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Archivio per Recensioni

La sfida di Gaia – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una bella riflessione data dalla recensione di La sfida di Gaia, saggio dell’antropologo Bruno Latour magistralmente introdotto da Luca Mercalli. Il tema di riferimento è i cambiamenti che l’uomo, tramite le sue strutture sociopoliticoeconomiche, apporta all’ecosistema in cui  immerso e di cui non può farne a meno, al netto delle sue voracità sistemiche e capitalistiche. Un estratto:

Il nuovo ultimo libro di Bruno Latour riprende una serie di conferenze tenute nel 2013 attorno al tema della “religione naturale”. Nonostante gli anni trascorsi, possiamo dire con una buona dose di certezza che i problemi rimangono attuali, e in via di peggioramento. L’azione dell’uomo sulla natura sta cambiando e l’uomo e la natura. Questo il dato assodato. Da qui, però, iniziano le incognite, per nulla confinabili entro il dibattito tra scienziati ecologisti e lobby industriali. Latour prova a ricostruire una sorta di orizzonte di senso dei fatti e della posta in gioco, attraverso l’uso della sua strumentazione dialettica fortemente visionaria, dai tratti profetici a volte utili, altre volte affaticanti. Sono d’altronde i rischi e le virtù delle narrazioni ibride, e questa si colloca volontariamente al confine tra l’antropologia, la filosofia e la sociologia. Il risultato può essere spiazzante, come onestamente segnala nella prefazione Luca Mercalli, stordito – pare – da un linguaggio e da ragionamenti a volte eterei, altre mistici. C’è un fatto che però sembra dar ragione a Latour in questo suo tentativo forse naif: scienza e cultura sono andate separandosi nel corso del secondo Novecento, ma risultano oggi talmente intrecciate tra loro che senza il lavorio epistemologico delle scienze umane non è possibile cogliere l’essenza della nostra società: divisi a forza i loro destini, la scienza si è mutata rapidamente in tecnica (peggio, in tecnologia produttiva), la cultura in una sorta di sociologia dell’inessenziale. Occorre riavvicinare i due capi della scienza, ed è il condivisibile proposito di Latour.

La vicenda del Covid, d’altronde, lo ha dimostrato: ogni discorso anti-scientifico è destinato clamorosamente a contraddirsi; viceversa, ogni aristocrazia, sia essa fondata sulla ricchezza o sulla sapienza scientifica, confligge con la democrazia e con la logica dello sviluppo umano. La ripartizione dei poteri tra scienza e politica – è Latour che parla – è divenuta obsoleta. E finalmente, aggiungiamo. Secondo l’antropologo francese, è la questione del cambiamento climatico ad aver imposto questo moto di ritorno, costringendo ad avvicinare quel che per molti decenni aveva subito un vero e proprio distanziamento sociale. Da questo proposito, veniamo catapultati nel cuore del discorso, ovvero: «il contesto fisico, che i moderni avevano dato per scontato, il terreno su cui la loro storia si era sempre dispiegata, è divenuto instabile». Ma chi è il responsabile di questa instabilità? Il fisiologico mutamento geologico e naturale o l’azione dell’uomo? La realtà, lo diciamo subito, invita alla prudenza. È nota la metafora della terra come libro. Se la storia della terra fosse rappresentata da un libro, questo avrebbe circa 1.300 pagine. Di questo volume, la vicenda dell’uomo occuperebbe l’ultima parola. Non l’ultima pagina, né l’ultima riga: l’ultima parola di un testo che parla d’altro, che ha altre stazze, altre unità di misura, tanto nel tempo quanto nello spazio. Può quella singola unica parola influire e stravolgere tutto il libro? È un problema aperto, anche perché la presunta fine dell’Olocene e l’avvio dell’ancor più presunto “Antropocene” è datata ancor più vicino a noi: la “grande accelerazione” riguarda, tutt’al più, gli ultimi duecento anni di vita dell’uomo; per altri, invece, gli ultimi settant’anni. L’unità di misura umana non coincide con l’unità di misura geologica. Siamo dunque malati di catastrofismo? Anche in tal senso, occorre prudenza. E realismo.

