che ha infiammato il fervore giovanile, assetato di scoprire nuovi eroi, nuovi suoni e un nuovo immaginario collettivo.

Tuttavia la colonizzazione del BelPaese da parte di questa forza esplosiva è stata lenta, in particolare al Sud. Nonostante il super concerto che Lou Reed aveva tenuto allo stadio Partenio di Avellino, facendo drizzare le orecchie ai punx meridionali – che probabilmente non sapevano neanche di esserlo – il Sud rimaneva sempre isolato geograficamente e culturalmente dal resto dell’Italia e dal mondo. Certe sonorità hardcore che si facevano largo tra la folla di ragazzini che desiderava metter su una band per imitare i Clash o i Sex Pistols erano ancora materiale alieno al di sotto di Roma.

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The Final Cut, l’addio di Roger Waters ai Pink Floyd | OndaMusicale


Su OndaMusicale un articolo dedicato all’ultimo disco di Roger Waters coi Floyd: The final cut, uscito nel 1983 (me lo ricordo, quel giorno) Un estratto:

I Pink Floyd, fin dai loro inizi, hanno rotto gli schemi del rock in particolare in due aspetti. Il primo è l’incredibile cura grafica delle copertine, vere e proprie opere d’arte grazie allo studio Hipgnosis; l’altro è legato agli spettacoli dal vivo, esperienze che chiamano in causa tutti i sensi dello spettatore. The Final Cut fallisce in questi due obiettivi.
La copertina è tra le più scarne e graficamente poco gradevoli, e al disco non segue nessun tour, cosa che penalizza le vendite già di per sé non all’altezza.

La copertina paga l’ennesima lite di Waters, stavolta con Storm Thorgerson, mente della Hipgnosis e amico dei musicisti dai tempi di Cambridge. Quanto al tour mancato, la responsabilità è di nuovo del dispotico Roger; bizzarramente, Gilmour e Mason sono all’epoca molto favorevoli, probabilmente per ragioni meramente pecuniarie.

The Final Cut, se depurato da questi aspetti, è tuttavia un bellissimo disco. Suona molto diversamente dai Pink Floyd iconici, quelli delle lunghe cavalcate psichedeliche e degli assoli pieni di pathos di David Gilmour; pare quasi un disco di cantautorato, equamente bilanciato tra testi – validissimi – e musica. La voce di Roger sembra divisa sui soli due registri contemplati: il sussurro quasi recitato e le urla dissennate. Gilmour assesta qualche bel colpo di coda, ma il suo apporto è molto limitato. Tanti sono i contributi esterni alla band.

Intervista a Fabban / Aborym – Ver Sacrum


Su VerSacrum un’intervista di Cesare Buttaboni a Fabban, degli Aborym – ciao Fabbb, ci si vede presto 😉

Siete prossimi al compimento di trent’anni di attività, un periodo di tempo così lungo è sicuramente segnato da cambiamenti, positivi ma anche drammatici. Per molti giungere a questo traguardo si rivela utopico, ma non per voi. Chi “erano” gli Aborym a inizi novanta?

