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Archivio per Recensioni

Shirley Jackson: abbandonarsi alla stranezza | Pulp libri


Su PulpLibri una lunga biografia, a cura di Walter Catalano, di Shirley Jackson, in parte già sviscerata su CarmillaOnLine. L’importanza della scrittrice statunitense è paradigmatica, in grado di definire attentamente i sensi sfuggenti di un mondo che apparentemente non esiste ma che, invece, devasta il nostro reale proprio con ciò che dovrebbe essere inesistente. Dobbiamo soltanto, quindi, metterci d’accordo su cosa è reale, su cosa è interiore e cosa esteriore. L’incipit della bio:

L’8 Agosto del 1965, quando inaspettatamente, a soli 48 anni, Shirley Jackson scomparve per un arresto cardiaco nel sonno, la diagnosi medica ufficiale parlò di occlusione coronarica dovuta ad arteriosclerosi e ipertensione cardiovascolare. Oltre che di certe incontinenze alcoliche e alimentari che la portarono a pesare più di un quintale già in giovane età però, la scrittrice fu probabilmente vittima soprattutto di quel Mother’s Little Helper – micidiale mistura di anfetamine, antidepressivi e barbiturici – che proprio l’anno successivo i Rolling Stones stigmatizzeranno nell’omonimo pezzo del loro album Aftermath. La droga delle casalinghe.

Con quattro figli di età diverse e un marito scrittore – il critico letterario, recensore su The New Yorker, e docente universitario Stanley Hyman – assolutamente deficitario in qualsiasi questione pratica e domestica (ma decisamente sveglio quanto a infedeltà coniugali con ex studentesse), Shirley fu per tre quarti della sua giornata ordinaria, a tutti gli effetti, un’indaffarata casalinga, costretta a ritagliarsi faticosamente i momenti liberi da poter dedicare alla creazione letteraria. Quando finalmente cominciò a guadagnare ben più del marito con il successo della sua narrativa – a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta – questi (autore di due monumentali lavori di saggistica, The Armed Vision: A Study in the Methods of Modern Literary Criticism, del 1947 e The Tangled Bank: Darwin, Marx, Frazer and Freud as Imaginative Writers, del 1962: testi critici di tutto rispetto ma non certo dei best seller) cominciò a rinfacciarle il tempo sprecato a scrivere lettere o qualsiasi altra cosa non fosse fiction vendibile. Mamma, moglie, casalinga (e quindi cuoca, colf, donna delle pulizie, autista, amministratrice domestica, ecc.) e insieme fonte principale di reddito familiare, non stupisce che le responsabilità, l’ansia e la frustrazione (il suo precoce decadimento fisico e le frequenti scappatelle del coniuge) abbiano minato profondamente e irreparabilmente la sua salute.

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Strani giorni: Cinema e vita


Ettore Fobo, ovvero come notare il degrado della nostra cultura e del nostro senso cognitivo. Con buona pace del business…

Film altamente spettacolari e frementi di eroismi, colori in alta definizione, donne bellissime, storie immaginifiche condiscono le nostre vite sempre più incolori, insignificanti, sbiadite che se tradotte in un film rivelerebbero di essere di un iperrealismo vacuo e angosciante. Così la fantasia dovrebbe salvarci dal tedio. Invece questi film sono solo la giustificazione estetica del sistema produttivo che ci imprigiona, il suo monologo apologetico, come giustamente aveva visto Debord negli anni Sessanta del secolo scorso. Già negli anni Trenta Sartre avrebbe aggiunto una fascetta al suo romanzo “La nausea”: “Non ci sono più avventure”. Fu dissuaso dall’editore che temeva per le vendite. Così mentre le vite diventano sempre più banali e sciatte, il romanzo un modo un po’ contorto per guardare ammuffire il proprio ombelico, al cinema si moltiplicano avventure mirabolanti. La mia vita così è diventata tutta interiore, una conversazione con i morti, nello spirito, in quel limbo dove siamo contemporanei a Eraclito, Saffo, Giordano Bruno, Omero, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi, Rimbaud, etc … Ma è tutto un sogno che rivela la pochezza degli orizzonti e il trionfo del nichilismo e della vacuità.

