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Archivio per Recensioni

Lankenauta | Lucenti


Su Lankenauta la recensione a Lucenti, l’ultimo romanzo di Uduvicio Atanagi, capolavoro oscuro e quasi lovecraftiano o macheniano, virato sulle atmosfere italiche, sulle asfissianti oscurità toscane che nascondono il nero fetido degli antichi riti etruschi. Davvero un capolavoro…

“I rituali venivano svolti da tre anziane del paese che, a quanto raccontavano, tramandavano le tradizioni e intrattenevano rapporti con le divinità silvane o con qualcosa del genere..” (pp.60). Questa l’evocazione di alcune strane pratiche che, a partire almeno dal XVII secolo, sembrano rivelare una realtà a dir poco malefica, probabilmente responsabile di aver infettato fino ai giorni nostri la vita intorno al podere di Pedro Lucenti, spietato proprietario terriero e capostipite di una famiglia che nei decenni sembra non riuscire a liberarsi della presenza di indefinite forze oscure e da una cappa oppressiva di morte e di decadenza.

Una situazione al limite sembra vivere anche il giovanissimo Mino, il “ragazzo dei Serrani”, che verso la metà degli anni ’90 del secolo scorso si ritrova con la sua famiglia proprio nei luoghi che avevano assistito alle disgrazie e ai crimini dei Lucenti. È la campagna toscana a sud di Siena, lontana dalle vie più trafficate; e qui Mino ha scelto un modo estremo per isolarsi: gli “piaceva passare le giornate nelle fosse fangose ai margini del paese, gli piaceva sprofondare trattenendo il fiato fino a quasi dimenticarsi di dover respirare mentre il suo corpo sembrava scomparire dentro la fossa” (pp.9). Anche Lucio, ragazzo che vive nei dintorni e avrà molto a che fare con Mino, non è del tutto in sé e sparisce per giorni all’interno del bosco. La presenza poi di una ragazzina, Teresa, probabilmente renderà ancora più complesse le strategie per difendersi da entità e da malesseri che sembrano riprodursi di generazione in generazione. Se infatti i luoghi di “Lucenti” sono per lo più quelli intorno al podere e quella campagna ammorbata da presenze che fanno pensare subito a “buio, fango e sangue”, il racconto – ovvero quello che è capitato a Pedro, il sanguinario capostipite, e poi a coloro che hanno abitato quelle terre, compreso uno sparuto gruppo di soldati tedeschi, ad Antonio Lucenti dal 1947, ai Serrani – non segue un’ordinaria linea temporale: presente e futuro si alternano, quasi ad evidenziare l’ineluttabilità del male. Oltretutto Uduvicio Atanagi, pseudonimo di un autore alquanto misterioso, non ha inteso esplicitare l’orrore sotto forma di ben definite entità mostruose. Semmai l’inquietudine è amplificata perché quasi tutto viene lasciato intuire, oscillando tra un’onnipresente analisi interiore e momenti in cui arcaiche tradizioni, esoterismo, peccati commessi in tempi lontani e mai espiati sembrano davvero dominare il destino di chi vive intorno al podere.

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Le due facce della modernità secondo Robert Kurz – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Il collasso della modernizzazione, di Robert Kurz. L’Iperliberismo al collasso, al mercato e al profitto che mangia se stesso; per ribaltare scuoiandosi, la sua stessa incarnazione (vedi film Society).

