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Archivio per Recensioni

Graphomania recensisce L’ira della Medusa | False percezioni


Sul blog di Luigi Milani la segnalazione a una recensione del suo L’ira della Medusa, uscito per DelosDigital. Eccone un estratto:

L’ira della Medusa è un buon racconto lungo, che mescola temi di attualità con suggestioni di antiche mitologie e più di un tocco lovecraftiano. Sin da subito si percepisce un senso di straniamento in questo racconto: ci troviamo in una Napoli che sembra uscita da un’Apocalisse. Una Napoli dove il problema dei rifiuti è giunto alla sua estrema dimensione, ma scopriamo ben presto che c’è un motivo per tutto questo. E tale motivo coinvolge antiche divinità e culti ormai dimenticati.

Un senso di inquietudine pervade tutto il racconto, lo stesso protagonista non riesce più a distinguere fra sogno e realtà.

Lo stile è abbastanza scorrevole, senza fronzoli eccessivi, ma in grado di trasmettere una sensazione di freddo strisciante, di qualcosa che sta per arrivare e che non porterà nulla di buono. A proposito dei temi d’attualità trattati, talvolta i giudizi vengono spinti all’estremo, ma la cosa è funzionale all’estremismo della situazione in cui Napoli viene calata.

Alla fine della lettura L’ira della Medusa vi lascerà addosso una strana sensazione di inquietudine.

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Anarres, ecco il terzo numero della rivista di studi sulla fantascienza | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione del terzo numero di Anarres, la rivista di studi sulla Fantascienza, diretta da Salvatore Proietti. L’ebook è acquistabile sugli store online, in particolare su quello dell’editore DelosDigital.

La periodicità media è un po’ meno di un numero ogni due anni. Ma vale la pena di aspettare per questa rivista sofisticatissima diretta da Salvatore Proietti, un vero gioiello nel mondo dello studio della fantascienza. Collaboratori d’eccezione – in questo numero per esempio Carlo Pagetti, Brian AtteberyDaniela Guardamagna, Alessandro Fambrini, Tom Moylan, David Ketterer, Salvatore Proietti stesso e tanti altri, tutti titolari di cattedre universitarie e autori di numerose pubblicazioni sulla fantascienza e in generale la letteratura americana.

Questo numero di Anarres è unificato dall’attenzione verso dialoghi letterari e culturali, interazioni tra testi, fasi storiche, tradizioni nazionali. Innanzitutto, è un dialogo collettivo e transnazionale quello intrapreso con Ursula K. Le Guin da chi ha partecipato al forum dedicato al suo ricordo, da Raffaella Baccolini a Eleonora Federici, Carlo Pagetti, Salvatore Proietti, a prestigiosi ospiti internazionali come David Ketterer, Joseph McElroy e Tom Moylan.

Brian Attebery, riprendendo dalla biologia il modello dei mitocondri, presenta la SF, in particolare quella delle donne, come un “book club”, libri che cooperano scambiando motivi, concetti, omaggi, e che si rendono possibili a vicenda, le revisioni anche modi per dare nuova vita alla memoria di testi e scrittrici (e scrittori) precedenti. E i book club sono molti, dagli Inkling alle reti testuali di autrici che coinvolgono Le Guin, Tiptree, Fowler, Atwood, Russ, Haraway, fino alla scena odierna.

Roberta Mori legge il rapporto di Primo Levi con la critica italiana contemporanea, rivelatore sia di inattese consonanze sia di tanti preconcetti: ma davanti al dialogo sovente negato, Levi ne instaura uno con la SF che leggeva.

Anche quello tracciato da Alessandro Fambrini per Franz Fühmann, importante voce anche fantascientifica nel dissenso della Germania Est, è un dialogo possibile con figure inglesi e americane come Pohl & Kornbluth e Naomi Mitchison.

La conversazione è letteralmente la forma scelta dal compianto Riccardo Valla, in collaborazione con Antonino Fazio, per parlare dell’intrico concettuale costituito da scienza, magia, religione, fantascienza, fantasy.

Scrivendo su J.R.R. Tolkien, Proietti ipotizza una visione giustificata dai riferimenti teorici alla forma intrinsecamente dialogica del folklore, leggendo apertura e incompiutezza come intrinseche alle sue affabulazioni – una strada seguita da una parte della fantasy statunitense d’oggi.

Con recensioni di Fazio, Proietti, Giovanni De Matteo e Daniela Guardamagna.