Eravamo tre ragazzini vogliosi di fare musica a tutti i costi, inesperti, impreparati e con pochissimi mezzi a disposizione. All’epoca vivevo a Taranto e in quei tempi sopravvivere musicalmente in una città come quella era praticamente impossibile. Riuscii a prendere in affitto una sala per provare e li iniziò tutto. Li dentro ci suonavo, ci mangiavo, ci portavo le ragazze e ci dormivo quando litigavo con i miei. Quel posto è stato importantissimo per me: mi teneva lontano dalla strada e dai pericoli che a Taranto in quegli anni non erano pochi. Taranto stava affogando nei problemi. Fatta eccezione per l’Ilva (all’epoca Italsider) trovare lavoro era praticamente impossibile, in giro circolava droga e girare di notte rappresentava un serio pericolo. C’era tanta povertà, criminalità e le persone tendevano a vivere raggruppate in lobby, dei micro-sistemi, completamente tribalizzati. I ragazzi come noi venivano attaccati in strada praticamente ogni volta che mettevano il naso fuori di casa, e questo a causa del nostro essere “alternativi”… ti lascio immaginare in che condizioni vivevamo il tutto a livello musicale. Risse e scazzottate praticamente ogni sera… Sono stati anni bui e difficili ma nonostante tutto mi mancano quegli anni; si viveva alla giornata, in modo semplice… Niente internet, zero telefonini… eravamo tutti uniti e tutto questo si riversava nella musica, nella scena musicale, c’era supporto e quando c’era un concerto eravamo sempre tutti presenti. E la musica era di qualità, era più vera, più sentita. In tutti i generi. Avevamo le palle in quegli anni… e l’ho capito quando mi sono trasferito a Roma, una città molto più grande, dove pensavo di poter vivere meglio… invece mi sono reso conto di quanto la gente fosse diversa in capitale. Aborym sono nati a Taranto, di questo vado molto fiero.

Una finestra ampia che vi consente di valutare e giudicare anche i mutamenti che il panorama musicale cosiddetto “alternativo” ha vissuto. Stili che si sono consolidati, tecniche che si sono affinate. Quanto questi hanno influito sulla vostra maturazione artistica?

Si, come dicevo prima, aver vissuto trasversalmente tra gli anni 90, il 2000 e i decenni successivi è stato in qualche modo importante per capire da dove venivamo e dove volevamo arrivare. Ho avuto modo di vivere sulla mia pelle le mutazioni stilistiche, i cambiamenti, l’avvento della tecnologia, internet… Ho avuto modo di tirare una linea e valutare cosa era giusto e cosa era sbagliato. Negli anni mi sono sempre più appassionato allo studio degli strumenti che viaggiava di pari passo con l’evoluzione tecnologica e in qualche modo ogni album di Aborym è stato un conduttore dei progressi tecnologici in campo musicale, parlo di strumenti, ma anche di software, di plug-in, effetti, tutto ciò che ruotava intorno al mondo della musica sperimentale, compresi i miei ascolti e le mie preferenze musicali. Il ventaglio di alternative diveniva sempre più aperto anno dopo anno e questo per me è stato importantissimo se non fondamentale per iniziare a cucire su Aborym il vestito più adatto a questa band. Così come fondamentali sono stati gli incontri che negli anni ho potuto fare con altri artisti, musicisti, tecnici del suono, produttori o semplicemente con persone che mi hanno indirizzato musicalmente verso qualcosa che non conoscevo. È stata altresì fondamentale la predisposizione all’apertura mentale verso qualcosa che non conoscevo. Io lo chiamo DNA.

Un disco da (ri)scoprire subito: Animals dei Pink Floyd – Andrea Scanzi


Sul sito di Andrea Scanzi un lungo articolo – in realtà scritto un lustro fa – che esplora il mondo di Animals, il disco dei Floyd uscito nel ’77. Molteplici punti di vista, storie misconosciute, considerazioni non banali. Ve ne incollo la quasi totalità, perché non si può prescindere da ogni singola riga.