L’attività umana è entrata in contraddizione con l’azione della natura. E siccome uomo e natura sono una unità e condividono lo stesso destino, la contraddizione non è tra due soggetti, ma è il conflitto che si dipana entro un ecosistema dato e chiuso. La contraddizione e quindi esiziale: non può esserci conflitto duraturo tra la natura e se stessa, pena il mutamento radicale, che svilupperà altre forme di adattamento, e non è detto che queste nuove forme prevedano sempre l’uomo come soggetto privilegiato. Anche in questo caso, però, le unità di misura dell’uomo e della Terra non corrispondono. Come giustamente rileva Latour, «se si trattasse davvero di una mutazione radicale, saremmo già tutti impegnati a modificare le basi della nostra esistenza da cime a fondo. Avremmo cominciato a cambiare la nostra alimentazione, il nostro habitat, i nostri mezzi di trasporto, le nostre tecniche di coltivazione, in sintesi il nostro modo di produzione». Lo avremmo dovuto fare, sottolinea poi l’autore, ma non averlo fatto ci pone di fronte al dilemma: questi mutamenti non appaiono in realtà radicali, il problema non sembra possedere quella repentinità catastrofica che pure viene data per assicurata da schiere di scienziati e intellettuali. Sbagliano dunque i profeti di sventura? Siamo di fronte ad un complottismo ingenuo, smentito continuamente dalla realtà? Neanche questo. Però per cogliere la verità che si cela dietro il mutamento climatico occorre posizionarsi, in primo luogo, con la scienza e contro il negazionismo; poi, riflettere sugli errori investigativi e comunicativi di questa stessa scienza, lasciata sola e disarmata a rappresentare il campo della critica.

Se non si può sovrapporre l’evoluzione dell’uomo con l’evoluzione del capitalismo, difficilmente potrà essere il capitalismo il sistema-modello in grado di risolvere la contraddizione ecologica. Un sistema fondato sul consumo continuo di terra, suolo, esseri viventi e risorse naturali non può auto-disporsi per controllare (e limitare) questo stesso consumo, pena la sua rovina. La soluzione non saranno le profezie di decrescita, pure accarezzate da Latour, o improbabili salti all’indietro pre-moderni, come ancora suggerisce l’autore senza avvertire le multiformi antinomie generate dall’approccio primitivistico (dentro un eclettico rassemblement di Hegel e Nietzsche che ricorre in tutto il testo). Quale sarà la soluzione, non sta a noi deciderlo. Ci sembra però sicuro che questa non possa che passare da una rinnovata riflessione anticapitalistica, superando in avanti quei limiti che il socialismo del XX secolo non aveva saputo risolvere, anche perché parte di un mondo “antico” disegnato su altre grandezze e problematiche. I problemi del XXI secolo costringono ad escogitare soluzioni partorite dal XXI secolo. Ma se l’uomo è costretto a porsi solo quei problemi per cui ha già, in sé, la soluzione, allora una qualche speranza è ancora possibile coltivarla. «Avremmo dovuto agire già quarant’anni fa», ricorda Latour, ma non è detto che oggi sia tropo tardi per fare qualcosa. Non è mai troppo tardi, d’altronde.

Spaghetti western. Freak Show | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Spaghetti western. Freak Show, nuovo romanzo di Paolo Di Orazio edito da Watson Edizioni. Concludo dicendo che non vedo l’ora di leggerlo…

Il protagonista della storia è il Dottor Emilio Carlomaria Martinetti Branzini. Un nome che è già tutto un programma. Il personaggio è complesso, un uomo dalle mille sfaccettature caratteriali che se da un lato vi farà venire i brividi, dall’altro riuscirà a commuovervi con la sua dolcezza. Il tutto senza contraddirsi mai, restando sé stesso. Una figura davvero inquietante che non mancherà di sorprendervi spesso.

La sua missione nella vita è assistere e prendersi cura di uomini sventurati, i suoi amati freak, con tutte le loro deformità e sfortune. Tra varie vicissitudini e peripezie, l’improbabile comitiva si sposterà dalle Marche agli Stati Uniti in cerca di fortuna, con uno spettacolo da baraccone itinerante.

Quello che ne consegue è genio e pura follia. Vi stupirà sotto ogni aspetto quest’opera di vero e raffinatissimo orrore. Siamo di fronte a pagine scritte da un talento assoluto, un libro di questo tipo è una rarità.

Il primo aspetto fondamentale da analizzare è lo stile. Di Orazio scrive bene, benissimo. La lettura scorre fluida, tra parole ricercate, mai banali e sempre precise che sono tanto evocative da trasportare in un mondo lontano, in un’avventura magica, irreale, ma al contempo spaventosamente concreta. Alta letteratura in un genere in cui troppo spesso capita di leggere prose ordinarie. Ogni elemento della vicenda viene descritto con vocaboli che attraversano tutti i sensi, dalla vista, al tatto e specialmente l’olfatto. Al lettore è garantita un’esperienza di terrore trasversale e totalizzante.