Letteratura Horror – Recensioni – La strana fede di Richard Gavin


Su LetteraturaHorror la recensione a La strana fede, romanzo weird di Richard Gavin edito da Hypnos. Un estratto dalla rece:

Non si è ancora cimentato con il romanzo ma è invece un saggista e, in particolare, un esperto di esoterismo: il suo The Benighted Path: Primeval Gnosis And The Monostrous Soul è un testo molto interessante per i seguaci dell’argomento. Di recente ha anche scritto un ambizioso saggio – The Moribund Portal: Spectral Resonance And The Numen Of The Gallows – che indaga le radici filosofiche dell’horror. Quando si parla di lui vengono citati spesso Arthur Machen e Algernon Blackwood di cui viene forse ritenuto una sorta di erede. Mi sono così approcciato alla lettura di “La strana fede” con molte aspettative: dico subito che non sono rimasto deluso dalla storia: Gavin ha la capacità di creare un’atmosfera perturbante ricca di “pathos” e che non lascia indifferenti. Detto questo non ho trovato molto di Machen e Blackwood, almeno per quanto concerne questa storia e questo non è necessariamente un male. Anzi Richard Gavin ha un approccio e un “feeling” alla materia horror indiscutibilmente moderno pur restando ancorato al passato. In realtà io non sono contro il manierismo e la riproposizione di modelli passati se questi vengono riproposti con qualità: l’arte non va necessariamente sempre avanti. La vicenda narra le vicissitudini di un ragazzino solitario che entra in contatto, o almeno crede di entrarci, con una strana entità denominata Capricorno. La sua “fede” e devozione per Capricorno è totale: diventa come un rifugio dalla realtà circostante e arriverà a chiuderlo in un piccolo scrigno che diventa così un simbolo per accedere. Quando poi partirà per una vacanza con i genitori si dimenticherà di lui completamente. Ma, come una nemesi, l’entità si ripresenterà a lui nel corso di tutta la sua esistenza. Alla fine “La strana fede” è una storia di “formazione” e iniziazione: ci insegna come la magia esiste e come accedere al lato oscuro dell’esistenza sia una possibile “chiave” per entrare in una dimensione diversa della realtà. Non mancano poi alcuni dei “topos” più sfruttati del folklore della narrativa horror: troviamo così la famigerata “casa stregata”, in questo caso chiamata la “Casa delle Ombre”, e si parla anche di un albero maledetto ovvero il “Dito del Diavolo”. Gavin ama la ghost-story e i riferimenti all’occulto: viene citato il “Varco di Samhain”. Forse più che Blackwood e Machen ci trovato qualcosa di M.R. James. In ogni caso è una delle uscite che più mi hanno convinto della collana Visioni di Hypnos e non esito a consigliarla agli amanti delle storie di fantasmi.

T – recensione di Luca Mazza | Il Grande Avvilente


Un’altra bella recensione a T, di Alessandro Forlani, segnalata da lui stesso sul suo sito. Mi interessa molto la parte finale della valutazione, quella che recita così:

Se in questo momento c’è la guerra, cosa significa per chi dorme?” si chiedeva Gurdjieff nei frammenti dell’occultista Upenskij. “Significa che molti milioni di addormentati si sforzano di distruggere molti milioni di altri addormentati”.
“T” è una chiamata alle armi concettuale, una pillola rossa per vedere meno nero questo stato di veglia. È giusto che lo sappiate, prima di inghiottirla.

Opera questa che mi incuriosisce molto, la capacità sublime di Alessandro di rendere appetibile e fruibile un testo farà sicuramente il resto.

Facciamo chiarezza archeologica sul Primo Re – La Sindrome del Colibrì


Rimanendo sul tema Il primo re, il film di Matteo Rovere che narra le vicende mitologiche, ma realmente accadute, di Romolo e Remo, dal blog di Nicolò Agresta prendo un paio di contributi che alimentano la discussione sul film, che si può riassumere con un “verosimile”, e con un “meraviglioso”, ma non “strettamente aderente ai fatti”. Qui e qui i due link interessati, invece qui sotto riporto un estratto delle considerazioni.

