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Archivio per Recensioni

Le mini recensioni di Horror Magazine – L’anno delle volpi


Su HorrorMagazine una piccola recensione a L’anno delle volpi, di Cristiano Demicheli, recentemente uscito per i tipi Hypnos; un estratto:

Chi già aveva apprezzato Cronache dalla Val Lemuria troverà in questo nuovo capitolo un’atmosfera ancora più intima e rurale, molto lontana dall’horror classico, ma anche dal weird. Demicheli mette in scena un fantastico trasfigurato in una dimensione quotidiana, a tratti onirica, tanto da rendere la sua Val Lemuria un luogo – forse a tratti un po’ inquietante e popolato da leggende macabre e paurose – a noi molto familiare.
La tradizione a cui fa riferimento Demicheli è sicuramente più vicina a scrittori italiani come Tommaso Landolfi, Achille Campanile e Giovannino Guareschi che non a quella anglosassone e nordamericana in particolare. Il romanzo è diviso in dodici capitoli, uno per ogni mese dell’anno. Trascorriamo così un anno in compagnia di una serie di personaggi a cui diventa difficile non affezionarsi, non sentirli vicini.
Non c’è una trama vera e propria ma una serie di avvenimenti in cui si alternano momenti di vita prosaica e banale ad altri in cui la leggenda penetra nella scorza del reale per mezzo di creature mitiche e spaventose o più semplicemente attraverso antiche superstizioni (un po’ alla Dino Buzzati o alla Montague Rhodes James). Non mancano inoltre i riferimenti anche alla nostra storia, in particolare al periodo del fascismo.

L’anno delle volpi è una lettura piacevole anche grazie allo stile particolare di Demicheli che spesso usa anche una terminologia dialettale, non sempre facile da comprendere, conducendoci per mano a visitare la Val Lemuria.

ABEditore presenta “Il Gioiello dalle Sette Stelle” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine una recensione a un romanzo che lessi decadi fa, che mi lasciò l’amare in bocca proprio per le ultime due pagine; ora so perché: Il Gioiello dalle Sette Stelle, di Bram Stoker, riproposto ora da ABEditore.

Il signor Trewlany viene misteriosamente aggredito nel suo studio e cade in una strana catalessi di cui non si comprendono le cause. L’avvocato Malcolm Ross, la figlia Margaret, il medico di famiglia e un detective di Scotland Yard si adoperano fin da subito per capire cosa sia accaduto e ben presto scoprono che vi è una connessione tra quanto sta accadendo e la professione di egittologo della vittima. Tra diari di viaggio e resoconti dal passato, Ross scopre che Trewlany e un collega hanno dedicato gran parte della loro carriera a indagare sulla tomba e sulla figura della regina Tera, una sovrana egizia probabilmente dedita alle arti magiche. Dopo quattro giorni di sonno, l’egittologo si risveglia e rivela di voler mettere in atto un “grande esperimento” per ricongiungere lo spirito della regina con il suo corpo, conservato in un sarcofago a casa Trewlany. Durante lo svolgimento del rituale, però, qualcosa va storto…

È proprio il finale la particolarità del romanzo di Stoker: quando Il gioiello dalle sette stelle venne pubblicato per la prima volta nel 1903, l’epilogo proposto dall’autore irlandese, aperto e drammatico, aveva sconcertato e deluso i lettori portando a uno scarso gradimento dell’opera. Nel 1912 uscì poi una seconda versione del romanzo, che presenta un finale alternativo scritto da Stoker a seguito delle forti pressioni del suo editore. In questa edizione la storia si conclude con un lieto fine. ABEditore propone una nuova edizione dell’opera, che dà la possibilità al lettore di scoprire entrambe le versioni dello scritto di Bram Stoker.