Stretto tra due colossi come Wish You Were Heree The Wall, Animals è ancora oggi un disco parzialmente sottovalutato.
Animals esce nel Regno Unito il 21 gennaio 1977. È il decimo album in studio dei Pink Floyd. La band è prossima all’implosione. Dopo il successo enorme di Dark Side, il Mirabile e Magnificamente Folle Roger Waters soffre sempre di più la popolarità, il rapporto con il pubblico e con l’industria discografica. Stargli accanto è quasi impossibile. Proprio durante il tour promozionale di Animals, Waters sputerà a un tontolone ubriaco che lo stava insultando. Da quel gesto germoglieranno The Wall e The Pros And Cons of Hitch Hiking (anche se i titoli non erano ancora questi), che Waters scriverà quasi di getto.
Animals venderà molto, ma non quanto altre opere del gruppo. Sono i mesi in cui esplode il punk, che peraltro se la prende anzitutto con i Pink Floyd, ritenuti emblema della “vecchia musica” e del “sistema”. Insomma: cazzate. Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols, indosserà la celebre maglietta “Io odio i Pink Floyd”. Ovviamente Animals è un disco che nulla c’entra con il “mercato”. E – altrettanto ovviamente – Animals è molto più rivoluzionario di tante (non tutte) baracconate punk. Animals è ancora un concept album watersiano. Se in Dark Side ci si interrogava sul senso della vita (e della morte), e se Wish You Were Here verteva sul tema dell’assenza e del cinismo dell’industria discografica (oltre che sul ricordo di Syd Barrett), Animals è una riflessione cupa e spietata non solo sull’Inghilterra di fine Settanta ma – più ampiamente – sulla natura dell’uomo. E dunque della società. È il disco più politico dei Pink Floyd, che deve molto alla Fattoria degli Animali di George Orwell.

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Storia del maiale volante di Animals dei Pink Floyd | OndaMusicale


Su OndaMusicale un po’ di storia dei Floyd e del loro album Animals, del ’77, in particolare del maiale icona del disco che sottintendeva a certi porci capitalisti, che ancora ben navigano nelle infestate acque della nostra vita. Un estratto dall’articolo:

La band aveva pubblicato due dischi difficilmente eguagliabili, sia come incassi che come gradimento del pubblico. Tuttavia, la genesi di Animals fu particolarmente travagliata all’interno dei Floyd. Se da una lato c’era la tentazione di proseguire sulla strada percorsa fino a quel momento, dall’altro c’era la voglia di cambiare rotta. Specialmente da parte di Roger Waters.

L’Inghilterra era una polveriera sociale pronta ad implodere su se stessa e nelle proprie contraddizioni politiche e sociali e anche la musica stava prendendo una deriva ben delineata, specie con la nascita del punk. Tuttavia, i Pink Floyd si erano affermati con un genere più psichedelico che progressive e la tentazione di proseguire in quella direzione era forte.

Su richiesta dei ragazzi venne contattata la Ballon Fabrik (la stessa che aveva realizzato il dirigibile dei Led Zeppelin) e commissionata la costruzione di un maiale gonfiabile di circa 12 metri da posizionare nel cielo fra le ciminiere. Il giorno prefissato però c’era cattivo tempo mentre il secondo giorno era sereno ma ventoso. Pare che quello buono sia stato il terzo. O forse tutti e tre.
Qualcuno aveva pensato di assoldare un tiratore con un fucile in modo da abbattere il maiale nel caso fosse successo un imprevisto ma, forse per risparmiare o forse per negligenza, questi fu presente solo il primo giorno. Il secondo giorno, a causa del forte vento, il maiale (a cui era stato dato il nome Algie) ruppe i tiranti e volò nei cieli di Londra scatenando il panico fra gli aerei in partenza ed in arrivo all’aeroporto Heathrow.

PINK FLOYD: SPECIALE “JAPAN TOUR 1971” | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia un piccolo special dedicata al primo tour che i Floyd fecero in Giappone nell’estate del ’71. Fu un trionfo, un’epifania per gli spettatori e forse anche per la band stessa, in stato di grazia eseguì le pietre miliari di un tempo che stava scorrendo rapidamente via e che si arricchì di effetti scenici involontari…

Il ‘mini-tour’ ebbe un gran successo, come spiega Nick MasonLa casa discografica organizzò una conferenza stampa (cosa che generalmente odiavamo) e ci consegnò i nostri primi dischi d’oro. Erano assolutamente fasulli, non li avevamo guadagnati effettivamente per le vendite discografiche, comunque apprezzammo il gesto. Il vero motivo del successo del tour fu uno spettacolo all’aperto, ad Hakone. Non solo si teneva in uno spazio molto suggestivo, situato in campagna a un paio d’ore da Tokio, ma in Giappone il pubblico di un festival era molto meno inibito di quello di un concerto al chiuso. In Giappone organizzavamo un viaggio sul treno ad alta velocità, visite ai templi e ai giardini di pietra e un’introduzione al sushi. Per noi, come per altre band, il sushi era diventato, durante il tour, la versione più sofisticata delle uova con patate e salsiccia.