La seconda peculiarità riguarda la trama, sbalorditiva e originale. Un racconto così non era mai stato scritto. L’unicità di una lettura è molto importante, soprattutto in un tempo in cui le rivisitazioni e i remake la fanno da padroni. Una sottile paura vi riempirà a ogni pagina e nel mentre sentirete crescere una forte agitazione.

Atto dopo atto ci si affeziona ai vari personaggi narrati, da Serena la  donna Mantide, a Temistocle il ragno umano. Il loro disagio, le tristezze di queste vite accidentate riempiono l’animo. Cosa succederà a questi sventurati? Tuttavia immergendosi nella storia vedrete che il disgusto e la repulsione non mancano, grazie al modo sottilmente disturbante in cui l’autore ha sviluppato la vicenda.

Le scene descritte sono tutte memorabili, nella loro sanguinosa teatralità, sembra di assistere a uno spettacolo che non delude mai e in cui succedono tante cose diverse, tutte strane, tutte da non perdere.

Lankenauta | Vorrei che tu fossi qui. Wish you were here


Su Lankenauta la recensione a Vorrei che tu fossi qui. Wish you were here, romanzo di Sergej Roić che si conferma come autore particolare. Ecco il perché:

Quanti di noi potrebbero dire, in tutta onestà, di non conoscere Wish you were here, il noto pezzo dei Pink Floyd del 1975 presente nell’omonimo album, di non averne mai canticchiato la celebre introduzione, con quel motivo ipnotico che sembra entrarti nella testa e non volerne più uscire, e sulla cui origine misteriosa verità e leggenda si mescolano, si confondono, di cui si dice addirittura che sia stata attinta da un altro mondo, nel passato o in un’altra dimensione?

Sergej Roić, scrittore di cui abbiamo apprezzato il recente Solaris. Parte seconda edito da Mimesis qualche mese fa, ne ha fatto addirittura il leit motiv per un viaggio straordinario nel corso del tempo (Sergej Roić, Vorrei che tu fossi qui. Wish you were here, Mimesis Edizioni, 2017, pp. 389), un motivo con cui accompagnare l’intera evoluzione dell’uomo, in pratica un archetipo culturale, “la melodia per eccellenza”, quella suonata all’alba dei tempi dall’artista albino su un flauto d’osso e riaffiorata più volte nel corso di migliaia d’anni, per incarnarsi con un’ultima, rivelatrice epifania nel brano della famosa band inglese e nella mente dei protagonisti del libro, grazie alla memoria collettiva condivisa da cui attingono.

Anche in questo caso, come è tipico dell’autore, ci troviamo dinanzi a un romanzo dalla natura poliedrica, dai mille volti, corredato di citazioni e ricco di suggestioni, che attinge alla filosofia e alla scienza, al mondo dell’arte e della musica, che alterna testo e immagini (metodo già presente in Omaggio a Paul Klee e che verrà approfondito in Solaris. Parte seconda con il ricorso alle illustrazioni di Renzo Ferrari) e nel quale frequentemente i piani temporali si alternano, si sovrappongono, con un ampio ricorso alle visioni della memoria. Si viaggia cioè da un mondo preistorico senza parole, in cui se c’erano non avevano ancora una forma a noi nota, quello di 35.000 anni fa (Il mondo non ha parole. È una distesa di conifere (ad alcune piante di alto fusto sarà dato questo nome), di cime anelanti luce e nel sottobosco di pigne. È un volo di calabrone, il passo dell’orso, la diga del castoro, la zanna del lupo.), a quello che vede la nascita di un primo, rudimentale linguaggio che possa descrivere e circoscrivere il mondo stesso, fino a quello a noi più familiare in cui vige la capacità di astrazione, il tutto seguendo un ideale filo conduttore tracciato appunto dal ricorrere nel tempo del refrain di Wish you were here (Cinque note discendenti, poi tre ascendenti come viene detto nel libro, Assomigliavano al passo spedito – ripetuto, sincopato – di un uomo in cammino.).

Zothique 4: Arthur Machen – Ver Sacrum


Su VerSacrum, Cesare Buttaboni recensisce Zothique 4, numero della rivista dedicato ad Arthur Machen. Un estratto della rece:

