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DAVID GILMOUR & ROGER WATERS: LE ORIGINI, I PINK FLOYD, LE CARRIERE SOLISTE | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia la segnalazione di una pubblicazione che ai floydiani farà sicuramente piacere: David Gilmour & Roger Waters: Le origini, i Pink Floyd, le carriere soliste, a cura di Nino Gatti e Stefano Girolami.

Parliamo di una pubblicazione che traccia gran parte della storia dei Floyd, ma che va oltre quei confini, sia nel periodo precedente che in quello successivo, e aiuta a definire i contorni di questi due artisti di fatto molto diversi tra loro, ma che hanno caratterizzato l’ideologia e il sound della band in un periodo di 10-15 anni, donando alla sperimentazione musicale e alla diffusione della particolarità sonora, visuale e artistica un’aura unica, che tuttora fa scuola – e a cui devo gran parte della mia tensione narrativa.

Il libro ripercorre tutti i lavori e gli snodi biografici dei due artisti attraverso un appassionante viaggio fra le pieghe di due esistenze straordinarie, i cui confini oggi valicano ampiamente la luminosa storia dei Pink Floyd.

Una cravatta troppo stretta per Roger Waters, la cui carriera da decenni è salpata lungo approdi solitari; ma un abito demordé anche per David Gilmour, che nel tempo ha anche lui perseguito una personale carriera solista, fra dischi, tournée e infinite collaborazioni. Le pagine svelano, con medesima devozione, una doppia biografia, parallela o incrociata a seconda dei momenti: la storia comincia in calzoncini corti, ripercorre le tappe fondamentali dagli esordi ai tempi odierni e affronta tutto il mare magnum di progetti, concerti e cambiamenti epocali che hanno visto coinvolti, prima come band, poi separati, due dei più importanti interpreti della storia del rock.

Un lavoro che di entrambe le vite affronta tre fasi: l’infanzia, l’adolescenza e i primi passi che attraverso tortuosi percorsi schiudono le porte all’epopea Pink Floyd; la parabola del gruppo e gli snodi fondamentali dal 1967 al 1995; tutti i dischi solisti, i concerti e le tournée individuali, i progetti “extra Floyd” e le numerose collaborazioni dagli anni ’70 fino a oggi.

GUY PRATT: NUOVA INTERVISTA PER “ROLLING STONE” | PinkFloydItalia


Su PinkFloydItalia è segnalata una lunga intervista a Guy Pratt, bassista di quelli che erano i nuovi Floyd e compagno di tour di David Gilmour e attualmente in pianta stabile nei SaucerfulOfSecrets di Nick Mason; è un po’ come dire che frequenta assiduamente e attivamente i Floyd da più di trent’anni…

Parliamo dei Saucerful of Secrets, allora. Nick ti ha stupito quando ha detto che voleva fare dei concerti?
L’idea è stata di Lee Harris, che è un vecchio amico. Vive in Francia ed è venuto a un concerto di Gilmour a Nîmes. «Perché Nick non fa un tour con il repertorio dei primi anni?». E io: «Bella idea, ma non lo farà mai». E invece l’ha trovato interessante e la cosa si è concretizzata piuttosto velocemente. Abbiamo provato due giorni in una sala orrenda e nel giro di sei settimane abbiamo fatto il primo concerto in un pub. Tempo due mesi ed eravamo in tour.

Ai tempi di Division Bell avevate i jet privati…
E invece eccoci ai DoubleTree by Hilton a fare colazione al self service. Ma Nick non è uno che si lamenta. Ama questo progetto e non ha mai suonato meglio.

Immagino sia un bandleader diverso da David.
È tutto più piccolo e Nick è un capo incredibilmente buono. Nelle giornate libere portiamo fuori a cena i tecnici. L’atmosfera è fantastica. Il mio assistente dice che il bus su cui viaggia è il più divertente di sempre.

Pensi che Dave farà un ultimo tour?
Potrebbe farlo. La domanda è: ce l’avrà un disco? Perché lui non è uno che va in giro senza un album nuovo. So che è stato molto produttivo durante il lockdown. Ha cantato quei pezzi online e scritto le musiche per il libro di Polly.