I Pink Floyd in questo periodo erano in piena fase creativa, e stavano registrando l’album Meddle, infatti come si può ascoltare dalla registrazione bootleg di questi concerti, la prima strofa di ‘Echoes’ ha il testo completamente diverso da quello finito poi su disco. Particolare che non tutti sanno (o ricordano), è che la copertina dell’album “Meddle”, venne in mente al gruppo proprio nel viaggio di ritorno dal tour Giapponese, durante uno scalo ad Hong Kong: forse ispirati da qualche immagine zen dei giardini d’acqua, dissero per telefono a Storm Thorgerson di volere “un orecchio sott’acqua”. Il disco, uscirà a Novembre 1971, e conterrà la suite “Echoes”, capolavoro assoluto della discografia ‘pinkfloydiana’.

Qui il racconto di uno spettatore: “Il primo concerto dei Pink Floyd in Giappone, ‘Hakone Aphrodite’, si tenne il 6 e 7 agosto 1971. Quasi mezzo secolo fa. Quando ho incontrato qualcuno che è venuto a questo evento, e quando si è trattato di parlare di quella storia, la frase ‘Ah, quella nebbia …’ è stata usata di nuovo, ed è stato tutto quello che ci voleva. Sono convinto. Potrebbe non avere senso per gli estranei, ma la sera del 6 agosto, quando i Pink Floyd hanno iniziato a suonare con il tempo nuvoloso, la nebbia è scesa dalla montagna di fronte e ha avvolto il luogo del concerto. Insieme a questo, l’atmosfera già fantastica, è stata migliorata. Una produzione naturale a cui nessuno aveva pensato. È una tacita comprensione della prima visita dei Pink Floyd in Giappone che l’apparizione della nebbia bianca l’abbia resa estremamente indimenticabile per molti fan del rock.

ROGER WATERS: IN LAVORAZIONE L’AUTOBIOGRAFIA | PinkFloydItalia


Su PinkFloydItalia la segnalazione delle ultime attività di Roger Waters; un dettaglio:

Questo libro di memorie su cui sto lavorando, quando sarà finito lo leggerò sicuramente per farne un audiolibro… sono proprio nel mezzo del lavoro. Parte del lato positivo del blocco covid, è che ho passato molto più tempo in questa casa senza un campo da golf dove andare, niente da fare, niente per qualunque cosa. Ho tutto il giorno, non ho zoom o questo o quello o l’altro, posso tornare indietro e scrivere e mi sdraio in biblioteca sul divano con il mio laptop e vado. Ho appena iniziato a scrivere e ho scoperto che sono uno scrittore, ed è fottutamente fantastico, scoprirlo all’improvviso. Voglio dire, ho scritto racconti, un bel po’, quindi sapevo di poter scrivere ma non avevo idea che avrei potuto scrivere migliaia di parole al giorno senza fermarmi per riprendere fiato, e che quando l’ho riletto, mi ha fatto fare una risatina o mi ha fatto pensare o mi ha fatto sentire qualcosa o mi ha fatto sembrare che tu sappia qualunque cosa, ciò è una buona notizia!”

Per chi suona il…Carillon del Dolore? • Kulturjam


Bella intervista a Paolo Taballione dei Carillon del Dolore, band romana dei primi ’80 che interpretava le nuove sonorità di quel periodo pieno di sconvolgimenti sonori e culturali, misconosciuta eppure geniale, implosa per motivi forse legati alla crescita individuale dei componenti. Un estratto da KulturJam:

All’epoca facevate parte in maniera attiva della scena romana; Thomas (Tommaso Timperi), il cantante dei Carillon del Dolore, aveva una sala prove che era anche un noto punto di incontro: il salotto creativo della scena dark romana dove si produceva arte, musica, moda. Cosa ricordi di quel periodo?