Il libro, scritto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta (è uscito in Germania nel 1991), all’indomani del crollo del regime sovietico, vuole essere una lucida e spietata analisi della struttura sociale ed economica di questo regime, il quale altro non è, appunto, se non l’altra faccia dello statalismo occidentale e, successivamente, della società capitalistica. Kurz analizza abilmente il crollo economico del regime per dimostrare come, alla fine, la crisi investa l’intera società capitalistica e come lo stesso capitalismo, ormai, non sia solamente preda di una crisi passeggera, ma sia invece entrato in un processo inesorabile di autodistruzione e autodissolvimento. Lo strale critico dello studioso è dapprima scoccato contro il «lavoro astratto come macchina fine a se stessa». Il lavoro astratto (marxianamente, in contrapposizione al «lavoro concreto», un lavoro umano slegato dagli aspetti qualitativi e dall’utilità, unicamente volto alla realizzazione del valore di scambio), infatti, non fu una prerogativa esclusiva dell’ideologia borghese, ma caratterizzò anche il marxismo del movimento operaio. A questo proposito, Kurz ricorda anche una significativa frase di Thomas Mann il quale, riflettendo nei suoi Diari sulla composizione del suo romanzo La montagna incantata, osserva che «la differenza etica tra il capitalismo e il socialismo è irrilevante, poiché per entrambi il lavoro è il principio supremo, l’assoluto». Non c’è quindi da meravigliarsi «che nel socialismo reale ricompaiano tutte le categorie capitalistiche di base: salario, prezzo e profitto (guadagno aziendale)». Il modello concreto di capitalismo di stato, cui guarda l’Unione Sovietica, è la Germania di Bismarck, dalla quale deriva anche la militarizzazione della società. Contemporaneamente, un altro modello tenuto presente è il giacobinismo della rivoluzione francese, per cui – osserva Kurz – «la violenza eccezionale della modernizzazione borghese sovietica è dovuta al fatto che essa concentrò un’epoca bisecolare in un intervallo di tempo estremamente breve: mercantilismo e rivoluzione francese, processo di industrializzazione ed economia di guerra imperialista, tutto in un colpo solo». E, in questo processo, la Germania orientale fu «più sovietica dei sovietici»: «Nella Repubblica Democratica economia al passo dell’oca e socialismo da caserma diedero vita a un’evoluzione aberrante della modernizzazione capitalistica; in termini biologici, un vero e proprio “incubo darwiniano”».

La vera crisi per il socialismo sovietico (come il movimento operaio marxista, incapace di «percepire con chiarezza» la testa di Giano della modernità) iniziò dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’entrata in crisi del sistema capitalistico fordista e con l’introduzione di sempre nuovi processi di automazione, fino ai più recenti sviluppi della microelettronica e dell’informatica. La profonda irrazionalità del sistema capitalistico è stata profondamente introiettata dal socialismo reale e dalla sua «economia di guerra». Un produttore può produrre indifferentemente torte al cioccolato, ordigni nucleari o scavare buche per poi riempirle: tutto ciò non è importante, ciò che conta è solo l’astratto interesse monetario. Vincitore è perciò chi sperpera forza-lavoro e materiale manifestando la massima indifferenza per i propri prodotti, creando la maggior quantità possibile di valore. Specchio di questo sistema, nell’economia di Stato sovietica, è la costruzione di ‘cattedrali nel deserto’, di edifici grandiosi perfettamente inutili «la cui realizzazione si trascina indefinitamente nel tempo, come per le cattedrali medievali». Ma di questo non dobbiamo stupirci se anche nel sistema capitalistico – si potrebbe aggiungere – questa è la norma. Per ricordare esempi vicini a noi, basti citare la costruzioni di inutili infrastrutture la cui realizzazione si prolunga indefinitamente, come ad esempio la realizzazione della TAV in Val di Susa.

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Immagini del conflitto / Corpi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine riflessioni e considerazioni a cura di Gioacchino Toni sull’evoluzione paradigmatica, indagata dalla letteratura e dalla cinematografia fantastica, tra carni e tecnologia: i primordi dei cyborg e loro implicazioni socioeconomiche e postumane nella nostra società. Un estratto significativo, non esaustivo che prende spunto dal saggio di Luca Tursi, Immagini del conflitto:

La narrazione di Dracula, sottolinea Tursi, si inscrive perfettamente all’interno delle trasformazioni comunicative moderne; nel testo si giustappongono diversi mezzi di comunicazione e attorno al buon esito o meno della comunicazione si determinano comprensioni o incomprensioni tra i diversi personaggi con importanti ricadute sull’epilogo. Oltre alle comunicazioni anche i numerosi mezzi di spostamento hanno importanza nella narrazione che conduce, inesorabilmente, verso la dissoluzione del corpo di Dracula e se ciò accade è perché i suoi nemici possono ricorrere ai mezzi messi a disposizione dalla moderna società capitalista che regola così i conti con un passato costretto a lasciare spazio al nuovo mondo che avanza.

