HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per Luce oscura

Il quadro della situazione


Trovi ogni conferma arrestata sulle resistenze bardate di etereo, una compressione che significa rimostranze da espandere in universi quantici.

Nemico (e) immaginario. Metafore zombie: rimossi, tensioni e paure delle società di ieri e di oggi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine considerazioni fluenti sull’immaginario zombie che legano quel particolare tipo di horror alla nostra società iperliberista, dove uno schiavo completamente decerebrato e atto a consumare farebbe estremamente comodo.

Le radici dello zombie, sappiamo, lo vogliono un individuo indotto alla morte al fine di essere risvegliato come schiavo. Lo zombie originario è il prototipo dell’asservimento totale al lavoro cui nemmeno la morte pone fine; «il terrore che lo zombie incute non è (tanto) quello relativo alla pericolosità, quanto quello di diventare come lui: lo schiavo senza volontà che nessuno vorrebbe essere» (p. 103). Lo zombie, a differenza di altri essere mostruosi occidentali, è slegato da un orizzonte trascendente; è puro corpo. Inoltre è collegato a «una biopolitica immaginaria dei corpi dei lavoratori. In un orizzonte ove esiste solo la carne, solo il corpo, lo zombie è l’archetipo di una corporeità totale che viene messa al lavoro: pensata e (culturalmente, attraverso il rituale) “costruita” per il lavoro, e solo per questo, senza che essa possa avere accesso al godimento e alla ricreazione, tipici di una dimensione psichica che allo zombie è preclusa» (p. 104).

Sentirsi altro


Riscrivo ogni potenziale letale per delineare le partite aliene, le movimentazioni altre, le ellittiche di un suono che sa portarmi oltre le derive fisiche del mio corpo.

Paura bianca


Lo schermo attonito della paura bianca.

Hey, man, ci si ritrova oltre l’Apocalisse | ThrillerMagazine


Continua il cordoglio suscitato dalla morte di Sergio Altieri. Dalle pagine di ThrillerMagazine un altro esempio di come quest’uomo fosse amato e rispettato da tutto il mondo dell’editoria di genere, ma credo da tutto l’universo letterario italiano: una volta conosciuto era impossibile non apprezzarlo per tutto quello che era. Vi lascio alla pagine di ThrillerMagazine, in questo giorno che segna il suo funerale, in cui tutti lo abbiamo idealmente – e qualcuno di noi è stato anche presente – abbracciato ancora una volta.

Caro Sergio,
cominciavamo sempre così quando gli inviamo una mail.
Chiudevamo con “YFGF Z&N”, Yours Faithfull Goodfellas Z&N .
ZEN, come il nome di questa nostra rubrica, come ci aveva chiamato lui un tempo, nel corso di una presentazione. Era bastata quella sola volta perché diventasse così familiare per noi da utilizzarlo a ogni scambio di mail. Uno dei suoi tanti efficaci neologismi.
Caro Sergio e YFGF Z&N.
Prima, tutto l’affetto, l’amicizia, la stima. Alla fine, il gioco, la parte, il divertimento.
Un minuscolo alfa e omega pazzo.
Lui invece iniziava con “Hey kids,”.
Era rassicurante aprire una sua mail. Sapevi quali erano le parole che l’avrebbero cominciata e questo rinfrancava, svoltava già magari una giornata storta o ti metteva energia quando si era giù di corda.
Una consuetudine bellissima.
Chiudeva con Serg, semplicemente. Ultimamente con Serg e nella riga sotto, The Bane.
L’amicizia, leale, profonda, era alla base di tutto.
Lo conoscemmo tanti anni fa a Courmayeur, durante uno dei Festival Noir. Era moderatore di un autore straniero. Lui, un colosso a un simposio. Alla fine, decidemmo di conoscerlo.
“Buongiorno Ingegner Altieri”
Ci guardò strano, ma l’approccio lo divertì.
Si dimostrò subito un Grande Uomo, non per la stazza, un grizzly che poteva anche incutere timore, ma nel cuore, negli occhi. La voce possente mascherava una sensibilità fortissima. Lo sguardo, severo al primo velo, celava in realtà una trasparenza rara, genuina, senza compromessi. Ci fu una stretta di mano, forte, vigorosa, di quelle da pard, pronta all’altruismo. Quei pochi minuti furono qualcosa che nemmeno oggi è possibile spiegare o descrivere. Ma una cosa la capimmo. Avevamo di fronte una persona speciale. Vera, fino al midollo. Da quella stretta di mano ebbe origine un’amicizia che si è consolidata negli anni.
Fino a quel momento, ci era noto soltanto il grandissimo autore, unico nella sua scrittura nichilista pregna di un’angoscia esistenziale e così futurustica da prevedere cose poi accadute anni dopo. Forse, Sergio assopiva i propri timori per un mondo che si stava sgretolando, in quelle sue battaglie campali, possenti, dove l’uomo è nemico di stesso prima del nemico da combattere, dove l’uomo è confuso, ferito, lacerato dentro dalle sue ombre.
Ma si divertiva anche un sacco a creare queste apocalissi spietate, a stretto confine con una realtà nemmeno troppo distante, in cui i dettagli, le elevate competenze, non erano mezzo, ma parte integrante della sua scrittura, se non scrittura stessa.