Le mini recensioni di Horror Magazine – Notte di nozze | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la piccola recensione a Notte di nozze, di Marco Spelgatti, edito da Edizioni Hypnos; un estratto:

Si racconta L’Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft dal punto di vista del personaggio Lavinia Whateley. Spelgatti non vuole certo imitare o fare il verso al buon HPL, anzi se ne allontana e scava nei sentimenti, rimesta nella rabbia e nella tristezza e nelle speranze tirando fuori tutto quanto di non detto c’è in Lovecraft. Perché sono le cose taciute che creano aspettativa e sciupano il presente. E così Lavinia ci racconta com’è essere diversi e soli, cosa vuol dire non essere abbastanza per gli altri, quello che si prova a non avere posto in nessun luogo e in nessun tempo. Ma allo stesso tempo racconta che è possibile bastare a se stessi e che la vita risiede anche nel compromesso. Con Notte di nozze, Marco Spelgatti ci racconta una storia che da conosciuta si fa inedita con uno linguaggio che è carezza e furia. 

È stato tutto inutile? Il valore delle battaglie perse in Valerio Evangelisti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine continua l’onda lunga del ricordo di Valerio Evangelisti con un articolo che è, in realtà, un’esegesi della sua opera; vi lascio ad alcune righe esemplificative, che amplificano la portata del suo pensiero, attuale come non mai.

Nella poetica di Valerio Evangelisti i finali hanno un impatto estetico folgorante, ma anche un profondo significato politico: «Molti miei romanzi – dice in un’intervista – finiscono con una battaglia perduta che però vale pena di essere combattuta, perché già la battaglia è liberazione». Non si tratta di retorica del bel gesto che salva l’onore dei giusti dal fango della sconfitta, perché la narrazione delle avventure intraprese è capace di costituire una mitologia e un immaginario che possono risorgere nelle lotte future.
In “Sepultura”, uno dei quattro racconti della raccolta Metallo urlante (Einaudi, 1998), gli ultimi rappresentanti di una popolazione originaria brasiliana sono immersi fino alle ginocchia nell’ectoplasma, una sostanza organica che si fonde con le loro gambe impedendone il movimento. Questi prigionieri, tuttavia, utilizzano creativamente un altro composto chiamato squaglio, normalmente impiegato per le torture. Grazie a questo stratagemma entrano in simbiosi con l’ectoplasma ed evocano uno spirito appartenuto alla loro tribù morta suicida per protestare contro la distruzione della foresta amazzonica.

“Olavo vide il getto di colla erompere da Sepultura, come un pitone affamato e gigantesco avido di preda. Sotto l’urto, le pareti del carcere si sgretolarono, incise in tutta la loro ampiezza da fessure profonde”.

Le suggestioni sono molte. Lo squaglio, nella sua logica bifronte, può esser paragonato all’immaginario che in mani diverse è arma di dominio oppure di liberazione. L’ectoplasma, a sua volta, è la composizione di classe che può essere, in situazioni diverse, immobilizzante, oppure mobilitante. Infine lo spirito ancestrale simbolizza la memoria mitologica dei passati cicli di lotta.

“Il Babalaò si versò in gola un nuovo sorso di pemba. – Oshumare stanotte è scatenato, – mormorò con voce arrochita dall’alcol. – Nessuno lo potrà fermare.
Olavo alzò le spalle. – Sciocchezze. All’aria aperta la colla tornerà a solidificarsi. Vedi? Ha già smesso di fluire.
Il vecchio scrutò il buio rimpicciolendo gli occhi. – Vuoi dire che è stato tutto inutile? – chiese dopo un poco, tossicchiando piano.
– Inutile? No. Almeno abbiamo un carcere in meno -. Olavo si avviò alla porta. Mentre spalancava il battente tornò a girarsi verso il Babalaò. – Ti sembra poco?”.

Una struttura analoga è presente in Black flag (Einaudi, 2002). A tal proposito Fabio Ciabatti rileva che «l’arma utilizzata da Sheryl per sparare contro le mostruose forze dell’esercito statunitense è una vecchissima colt a tamburo dalla canna brunita molto lunga, curiosamente caricata a palle argentate, raccolta un attimo prima dalle mani di un giovane panamense ferito a morte che indossava una maglietta insanguinata con la scritta “Battallon de la dignidad”. Evangelisti non ce lo dice esplicitamente ma è chiaro che è la pistola di Pantera, passata di mano in mano per generazioni di resistenti! C’è dunque un filo rosso che unisce le lotte degli oppressi del passato e del presente. Un futuro possibile che è stato sconfitto nel passato può risorgere trasfigurato nel presente.»
Se questo avviene è grazie all’immaginario e alla narrazione che lo tramanda di generazione in generazione in un gioco di conservazione e trasformazione. Ecco perché la resistenza di fronte al mostro più orrendo non è mai inutile: «Se la causa è giusta, le battaglie perdute sono le più belle» dice un’adolescente irlandese a Pantera prima che entrambi si lancino contro le fila nemiche per ritardarne l’attacco e permettere ai rivoltosi di mettersi in salvo. È il finale del fantawestern Antracite (Mondadori, 2003) e siamo ai tempi della Comune di Saint Louis del 1877.