Questa immersione nella civiltà tecnologica dei protagonisti del romanzo di Stoker svela sino in fondo il conflitto che ha portato alla dissoluzione del corpo di Dracula e all’impedimento posto alla trasformazione in non-morta del corpo di Mina. Da un lato, infatti, c’è l’aristocratico conte Dracula dotato di notevoli risorse, lascito di un passato glorioso; dall’altro, un manipolo, tutto sommato abbastanza omogeneo, sintesi della borghesia occidentale, anch’essa dotata di bastevoli risorse, frutto delle attività dei tempi recenti. Evidentemente, queste ultime superiori alle prime tanto da consentire la vittoria all’avvocato Jonathan Harker, all’americano Quincy Morris e agli altri inseguitori. Alla fine Mina potrà con un certo autocompiacimento “riflettere sul meraviglioso potere del denaro! Che cosa possono fare i soldi quando sono impiegati come si deve”. Cosa può fare il capitalismo nel pieno della seconda rivoluzione industriale e poco prima del passaggio di secolo? (p. 45).

A dissolversi con il corpo del conte è anche l’Uomo cartesiano, infrantosi contro il «corpo polimorfico, ibrido e desiderante di Dracula. Questo essere diabolico ha rivelato la contingenza storica del progetto moderno: le apparentemente intoccabili catene dell’ancien régime si sono spezzate per essere prontamente sostituite da nuove catene, quelle che nel romanzo di Stoker si colgono nel rapporto di reverenza nei confronti delle classi emergenti da parte dei personaggi di ceto sociale inferiore» (p. 46). Usciamo da questa vicenda coscienti del «carattere dinamico del nostro “essere-generico” (gattungswesen) […] costruzione prodotta dai rapporti capitalistici di produzione» (p. 47).

Non è difficile comprendere i motivi per cui il mostro organico-artificiale frankensteiniano e il metamorfico Dracula riescano ad avere ancora un ruolo importante nell’immaginario contemporaneo. Nonostante si tratti di figure nate nel corso di un epoca passata di grandi mutamenti della quale hanno saputo condensare i conflitti sociali e l’immaginario, sembrano comunque capaci di far riferimento anche a un contesto contemporaneo caratterizzato da un immaginario tecnologico riferito al corpo umano in cui

la tenco-scienza si è fatta mondo, si è posta […] l’obiettivo di costruire non una seconda natura per l’essere umano ma la natura stessa dell’essere umano. Se nel primo caso, infatti, poteva ancora valere il tentativo di segnalare il carattere compensativo della tecnica rispetto a una carenza dell’umano, oggi ciò che è tecnica e ciò che è umano mostrano la loro indissolubilità e indistinguibilità ab origine. La tecno-scienza ha addirittura proposto (preteso), attraverso la mappatura completa del genoma, di tradurre l’umano in un codice d’informazioni, disponibile alla riproducibilità tecnica (p. 49).

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Strani giorni: Psicopolitica – Byung-Chul Han


Sul blog di Ettore Fobo la recensione a Psicopolitica, di Byung-Chul Han. Un significativo estratto, tanto per capire di cosa si parla:

Psicopolitica di Byung-Chul Han, edito nel 2016 da nottetempo e tradotto da Federica Buongiorno, è il classico libro che tutti dovrebbero leggere, in primis gli infatuati del web e della rivoluzione digitale, i cultori dei social network, gli adoratori degli smartphone, i devoti di Facebook e Instagram. Per Han, queste realtà, lungi dall’essere possibilità, si sono progressivamente trasformate in trappole di cui noi utenti siamo quasì sempre inconsapevoli. Ho usato termini religiosi perché tutto ciò per il filosofo sudcoreano si configura proprio come una religione, la religione dei Big Data – stadio ultimo di quel capitalismo di cui già Benjamin aveva indovinato l’aspetto di nuova opprimente trascendenza – dove noi, utilizzando questi strumenti all’apparenza neutri, forniamo la materia prima che muove la nuova produzione, l’informazione, che velocizza esponenzialmente le modalità di accumulo del capitale e mercifica le nostre esistenze fin nelle più riposte fibre psichiche. Da qui il termine psicopolitica. Ho detto materia ironicamente perché si tratta in realtà di produzione di immateriale. Non è più il corpo il produttore per eccellenza ma la psiche, sfruttata, manipolata, schiavizzata. Psiche che tanto più si sente libera tanto più fa girare come un cappio al collo questa economia del desiderio narcisistico di visibilità.

È la libertà ad essere in crisi, se già nell’etimo il soggetto è sub- iectum, sotto messo, ora il padrone non è più esterno ma interno, è il “progetto” stesso della cattiva coscienza del capitalismo. Dallo sfruttamento si passa all’autosfruttamento e la libertà diventa solo il nome che l’individuo dà alla frenesia di dispiegare narcisisticamente tutto il suo potenziale di schiavitù volontaria verso i nuovi feticci del consumo divenuti digitali. Tutto viene appiattito e omologato, le controversie intellettuali diventano risse virtuali, o una bolla di reciprocità fittizia che impedisce un reale incontro con l’altro.

