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Breve recensione a Storielle zen dalla pianura orientale, di Marco Milani


Mi sono avvicinato alla nuova pubblicazione di Marco Milani con apprensione, come un fan che sta per mettere nel lettore il nuovo disco della personale band di culto. Storielle zen dalla pianura orientale è il titolo della pubblicazione in questione, edito da Cavinato Editore; è un ebook, lo trovate per esempio su IBS (non su Amazon, non è previsto l’odioso formato mobi), per cui i feticisti della carta dovranno farsene una ragione, gli toccherà sfogliare virtualmente il tablet, o lo smartphone, per inserirsi nel contesto spiazzante (per chi non lo conosce già) in cui Marco ama inserire le sue riflessioni, le sue storie di vita e trascendenza zen che lasciano a bocca aperta, uno scorcio vitale alternativo dove non esiste la deleteria frenesia della metropoli, dove i ricordi s’innestano con la fantasia e generano una morale rasserenante, anche nei momenti più cupi che potranno capitarvi.

Conosco Marco da una vita, devo un bel po’ di cose a lui e se mi volto indietro vedo tutte le belle iniziative che ci hanno visti protagonisti, o che realizzeremo nel prossimo futuro; percepisco il suo tipico imprinting quando scrive e lo vedo sorridere sornione quando impartisce le garbate lezioni che è difficile scorgere senza il suo aiuto, insegnamenti forse davvero facili da mettere in pratica e per questo quasi mai presi in considerazione, persi come siamo nella ricerca di sofisticazioni in linea col nostro stile di vita occidentale. In questo libro, quindi, esistono ben 120 punti di vista zen, ne intravedo ogni genesi e ne apprezzo ogni sfumatura, mi ricordano anche alcuni momenti della vita di Marco e perciò mi è semplice incastrare quei racconti con gli eventi scatenanti, so esattamente cosa vuol raccontare Milani e ciò accresce esponenzialmente il valore della pubblicazione: sono piccole perle di saggezza su cui costruire un presente e un futuro migliore, qualsiasi cosa vi accada durante la vostra vita.

Un accorato appello, completamente sincero: continuate anche voi a seguire Marco Milani nelle sue peripezie verbali, vi ripagherà di un point of view inarrivabile, leggero e snello e per questo sarà capace di farvi compiere voli pindarici. Garantisco io il risultato, non penso proprio che verrete a rinfacciarmi improbabili rimostranze.

Namasté.

“L’ULTIMO ANGOLO DI MONDO FINITO” SU GOTHICNETWORK.ORG


Dal blog di Giovanni “Kosmos” Agnoloni la segnalazione di una recensione al suo Ultimo angolo di mondo finito visto in chiave prossima alla SF. Un estratto:

La fantascienza, data per morta varie volte, rinasce sempre dalle sue ceneri, trovando nel filone della distopia, l’utopia negativa, uno dei più fertili e attuali, visto che si mettono in luce paure e metafore dell’oggi. Il rimanere senza Internet è senz’altro oggi uno degli scenari più temuti, tra l’altro il futuro che racconta l’autore è immediato, tra meno di dieci anni, ed è per questo che funziona ed è inquietante, oltre che per l’uso del tema del complotto governativo ed economico, altro tema che ritorna ma che ha sempre un suo perché.
Il progresso odierno è consolidato ma a tratti è talmente fragile che c’è di che avere paura che tutto possa andare perduto, e forse la chiave alla fine per salvarsi tutti può essere la riscoperta delle relazioni umane, come capita ai personaggi del libro.

 

SEBASTIANE – IL PRIMO FILM SODOMITICO IN LATINO | Il filo a piombo delle scienze


Sul blog di Marco “Antares666” Moretti una splendida e approfondita, molto colta recensione a Sebastiane, un film del ’76 in cui si tratteggia la figura di un presunto amante dell’imperatore Diocleziano; in quel contesto Marco approfondisce il contesto storico di allora, inizi IV secolo d.C., con l’incipiente predominio cristiano successivo, però, a una feroce persecuzione da parte di Diocleziano. Il film è parlato in latino. Imperdibile!