Come ti vedi fra cinque anni?
Spero di suonare coi Saucers e finire il mio secondo libro. Forse lo dovrei fare scrivere a qualcun altro. Mi devo forzare, scrivere non mi viene naturale. Insomma, voglio fare cose normali.

Richard Wright, il lato tranquillo dei Pink Floyd | OndaMusicale


Oggi ricorre l’anniversario della morte di Richard Wright, tastierista dei Floyd che tanto, in modo misconosciuto, ha donato al sound della band. Su OndaMusicale un commiato, e un po’ di fatti a ricordo…

Con Richard se ne andava un pezzo di storia della musica e tramontava ogni remota possibilità di reunion della band. Soprattutto, però, la scomparsa di Wright – dopo una breve battaglia col cancro – giungeva in un momento di rinascita del musicista inglese; Richard era quello che, tra i membri dei Pink Floyd, aveva più sofferto l’egemonia quasi dittatoriale di Roger Waters, tanto da abbandonare il suo ruolo di tastierista fisso da prima di The Wall.

Al mitico album del “muro” e alla successiva tournée, infatti, Richard Wright aveva partecipato esclusivamente come musicista esterno – anche se alla fine dei concerti era sempre a fianco della band per i saluti finali – per abbandonare completamente ogni attività col gruppo prima di The Final Cut. (leggi l’articolo)

Fu un periodo di gravi traversie anche personali per Wright, che in quegli anni si stava pure separando dalla prima moglie, tuttavia la sua militanza da esterno gli permise di togliersi un paio di soddisfazioni. La prima economica: essendo un esterno stipendiato dalla band, fu praticamente l’unico a guadagnare dal tour di “The Wall”, un grande successo ma tremendamente dispendioso; inoltre, fu l’unico a poter dire di avere suonato in tutti i concerti dei Pink Floyd, assieme a Nick Mason, essendo “The Final Cut” rimasto privo di qualsiasi performance live.

Quando – dopo una battaglia legale poco dignitosa – Gilmour e Mason rifondarono i Pink Floyd, Wright lavorò di nuovo da esterno in A Momentary Lapse Of Reason, per poi riprendere il suo ruolo ufficiale già dall’anno dopo, tanto che nel successivo The Division Bell (leggi l’articolo) Richard risulta autore di ben cinque brani.

Quella che ci rimane è la bella dichiarazione di commiato di David Gilmour, forse l’amico di una vita dei Pink Floyd più quieto: Nessuno può sostituire Richard Wright. È stato il mio partner musicale e amico. Nelle discussioni su chi o cosa fossero i Pink Floyd, il contributo enorme di Rick negli ultimi periodi con Roger Waters è stato spesso trascurato. Era un tipo così gentile, modesto e riservato ma la sua voce profonda e il suo modo di suonare erano vitali, magiche componenti del nostro riconoscibile sound. Non ho mai suonato con nessuno come con lui. L’armonia delle nostre voci e la nostra telepatia musicale sono sbocciate nel 1971 in “Echoes”. A mio giudizio tutti i più grandi momenti dei Pink Floyd sono quelli in cui lui è a pieno regime. Dopotutto, senza “Us and Them” e “The Great Gig in the Sky”, entrambe composte da lui, cosa sarebbe stato “The Dark Side of the Moon”? Senza il suo tocco pacato l’album “Wish You Were Here” non avrebbe funzionato molto. Nei nostri anni di mezzo, per vari motivi lui ha perso la sua strada per qualche tempo, ma nei primi anni novanta, con “The Division Bell”, la sua vitalità, brillantezza e humor sono ritornati e la reazione del pubblico alle sue apparizioni nel mio tour del 2006 è stata tremendamente incoraggiante, ed è un segno della sua modestia che quelle standing ovation siano giunte a lui come una grande sorpresa (sebbene non al resto di noi). Come Rick, non trovo facile esprimere i miei sentimenti con le parole, ma lo amavo e mi mancherà enormemente.”

Paolo Bertoni: Coil. Arcangeli del Caos – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione di Cesare Buttaboni a Coil. Arcangeli del Caos, di Paolo Bertoni, getta luce su una della band più misconosciute e al contempo di culto dell’Inghilterra anni’80. Vi incollo alcune valutazioni di Cesare.