Quello è stato un periodo denso di eventi artistici e dalla musica alla letteratura era un susseguirsi di novità. Avevamo una forte creatività e non volevamo essere catalogati in nessun genere, ma dato che ognuno di noi aveva avuto le sue prime esperienze musicali nel punk e nessuno di noi si sentiva un vero musicista, la nostra attitudine era di conseguenza punk. Stefano De Rossi non aveva mai suonato il basso prima che lo coinvolgessi nei Carillon del Dolore, mentre io avevo avuto precedenti esperienze musicali con gli Atrocity Exhibition e Thomas già suonava insieme a Francisco ‘Gringo’ Franco (Francesco Lancia), il batterista nei Panzer Commando.
Il nome ci venne suggerito da Sergio, un nostro comune amico, e faceva riferimento al film di Louis Bunuel “Estasi di un delitto”.
Avevamo una sala prove divisa in due ambienti, uno dei quali era dedicato alla moda. Lì, i Caput Mundi, ossia Sergio Zambon, Marina Dettori e Donatella Mei ci fecero alcuni degli abiti che indossavamo ai concerti. In seguito, i Caput Mundi hanno continuato nell’ambito della moda. Purtroppo, in circa tre anni e mezzo, abbiamo suonato solo una decina di concerti, perché alcuni di noi non se la sentivano, mentre io e il bassista avremmo voluto fare concerti tutti i giorni.

Avete in programma una nuova re-union dei Carillon del Dolore come allora?

Credo che Thomas sia una delle persone più gentili che conoscono, un uomo d’altri tempi e tra me e lui c’è una sorta di fratellanza, tant’è che a una cena di un anno e mezzo fa ci siamo detti: “perché questa volta non decidiamo noi quando fare un concerto, magari ben preparato?”. Così abbiamo cominciato a provare con un batterista che poi ci ha mollato.
Dopo è arrivato il lockdown e avevamo perso la speranza di trovarne un altro, finché non abbiamo incontrato Alessandra Trinity, che suona le tastiere e canta nel gruppo La grazia obliqua e con noi suonerà la batteria appena le restrizioni anti-covid si allenteranno. Alessandra ha collaborato con Kota, il bassista giapponese dei Christian Death che io conoscevo dai tempi del tour e con il quale ho convissuto per quasi tutto il periodo londinese in cui ero ospite di Valor Kand e Gitane DeMone.
Con noi ci sarà anche Alessio Schiavi degli Avangarde al basso e Max Zarucchi alla seconda chitarra, per questo abbiamo aperto la nostra pagina Facebook.

Come andò la tournée europea in cui suonasti la chitarra con i Christian Death? Hai qualche ricordo particolare?

Per me fu il massimo! Feci con loro il tour inglese, tedesco, olandese e altri. Nel nostro ultimo concerto insieme, all’Elysée Montmartre a Parigi (posto fichissimo), suonavano anche i Virgin Prunes e gli Psychic TV che andavano in giro col van, come una comune hippie californiana, con i figli e le donne al seguito.
Abbiamo fatto un sacco di concerti con i Fields of Nephilim, di cui uno organizzato da Valor Kand, all’ Electric Ballroom di Camden Town, nel quale suonavano anche i Living in Texas; Jayne County presentava la serata, da poco era diventata una signora: vestita all’inglese con l’impermeabile e le buste di plastica…un personaggio!
Ricordo una festa a casa di Angie Bowie e una a Dussendorf, nella casa del proprietario di uno dei negozi di dischi più importanti della città che era anche un’etichetta discografica, dove bazzicavano i DAF e dove ho conosciuto due ragazze che collezionavano parrucche colorate tipo Cleopatra. A Bonn abbiamo suonato con Siouxsie and the Banshees: Severin e Budgie erano simpatici, mentre lei era snob, ma se lo poteva permettere essendo la regina!

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