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Stranimondi al cubo, i numeri di un successo | Fantascienza.com


StraniMondi, la manifestazione del Fantastico che si tiene in ottobre a Milano, è appena passata e a parte il sentirsi spossati e frastornati dalle tante persone, eventi e suggestioni che si sono succeduti, affiora ora un mood di estremo piacere, di sensazioni positive e costruttive, di riflessioni che generano a loro volta valanghe e masse critiche di considerazioni e nuovi teoremi, una crescita cognitiva che equivale a mesi soggettivi di solitarie elucubrazioni. Senza contare l’enorme fratellanza che si genera, una sorta di eggregore che lascia senza fiato, tanta la sua bellezza.

Per conto di Kipple e Connettivismo devo aggiungere che il bilancio è stellare: un panel per la presentazione di Nuove Eterotopie, l’antologia best of del Movimento che ha visto come padrino d’eccezione e magistrale autore Bruce Sterling, intervenuto a StraniMondi per compiere una larga circonvoluzione sul gruppo connettivo e sulle sue idee, raffrontandole con ciò che lui conosce bene del Cyberpunk; e poi il successivo panel di presentazione del Premio Kipple vinto da Franci Conforti, e del fresco Premio ShortKipple vinto da Giovanna Repetto, ha rappresentato un ennesimo alto momento della manifestazione. In ogni occasione della due giorni, comunque, le sale erano gremite e noi siamo stati ben felici di dire la nostra con tutta l’anima e sincerità che possediamo a una platea vasta, attenta, competente, bellissima, che magari si soffermava allo stand Kipple.

Vi lascio qui sotto alle note di Silvio Sosio, coorganizzatore dell’evento ed eccellente padrone di casa, amico, instancabile focal point, mente e gentilezza insieme a un’altra serie di considerazioni positive che lo riguardano; all’anno prossimo, quindi, e grazie per ogni cosa.

Stranimondi è un piccolo miracolo per questo settore che negli ultimi due decenni sembrava destinato a non riuscire più a raccogliere grandi numeri di persone. Non vorremmo apparire troppo autocelebrativi, attitudine che non è nelle nostre corde, ma davvero l’entusiasmo che ha infiammato la manifestazione è stato incredibile.

E la crescita, di edizione in edizione, è costante. Stranimondi 3 ha registrato un’affluenza di circa il 25% superiore a quella della seconda edizione, con 857 visitatori registrati, e un numero di visite sui due giorni stimabile, col massimo della prudenza e basandosi sui biglietti venduti per i due giorni e sulle persone fisse alla manifestazione, certamente superiore a quota 1200.

Anche il clima ha aiutato: perché se l’anno scorso ha piovuto entrambi i giorni, quest’anno il bel tempo ha incoraggiato molti a sfruttare il giardino della struttura, e questo fatto, unito all’allargamento con una sala ulteriore, ha permesso di evitare la calca eccessiva che era stata sperimentata nel 2016.

Eccellente la partecipazione ai programmi incontri e presentazioni, con le sale quasi sempre piene (con qualche eccezione dovuta all’inevitabile sovrapposizione con eventi molto attesi nell’altra sala).

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I paesaggi interiori di Algernon Blackwood – Il blog di Andrea Scarabelli


Sul blog di Andrea Scarabelli c’è una bella recensione a La valle perduta, il secondo racconto di Algernon Blackwood recuperato dall’oblio in queste settimane ultime settimane (l’altro è qui).
Cos’ha di speciale quest’autore misconosciuto nelle italiche terre? Vi incollo alcuni passaggi del recensore, tanto per farvi capire la grandezza e la lungimiranza dell’interpretazione weird blackwoodiana.