Ma c’è di più: la marcata differenza tra i due fratelli. Già la vediamo nella prima scena: Romolo prega, Remo con forza prende un agnello. Romolo è quello pio, religioso, calmo e pacato, intelligente e lungimirante. È lui che quando fuggono da Alba, vuole portarsi dietro il fuoco sacro e la vestale, come prima cosa. Remo è quello forte, quello sempre presente, ed descritto nel mito come il più veloce, il più silenzioso e abile, ma, sopratutto, Remo è il più sacrilego. Con questo si intende che Remo non era per niente avvezzo e interessato al sacro e al divino, cosa che per gli antichi era praticamente una blasfemia. Il film segue questo filone e fa vedere come sia Remo (interpretato magistralmente da Alessandro Borghi) quello forte, che si impone sul gruppo di fuggiaschi e, con questi, sul villaggio all’interno della foresta. Qui si vede anche un altro aspetto importantissimo del film, ricostruito benissimo, che però bisogna necessariamente conoscere: la differenza del concetto di regalità tra i due. Remo si impone come dominus, ossia come Signore, apostrofando i suoi seguaci come schiavi: significa io sono il capo e sono padrone delle vostre vite, voi non siete uomini liberi ma siete una mia proprietà. Tutto quello che succede nel villaggio è la manifestazione di questo concetto. Inoltre viene mostrata tutta la sua blasfemia e la sua totale indifferenza nei confronti di ciò che è sacro.

Quando Romolo scopre ciò che ha fatto il fratello, nel villaggio, si comporta esattamente come l’uomo descritto nelle fonti e come l’uomo religioso e pio per eccellenza: ravviva il fuoco sacro, nomina una nuova vestale, seppellisce i defunti con tanto di cerimonia sacra e, quando viene investito capo, non si impone come dominus, ma come il primo tra gli uomini liberi (riprenderò questo concetto a breve).

La parte finale, sulle sponde del Tevere è bellissima ed è un crescendo costante. A livello di regia e fotografia la qualità si è conservata alta per tutta la durata del film, fino alla fine. Mi è piaciuto molto come sono stati ricostruiti e mostrati i combattimenti cruenti di quel periodo: non vediamo mosse strane, da film americano, ma fendenti e colpi di spada menati con violenza e ferocia, colpi a vuoto e combattimenti corpo a corpo veramente reali. L’inquadratura generale mostra magistralmente come sarebbe realmente apparsa la scena ad un probabile spettatore, con gruppi singoli di individui che combattono tra loro.

Il fantasma di Eymerich | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione all’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti, Il fantasma di Eymerich. Un piccolo estratto:

Nella sua costruzione cronologica a spirale, Il fantasma ci riporta più o meno dove avevamo cominciato con Nicolas Eymerich, Inquisitore. A questo punto Eymerich Risorge e Il fantasma di Eymerich, sono il raccordo, il pezzo mancante della spirale, diventando allo stesso tempo fine e inizio del ciclo complessivo. Si tratta solo di punti di vista.

A questo punto potete  iniziare un nuovo viaggio con l’Inquisitore, e vi invidio molto se non li avete ancora letti, perché vi aspettano tanti bei momenti di lettura e scoperta. Non è da sottovalutare anche la rilettura, perché alla luce di quanto emerso nei ultimi tre romanzi pubblicati, adesso è possibile guardare con occhi nuovi all’intera saga.

Sacri Boschi « Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis uno stupendo articolo che mette in relazione il culto dei Romani arcaici – non ancora Romani, per la verità – con l’oscurità arborea, un senso mistico che li accompagnerà durante la loro storia antica ma non solo, cose rintracciabili ancor oggi, quando la contemplazione arborea di alcuni luoghi di Roma mi devasta l’animo, una sorta di oscura contemplazione e riverenza.

Questi discorsi mi colpiscono profondamente, avendo visto proprio ieri Il primo re, il film di Matteo Rovere sulla storia di Romolo e Remo, che appare pregno proprio di quel senso mistico in cui ho riconosciuto le empatie sacre verso la Natura, verso l’oscuro silvano, in cui si manifesta la vibrazione sublime di qualcosa di vivo come l’energia che percorre ogni cosa di quest’universo attraverso – anche – i culti primordiali di Ecate. Imperdibili, sia l’articolo che il film, quest’ultimo certamente non fedele alla lettera alla tradizione, ma assolutamente verosimile.

Il rapporto dei Romani con la natura è una dimensione misconosciuta nell’immaginario comune, dove appaiono come voraci costruttori a scapito di popoli liberi e selvaggi. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero: ciò che lega il Romano al mondo silvano è qualcosa di fondativo, che si genera dai tempi più remoti[1] e lo guiderà per sempre.