Dopo il numero consacrato ad Algernon Blackwood la mitica rivista Zothique di Pietro Guarriello dedica un corposo speciale a un altro nume tutelare del fantastico ovvero Arthur Machen. Rispetto allo stesso Blackwood e ad altri autori del genere, Machen in Italia ha avuto una relativa fortuna: di lui anche di recente (penso a Il cerchio verde pubblicato da Providence Press e Un frammento di vita delle Edizioni Hypnos) si continua a pubblicare materiale inedito ed edito. Nonostante questo Machen (a dispetto degli omaggi di Lovecraft, Stephen King e Guillermo Del Toro) non ha mai sfondato (come è invece successo a Lovecraft) presso il pubblico ma il motivo è che ci troviamo di fronte a un autore particolare, lontano anni luce da un horror di facile presa sul lettore. Per Fruttero e Lucentini era uno scrittore estremamente raffinato e di nicchia (trovavano il suo stile troppo reticente e, per questo motivo, cassarono Il gran dio Pan dall’antologia Storie di fantasmi della Einaudi, anche se consideravano Il terrore un capolavoro e in effetti questo racconto ha ispirato la Du Maurier per Gli uccelli da cui venne tratto il film di Hitchcock) mentre per Borges era un “minore” senza che questo termine fosse da considerare in senso negativo dal famoso scrittore argentino.

The Lodge: il gelo in famiglia


La videorecensione di Mario Gazzola a The Lodge, film uscito nei mesi scorsi prelockdown e ora recuperato per un giudizio assai lusinghiero. Su PostHuman.

Gelato nella gamma dei blu di una baita isolata fra le nevi canadesi, The Lodge utilizza quegli spazi chiusi e soffocanti come metafora delle strettoie emotive che attanagliano i rapporti fra la giovane nuova compagna di uno psicanalista e dei due figli di lui. Due ragazzini caldi come la neve che imprigiona tutti, che non nascondono di incolpare la donna, già non molto salda psicologicamente, del suicidio della loro madre, crollata alla richiesta di divorzio del marito.

The Lodge è un horror intimista reso plumbeo dalle ossessioni religiose della protagonista, unica superstite del suicidio di massa della setta guidata da suo padre.

Blow-Up: Recensione, trama e trailer del film di Antonioni


Su OcchioDelCineasta una particolareggiata recensione a BlowUp, il film del ’66 di Michelangelo Antonioni che ha riscritto le regole filmiche del Giallo. Un estratto:

Blow-Up è il film che prima di tutti, forse più di tutti, attua una forte rottura forte con tutte le canonizzazioni del racconto e del cinema classico; pur sotto una luce che può essere quella di un film di genere, e senza violarne in esplicito le caratteristiche dell’idea del thriller (Giallo, poliziesco, del dubbio, del voler trovare una soluzione ad un enigma), praticamente arrivando in fondo vediamo che quasi tutto è stato stravolto. C’è un omicidio di cui noi non ne abbiamo consapevolezza, che emerge dalle fotografie. A differenza che nella parodia che mette in salvo il protagonista, qui lo mette in pericolo. La fotografia invece di chiarificare ciò che è successo, fa entrare la narrazione in una dimensione di dubbio, di assoluta misteriosità di quello che è successo. Lo strumento che dovrebbe restituire in maniera obiettiva cosa c’è davanti alla macchina, invece ci mostra un’immagine difficile da distinguere e capire. Sono dei segni che vengono interpretati in un certo modo, non sono chiari. In tutto questo, il vicino di casa del protagonista, una coppia, marito e moglie in cui lui, Bill, è un pittore astratto; il suo modo di dipingere è assolutamente automatico, senza riflessione, dove l’azione è essa stessa parte dell’opera (alla Pollok). Recuperando dei quadri vecchi che lui ha composto, che ha nel suo studio, dice che lui dipinge senza sapere cosa sta facendo, poi riguardandoli vede uscire delle forme (“qui c’è una gamba, c’è qualcosa”).  Alla fine la moglie di Bill dirà della foto superstite nello studio del protagonista “Sembra un quadro di mio marito”, ci sono delle macchie bianche e nere, le foto sono in bianco e nero, che non restituiscono niente di nitido, solo delle forme che devono essere ulteriormente interpretate, sono ponte per un insieme di possibilità di lettura di quella situazione. La base di Cortazar, quella in cui la foto è il ponte per un possibile, e non è definizione di una certezza, non fa chiarezza neanche la foto del racconto, che diventa ponte per un possibile sviluppo di questo tipo di rapporto, e di quello che sarebbe potuto accadere a quel ragazzo.