Un’atmosfera che emerge anche in questo racconto, apparso nell’omonima raccolta The Lost Valley (1910) e pubblicato per la prima volta in italiano nella traduzione di Annalisa Roffinengo, declinandosi nel fascino spettrale dei luoghi, in un singolare accordo tra geografia esteriore e geografia interiore. Un aspetto che Blackwood, come nota Pietro Guarriello nella sua introduzione, sperimentava in prima persona prima di mettersi a scrivere, lasciandosi catturare da quelle geografie ben prima di imprimerle su carta. La scelta di inserire in appendice il saggio La psicologia dei luoghi si muove proprio in quest’ottica. Perché è il genius loci, vero protagonista di questo racconto intenso e struggente, a stagliarsi dietro due gemelli, identici in tutto e per tutto, che compiono un’escursione sulle Alpi, imbattendosi in una leggendaria quanto sinistra Valle Perduta, «dove gli spiriti dei suicidi, o di chi è morto di morte violenta, trovano la pace eterna, quella pace che è negata loro in tutte le altre religioni». Un luogo antichissimo e misterioso che finirà per intrecciare ulteriormente i loro destini: un’amara riflessione sul senso della vita e del tempo, ma anche un messaggio di speranza rivolto a chi crede che il senso delle cose non è solamente materiale, e che il segreto di un istante può schiudersi solo nell’Eterno.

È un percorso tortuoso e ricco di salti dimensionali a spingere i protagonisti in un viaggio che, partendo da contrade note, si conclude nei recessi della loro anima, un cammino che dal finito si inabissa nell’aldilà e nell’eternità. I due gemelli, insomma, finiscono per sollevare il velo di Maya, andando oltre l’apparenza delle cose: non hanno parole per descrivere quest’esperienza, ma è ovviamente un trucchetto di Blackwood, la cui penna restituisce appieno il senso del transito, in pagine auree ed affilate. Qualche esempio?

«La profondità della valle si apriva come un’inquietante ombra sotto i suoi piedi; si snodava morbida e scura, in contrasto con la luce del sole. Dalla massa boschiva si levava solo un unico mormorio, come il brusio delle voci che aveva sentito in sogno, pensò. Il fruscio dei singoli alberi si fondeva in un unico suono. Una pace, antica e profonda, risiedeva in quella valle, e il suo bisbiglio gli addolciva lo spirito».

Oppure:

«La tristezza dell’autunno era presente tutta intorno a lui, e la solitudine di quella valle nascosta gli parlava della malinconia di ciò che muore – le primavere che finiscono, le estati insoddisfatte, le cose incomplete e che non appagano. Pensò che quella valle non avesse mai conosciuto presenza umana».

Blade Runner 2049 | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com una bella recensione, a opera di Giovanni De Matteo, del film Blade Runner 2049. Devo andarci presto, devo vederlo subito… Un estratto:

Nei suoi 163 minuti Blade Runner 2049 regala così all’appassionato un’abbondanza di motivi per riprendere il filo di un discorso che per trentacinque anni non si è mai davvero spezzato. L’insieme fornisce un quadro organico e convincente, ma nelle singole parti la sinergia tra script, montaggio, scene e regia riesce a regalare attimi da brividi.

Memorabili sono la visita agli archivi della Tyrell Corporation scampati alla catastrofe e la progressiva presa di coscienza di K della vera natura dei suoi ricordi, per non dire dell’incontro tra Deckard e K in un casinò abbandonato, sulle note di Can’t Help Falling in Love suonate da un Elvis olografico.

Lo stesso discorso si applica anche alla fotografia di Deakins: sia che debba dare vita alla danza degli ologrammi per le strade di Los Angeles o riprodurre gli effetti della realtà aumentata, sia che venga chiamato a immortalare le gigantesche sculture dalle seducenti forme femminili abbandonate per le strade di Las Vegas, il maestro inglese ci regala campi lunghi di una perfezione pittorica. Istanti di pura, assoluta delizia per gli appassionati, che vedono gli sviluppi del film abbracciare anche due aspetti di grande interesse lasciati fuori da Blade Runner: il primo è il kipple, l’incontrollabile massa di rifiuti che era una delle intuizioni più geniali del romanzo di Dick, che viene qui trasfigurato nell’immensa discarica alle porte di Los Angeles che fa da sfondo a una delle tappe cruciali dell’indagine/regressione di K; l’altro è il movimento clandestino di liberazione dei replicanti, sottinteso nel film di Ridley Scott, una sorta di Underground Railway del futuro costruita per consentire ai replicanti di tornare sulla Terra e qui di costruirsi (o combattere per) una nuova vita.

En passant, è degno di nota il fatto che entrambi questi elementi comparivano nell’epocale videogioco omonimo sviluppato nel 1997 dai Westwood Studios.