Sub Rosa | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione del terzo volume sull’opera di Robert Aickman, in uscita per Edizioni Hypnos: Sub Rosa.

Ad Aickman l’editore dedicò una monografia nel numero 4 della rivista Hypnos_Magazine, dove fu pubblicato anche il bel racconto I ciceroni, ambientato all’interno della Cattedrale di Saint Bavon, a Gent (Belgio). A questa pubblicazione fecero seguito due volumi di antologie, Sentieri oscuri e I poteri delle tenebre, per il momento esauriti, ma che saranno ripubblicati in occasione dell’uscita della nuova raccolta.

Il presente volume raccoglie gli otto racconti presenti nell’antologia omonima, pubblicata nel 1968. L’uscita è prevista per il 30 aprile ed è prenotabile, con lo sconto speciale del 15%, sul sito dell’editore.

Sinossi

La raccolta Sub Rosa comprende otto storie che attingono tanto alla tradizione della ghost story classica alla M.R. James, come nell’inquietante “La polvere sospesa”, quanto all’horror psicologico alla Henry James e Walter De La Mare, come nel dramma familiare di “Non più forte di un fiore” o nell’angosciante “La stanza interna”, sino alla tradizione della femme fatale nelle cupe atmosfere lagunari di “Mai visitare Venezia”.

Dopo Sentieri Oscuri e I poteri delle tenebreSub Rosa continua la pubblicazione di tutti i racconti fantastici di questo unico e straordinario autore.

Inoltre, su PostHuman Mario Gazzola fa una pronta recensione all’opera mentre è ancora avvolto dalle spire del suo FantaRock, opera che gli si continua ad attagliare addosso come una storia weird, prima razionale poi sempre più sfuggente e inquietante, proprio come le suggestioni di Aickman.

 

Su IL PRIMO AMORE Antonio Moresco commenta IL FANTASMA DI EYMERICH – Eymerich.com


Su Eymerich.com la recensione a Il fantasma di Eymerich, l’ultimo romanzo della serie del Magister che Valerio Evangelisti ha recentemente scritto. Un estratto:

Lo sfacelo della Roma del Milletrecento, l’atmosfera marcia e funerea che vi si respirava, il cinico mondo del potere e quello del popolo inferocito, idolatra e ottuso sono tratteggiati con grande efficacia e sapienza e non si dimenticano. Certo, l’autore si sarà sicuramente documentato con l’acribia dello storico, però introdurre via via, far crescere e respirare il quadro generale attraverso i vari passaggi dell’azione e con tanti vividi particolari, tutto questo è bravura del romanziere.
E poi ci sono le irruzioni quantistiche e cosmiche, la comicità, l’ironia feroce e il freddo furore. E ci sono anche le molte apparizioni di Caterina da Siena (uno dei bersagli preferiti dell’autore), che sono sempre irresistibili.

Hill House: l’infestazione di un classico – Carmilla on line


“Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola”.

Su CarmillaOnLine, Walter Catalano esamina a fondo uno dei romanzi cardine della mia sensibilità, The Haunting of Hill House (in Italia La casa degli invasati) di Shirley Jackson. Lo fa ponendo dei paragoni profondi tra il romanzo e la rilettura che NetFlix ne ha fatto tramite la serie, in definitiva profondamente diversa eppure assimilabile al mood della Jackson; un estratto, che sottolinea la necessità di leggere, e rileggere, questo capolavoro gotico, o weird, oppure horror – fate voi il sottogenere di appartenenza – che fa accapponare la psiche a ogni scena, in ogni particolare, nelle frasi perfettamente calibrate dei dialoghi.