Pur mantenendo le caratteristiche di genere, mancano tutti quei presupposti e i personaggi tipici del genere Thriller e Noir. Abbiamo un omicidio, ammesso che effettivamente lui veda questo corpo, e che ci sia davvero sull’erba durante la notte; non vediamo come è stato commesso, e non c’è indagine della polizia. Sembra che nessuno si sia accorto di questo delitto. Siamo in una rappresentazione assolutamente concettuale (intellettuale, mentale) sia della realtà, sia del genere. Non abbiamo un punto di vista chiaro, indelebile, con delle linee chiare e da seguire. Come succedeva nel cinema di Rossellini, con protagonista Ingrid Bergman, abbiamo un personaggio che è assolutamente decontestualizzato da ciò che lo circonda, che si trova a doversi rapportare, a dover cercare un’interpretazione dei segni che arrivano da quello che lo circonda. E’ una riflessione molto più filosofica di quella che potrebbe suggerire la trama del film. Seguiamo questa odissea, così come abbiamo seguito le odissee delle varie protagoniste di Rossellini interpretate da Ingrid Bergman. L’idea che questo film ci parli non soltanto di un mistero da dover eventualmente risolvere e affrontare, ma che ci parli di altro, è per certi versi esplicitata da due oggetti che compaiono nel film, e che vengono trattati in maniera completamente opposta e che hanno un’opposta funzione, proprio in quanto oggetti. A un certo punto appare un’elica che lui compra in un negozio di antiquariato e che gli viene portata nel suo studio.

Antonioni ci mostra non soltanto la nostra continua e perenne inadeguatezza nel confrontarci con il reale, che le foto confondono ancora di più non essendo gli elementi visti dal fotografo nel momento in cui sta scattando le foto, che si accorge di alcune cose soltanto entrando a sviluppare i negativi e ingrandendoli, facendo emergere un omicidio. All’inizio il fotografo lo vediamo convinto di poter catturare il reale nell’attimo (Entrando nel dormitorio pubblico notturno facendo le fotografie ai poveri che si lavano, si cambiano, si spogliano), e questa sua idea di poter congelare in maniera estetica anche la realtà più cruda; e come una sorta di contrappasso la fotografia precipita il protagonista all’interno di un’incertezza, di un’indagine che conduce da solo e che non ha i mezzi per poter riuscire ad arrivare alla logica e ai motivi, e quindi abbiamo questo precipitare del fotografo in questa sua inadeguatezza che lo porta prima alla distruzione per mano di altri del proprio studio fotografico, e ad accettare il gioco surreale dei mimi che fingono di giocare a tennis, è una finzione sinestetica perché abbiamo da una parte la vista di due mimi che giocano a tennis senza la pallina, ma dall’altra abbiamo il sonoro che ci fa sentire come questi mimi toccano veramente la palla, c’è il rumore di una palla colpita da una racchetta. Accettare questa assurdità lo porta a scomparire egli stesso all’interno del parco.

Il parco già di per se è una metafora dell’incertezza in cui si trovano i personaggi a vagare. E’ un qualcosa di artificiale che vorrebbe riproporre un qualcosa di assolutamente naturale. Lui si perde all’interno di questa dialettica tra il naturale e l’artificiale che è il parco. Il film attraversa principalmente tre luoghi che hanno una componente cromatica ben determinata:

  • La città di Londra e le sue strade, rappresentate in maniera come se fossero dipinte, sembra quasi impossibile che ci possa essere una composizione della città in questa maniera. Le due sfumature prevalenti sono quelle di grigio e di rosso, due colori assolutamente antitetici come effetto visivo sullo spettatore. Vive di un contrasto cromatico enorme
  • Parco: Totalmente verde
  • Studio fotografico: Colori artificiali, acrilici, innaturali. Bianchi, neri, viola. I vestiti delle modelle che popolano questo studio sono assolutamente colorati con colori acidi, lontani dal naturale.

Nocturnia: CULTI SVEDESI (2019)


Su Nocturnia una bella recensione a Culti svedesi, raccolta di racconti di Anders Fager, edito nei mesi scorsi da Hypnos. Uno stralcio della trattazione:

Provate ad immaginare i Miti di Cthulhu in salsa scandinava, provate a unire l’orrore estremo con una manciata di tematiche noir e qualche tocco estremo ed il risultato che leggerete sarà Svenska Kulter (questo il titolo originale della raccolta) uscito in patria nel 2009 e primo capitolo della Trilogia horror conosciuta in Scandinavia come il ciclo de Il Mondo dei Culti.

In Svezia nel 2011 sono uscite anche le altre due parti, anche se al momento non si sa se saranno tradotte anche nel nostro paese e dopo di questo la serie è stata anche trasposta all’interno di una serie di giochi di ruolo.
Quello di Fager è uno stile asciutto, crudo, secco e immediato – quasi chirurgico. All’autore non interessa tanto la creazione di atmosfere quanto piuttosto fornire un quadro il più possibile tagliente di una società moderna (la nostra) nella quale le creature lovecraftiane, non solo esistono, ma sono penetrate in profondità, anzi si sono letteralmente incistate nel tessuto della stessa società.
Una quotidianità del Male e di tutte le possibili umane e inumane deviazioni, tutte rinchiuse all’interno di una manciata di racconti che non vogliono fare sconti a nessuno.