Eymerich risorge | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a Eymerich Risorge, il nuovo lavoro di Valerio Evangelisti che riprende le redini del Magister. Un estratto della rece a cura di Emanuele “Manex” Manco:

Nicolas Eymerich è tornato. Una nuova minaccia rischia di travolgere la chiesa cattolica e c’è bisogno del vecchio cacciatore di eretici e della sua magia.
Il nemico si chiama Francesc Roma (si proprio senza la “o”, il personaggio come Eymerich è realmente esistito, e l’autore in appendice dà alcuni riferimenti bibliografici) e probabilmente sta attingendo a forze oscure per i suoi scopi. Nella sua missione Eymerich ritroverà vecchi amici e ne incontrerà di nuovi, se un uomo come lui può avere amici, visto che non mancherà ovviamente di farsi anche tanti nuovi nemici.
Alla trama storica come sempre s’intrecceranno altri piani temporali. Un futuro prossimo e un futuro remoto. Come è ricetta dei romanzi di Eymerich questi piani s’intrecceranno perché il tempo non è lineare come il nostro intuito vuole suggerirci. Passato, presente e futuro sono definizioni del tutto relative e un’azione compiuta in un tempo può avere conseguenze prima ancora che venga effettuata. È solo questione di punti di vista.
Ritroveremo quindi il professor Frullifer, uno scienziato tanto atipico quanto eretico agli occhi dei suo contemporanei e identificheremo nel futuro remotissimo una figura misteriosa chiamata Magister che non potremo non pensare collegata al protagonista.

Eymerich | Su L’INDICE Franco Pezzini recensisce EYMERICH RISORGE


Sul sito di Valerio Evangelisti viene segnalata la recensione al suo ultimo lavoro, Eymerich risorge. Magistrale, davvero…

La scelta narrativa di un antieroe spietato permette l’emergere, in opere di genere e “popolari” che in realtà grondano cultura, di una serie di riflessioni sottili sull’uso del potere e gli strumenti con cui viene conservato. Eymerich è caratterialmente aspro, del tutto privo di scrupoli in nome di ciò che identifica per bene della Chiesa, ma insieme coraggioso e intelligentissimo: ed è insomma maliziosamente naturale parteggiare per lui nei continui scontri con vilain che incarnano le più cieche maschere di brutalità e meschinità (o con “buoni” ingenui, insopportabili o idioti). D’altronde le sue avventure, alternanti episodi nel Trecento ad altri in epoche molto diverse e spesso in un futuro remoto (memore della migliore fantascienza), trattengono come sottotesto una serie più vasta di provocazioni: un vero e proprio unicum nel panorama italiano (e non solo, a giudicare dal successo estero) per latitudine di spunti e ricchezza della macchina per pensare. Nel romanzo precedente assistevamo alla morte di Eymerich, anche se già era evidente che il personaggio riusciva in qualche modo a proiettarsi nel futuro (i misteri da lui indagati tendono sempre a spiegarsi alla luce di eventi in altre epoche): ma un (anti)eroe tanto amato non è mai del tutto morto, e ora lo vediamo risorgere. Risorgere in più sensi, potremmo dire; e indagare su un personaggio che sta tentando di farlo, tra eventi allucinatori ed enigmatici, per minacciare la chiesa di Roma (al momento ad Avignone) attraverso un’alleanza di cristiani pauperisti nel segno di un’antica eresia. Il tragico amore di una giovanissima valdese con un disprezzato cagot (i paria della società medievale tra Francia e Spagna) e gli interventi coraggiosi di questo e di altri “ultimi” mostra con chi l’autore in realtà simpatizzi. Tra personaggi storici (il brutale e ostile collega Borrel, papa Gregorio XI, Gian Galeazzo Visconti, Caterina da Siena…) e vicende del futuro (con tanto di frammenti di un impagabile, gnostico Vangelo della Luna), un Eymerich invecchiato gioca il tutto per tutto: e, con nostra soddisfazione (forse un po’ equivoca, ma tant’è), ovviamente vince.