La protagonista del romanzo Eleonor Vance, trentaduenne che ha passato tutta la sua vita adulta a prendersi cura della madre inferma – la cui recente scomparsa l’ha finalmente liberata dal giogo ma l’ha costretta a vivere con la sorella che odia – è invitata a unirsi al gruppo di ricercatori che si stabilirà a Hill House e, infelice e solitaria com’è, coglie al volo l’occasione. Il dottor Montague – bizzarro antropologo e ricercatore sperimentale sui fenomeni paranormali – ha selezionato in base alle precedenti esperienze psichiche verificate in loro, una dozzina di persone: in ultimo ne ha scelte due. Una è Eleonor, che da bambina aveva vissuto un episodio poltergeist, una pioggia di pietre sulla sua casa per tre giorni dopo la morte del padre; l’altra è Theodora, una chiaroveggente con sconcertanti poteri empatici, l’esatta antitesi di Eleonor, è un’artista dalla vita bohemienne, solare, allegra e provocante, di tendenze allusivamente lesbiche. Oltre al dottore e alle due medium sarà presente anche Luke Sanderson, l’erede della proprietà, la cui zia – la padrona di Hill House – lo ha inviato, a nome della famiglia, a presenziare alle investigazioni. La casa ha un passato di catastrofi e di sfortune: la moglie del primo proprietario e costruttore, Hugh Crain, morta per il ribaltamento della sua carrozza nella rimessa; la seconda moglie scomparsa in seguito ad una misteriosa caduta; le sue due figlie ed eredi, spietatamente in lotta fra loro per il possesso della proprietà, finché una delle due non si è impiccata alla garitta della torre. Nel cuore della casa, proprio sulla soglia della stanza che un tempo era la nursery, c’è un angolo sempre inspiegabilmente gelato, tipico segnale d’infestazione. Le manifestazioni sovrannaturali iniziano già dalla seconda notte di permanenza: misteriosi colpi alle pareti che ricordano ad Eleonor quelli della madre malata che la chiamava dalla camera accanto alla sua, misteriosi messaggi scritti con gesso e sangue sulle pareti che chiedono di aiutare Eleonor a tornare a casa. Quando arriva la moglie di Montague, una buffonesca medium, che tenta di contattare gli spiriti tramite una specie di tavoletta Ouija, il messaggio è di nuovo rivolto a Eleonor: “Cosa vuoi?” – chiede la medium. “Casa” – le viene risposto. A un certo punto ogni personaggio esprime la propria definizione di paura: “Abbiamo solo paura di noi stessi”, dice il dottor Montague; “Di vederci come siamo senza travestimenti”, dice Luke; “Di sapere quello che davvero vogliamo”, dice Theodora; “Io ho sempre paura di essere sola”, dice Eleonor. Proprio la notte successiva Eleonor si sveglia all’improvviso, stringendo la mano di Theodora addormentata accanto a lei; la voce di un bambino piagnucola: “Ti prego non farmi male. Ti prego fammi tornare a casa”. Eleonor urla e accende la luce rendendosi conto che Theodora non dormiva accanto a lei ma in un letto all’altro capo della stanza. “Mio Dio, la mano di chi stavo stringendo?” – si chiede Eleonor. L’episodio non è solo un eccezionale causa di brividi per il lettore, ma una metafora estremamente esplicita. “La paura e la colpa sono sorelle” dirà il dottor Montague, ed Eleonor confesserà di aver ignorato il richiamo della madre la notte prima della sua morte, così Shirley elaborerà il velenoso rapporto con Geraldine, sua madre, le cui insistenti e spietate critiche – sul suo aspetto fisico trascurato, sul suo look informale, sulla sua accentuata pinguedine – l’avevano condizionata ad accettare di essere sminuita e tradita da Stanley, l’estraneo accanto al quale dormiva da anni. “La mano di chi stavo stringendo?” – Nella splendida biografia Shirley Jackson: A Rather Haunted Life – alla quale sono debitore di gran parte delle notizie, aneddoti e citazioni qui riportate – l’autrice Ruth Franklin riferisce che nella conferenza Experience and Fiction, parlando di Hill House, la Jackson raccontasse di aver avuto degli episodi di sonnambulismo, durante la composizione del romanzo, una mattina ha ritrovato sulla sua scrivania, scarabocchiate sulla carta gialla dove amava scrivere le sue opere, le parole “Dead Dead”, ma – aggiunge la Franklin – nell’archivio di appunti e abbozzi relativi al romanzo, questo foglio non è mai stato ritrovato: ce n’è invece un altro molto simile alla descrizione ma in cui sono scarabocchiate le parole “Family Family”. “La casa è Eleonor”, spiegò la Jackson nello stesso testo, puntualizzando di non credere ai fantasmi: Eleonor che indulge in fantasie domestiche, che s’immagina in varie case viste durante il tragitto in auto verso la sua destinazione infestata, creando per ognuna una diversa situazione, una diversa famiglia; che mente al gruppo inventandosi la descrizione del suo appartamento ideale nel quale sostiene di abitare. Perfino Theodora ignorerà la sua richiesta di andare ad abitare insieme una volta lasciata Hill House: Eleonor così non ha alcun posto dove tornare, la sua paura di restare sola può acquietarsi solo arrendendosi a Hill House. “Sono a casa, sono a casa” penserà nei suoi ultimi momenti mentre guida a folle velocità intorno all’edificio, prima di andarsi a schiantare contro un albero. Ma il romanzo si chiude con le stesse parole dell’inizio: le fantasie di unità di Eleonor non saranno mai soddisfatte, così come la vana speranza di Shirley che il matrimonio avrebbe posto fine alla sua solitudine. Non c’è posto per Eleonor neanche fra i fantasmi di Hill House, con i quali s’immaginava in comunione. Qualunque cosa cammini là dentro, ancora cammina sola. L’unico momento in cui Eleonor ci ha svelato la sua vera natura repressa, il suo desiderio eternamente frustrato, è nello splendido episodio dell’incontro casuale con la bambina intravista in un ristorante: la piccola non vuole bere il tè in una tazza qualsiasi ma reclama la sua cup of stars e la madre cerca di convincerla a non fare i capricci e a bere lo stesso: “Non farlo, disse Eleonor alla bambina; insisti per avere la tua tazza di stelle; una volta che ti hanno incastrata e costretta ad essere come loro, non vedrai mai più la tua tazza di stelle; non farlo; e la bambina le lanciò un’occhiata e le fece un sorrisetto scaltro, tutto fossette, assolutamente consapevole e scosse la testa in direzione del bicchiere, cocciuta. Intrepida bambina, pensò Eleonor; saggia, intrepida bambina”.