Ultima delle persecuzioni contro i Cristiani, quella ordinata da Diocleziano nell’anno 303 fu la più devastante e iniziò in modo un po’ diverso da quanto è descritto nel film. Occorre innanzitutto dire che esisteva nella capitale Nicomedia (attuale Izmit, Turchia), una chiesa alla luce del sole, proprio davanti al Palazzo Imperiale. Era un edificio importante, che aveva anche pretese artistiche. Dettaglio non trascurabile, il luogo di culto sorgeva su un colle che dominava il Palazzo, cosa che creava senza dubbio più di un fastidio. Non si deve dimenticare che Diocleziano si decise a perseguitare i Cristiani dopo un periodo di tolleranza davvero lungo, iniziato con Gallieno nel 260 e noto come Piccola Pace della Chiesa. Il casus belli non ebbe a che fare con incendi inspiegabili, ma con un episodio ancor più singolare. Il retore cristiano Lattanzio scrisse che, trovandosi Diocleziano e Galerio in Antiochia, alcuni aruspici stessero scrutando le viscere degli animali sacrificati, sperando di leggervi il futuro. Non riuscendo nel loro intento, l’aruspice capo affermò che la causa stava nella presenza in loco di un gran numero di fedeli di Cristo, tra cui anche membri della famiglia imperiale. A ogni movimento degli aruspici, i presenti non facevano che segnarsi e recitare preghiere esauguratorie. Così il rituale abortì e fu interrotto. L’Imperatore andò su tutte le furie ed emanò in quattro e quattr’otto il primo editto persecutorio, che fece innanzitutto affiggere alle pareti delle stanze e dei corridoi del Palazzo. La chiesa di Nicomedia fu rasa al suolo senza esitazione. Gli incendi menzionati da Jarman ci furono, ma si verificarono a persecuzione già iniziata e provocarono il suo inasprimento, con l’emanazione di altri tre editti. Non fu mai trovato alcun responsabile di questi fuochi, ma alcuni ritengono strano che Galerio in quell’occasione abbandonasse in fretta e furia la città, temendo di essere linciato dai Cristiani. A iniziare da Edward Gibbon, numerosi storici hanno fatto di tutto per sminuire la portata dell’opera di Diocleziano, riducendo il numero delle vittime e dando vita a una forma di negazionismo. Per quanto mi riguarda, concordo invece con quanto Stephen Williams ha scritto nel 1985: “Anche ammettendo un margine per l’invenzione, ciò che rimane è abbastanza terribile. A differenza di Gibbon, noi viviamo in un’epoca che ha sperimentato cose simili, e sappiamo quanto sia insano il civilizzato sorriso di incredulità di fronte a tali resoconti. Le cose possono essere, e sono state, cattive quanto le nostre peggiori immaginazioni.”

L’Internazionale Situazionista: merce, desiderio e rivoluzione – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a L’amara vittoria del Situazionismo, di Gianfranco Marelli. Meglio di me potranno illustrarvi efficacemente le parole dell’articolo, che riporto qui sotto. Imperdibile per chi vuole avere chiare le dinamiche di un vivere e pensare fuori le righe, artisticamente e politicamente.

A sessant’anni esatti dalla Conferenza di Cosio d’Arroscia (Imperia) del 28 luglio 1957 che ne stabilì di fatto la nascita, l’Internazionale Situazionista continua a costituire una sorta di oggetto volante non identificato della teoria politica e della critica radicale dell’arte, della cultura e della società capitalistica avanzata.

Anche se il suo equipaggio, nel corso dei suoi quindici anni di vita, comprese complessivamente non più di 70 persone (di cui soltanto sette donne), “Navigare sul mare della storia del situazionismo non è certo facile” come afferma Gianfranco Marelli al termine del suo lungo, dettagliato, appassionato e sofferto studio di quello che può essere ancora definito come uno dei movimenti più radicali della seconda metà del ‘900 e forse l’unico le cui principali formulazioni possano ancora costituire, almeno in parte, un’eredità immarcescibile per l’azione sociale antagonista nel secolo in cui siamo entrati, quasi senza accorgercene, ormai da un ventennio.

A darci la cifra della passione dell’autore per l’argomento basterebbero le poche parole poste al termine del Prologo, quando ricordando lo smarrimento provato in seguito alla notizia del suicidio di Guy Debord, che del movimento era stato il profeta e il leader indiscusso, mentre si trovava a Parigi con la speranza (vana?) di incontrarlo, scrive: “Improvvisamente il tempo, a Parigi, era cambiato. Faceva freddo e da allora non smise più”.

Ma la passione di Marelli si lega pure ad una grande lucidità che, a differenza di altri tardivi o antichi estimatori dell’Internationale Situationniste, gli permette di analizzare quanto è rimasto di vivo e quanto invece è stato riassorbito dalle logiche del potere e dalla società capitalistica di quella, pur vivacissima, esperienza. Come lui stesso ha affermato; “L’amara sconfitta del situazionismo e il bisogno di evitare la noia di un REFRAIN pro-situazionista sono concetti tutt’ora validi. Si tratta di ANDARE OLTRE. Come, del resto, avrebbe voluto lo stesso Guy Debord.