Strani giorni: Il porno chic di Isabella Santacroce


Sul blog di Ettore Fobo una recensione alla produzione similporno di Isabella Santacroce, argomento che mi accorgo essere affine a una mia prossima pubblicazione di sesso quantico. Ecco un estratto della valutazione:

“Luminal” di Isabella Santacroce è un esperimento di scrittura lisergica, è uno scavo nel malessere vagamente psicotico di due adolescenti, Dave e Demon, dedite a una forma di prostituzione che non esclude il piacere. Non sono condannate da un destino funesto ma intraprendono quest’attività con la foga di un’innocenza brutale. Se incarnano il ruolo di bambole – feticcio è solo per il loro piacere. Sembra un libro trasgressivo ma lo è ancora di più nella forma che nel contenuto. Si tratta di qualcosa a metà fra il flusso di coscienza, in cui alcune frasi ritornano ossessivamente, e il poema in prosa, non privo di un certo esibizionismo sterile, ma anche di un magnetismo animale che cattura, dove il sesso, giocato come una possessione dolorosa, è immagine di una vita forse alla deriva ma ricca di una strategia di splendore quasi divistico.

Le due diciottenni dedite alla lussuria come fosse un gioco sono, o si sentono, due star del sesso vissuto con nonchalance ma oscuramente. È, infatti, un mondo oscuro in cui la disperazione dilaga negli atteggiamenti dei clienti, nei comportamenti delle giovani prostitute ma non c’è all’opera il sentore di una punizione divina, manca il senso del peccato, per questo l’innocenza è diabolica ma non insana o viziosa. È il potere di una vulnerabilità magica, la scrittura ipnotica di Isabella Santacroce seduce a tratti, a tratti respinge con pose di affettazione eccessiva. Certe scene porno horror lasciano il tempo che trovano anche se contribuiscono ad alimentare questa atmosfera surreale e conturbante.

Gotica, dark, rococò, punk, trash, pop, porno chic; questa è una scrittura che cade nella carne come in un abisso. Perché sembra essere la pulsione di morte a trascinare questi corpi a fondersi. C’è il difetto di un maledettismo manierato e la sensazione che il testo non superi indenne la prova del tempo, parendo un po’ datato, legato a un’idea di trasgressione maledetta troppo rimasticata; fu pubblicato, infatti, per la prima volta nel 1998 da Feltrinelli. Le città raccontate nel testo, Zurigo, Amburgo e Berlino, sono luoghi vuoti, pretesti narrativi deboli, non vengono approfonditi gli scenari che rimangono sfondi simbolici, specie i locali dove le giovani vivono le loro perversioni.

RECENSIONI: DAVID GILMOUR – LIVE AT POMPEII – VERSIONE CINEMATOGRAFICA | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia la recensione a David Gilmour – Live at Pompeii. Tra poche ore vado a vedere, già vibro…

Il film inizia con un mini-documentario dalle prove a Brighton all’arrivo a Pompei, dove mostrano l’inizio dell’assolo di In Any Tongue nel soundcheck, altamente spettacolare, senza nessun pubblico.. Poi si inizia. Non farò un elenco delle sensazioni canzone per canzone ma vi basti sapere che le riprese di Gavin Elder sono altamente spettacolari e danno davvero la sensazione di assistere al concerto, una piccola consolazione per chi -come me- non ha potuto assistere dal vivo a questo evento, senza parlare della parte audio: sinceramente una pulizia del suono così l’ho sentita raramente, tutti gli strumenti sono facilmente riconoscibili, compreso il coro, e per la chitarra di Gilmour non ci sono parole: sembra che stia suonando davanti a me in presa diretta. Sono ancora sconvolto. Vorrei sapere che diavolo di microfono hanno usato per registrarla.. L’esecuzione è stata pressoché perfetta, nessuna sbavatura, e mi pare nessun ritocco evidente dal live originale se non in una strofa di “Rattle That Lock”, ma per la certezza assoluta bisogna parlare con chi al concerto ci è stato dal vivo. Un David molto concentrato sulla performance, spesso ad occhi chiusi in piena “trance” musicale e davvero commovente in “A Boat Lies Waiting” dove sembra cercare Rick nel cielo, senza parlare di Comfortably Numb, In Any Tongue, High Hopes.. La parte di assolo iniziale di “Shine On..” sembra presa direttamente dal disco originale, un suono che.. bo, non lo so descrivere. Insomma avrete capito che a me il concerto è piaciuto parecchio. L’effetto che mi ha fatto vedere Live At Pompeii sul grande schermo è incredibile, mi viene voglia di costruirmene uno tutto mio, le pareti del cinema in Sorrow quasi tremavano e il Dolby Dts ha funzionato alla grande anche se non in versione “Atmos”.

Quel cinema invisibile...

Cinema was made to reunite the Visible and the Invisible

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