Nel suo monumentale tomo England’s Hidden Reverse David Keenan sottolineava come Current 93, Coil e Nurse With Wound fossero la reincarnazione moderna di una certa tradizione di artisti eccentrici tipica della Gran Bretagna. Credo che questo fatto sia innegabile: David Tibet in particolare ha coltivato un vero e proprio culto per pittori minori come Charles Sims e per scrittori come Arthur Machen, Montague Rhodes James ed Eric Count Stenbock. Non da meno sono, a loro modo, i Nurse With Wound e anche i Coil. Dopo la morte dei membri fondatori John Balance e Peter Christopherson si sentiva la necessità di un testo che facesse un po’ di ordine su quello che è stato e ha incarnato il gruppo inglese ed è quindi con molto interesse che ho accolto il libro di Paolo Bertoni, Coil. Arcangeli del Caos uscito da poco. I Coil sono eredi della tradizione esoterica inglese e di personaggi come Aleister Crowley e Austin Osman Spare. Il gruppo di John Balance e Peter Christopherson purtroppo oggi non esiste più. Tuttavia la sua eredità non è andata perduta e la si ritrova in alcuni dischi capolavoro senza contare l’influenza che hanno avuto su generi come gothic-rock, neo-folk, dark-ambient.

Il libro di Paolo Bertoni è agile e, a mio avviso, molto buono nel seguire lo sviluppo cronologico della loro discografia che, a un certo punto, era diventata un vero rompicapo per i collezionisti. Lo stile di Bertoni è indubbiamente sfavillante, barocco e arzigogolato anche se l’uso della punteggiatura è talvolta discutibile. Bertoni sottolinea come la fase più importante dei Coil è la prima: in effetti i primi 2 dischi Scatology ed Horse Rotorvator rifulgono ancora oggi di un’aura tenebrosa e rappresentano il lato oscuro degli anni ‘80. In pratica con questi enigmatici lavori i Coil hanno inventato un suono definibile come una versione gotica ed esoterica dell’industrial. Con Loves’ Secret Domain hanno poi spiazzato tutti con un disco di musica house (ma all’epoca il fenomeno impazzava in Inghilterra). Comunque trattasi di gruppo molto influente tanto che lo stesso Trent Reznor (come si sottolinea nel libro) ha dichiarato che Horse Rotovator è stata una primaria influenza per Nine Inch Nails. Ma in realtà è l’immaginario di Coil ad affascinare Reznor: non è possibile parlare di loro senza considerare i loro riferimenti eterodossi, l’esoterismo, l’occulto, la sessualità deviata (il loro EP di esordio How To Destroy Angels è stato concepito per accumulare energia sessuale maschile), la cultura gay a cui appartengono, le droghe e nomi feticcio della cultura alternativa e non come Pier Paolo Pasolini (“Ostia” su Horse Rotovator rimane un loro must), lo scrittore horror Clive Barker (per cui avevano composto la colonna sonora di Hellraiser poi rigettata), il grande H.P. Lovecraft (il logo della loro etichetta Treshold House è ispirato al racconto di HPL “Il tempio) e il regista Derek Jarman e i già citati Aleister Crowley ed Austin Osmane Spare.

“THE LYRICS OF SYD BARRETT”: IL NUOVO LIBRO | PINK FLOYD ITALIA


[Letto su PinkFloydItalia]

“La scrittura del leggendario membro fondatore dei Pink Floyd, Syd Barrett è stata unica, memorabile e assolutamente geniale”, la definisce l’editore del libro.

Durante i recenti streaming (Von Trapped) organizzati da Polly Samson, David Gilmour e la famiglia, David aveva dichiarato di essere al lavoro su un nuovo libro, e stava controllando i testi di Syd per una futura pubblicazione.
Ora è ufficiale: The Lyrics of Syd Barrett sarà pubblicato (in lingua Inglese) da Omnibus il 18 febbraio 2021 in Europa e il 6 maggio 2021 in Nord America.