L’esperienza situazionista era nata dai fermenti dell’arte d’avanguardia successiva al secondo conflitto mondiale e dalle teorie critiche che, già dalla seconda metà degli anni ’40 del Novecento, avevano aggredito violentemente sia le passate esperienze surrealiste e dadaiste che l’urbanistica razionalizzante di Le Corbusier e la banalità della vita quotidiana, ridotta a sopravvivenza e a trionfo dell’ordine economico e sociale borghese, che i riti del consumo e le stesse strutture urbanistiche finivano con l’esaltare.

Un percorso che dal Lettrismo di Isidore Isou passerà, tramite rotture, separazioni ed espulsioni che ne caratterizzeranno sempre il cammino fino alla dissoluzione formale, attraverso la successiva Internazionale Lettrista (in cui sarà già preminente la figura di Debord), il movimento COBRA e il Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista. Sarebbero stati questi tre movimenti, inizialmente separati, ad incontrarsi con altri artisti nel Primo Congresso Mondiale degli Artisti Liberi, tenutosi ad Alba dal 2 all’8 settembre 1956, e a porre le basi per la Conferenza del 1957 da in cui l’Internationale Situationniste sarebbe poi nata.

È una storia di correnti artistiche e urbanistiche radicali e di uomini, spesso di singoli individui, quella che caratterizza le origini del Situazionismo. E questo aspetto viene sottolineato dall’autore che, al contempo però, rifiuta di ricostruire le singole vicende individuali per dare più spazio invece alle formulazioni teoriche prodotte e ai risultati raggiunti dall’insieme dei suoi componenti (spesso momentanei).

La bestia dalle cinque dita | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a La bestia dalle cinque dita, di William Fryer Harvey, già segnalato nei giorni scorsi qui.

L’opera di Harvey è qualcosa di più che semplice letteratura d’intrattenimento è un trattato di antropologia culturale, uno studio sull’attitudine degli uomini a riporre cieca fiducia sui propri sensi, ad accettare la realtà non per quella che è ma per come appare. L’autore analizza la società e scopre che il sesso debole non è affatto quello femminile, poco propenso ad alimentare le proprie ossessioni fino al parossismo e ben più ricco di risorse, capace di una pragmaticità e un’analisi critica che non appartengono all’universo maschile.
Ancora una volta Edizioni Hypnos ci offre la possibilità di conoscere un autore misconosciuto in Italia, La bestia dalle cinque dita è un volume imperdibile per gli appassionati del genere, un libro che saprà regalarvi qualche brivido anche in questa torrida estate.

Recensione: Il liberto, di Giovanni Agnoloni (Kipple) | Altrisogni.it | KippleBlog


Letto su KippleBlog]

Su AltriSogni è uscita una bella recensione di Federica Leonardi a Il liberto, racconto di Giovanni “Kosmos” Agnoloni che fa parte della saga dell’Impero Connettivo, mondo esplorato dalla collana Spin-off della Kipple Officina Libraria.

La voce di Agnoloni è evidente e forte; il suo racconto, in prima persona, è scritto con uno stile molto personale, poetico e musicale, ricco di suggestioni.
Al lettore è richiesta perciò una volontà di immedesimazione totale, per poter distinguere i passaggi dalla voce di Kneo in quanto agente temporale a quella dell’entità postumana inserita in un corpo non suo. Ma si tratta di una difficoltà superabile già dal terzo stacco.
Il liberto è un racconto che vive molto di atmosfera, di armonie interne che tracciano il fluido passaggio tra i diversi piani temporali, le diverse esperienze e scene. Al lettore, così come a Kneo, viene dato un solo comando: abbandonarsi ciecamente nella vertigine della contrazione spaziotemporale.

Sinossi

L’Impero Connettivo, Stato che come l’Impero Romano domina sullo spazio, ma anche sul tempo, è divenuto un’entità politica divisa in due: la prima metà è votata alle politiche più materiali, mentre l’altra sembra aspirare alla trascendenza; alla prima fa capo il funzionario postumano Sillax, mentre la seconda continua a far riferimento all’alieno nephilim Totka_II.
Nella parte governata da Sillax, il New Connective Empire, una singolare trama di ricorrenze energetiche permea la ricerca di un poliziotto temporale, inviato direttamente dallo stesso reggente Sillax per verificare la minaccia di un’Anomalia incombente, che ne insidia il potere: riuscirà l’agente Kneo nel suo compito? Quali sono gli effetti indesiderati che si scatenano in un’operazione poliziesca e politica che ha a che fare con le massime illusioni dello spazio e del tempo? Kneo lo imparerà presto sulla sua pelle modificata.