“Il cavallo accelerò l’andatura, tutto piegato in avanti. I soldati guardarono attoniti i folli che si gettavano contro di loro. Parevano non sapere che fare.
In quel momento Kate gridò, con la sua voce limpida: «Viva i Mollies! Viva l’Irlanda!»
Il sorriso di Pantera si allargò. Sollevò la pistola e sparò un colpo verso le mitragliatrici. Poi un altro. Poi vuotò l’intero caricatore”.

Il reale non è razionale ma piuttosto paradossale – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi un lungo post di Roberto Paura che analizza la filosofia di Francesco D’Isa – tra i primi sostenitori del nascente connettivismo di allora – che risente di buddismo, di Carlo Rovelli, di Fisica quantistica e concetto del reale. Un estratto:

Con L’assurda evidenza, D’Isa riparte dai temi del suo romanzo La stanza di Thérèse (2017), nel quale, assumendo i panni dell’eroina eponima volontariamente rinchiusasi in una stanza d’albergo per mettere ordine nel suo caos mentale e comunicando con la sorella solo attraverso lettere, affrontava i paradossi dell’infinito. Nulla di più facile, per la ragione umana, che smarrirsi di fronte al concetto di infinito: “Una volta pensata la domanda, non c’è via di ritorno”, scriveva Thérèse/D’Isa. Il riferimento principale di quel libro erano gli studi del matematico Georg Cantor, che aveva reso pensabile l’infinito all’interno della matematica attraverso l’invenzione dei numeri transfiniti, inizialmente poco apprezzati dai suoi colleghi ma poi rivelatisi fondamentali per la teoria degli insiemi sulle cui basi è stata costruita la matematica del XX secolo, insieme alla logica e a una parte preponderante della fisica teorica. In una lettera del 1884, Cantor specificava che le sue scoperte non riguardavano “l’assoluto, cioè l’assolutamente grande (sive Deus), il quale si determina da sé ma non può essere determinato da noi”, quanto piuttosto la possibilità che “ogni numero transfinito è passibile di un aumento” (Cantor, 2021). Indizio prezioso perché aiuta a comprendere il ragionamento di D’Isa/Thérèse: se l’assoluto, inteso come il Tutto infinito, si determina da sé, echeggiando la teologia negativa dello pseudo-Dionigi, mentre i numeri transfiniti hanno bisogno, per esistere, di essere determinati dal numero che li precede, ne consegue che ciò che esiste nel mondo dipenda dalle relazioni tra le cose, mentre il Tutto sfugge a questa proprietà.Fin qui Thérèse. Ma che questa conclusione fosse del tutto provvisoria lo si capiva bene nel romanzo, perché a sua volta l’idea di una comprensione relazionale del mondo produce tutta una serie di paradossi, a cui L’assurda evidenza si dedica con metodicità. Che le cose esistano come relazioni tra le cose fu la grande intuizione della Monadologia di Leibniz, a cui D’Isa si richiama; la sua riscoperta in anni recenti si deve ad alcuni importanti progressi sia nell’ambito della filosofia della fisica che in ontologia.
Nel primo caso sono stati il premio Nobel sir Roger Penrose, il filosofo Julian Barbour, e i fisici teorici Lee Smolin e Carlo Rovelli a rifondare la monadologia come presupposto per uno dei più promettenti approcci alla comprensione fisica della realtà ultima, la teoria della gravità quantistica a loop. Questa teoria è di tipo relazionale, vale a dire che nega l’esistenza di realtà fondamentali in assenza di relazioni tra i costituenti ultimi e di osservatori in grado di percepirli.