Alle volte anzi l’orrore, il perturbante diventano l’occasione per mettere in luce le contraddizioni e le difficoltà del mondo nel quale viviamo.
Appaiono sì le divinità del pantheon del Solitario di Providence, in una delle opere si cita anche Carcosa e Il Segno Giallo, in altre Yog- Sothoth e Shub-Niggurath, ma si tratta per lo più di rimandi, di un tentativo di andare oltre l’influenza del grande scrittore e di farla propria.
Veniamo adesso ai racconti contenuti nell’antologia: tecnicamente ce ne sono 5 di foliazione più ampia e altri 4 più ridotti che l’autore ha preferito intitolare semplicemente Frammenti, che però contribuiscono a legare meglio il tutto e, sopratutto verso la parte finale del volume, cominciano a far comprendere come tutte quante le vicende possano appartenere a una macronarrazione comune, con contatti tra le varie vicende.

Gli anni di NeXT


Qualche anno e numero dopo la fondazione di NeXT – bollettino in senso lato del Connettivismo, nato da un’idea di Giovanni De Matteo e che realizzammo nel 2005 assieme a lui e a Marco Milani – ho preso le redini della rivista che ho guidato, quindi, dal numero 9 (2007) fino all’ultimo – almeno finora – 18 (2013). Una corsa lunga alcuni frenetici anni in cui ho amato coordinare i tanti collaboratori che di volta in volta si affacciavano sull’orizzonte di NeXT; assai spesso, la massa critica dei loro scritti determinava il titolo e il senso di ogni iterazione. Una storia lunga quasi 20 numeri, cui ripenso di tanto in tanto, che ha segnato il mio modo di essere presente nel mondo editoriale e di cui ricordo in particolar modo il numero 0, un’avventura in ogni senso, la scoperta di un mondo che non sembrava possibile raggiungere.

NeXT è una rivista italiana di fantascienza e letteratura fantastica in generale, nata nel 2005 come bollettino ufficiale del movimento letterario del Connettivismo. I racconti pubblicati spaziano nell’intero spettro tematico della narrativa fantastica, mentre gli articoli tendono a privilegiare riflessioni critiche sullo stato della fantascienza e sul futuro, con rubriche dedicate alla scienza e alla tecnologia.

Fondata nel marzo 2005 da Marco “Pykmil” Milani, Giovanni “X” De Matteo e da me, la rivista che ora dirigo è stata capitanata prima da De Matteo, e si è attestata subito come uno dei più attivi laboratori di idee in seno alla fantascienza italiana; attraverso i suoi scrittori ha allacciato una intensa rete di collaborazioni incrociate con le più vitali realtà online del settore, come Continuum e Fantascienza.com. La pubblicazione si avvale di artisti grafici che cambiano di volta in volta e si distingue da altre riviste anche per la scelta di pubblicare tutti i contributi narrativi e saggistici usando lo pseudonimo dei rispettivi autori. La scelta, già espressa a suo tempo nel Manifesto del Connettivismo (dicembre 2004), è inquadrabile in un’esigenza di rottura con ogni logica commerciale o tendenza di mercato.

Il tutto si sposa allo spirito schiettamente anarchico che presiede alla nascita stessa del movimento, che si distingue come un tentativo anacronistico di avanguardia all’interno di un genere come la fantascienza, votato per natura alla sperimentazione e alla prefigurazione di scenari futuri. Nel 2009 la rivista ha visto nascere anche una versione estera, mentre nel 2011 ha vinto il Premio Italia nel settore “rivista non professionale“. Nello stesso anno è uscita anche una raccolta dei primi 15 numeri col nome di SuperNeXT. Nel 2014 Giovanni “X” De Matteo vince nella categoria Articolo su pubblicazione non professionale con il suo La mappa del futuro, apparso proprio su NeXT.

Dal sito della casa editrice Kipple è possibile scaricare la rivista in formato PDF cliccando su www.kipple.it/?s=NeXT. I files sono senza DRM e hanno il prezzo fissato a 1 € cadauno.

Harlan Ellison, o l’immaginazione al potere – Quaderni d’Altri Tempi


Giovanni De Matteo è impegnato su più fronti, ma non ha mai perso occasione per raccontare ciò che più lo ha impressionato nella sua sensibilità da autore, o da lettore, o da cultore del genere SF/fantastico. Me ne accorgo colpevolmente solo ora, ma su QuaderniAltriTempi Giovanni ha narrato la fascinazione per Harlan Ellison, in un articolo uscito poco dopo la morte dell’autore statunitense, due anni fa.