Con 56 canzoni, una prefazione a cura del primo manager dei Pink Floyd, Peter Jenner e un’introduzione di Rob Chapman (autore di Syd Barrett: A Very Irregular Head), questo libro ufficiale e splendidamente illustrato raccoglie gli straordinari testi di Syd tutti insieme per la prima volta.

A questo link la pagina di Amazon Italia dove si potrà acquistare il libro.

Estetiche inquiete. Quando il punk preoccupava la Stasi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un’indagine sul dilagare del punk nella Germania Orientale nei primi anni ’80. Quando lo sfuggente devasta i fondamenti ordinati della produzione e di una dittatura.

«Volevamo solo divertirci… e loro ci prendevano sul serio». Così un ragazzo cresciuto a Berlino Est ricorda l’ondata punk che tanto ha preoccupato la Stasi nei primi anni Ottanta.

Già sul finire degli anni Settanta la cultura punk, giunta nella Germania occidentale dalla Gran Bretagna, oltrepassa il confine e raggiunge la Deutsche Demokratische Republik diffondendosi sopratutto a Berlino Est, Lipsia, Dresda, Erfurt e Halle. All’inizio del decennio successivo i degenerati sintomi del punk si mostrano ormai anche nella Germania orientale: magliette strappate recanti scritte incomprensibili agli amanti dell’ordine, capigliature colorate e modellate con il sapone o con la colla di pesce, musica assordante e metodi di ballare decisamente non convenzionali. Quanto basta per mettere in allarme le autorità deputate al mantenimento della legge e dell’ordine socialista.

Se in un primo momento le autorità tedesco-orientali si limitano a osservare il diffondersi di tale fenomeno proveniente da Occidente – dopotutto si tratta pur sempre di ragazzini di soli sedici anni –, le cose cambiano quando i giovani punk cominciano a organizzare concerti e a palesare codici di comportamento e di comunicazione incomprensibili, prima ancora che inaccettabili, ai solerti osservatori del Ministero per la Sicurezza di Stato. Da quel momento su questa gioventù poco incline a rassegnarsi a vivere il grigiore quotidiano in maniera convenzionale iniziano a essere puntati microfoni e telecamere, oltre che piovere denunce per “disturbo della quiete pubblica”, divieti di accedere ai locali pubblici e imputazioni di “trasgressione della morale socialista” e “incitamento all’emigrazione”.

Al di là degli stereotipi sedimentati nel tempo, la società della DDR è molto più sfaccettata di quel che si crede, come racconta, ad esempio, il recente volume di Marcello Anselmo Il consumatore realsocialista (Le Monnier 2020) – recensito da Giovanni Iozzoli su “Carmilla” – che ricostruisce la parabola della Deutsche Demokratische Republik attorno alla categoria del “consumatore”, soffermandosi anche sulla non facile dialettica tra processi di ammodernamento imposti dall’alto e spinte dal basso soprattutto in termini di consumi ricreativi e comportamenti culturali. Ed è proprio attorno al consumo di prodotti immateriali che si danno interessanti confronti tra settori di società civile e rigidità statale.

Stefano Bertoli: Eleven Faces And Forty Two Arms – Ver Sacrum


Su VerSacrum, Cesare Buttaboni recensisce il disco Eleven Faces And Forty Two Arms di Stefano Bertoli, che conosco ormai da molto tempo e che reputo uno dei migliori artisti della scena elettronica e rumoristica, in senso lato e futurista, senza contare gli aspetti olistici che spesso esprime. Vi lascio alle parole della recensione.