Nel secondo caso il richiamo è all’Ontologia Orientata agli Oggetti, teoria di cui lo stesso D’Isa si è occupato introducendo nel 2021 la traduzione italiana delle sintesi di Graham Harman Ontologia orientata agli oggetti. Una nuova teoria del tutto: se è impossibile conoscere la vera essenza delle cose, possiamo comunque conoscere l’aspetto sensuale delle cose, cioè il modo in cui ci appaiono ai sensi, e ciò rappresenta comunque un livello di conoscenza valido perché è l’unico che ha importanza per chi esperisce; per un essere umano, la comprensione del mondo in termini di colori, odori, sapori ha un significato anche se queste proprietà sono solo relative ai nostri sensi e non proprietà ultime.
Da queste premesse, secondo cui “se qualcosa esiste, è tale solo in virtù delle relazioni che ha con le altre cose”, D’Isa s’imbatte però in un paradosso. Una relazione implica differenza, vale a dire che una cosa esiste se è differente da un’altra, altrimenti varrebbe il principio degli indiscernibili proposto da Leibniz, secondo cui “se le monadi fossero prive di qualità sarebbero indistinguibili l’una dall’altra […] e uno stato di cose sarebbe indiscernibile dall’altro” (Leibniz, 2011). Tuttavia, se affinché qualcosa esista è necessario non essere qualunque altra cosa, ne deriva che qualcosa che non esiste deve necessariamente non essere diversa da qualunque altra cosa, altrimenti esisterebbe; ma se non è diversa da qualunque altra cosa, allora per il principio degli indiscernibili è comunque uguale a qualcosa e dunque esiste. D’Isa ne conclude che è impossibile che qualcosa non esista.

Lankenauta | Queste montagne bruciano


Su Lankenauta una recensione al romanzo Queste montagne bruciano di David Joy, che non mi aveva inizialmente incuriosito, poi sono stato attirato dalle parole melliflue usate nell’articolo e pian piano mi sono trovato avvolto nella tela usata dal recensore, finendone per restare affascinato, come se fossi stato posto davanti a una sirena. Vi lascio a un ampio stralcio della recensione:

Nel caso specifico poi il merito non sta soltanto nell’averci fatto conoscere uno scrittore validissimo ma nell’aver proposto un genere che, a quanto pare, dalle nostre parti non sembra mai aver avuto una particolare diffusione: il “country noir”, detto anche black country oppure thriller rurale; ovvero vicende, pur sempre incentrate su un’indagine del lato oscuro dell’uomo e della società mettendone a nudo la corruzione e il degrado, ma questa volta ambientate in territori remoti o ai margini dimenticati della cosiddetta globalizzazione. Esattamente le condizioni nelle quali si trovano i protagonisti del romanzo, alle prese con il territorio occidentale della Carolina del Nord, al confine con il Tennessee, nel mezzo delle le aree tribali degli indiani Cherokee, delle loro montagne e dei loro secolari boschi, perennemente devastati da incendi. In questo contesto, bellissimo e disagiato nel contempo, vivono l’attempato e disincantato Raymond Mathis, vedovo e padre di un giovane tossico; Danny Rattler, un altro tossico di etnia cherokee, perennemente a caccia di una dose, grazie alle sue abilità di ladruncolo; gli agenti della DEA Ron Holland, il capo, e Rodriguez nelle vesti di infiltrato, che tentano fino all’ultimo di arrivare al pesce grosso del traffico di stupefacenti. La morte per overdose di Ricky, il figlio di Raymond, scatenerà una vendetta feroce contro gli spacciatori che, come effetto collaterale, cambierà nettamente sia la vita di Rattler, sia le indagini di Holland e Rodriguez. È proprio dal momento in cui Ray Mathis, grazie alla sua capacità nel percorrere di notte le foreste e grazie a un compagno esperto di esplosivi, si sarà vendicato facendo esplodere i rifugi degli spacciatori che si generano tutti gli eventi che potremmo definire più propriamente “noir” e che porteranno alla sorprendente scoperta del responsabile del narcotraffico. Ma al di là della vicenda poliziesca, che pure prende l’avvio dopo diverse pagine, l’aspetto più interessante del romanzo, e che più coinvolge, è il racconto, sempre con in primo piano i sentimenti dei protagonisti, della corruzione morale che ha portato un popolo e il suo ambiente allo sfascio: “Cherokee era un’altra città adesso. Il casinò aveva cambiato tutto […] Era in corso un rinascimento, cosa che avrebbe dovuto riempire Denny di orgoglio, invece gli dava un senso di vuoto e di vergogna. Lui era quello contro cui i forestieri puntavano il dito, l’indiano ubriacone, l’indiano tossicodipendente che accettava solo l’assegno della tribù da spararsi in vena. Nella sua mente, sentiva ancora il suono del tamburo, vedeva ancora suo zio che danzava a torso nudo tutto sudato nell’aria umida odorosa di caprifoglio, e desiderava tanto poter tornare indietro” (pp.241).