Cultura Alta e Cultra Bassa: Jekyll e Hyde e le radici della cultura di massa


Su Fantascienza.com, nell’ambito Delos205, un articolo di Carmine Treanni che analizza il capolavoro di Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde. L’analisi avviene su vari argomenti, SF, Fantastico, Giallo, sociale. Un estratto della disquisizione:

Una fetta consistente della cultura di massa è costituita dai generi narrativi cosiddetti paraletterari: il fantastico, il rosa, il western, la fantascienza, l’horror, il giallo. Ad una prima lettura il racconto di Stevenson è generalmente associato al genere fantastico, o all’horror, grazie anche alle successive versioni cinematografiche. Ma una lettura più attenta, ci mostra come Lo Strano caso del Dottor Jekyll e Mr. Hyde affondi le sue radici in più generi narrativi, che costituiscono i contenuti tipici della Cultura di Massa.

Il racconto dello scrittore inglese appartiene al genere fantastico proprio perché l’elemento irrazionale (il tentativo del dottor Jekyll di scindere nell’animo umano il bene dal male) si alterna al tentativo di una spiegazione razionale. Sappiamo, infatti, che è attraverso una pozione chimica che il dottor Jekyll riesce a mutare nel perfido Hyde. Una spiegazione razionale, quasi scientifica. Ma tutto è rimesso in discussione nel momento in cui Jekyll scopre che non ha più bisogno della pozione per trasformarsi in Hyde.