Stefano Bertoli (di cui ho parlato di recente a proposito del progetto Andromaca) è un musicista elettronico che fa della ricerca da oltre 20 anni. Ora la Industrial Ölocaust Recordings, un’etichetta di culto per chi segue il post industriale esoterico (ha in catalogo I Cordis Cincti Serpente) con una filosofia di fondo tesa verso il conseguimento di scopi magici abbastanza oscuri per il profano (la IHR è collegata all’A.E.U., organizzazione italiana consacrata in non meglio precisati studi mistici e magici), pubblica un disco a suo nome intitolato Eleven Faces And Forty Two Arms. A dispetto dell’immagine raffigurata in copertina che sembra legarsi indubbiamente con l’esterica magico-rituale dell’etichetta, la musica contenuta in questo disco si riallaccia in realtà alla sperimentazione elettronica dell’inizio degli anni ‘70. Le 2 lunghe tracce (di circa 20 minuti di durata) “Kan” e “Non” mi hanno riportato alla mente un disco senza tempo come Sonanze di Roberto Cacciapaglia, un capolavoro ispirato ai Corrieri Cosmici tedeschi ma che suonava unico e originale. Per l’occasione Bertoli suona strumenti elettronici desueti come il CiatLonbarde CocoquantusII, il Sidrax e il Folktek Resonant Garden oltre a nastri magnetici e microfoni a contatto. Le ambientazioni sono astratte e minimali ma non ascoltiamo mai un suono fuori posto. L’atmosfera è quieta e meditativa e ci culla dolcemente verso il Vuoto Cosmico Il risultato è ipnotico e catartico: a dispetto dell’apparente aseticcità e freddezza della musica questi suoni hanno un’anima e, soprattutto, non viene mai meno l’emozione, elemento per me fondamentale per poter apprezzare la musica. La musica contenuta in “Eleven Faces And Forty Two Arms” ha un senso e ha qualcosa da dire il che non è poco in un mercato inflazionato in cui capita spesso di sentire suoni sterili e messi a casaccio (come in alcune produzioni industrial) oppure dischi che suonano uguali a mille altri senza avere il sacro fuoco dell’ispirazione (è il caso di alcuni artisti ambient). Consigliato ai viaggiatori cosmici.

DAVID GILMOUR: SPECIALE “LOOPS” 2006 | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia una miscellanea assai interessante di alcuni excperts sonori e video presi principalmente dal lavoro On an island di David Gilmour, del 2006, ma anche dal cofanetto dei Floyd The early years. Vi lascio ad alcune note esplicative e a un paio di esempi sonori, ma voglio aggiungere che ogni volta che ammiro la creatività dei membri Floyd sono sempre più convinto che loro siano il massimo esempio di arte musicale del ‘900 – e contemporanea.

Da quando è uscito l’ultimo singolo di David Gilmour, “Yes, I Have Ghosts”, l’aspettativa di ascoltare nuova musica è salita esponenzialmente: al momento non sembra esserci alcun segnale di qualche nuovo progetto, nei recenti ‘live streaming’ David ha parlato di essere al lavoro su un libro dedicato ai testi delle canzoni di Syd Barrett, ma nulla di più. Così mi sono messo alla ricerca di qualche pezzo rimasto fuori dai suoi album solisti e seppur non abbia trovato niente degno di nota, mi sono ricordato che nel 2006, all’uscita di “On An Island”, sul sito ufficiale di David, occasionalmente, apparivano dei piccoli “loop” audio di pochi secondi. Erano dei bellissimi pezzi strumentali messi insieme dagli ingeneri del suono Damon Iddins e Devin Workman, che avevano creato 65 pezzi musicali derivanti dalle session di “On An Island” voluti da David stesso.

DAVID GILMOUR: SPECIALE “THE COLOURS OF INFINITY” – 1995


[Letto su PinkFloydItalia]

The Colours Of Infinity è un documentario di Nigel Lesmoir-Gordon con Arthur C Clarke del 1995. È interessante sapere che la colonna sonora, a detta dei crediti, è a cura di David Gilmour, ma la realtà è che contiene alcune outtakes dall’album The Division Bell, quindi di fatto, è stata registrata nel 1993 da David, Rick e Nick. Tra queste, (come è possibile ascoltare all’inizio del documentario postato in fondo all’articolo) è presente ad esempio “Calling“, che sarebbe stata inclusa poi in The Endless River.

Se non volete guardare tutto il video, è possibile ascoltare anche solo alcuni dei pezzi strumentali della colonna sonora: 16 minuti e mezzo di musica accompagnati solo da alcuni brevissimi momenti di dialogo. Qui sono presenti 4 tracce, alcune delle quali compaiono nel documentario stesso e altre no. Il primo pezzo è un blues, dello stile di ‘Blues 1’ (contenuto nelle ‘Unreleased Track’ di ‘The Later Years – 1987-2019’), il secondo uno strumentale del tutto improntato a seguire la parte visuale del documentario, il terzo è simile a ‘Sum’ di ‘The Endless River’, e il quarto pezzo è stato presentato nel documentario del 1991 della BBC “Ruby Takes a Trip”.