Non era un tipo facile (cfr. Doctorow, 2018), ma dalle testimonianze di affetto che stanno circolando in seguito all’inattesa notizia della sua scomparsa, emerge il profilo di un mastino che sapeva farsi amare malgrado gli eccessi di un carattere indomabile. Sono diventati proverbiali i suoi scontri e le sue citazioni in giudizio. Suonano quindi un po’ come un dispetto i necrologi che lo presentano fin dai titoli come “Sci-Fi Writer” (Dragan, 2018), “Legend of Science Fiction” (Koseluk, 2018) o “Science Fiction Writer” (Sandomir, 2018), essendo nota da tempo la sua avversione alle etichette.
Con le sue storie Ellison ha spaziato a tutto campo nei territori dell’immaginario, dalla fantascienza al weird, passando per il fantasy e l’horror, la crime fiction e la letteratura erotica, senza risparmiarsi quello che potremmo chiamare senza troppi giri di parole mainstream: la sua pretesa di essere riconosciuto come scrittore tout court, ribadita in diverse occasioni, era più che giustificata dalla versatilità e dall’innegabile valore letterario della sua scrittura. Anche per questo in un’epoca in cui l’etichetta di “speculative fiction” viene appiccicata un po’ dappertutto, forse pochi l’avrebbero meritata più di lui.

La vita di Harlan Ellison si mischia spesso con l’alone di leggenda che ammantava il personaggio, con il risultato di rendere pressoché indistinguibili i fatti dalle invenzioni. Scappato di casa innumerevoli volte da bambino, bullizzato dai compagni di scuola, Ellison fondò nel 1949 il Cleveland Science Fiction Club. Si cimentò in diversi lavori: pescatore di tonni in Texas, bracciante in Louisiana, trasportatore di nitroglicerina in North Carolina, venditore porta a porta, libraio, nonché attore presso la compagnia teatrale della sua città.
Tra il 1951 e il 1953 frequentò per diciotto mesi la Ohio State University, prima di essere espulso per aver preso a pugni un professore che si era rifiutato di riconoscere il suo talento di scrittore: per i successivi vent’anni o giù di lì, Ellison gli avrebbe fatto recapitare una copia di ogni suo lavoro dato alle stampe.
Nel 1955 si trasferì a New York, andando a vivere nella stessa pensione in cui alloggiava anche Robert Silverberg: accomunati dalla passione per la fantascienza, i due strinsero amicizia e Silverberg chiamò con il suo nome uno dei personaggi del suo romanzo d’esordio, il juvenile Revolt on Alpha C uscito proprio quell’anno (cfr. Silverberg, 1960). Nei successivi due anni Ellison pubblicò un centinaio tra articoli e racconti. Intenzionato a fare ricerca sul campo per una storia sulle gang di strada, si unì anche alla banda dei Barons di Brooklyn: l’esperienza gli servirà da ispirazione per Web of the City, il suo romanzo d’esordio, pubblicato inizialmente con il titolo di Rumble nel 1958.
Tra il 1957 e il 1959 prestò servizio nell’esercito, dopodiché si trasferì a Chicago dove lavorò come giornalista nella redazione di Rogue, rivista per uomini concorrente di Playboy, che poteva vantare numerosi autori di fantascienza (Alfred Bester, Damon Knight, Robert Bloch, Fredric Brown) tra le file dei suoi collaboratori, insieme a firme del calibro di Graham Greene e Hunter S. Thompson. Spostatosi a Los Angeles, nel 1962 Ellison fu assunto dalla Disney e riuscì a farsi licenziare il primo giorno di lavoro, quando Roy Disney in persona lo sentì scherzare sui suoi progetti di realizzare prima o poi un film porno su un’orgia tra i personaggi della compagnia.

Recensione a Lo sfasciacarrozze di Alessandro Pedretta, di Luca Falorni | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Riceviamo il parere di Luca Falorni sul romanzo Lo sfasciacarrozze di Alessandro Pedretta. Falorni è un videomaker livornese che ha documentato l’underground dei ’90 di Milano e Livorno; i suoi progetti ruotano intorno alla casa di produzione Ant Perk Produzioni; questa è la sua interpretazione del romanzo:

Premetto a questa breve recensione Il fatto che non sono un lettore di questo particolare genere di fantascienza, e in generale lo sono poco della SF contemporanea italiana, quindi devo confessare di non saperne darne una definizione precisa; mi sono però imbattuto in questo smilzo libretto, in questa narrazione ai confini tra il racconto lungo e il romanzo breve che è difficile, per un testo di una settantina scarsa di pagine, mettere con certezza nell’uno o l’altro contenitore di genere.