Per risalire all’origine di questo sentimento, basta accantonare l’immagine della Roma sfavillante di marmi e di bronzi e immaginarla com’era alle sue origini, ricoperta interamente di boschi e di grotte. E proprio dagli alberi prendono il nome i luoghi di Roma: dalle querce (quercus) discendeva infatti l’originario nome del Celio, Querquetulanus[2], così come dal salice (Salix viminalis) derivava il Viminale, o dal faggio (fagus) il Fagutal, una delle tre vette dell’Esquilino, che a sua volta originava da un’altra tipologia di quercia, l’ischio o farnia (aesculus). Lo stesso albero conferiva probabilmente il nome all’Aesculetum, un bosco di farnetti da ricercarsi forse nel Campo Marzio, a nord dell’attuale Ponte Garibaldi. Immediatamente a nord del Foro, tra questo e il Tempio della Pace si trovava la Corneta, una zona popolata da alberi di corniolo (cornis). Lo spazio (in buona parte occupato dal Circo Massimo), che si estendeva tra il boscoso Palatino e l’Aventino, era la Vallis Myrtea, così chiamata per le sue vaste distese di mirto. Lo stesso Aventino era celebre per i suoi bellissimi lauri, tanto che una parte di esso era denominata Loretum o Lauretum[3] (il toponimo si trova in iscrizioni e cataloghi imperiali come CIL VI 30957); il resto del colle era invece fitto di lecci, numinoso[4]. Ma ad esser impressionante è la descrizione del Campidoglio, dove la presenza divina era avvertita in modo così prodigioso da atterrire gli abitanti del luogo[5].

Non è certo un caso che Virgilio descriva i primi abitanti dei Colli come nati dai duri tronchi di quercia[6]. E così nel resto del Lazio, da cui lo stesso re eponimo, Latino, figlio di Fauno, avrebbe regnato da Laurentum, anche le dinastie regali di Alba Longa, i Silvii (da silva, “foresta”), e quella di Praeneste testimoniano il legame con il mondo selvaggio preponderante[7]. Numerose le località testimoniate dalle fonti archeologiche o dalla tradizione locale, come le città di Pometia (dai meli), Ficulea e Ficana (dai fichi, o dai vasai, figules) e Crustumerium (da una particolare varietà di pera, la crustumia)[8]. Proprio i boschi, o meglio le radure all’interno di essi, costituivano i luoghi deputati alle più importanti deliberazioni di carattere militare o sociale: è il caso, ad esempio, del Lucus Ferentinum e soprattutto del Lucus Nemorensis[9]. A ciò concorse sia il fatto che nel mondo arcaico lo spiazzo aperto era l’eccezione, laddove la selva costituiva la regola (e dunque la radura rappresenta il luogo più funzionale al raduno di numerose persone) sia per le valenze politico-sacrali conferite alle divinità boschive (si pensi a Diana e a Feronia). Le tracce di questa realtà primeva vanno ben oltre il ricordo del mito o della toponomastica: sebbene notevolmente ridotti nelle loro estensioni, la Roma dei tempi pienamente storici vantava ancora decine di boschi sacri, extramuranei e muranei, onorati sia singolarmente, nell’anniversario di consacrazione del bosco ad una determinata divinità, sia collettivamente nelle Lucaria.

Queste festività, attestate anche nei Fasti Amiternini[10], venivano celebrate tra il 19 e il 21 Luglio in un bosco sacro situato tra il Tevere e la Via Salaria[11]; esse si riferirebbero alla genericità delle divinità boschive. In linea di massima ogni templum, inteso come spazio sacro ritualmente consacrato (non necessariamente finalizzato ad una permanenza di culto, ma anche per la divinazione), era demarcato nei suoi limiti interni ed esterni da alberi[12], usati come termini visivi spaziali. Il successivo edificio preposto al culto si trovava così abbracciato dagli alberi, ridotti col tempo a pochi esemplari e via via reintegrati in base a norme rituali che si possono in parte desumere dagli Acta fratrum Arvalium e da alcune prescrizioni di Catone (vi torneremo in seguito). Vale la pena aggiungere che colonne e capitelli erano concepiti come immagini pietrificate delle forme naturali. Ciò è confermato da Vitruvio: l’ordine corinzio sarebbe stato ideato da un tale Callimaco, ispirato dalla vista di un cesto votivo lasciato sulla tomba di una ragazza, contenente i suoi effetti più cari; una tegola quadra vi era stata posizionata sopra, per proteggervi il contenuto, ma una pianta di acanto era cresciuta attraverso l’intreccio del cesto, dando così all’artista l’idea del motivo[13].

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