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Black Flag, speranza e distopia. Ricordando la meraviglia del primo incontro con Valerio Evangelisti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un ricordo appassionato di Valerio Evangelisti e della sua pars politica, che poi è parte dell’intero olografico che lui ci ha raccontato in trent’anni di attivismo psichico e socioeconomico. Un estratto:

Quando il mio ricordo va a Valerio Evangelisti la prima immagine che mi viene in mente è quella di un grande narratore, di una persona capace di raccontare storie meravigliose. Storie che non avevano una conclusione definitiva, ma che potevano ricominciare sempre, continuare all’infinito perché avevano un carattere aperto e multilineare. Storie pensate per costituire una sorta di memoria collettiva degli oppressi e degli sfruttati e per consentire loro di riappropriarsi delle proprie passate gesta, cancellate dalla storia scritta dai vincitori. Insomma, nel mio ricordo Valerio più che apparire come uno scrittore in senso stretto assomiglia un po’ al narratore di cui ci parla Walter Benjamin.
Sono ben consapevole che questo paragone ha dei limiti. A cominciare dal fatto che raramente i suoi romanzi hanno per protagonista l’uomo giusto e semplice di cui ci parla il filosofo berlinese. È più frequente che il motore della narrazione proceda dal “lato cattivo della storia”. Basti pensare al suo personaggio più famoso, l’inquisitore Nicolas Eymerich. I suoi racconti, in questo modo, sono in grado di dissezionare i fondamenti antropologici, ideologici, psicologici del potere, mettendosi dalla parte del potere stesso. È poi ovvio che il suo mezzo espressivo principale era il racconto scritto e non quello orale, per quanto sia anche vero che, sentendolo parlare con il suo tono di voce basso e leggermente cantilenante, non si poteva non rimanere affascinati dalla sua capacità affabulatoria e dalla sua sottile ironia.
Rimane il fatto che Valerio non si accontentava di cristallizzare in forma letteraria l’insanabile scissione tra significato e vita, come accade al romanziere tipo benjaminiano. I suoi racconti, come quelli del narratore descritto dal filosofo berlinese, hanno un orientamento pratico anche se di natura peculiare. Hanno una finalità eminentemente politica, fanno cioè parte della sua battaglia per contendere palmo a palmo territori dell’immaginario alle potenze mitiche al soldo delle classi dominanti. Pur non avendo assolutamente nulla di didascalico, le sue storie hanno una morale. Si prenda come esempio la conclusione, tragica e al tempo stesso priva di rassegnazione, di Black Flag.

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Culture e pratiche di sorveglianza. Leviatano 4.0 e società onlife della prestazione – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la disamina sempre accurata di Gioacchino Toni al testo Leviatano 4.0. Politica delle nuove tecnologie, di Mirko Daniel Garasic, sulle metodologie di controllo che normalmente passano come miglioramenti della vita quotidiana, dove IA e digitalizzazioni s’intrecciano in un infernale strumento di controllo individuale e quindi sociale. Un estratto:

Accolte come possibilità di estrema valorizzazione dell’autonomia e delle opportunità degli individui, capaci di aprire loro inedite possibilità di interfacciarsi con contesti, realtà, paesi e individualità altre, a distanza di tempo gli entusiasmi per queste trasformazioni digitali sembrano essersi sgonfiati di fronte al manifestarsi di una crescente perdita di ciò a cui si guardava come direttamente rappresentativo della libertà e dell’autonomia dell’individuo. Se tale “cambio di umore” nei confronti della rivoluzione digitale è percepibile tra gli studiosi, non si può forse dire che qualcosa di analogo accada a livello diffuso o che, perlomeno sin qua, sia adeguatamente percepita e problematizzata la portata della trasformazione in atto.
L’obiettivo che si pone l’analisi di Garasic è quello di «integrare gradualmente l’analisi della tecnologia in maniera “neutra”, incentrata quindi su valutazioni oggettive di impatto e uso delle stesse, con la presa di coscienza di come questi cambiamenti sistematici abbiano finito per modificare il modo di relazionarsi con gli altri (la polis) e con sé stessi» (p. 26).
Dopo aver velocemente passato in rassegna le ideologie classiche a cui fa o ha fatto riferimento la politica moderna, compresa la più recente, lo studioso approfondisce il ruolo che algoritmi, tecnologie ed applicazioni quali robot, droni, 5G, Internet of Things, Blockchain, ecc., hanno ed avranno non solo sulle dinamiche lavorative e politiche, ma anche a livello etico e antropologico. Garasic si sofferma, come esempio, sull’estensione , in piena emergenza pandemica, del “raggio d’azione” della app Dreamlab di Vodafone, sino ad allora utilizzata per raccogliere dati durante il sonno dei clienti affetti da cancro (che ne avevano dato i consenso) utili, se combinati con altri parametri comportamentali (stile di vita, sedentarietà, abitudini alimentari) alla ricerca scientifica. Il rapido “riciclo” di una app, come questa, pianificata per raccogliere informazioni riguardanti individui in condizione di malattia al fine di verificare l’incidenza di certi comportamenti su di essa ad uno scopo di tipo “preventivo” – il diffondersi di un virus non ancora contratto – non può che sollevare numerose perplessità.

“Volggliamo davvero consentire a qualsiasi azienda di iniziare a raccoglier i nostri dati solo perché potrebbero potarci a dei risultati utili in futuro? Che dire di tutti quei dati che le aziendale private raccolgono e utilizzano per il loro profitto? Non prestare attenzione a questa distanza inquietante tra ciò che già sappiamo e ciò che speriamo di trovare, potrebbe rendere il nostro consenso informato limitato sin dalla sua genesi. […] L’intento generale di Dreamlab e di altri progetti simili pare nobile da un certo punto di vista, ma, alla luce del fato che questa iniziativa è portata avanti da una società privata che si basa anche su studi di neuromarketing che hanno come obiettivo principale quello di scoprire le debolezze del consumatore, alcuni dubbi sull’obiettivo non svelato dell’esperimento (perché di questo si tratta) rimangono (p. 81)”.

A essere affrontate dal volume sono anche le cosiddette città intelligenti, a proposito delle quali l’autore mette in risalto come a fronte di una presentazione entusiastica che le vuole esempi virtuosi di ecologismo e, persino, di democrazia diretta, si diano, però, non poche preoccupazioni a proposito dell’annientamento della privacy, di un crescente divario digitale che rischia di condurre a far vivere la cittadinanza in maniera completamente differente e di discriminazioni derivanti dalla non neutralità della tecnologia. In particolare nel volume si prendono in esame, oltre al “sistema di credito sociale di stato” cinese, di cui i media occidentali hanno dato conto – più in funzione propagandistica che di reale denuncia di un meccanismo che in realtà si sta diffondendo anche tra gli autoproclamati “esportatori di democrazia” –, anche sistemi utilizzati da piattaforme come Alibaba che con il suo Sesame Credit struttura un sistema di “moralizzazione dei consumi” premiante permettendo, per esempio, i clienti che acquistano con regolarità attrezzature sportive per tenersi in forma, con “crediti” vantaggiosi nel noleggio di automobili, nella prenotazione di alberghi e persino di ascesso privilegiato negli ospedali. «Per esempio in Giappone l’assicurazione sanitaria nazionale richiede alle persone di vedere uno specialista se il girovita supera determinati parametri mentre il punteggio della Fair Isaac Coroporation (FICO) con sede negli Stati uniti fornisce analisi di credit score (che permette l’accesso o meno a mutui, prestiti, e altro) a tantissimi paesi occidentali» (p. 96).