Mi sono trovato subito in una comunanza di atmosfere riconoscibili con quelle di James Ballard, quell’enorme scrittore mai troppo lodato ieri e oggi ancor di più, dotato di preveggenza nei confronti di un mondo che somiglia sempre di più ai suoi romanzi più angoscianti, tanto più dopo questa pandemia che potrebbe essere il quinto capitolo di un possibile prolungamento della sua tetralogia degli elementi. L’ispirazione ballardiana è netta nella storia di presenze aliene mutanti nelle periferie di una grande città italiana (abbastanza chiaramente quella dove agisce l’autore stesso, cioè Milano), dove un presente distorto e sconvolto s’incontra con variopinti elementi di un futuro oramai assolutamente prossimo, se non già d’immediata attualità; l’immaginario ballardiano è così sfruttato da poter correre facilmente il rischio di dare il senso dell’abusato, ma questo rischio viene gagliardamente evitato nella maggiore delle occasioni dall’autore grazie a quello che, secondo me, è il pregio maggiore della storia narrata – storia di cui non anticiperò nulla all’eventuale lettore ancora ignorante del testo per non guastargli la meritata sorpresa – cioè la ricostruzione, realista e lisergica insieme, della realtà di un territorio delle nostre grandi città, rispetto alla quale di solito nella narrazione mainstream (sia letteraria che televisiva o cinematografica) finisce per prevalere con una serie di dimensioni stereotipate, soprattutto riguardo ai personaggi e alla archetipica scenografia dei luoghi.

Cosa che invece non accade in questo testo, perché quella periferia che è già viva nella nostra vita reale quotidiana, già quindi un elemento di futuro nel presente, viene descritta con ricchezza di particolari e stralunata attenzione soprattutto nei confronti della fauna multicolore che la popola. Una fauna multirazziale prevalentemente, ma non solo, emarginata e deviante, in cui però l’accento non viene posto soltanto sull’essere tale (emarginata socialmente), ma sulla costruzione di una dimensione assolutamente altra del vivere quotidiano, che parte da un presente diverso per giungere, con breve tratto, a un futuro drammaticamente vicino, ma terribilmente irraggiungibile e incomprensibile per l’uomo che siamo stati appena ieri.

Il futuro inizia, come in un romanzo appunto di Ballard, da piccoli inquietanti particolari che finiscono per mutare noi stessi che lo attraversiamo e tutto lo scenario in cui ci muoviamo; ma quando ce ne accorgiamo, quando il protagonista sperduto nel futuro di un mondo per lui lontano e vicinissimo insieme se ne accorge, è oramai troppo tardi e c’è qualcosa che cova e sta per schiudere il guscio che lo nasconde, così come covano le uova e le fattrici dello Sfasciacarrozze di Alessandro Kresta Pedretta.

La quarta

Al concetto di postumano è associato un senso di concreto, di ipertecnologico; e se invece fosse il fiorire di deliri, visioni e mancanza di punti di riferimento spaziotemporali?
L’alieno che sbuca da una dimensione inaspettata porta all’estremo il paradosso di una società che plasma la materia e la rende vivente: trova le differenze col nostro attuale mondo…

L’autore

Alessandro Pedretta nasce nel 1975 e cresce nella periferia milanese. Operaio, poeta e narratore. Si alimenta fin da giovanissimo di filosofie controculturali, di letteratura underground, di autori della beat generation e del cyberpunk, dei grandi scrittori russi, inframezzando la poesia di Ungaretti, Rimbaud, Campana ai cut-up di William Burroughs, l’immaginario di Ballard e la disintegrazione sintattica di Céline.
Tra le sue ultime pubblicazioni: il romanzo Golgota souvenir – apostrofi dal caos (Golena Edizioni, 2014), la silloge poetica Dio del cemento (Edizioni Leucotea, 2016), il romanzo breve illustrato È solo controllo (Augh! Edizioni, 2017).
Nell’ottobre del 2018 fonda con altri soggetti poco raccomandabili la rivista web di cultura estrema “La nuova carne” e viene pubblicato il libro Carnaio – antologia di narrativa novocarnista, un’antologia con il meglio della rivista.

La collana

Avatar è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata ai romanzi e grandi capolavori prettamente italiani del Fantastico e della SF, opere contraddistinte dalla cura meticolosa dei testi e dalle ampie visioni autoriali. Il logo della collana sintetizza perfettamente il circolo del tempo, delle conoscenze, degli eventi nascosti; l’iperbole del Fantastico per spiccare il volo nella fantasia più sfrenata e meravigliosa.

Alessandro Pedretta | Lo sfasciacarrozze
Copertina di 3quarks

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 148 – € 3.95 — ISBN 978-88-32179-17-0

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