La collana

La collana Spin-off è dedicata alla diffusione di storie ambientate nell’Impero Connettivo – creazione connettivista che narra gli eventi di un Impero Postumano con forti similitudini a quello Romano – in cui lo Stato governa sullo spazio e sul tempo sotto il comando di un alieno, un Nephilim. La valuta monetaria in vigore è l’informazione, mentre l’Imperatore di stirpe aliena Totka_II governa con le sue capacità occulte sull’evoluzione tecnologica dell’umanità: i postumani.

Giovanni Agnoloni | Il liberto
Kipple Officina Libraria
Collana Spin-off — Formato ePub e Mobi — Pag. 20 – € 1.95 — ISBN 978-88-98953-76-9

Link

Eymerich | Su IL MANIFESTO Mauro Trotta recensisce EYMERICH RISORGE


Bella recensione (presa da Il Manifesto) a Eymerich risorge, il nuovo lavoro del magister Valerio Evangelisti. Su Eymerich.com.

Sono passati sette anni dall’ultima apparizione dell’inquisitore Nicolas Eymerich. Sembrava che il suo destino fosse una volta per tutte segnato. Il suo autore lo aveva accompagnato fino al letto di morte e al compimento del suo fato ulteriore. Un personaggio di tale potenza, però, non può evidentemente andare in pensione facilmente. E così, Valerio Evangelisti ha deciso di riportarlo di nuovo in libreria con il suo nuovo romanzo, non a caso intitolato Eymerich risorge (Mondadori, pp. 280, euro 20). Come nel caso del suo forse più illustre predecessore ritornato dal regno dei morti, Sherlock Holmes, che ricomparve all’inizio in un’avventura ambientata prima della sua presunta fine, Il mastino dei Baskerville, anche per l’inquisitore domenicano si tratta di una storia che ha luogo ben prima della sua morte. Eppure una sorta di resurrezione avverrà nel libro e quanto narrato non potrà essere senza conseguenze per il futuro della saga.

GLI ELEMENTI fondamentali di tutti i romanzi dedicati a Eymerich, che hanno impresso una svolta fondamentale alla fantascienza non solo italiana, sono presenti in questo nuovo lavoro. Ritroviamo così quella narrazione che si dipana lungo diversi piani temporali: il 1374, epoca in cui si svolgono le vicende proprie dell’inquisitore, il futuro delle guerre con la Rache, oltre a frammenti di un testo, il Vangelo della Luna, che sarà di fondamentale importanza per l’evolversi delle vicende narrate. Ritornano, poi, personaggi già incontrati: padre Jacinto Corona, spalla, compagno quasi inseparabile, a volte alter-ego comico o mastro Gombau, «braccio» dell’inquisitore. L’antagonista del domenicano è questa volta Francesc Roma, consigliere del re d’Aragona, il quale minaccia di distruggere la Chiesa di Roma, sembra dotato del dono dell’ubiquità ed è accompagnato da prodigi ed eventi inspiegabili. Intanto Marcus Frullifer nel futuro si trova ad esporre le sue teorie fisiche rivoluzionarie ai Gesuiti che gestiscono un osservatorio astronomico, l’Occhio di Lucifero, e che sembrano voler influenzare il destino dell’intera umanità. Mentre, ancora più in là nel tempo un oscuro Magister espone alla figlia Lilith e ai suoi discepoli il dogma della resurrezione dei corpi, dimostrando come sia possibile viaggiare nel tempo oltre che nello spazio e come la morte possa non essere niente di definitivo.

SI TRATTA insomma di un Eymerich di altissimo livello, cesellato da Evangelisti con la consueta maestria nella scrittura, nell’approfondimento psicologico dei personaggi, nella strutturazione della storia. Una prova ulteriore del livello a cui può giungere quella che una volta veniva definita, con malcelato disprezzo, letteratura di genere e che spesso, ultimamente, sembra essere sempre di più l’unica vera voce a levarsi per affrontare quelle questioni più controverse e profonde che attraversano e plasmano il nostro tempo.

E forse non a caso il romanzo è ambientato, oltre che in Provenza e nel Luberon, anche nella Val di Susa, dove, come ricorda uno dei personaggi, Marcel: «Non vi sono materiali utili nelle montagne. Solo sostanze avvelenate, capaci di provocare malattie mortali. Uccidono non subito, ma nel tempo». E dove, un Eymerich quanto meno insolito arriva ad affermare: «Cristo ha anche detto di essere venuto a portare non la pace, ma la spada. E nel suo insegnamento era implicita una nozione. Uno zoppo, un sordo, un cieco sono impotenti. Ma cento zoppi, sordi e ciechi no. Se si uniscono possono dare vita alla più potente delle armate».

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