Cherudek – IV rilettura


Rileggo per la quarta volta Cherudek. Ed è sempre più bello e intrigante, magistrale la capacità di scrittura e d’immersione nella trama, nelle immagini evocate, nelle mimiche facciali, escogitate dal Magister

Strani giorni: Esercizi di ammirazione – Emil Cioran


Sul blog di Ettore Fobo la recensione a un’opera minore di Emil Cioran, Esercizi di ammirazione. Vi lascio ad lacune considerazioni di Ettore:

In Cioran la disillusione, il disincanto, la lucida chiaroveggenza assumono i tratti di una stregata fatalità e si fondono con un certo stralunato lirismo per produrre una delle prose più perfette, uno degli stili più riconoscibili del Novecento. Che da romeno si sia espresso in francese ci convince una volta di più che spesso l’esule, lo straniero, lo sradicato, posseggono le chiavi per accedere allo scrigno di qualche insolita saggezza.

E quella di Cioran è saggezza, nel momento stesso in cui l’autore riconosce e confessa i propri limiti, i propri vizi, in primis la scrittura stessa, che serve solo per svuotare l’animo da ciò che lo turba e che coincide con ciò che più profondamente lo anima, per arrivare proprio alla saggezza che è sterile, non produce nulla, è il vuoto.

Questo Esercizi di ammirazione, tradotto da Mario Andrea Rigoni e Luigia Zilli, vide la luce in Italia per Adelphi nel 1988, trent’anni fa dunque.

Sono ritratti, saggi, intorno a figure che Cioran ha conosciuto, ora come lettore, ora personalmente. Sono ritratti spesso in sospetto di essere anche autoritratti dell’autore, che tanto più racconta di De Maistre, Borges, Fitzgerald, Valéry, Zambrano e altri tanto più si racconta, indugia nelle proprie ferite, scava nella propria disillusione ma non proietta se stesso sullo schermo dell’altro, solo l’altro è colui in cui indovina segrete affinità.

Il saggio più bello è, forse, quello su Mircea Eliade, che è probabilmente agli antipodi della personalità di Cioran e che Cioran ebbe modo di conoscere personalmente. Entusiasta l’uno e amante del proprio surplus creativo, quanto disilluso l’altro e incline a rimuginare sull’inutilità della propria opera e di ogni opera in generale. Il saggio si chiude in maniera semplice e mirabile: “ Siamo tutti […]ex credenti, siamo tutti spiriti religiosi senza religione.” È una frase chiave per comprendere Cioran, più ancora che Eliade, o forse per comprendere tutti coloro, e sono legione, che sono attraversati nel profondo da una nostalgia verso la trascendenza, che l’epoca contemporanea ha definitivamente seppellito fra le superstizioni vacue del passato.

Massoneria e vendetta in “Il barile di Amontillado” | HorroMagazine


Su HorrorMagazine un’interessante analisi di Sandro Fossemò su alcuni scritti di Edgar Allan Poe; il dettaglio in cui affonda il relatore è notevole, meritevole di ulteriori approfondimenti.

Il breve  racconto gotico intitolato Il barile di Amontillado (The Cask of Amontillado,1846) è un esempio perfetto di arte poesca dato che vi sono tutti gli elementi legati al principio artistico del grottesco e dell’arabesco. Nell’elemento grottesco vi rintracciamo la derivazione di grotta che coincide in pieno all’ambientazione del racconto situato in una fredda cantina che, essendo utilizzata pure come una catacomba dalle pareti umide,  vi si legge anche un significato legato alla gelida oscurità dell’abisso con la sua deforme e mostruosa profondità. Nell’arabesco si vuole esprimere qualcosa di intricato, di bizzarro o di difficile interpretazione. Quindi, il breve racconto esprime una vena enigmatica e allo stesso tempo arcana e ritualistica  da indurre il lettore a un’esegesi  attenta e minuziosa per poter comprendere appieno il rilievo semantico, all’interno di un difficile intreccio simbolico. Effettivamente, è esattamente in quel contesto grottesco e arabesco che si nota come l’autore abbia sviluppato uno stile misterioso volto a compenetrare l’ambiente alla trama. Ovvero, essendo il contenuto situato in un fosco sotterraneo, anche la storia diviene a sua volta criptica con frasi e simboli a doppie interpretazioni.

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