Piero Scanziani, “Entronauti” | The Omega Outpost


Sul blog di Oedipa_Drake la recensione a Entronauti, di Piero Scanziani, un libro che non conoscevo ma che mi ha aperto conferme sulla mia visione del mondo. Vi lascio ad alcune note della recensione:

Il protagonista, l’autore stesso, è un giornalista, a cui il suo caporedattore chiede con insistenza un pezzo sull’India, che viene accordato a patto di poter andare a New York – meta che è solo la prima tappa di un premeditato, lungo viaggio di ricerca.
L’itinerario si snoda tra Occidente e Oriente, passando per Stati Uniti, Francia, Grecia, India, Londra, Cina, Giappone, India e infine verso il Monte Athos: lunghe ore di volo, decine di personaggi incrociati, tutti che come il tassello di un imponente mosaico, lo accompagna verso la meta, la ricerca di una risposta sulla vita e sulla morte.

“Dediti alle sole scienze profane, abbiamo obliato i circuiti mentali che appartenevano alle scienze sacre. Senza introspettive, ma l’introspezione è anch’essa rigorosamente sperimentale. Il sacro esiste e se l’uomo non lo vive, impallidisce, anemico e sconsolato.”

Il protagonista intraprende una vera e propria enquête di classica memoria alla ricerca dei più grandi saggi di tutto il mondo, trovandone di ogni genere, con stili di vita completamente differenti, ma ciascuno aggiungerà un pezzetto prezioso alle riflessioni dell’autore, al suo evolversi interiore, al suo confrontare le diverse culture, il diverso modo di approcciarsi alla spiritualità e, soprattutto in questo, il grande divario tra Oriente e Occidente, ove lo spirito ormai sembra cosa morta, trascurabile. Ogni nuova meta non porta conversioni, ma nuove domande. Non c’è tensione ultraterrena, anzi, c’è tutto l’uomo con le sue pulsioni umane, il suo grido interiore che anela pace, un senso definitivo.
L’ultima tappa è la scalata del monte Athos, ove incontra Nicodemo, che vive in una cella a strapiombo sul mare raggiungibile con una pericolante carrucola, depositario forse della rivelazione ultima.

“Gli domando:
‘Aspetti la morte?’
‘La morte? La morte non c’è’. […]
Alzo lo sguardo verso una stella. Forse anch’essa è morta, da milioni di anni. Ma la sua luce no, cammina eternamente nello spazio e il nostro occhio l’incontra, viva. La stella non è morta e nulla muore: ciò che muore, cade nella vita.”

Malqvist di Thanatolia | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Malqvist di Thanatolia, di Alessandro Forlani, raccolta di racconti che s’incastona nel metamondo di Thanatolia, luogo di morte e di poca vita nato dalla fervida mente di Forlani. Un estratto dalla recensione:

Thanatolia è un posto orrendo, poco soleggiato e popolato da personaggi quasi mai amichevoli. Un continente che è uno sterminato luogo di sepoltura dove rimane poco spazio per i vivi. Tutto è sepolto, tutto è magico, molto è morto anche se spesso non lo rimane a lungo. E in questo mondo i tombaroli potrebbero fare buoni affari, se ad ostacolarli non ci fossero schiere di negromanti, a volte dalle discutibili abitudini sessuali. Ed è a Thanatolia che abita Malqvist, il tombarolo protagonista degli otto racconti qui raccolti. Lui però sembra trovarcisi piuttosto bene! Perché certo il suo è un lavoro duro, ma ha sempre l’opportunità di fare la conoscenza di persone a dir poco interessanti.

Il libro è un piccolo capolavoro. Una lettura leggera e caustica, intensa e canzonatoria. E probabilmente ciò che rende unici questi racconti è il suo protagonista, di cui è davvero semplice innamorarsi. Un personaggio talmente complesso e contraddittorio da apparire reale. Malqvist è un debosciato, a tratti indolente, è avido, ma è uno zotico che sa distinguere il bene dal male e sa quando fare la cosa giusta. Certo, può capitare che la faccia molto di malumore.

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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