A nostro avviso, però, il racconto stevensoniano contiene i germi di almeno altri due generi classici della cultura di massa, ovvero il giallo e la fantascienza. Tutta la storia è sì incentrata sulla figura di Jekyll e della sua controparte Hyde, ma ci viene quasi interamente mostrata attraverso gli occhi dell’avvocato Utterson, amico del dottor Jekyll. Fin dalle primissime pagine, Utterson sembra essere un tipico investigatore, caro a tanta letteratura crime. Nel primo episodio del racconto, intitolato “Storia della porta”, Utterson induce suo cugino Enfield, durante una loro rituale passeggiata, a farsi raccontare una strana storia in cui è rimasto coinvolto. Un giorno Enfield, tornando a casa alle tre del mattino, si trovò casualmente davanti ad un’orribile scena: un uomo e una bambina si scontrarono all’angolo di una strada e “l’uomo calpestò tranquillamente il corpo della bambina e la lasciò urlante sul marciapiede”. Enfield rincorse l’uomo e lo costrinse a ritornare indietro. Intanto, le urla della bambina avevano richiamato i suoi genitori e altre persone. Enfield riuscì a far risarcire la bambina con cento sterline. A questo punto Utterson chiede al cugino il nome dell’uomo che ha calpestato la bambina e quando Enfield gli confida che è Hyde, Utterson ne rimane colpito e decide di investigare su quell’uomo. Il nome Hyde, infatti, non gli è sconosciuto, in quanto appare nel testamento del suo amico dottor Jekyll: nel caso che questi scompaia i suoi beni devono essere lasciati al signor Hyde. Un testamento che sconvolge e inquieta l’avvocato Utterson che, novello Sherlock Holmes, vuole scoprire chi è veramente il signor Hyde. Così, nella successiva parte del racconto intitolata “Alla ricerca del signor Hyde”, Utterson prima si reca dal dottor Lanyon, amico suo e di Jekyll, per chiedere se conosce il signor Hyde, poi effettua dei veri e propri appostamenti nei pressi della casa in cui si presume abiti Hyde, per vederlo di persona. Siamo insomma davanti ad un vero e proprio detective che usa le armi della logica e della deduzione per venire a capo di un mistero.

Jekyll è insoddisfatto della propria vita, è “alienato” e cerca una via di fuga. Stevenson, in questo racconto, anticipa le teorie sull’inconscio di Freud, ma anche il processo di individualizzazione tipico della società capitalistica. C’è poi il laboratorio, il luogo deputato dove si pratica l’arte della scienza: un simbolo classico della fantascienza. Ma rappresenta, soprattutto, la scienza in quanto disciplina apportatrice di una nuova visione del mondo, della realtà, dell’uomo stesso. Il racconto in più punti rispecchia questa generale fiducia nella scienza, o meglio della sua naturale tendenza ad andare oltre i suoi stessi limiti, a varcare i confini che sono continuamente labili. Sarà lo stesso Jekyll che, dinnanzi al suo amico dottor Lanyon, si trasformerà da Hyde in Jekyll. Lo stesso amico che, anni prima, lo aveva deriso in merito alle sue teorie sulla possibile presenza in ognuno di noi di due anime, una dedita al bene e l’altra al male. È chiaro che Lanyon rappresenta la scienza, ma anche un modo di concepire il mondo, la società che rispecchia l’epoca vittoriana. Non a caso, lo scrittore inglese scrive il racconto con l’intento di sferrare un duro attacco alla repressiva e puritana letteratura inglese vittoriana.

L’appartenenza del racconto, dello scrittore inglese, a più generi narrativi è già di per sé motivo sufficiente per considerarlo a pieno titolo appartenente alla cultura di massa.