PINK FLOYD: IL PUNTO SULLE VENDITE IN ITALIA | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia viene citato un articolo di RollingStone in cui si analizza l’attuale successo di vendite in Italia dei dischi dei Floyd. Vi lascio alle loro parole:

Non fa più notizia, ma continua a sorprendere il fatto che nelle classifiche settimanali Top of the Music pubblicate dalla federazione dell’industria discografica italiana FIMI The Dark Side Of The Moon veleggi tuttora tranquillo in 54esima posizione. Un altro album dei Pink Floyd, The Wall, è risalito al numero 71 dopo essere uscito temporaneamente di scena con l’inizio del lockdown. I due dischi sono sempre richiestissimi sotto forma di vinile, rispettivamente al numero 3 e 7, in una graduatoria in cui compare anche Wish You Were Here (n. 19) e che Dark Side, neanche a dirlo, ha dominato a mani basse nell’arco di tutto il 2019. Attenzione: nessun altro classico del rock sopravvive oggi nella Top 100 degli album più venduti in Italia. Di Beatles e Led Zeppelin, di Bowie e Queen, di Genesis e Rolling Stones neanche l’ombra. Perché tutto passa e si affievolisce nella memoria, ma non i Pink Floyd. Amati dal pubblico italiano di un amore eterno, viscerale e incondizionato.

«È vero», conferma Patrizio Romano, che in qualità di Catalog & Strategic Director di Warner Music ne cura oggi il repertorio discografico in Italia. «Eppure, a differenza degli Zeppelin e di altri artisti storici, attorno a loro non è sorta un’industria del merchandising particolarmente sviluppata. Non hanno un logo inconfondibile come la lingua dei Rolling Stones. E in giro è molto più facile vedere ragazzini con le magliette dei Ramones che dei Pink Floyd». A chi amministra il catalogo della band inglese non serve neppure abbassare i prezzi dei dischi, come si fa normalmente con gran parte dei titoli storici, per cercare di smuovere il mercato e di stimolare la domanda. «D’accordo col management, mettiamo i titoli in promozione una volta all’anno e per due mesi soltanto», spiega Romano, confermando che tra il gruppo e l’Italia esiste un rapporto univoco, speciale. «I Led Zeppelin, per esempio, vendono meno qui che oltralpe. Mentre in nessun altro mercato europeo, Inghilterra esclusa, i Pink Floyd hanno un successo paragonabile a quello che hanno in Italia. Qui il loro catalogo si vende in media il 20% in più che in Germania e in Francia, i principali mercati continentali, mentre rispetto al Regno Unito siamo più o meno al 90%».

Ma perché i Pink Floyd, e loro soltanto? Qui si entra, inesorabilmente, sul terreno scivoloso delle congetture. Gioca forse a vantaggio del gruppo di Roger Waters e di David Gilmour il fatto di essere sempre stato estraneo al culto della personalità e alla mitologia della rock star. Potrebbe essere uno dei segreti della loro immortalità. Non avendo un frontman con il carisma di Mick Jagger, Robert Plant o Freddie Mercury, i Pink Floyd si nascondevano dietro alla musica e alle scenografie degli spettacoli dal vivo. Tanto che anni dopo il leggendario dj John Peel, ricordando le loro prime esibizioni, osservò che avrebbero potuto unirsi al pubblico in uno dei loro concerti senza essere riconosciuti.

A dispetto della loro antipatia per il termine space rock, la loro è musica che induce una sorta di stato trance, una sospensione spazio-temporale che tutti, più o meno consciamente, ricerchiamo. Musica perfetta per rilassarsi, per staccare dalla realtà quotidiana e per ‘viaggiare’ anche senza l’aiuto di sostanze psichedeliche (di cui gli stessi membri del gruppo, Syd Barrett a parte, hanno fatto uso saltuario e casuale). Tuttora circondata da un velo di mistero e da un’aura mistica che ha dato origine, da noi più che altrove, a un culto quasi religioso che ancora si tramanda di generazione in generazione.

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