Echoes dei Pink Floyd: un inno edificante alla ricerca dell’empatia universale – Auralcrave


Uno stupendo studio su Echoes, la song dei Floyd che più di tutte mi conquista, che più di tutte le song mai scritte abbraccia in pieno la caratteristica del capolavoro. Su Auralcrave.

Echoes: a mio avviso, la migliore canzone dei Pink Floyd. Un testo poetico, intenso avvolto da armonie profonde e intime. Un brano molto complesso che nacque casualmente: mentre Wright stava suonando il pianoforte amplificato filtrato da un Leslie (altoparlante ruotante), una nota andò in risonanza, un feedback. All’ascolto la band pensò che quelle sonorità fossero interessanti e ci lavorò sopra. Essendo casuale, la possibilità di riprodurre lo stesso suono era praticamente vicina allo zero, quindi decisero di mettere all’inizio del brano proprio quel suono registrato in quel giorno. Un poema sonoro, con testo fantascientifico e atmosfere surreali.
Echoes si intitolava inizialmente Return To The Sun Of Nothing e venne eseguita per la prima volta, con questo titolo, il 15 maggio 1971 al Garden Party del Crystal Palace di Londra. La traccia segna una svolta importante nelle tematiche trattate dai Pink Floyd: l’attenzione della band, che ha lentamente abbandonato l’immaginario psichedelico caro a Syd Barrett, si sposta verso la dimensione umana e i problemi di interazione che la contraddistinguono.
Ma qual è il suo significato? Echoes, dirà Waters in un’intervista, fu il tentativo di descrivere “il potenziale che gli esseri umani hanno di riconoscere l’umanità presente nel prossimo e rispondere a questa con empatia piuttosto che disinteresse”.
Il brano descrive appunto il potenziale che l’uomo ha e che è rimasto inespresso, soffocato dalle ambizioni, dalla ricerca di successo, potere e denaro. L’intera canzone è un invito alla meditazione per ricongiungerci all’universo, alla piena armonia. Un invito a ricercare l’essenziale a puntare alla condivisione, alla solidarietà abbandonando il nostro individualismo.
Un modo originale e insolito per gustare pienamente questo capolavoro? Vedere questo video che unisce la musica a immagini tratte dal film di fantascienza 2001: Odissea nello spazio.

Unkle – Looking For The Rain ft. Mark Lanegan, ESKA


La danza frattale è un ritmo fisico rasente lo psichico.

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Rivista di cultura, tradizione, antropologia del sacro, storia delle religioni, esoterismo. A cura di Marco Maculotti.

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