Media-Trek » Blog Archive » Rock italiano? Si grazie


Il punto di Mario Gazzola sul nuovo rock italiano. Dal blog di Ernesto Assante, su Repubblica. Un estratto:

Nei confronti del rock italiano c’è stato, per anni, un pregiudizio. Perchè ascoltare copie italiane quando posso ascoltare gli originali internazionali? Le cose stanno cambiando, per merito di una nuova curiosità del pubblico, di meno “esterofilia” e per una decisa crescita delle band italiane. Ma non cambierà mai nulla se noi per primi non siamo disponibili ad ascoltare, per esempio, l’originale sintesi punk/dark/prog dei bresciani Mugshots (attualmente in studio con la punk queen Gaye Advert degli Adverts) quanto lo siamo per qualche nuova doom/sludge band di Seattle che le fanzine specializzate ci segnalano come next big thing; oppure l’horror metal dei Death SS, acclamatissime star dei festival Gods of Metal nonché pionieri di quell’iconografia shock-satanico-cimiteriale che ha reso famosi nel mondo gli eccessi di Rob Zombie e Marilyn Manson.
Ecco, se volete far giustizia proprio a questi ultimi, potete affrontare il monumentale cofanetto di 3 cd edito da Black Widow e intitolato Terror Tales (uno storico pulp magazine degli anni ’30 e un fumetto horror dei ’60, le cui tavole a base di mostri e fanciulle discinte sono evocate nel packaging del box set), in cui ben 35 band italiane e non solo omaggiano i cosiddetti Kings of Evil reinterpretando altrettanti brani della loro ormai ultratrentennale e tenebrosissima discografia. Offrendoci così l’occasione di osservare i loro apocalittici cavalli di battaglia rifulgere in “tutti i colori del buio”: perché se è vero che hard classico, thrash, speed e black metal la fanno da padroni, gli spunti più originali vengono dai gruppi di meno stretta osservanza metallica: come i già citati Mugshots (qui coadiuvati dal black metaller norvegese Mortiis), che portano in luce il glam di In The Darkness, o i Blue Dawn, che rendono Zombie un emozionante e drammatico duetto voce maschile-femminile dark psichedelico, i francesi Northwinds che aprono Lilith con ricercati ricami di flauto da Jethro Tull, e Il Segno del Comando, che fa di Another Life una ballata dark wave con dilatazioni progressive d’organo.
Non un ascolto facile, ma con diverse sorprese, come del resto l’articolata discografia della “Sylvester family” che – ridendo e terrorizzando – ha spaziato dal punk-metal alla Misfits ad un cyber metal postapocalittico, dalle freakerie circensi (Humanomalies) alla psichedelia più malata e mansoniana (i Sancta Sanctorum). E che il prossimo 12 aprile si arricchisce anche dell’album solista del tastierista Freddy Delirio, che debutta con The Cross (sempre su Black Widow), accompagnato dai misteriosi The Phantoms dai volti mascherati come quelli dei Ghost (ma con ospite Steve Sylvester), coi quali approfondisce le radici progressive del goth metal per cui la congrega è nota, con solenni architetture che non temono di baroccheggiare fra incenso e zolfo.

Il Segno del Comando
E, proprio a proposito di quest’ultima band (che prende nome dal romanzo di Giuseppe D’Agata, da cui anche lo storico sceneggiato RAI), sempre la Black Widow ha da poco lanciato l’ultimo album: L’incanto dello Zero, racchiuso in una cosmica copertina che rimanda chiaramente alle geometrie spaziali dei Blue Öyster Cult: come se i ’70 non fossero mai finiti, i fantasmi del Banco e degli Area di Demetrio si librano dalle solenni atmosfere hard-dark-prog del sestetto genovese, in particolare dalla stentorea voce di Riccardo Morello (con ospiti Maethelyah e Paul Nash dei nuovi Danse Society). Anche fra qualche ampollosità (anche nei testi in italiano), apprezzerete i loro ricchi e policromi intrecci strumentali.

La Sindrome del Colibrì

The more you know, the less you fear (Chris Hadfield)

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