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Solaris e la ricerca infinita di noi stessi | OcchioDelCineasta


Su OcchioDelCineasta la recensione a uno dei film che adoro di più: Solaris, di Andrej Tarkovskij. In basso, il trailer che lancia la psiche nell’universo del bizzarro pianeta.

Il film, tratto da un romanzo del polacco Stanislaw Lem, vede nella prima parte della versione integrale la presentazione di Kris, psicologo in procinto di partire per decidere le sorti della stazione spaziale che si trova su Solaris, un pianeta extrasolare. Kris vorrebbe trascorrere questi ultimi momenti prima della partenza con il padre, ma un amico di famiglia, Henri Berton, interrompe l’ultimo saluto per avvertire e raccontare a Kris la strana esperienza vissuta in prima persona sulla stazione spaziale di Solaris; Kris liquida Henri dicendo che lui non crede a tutte le teorie studiate attorno al pianeta e non bada troppo al racconto dell’uomo.

Kris giunge su Solaris e si trova davanti una stazione spaziale quasi abbandonata che cade a pezzi; scopre che sono sopravvissute solo due persone all’interno e che un suo caro amico, il Dr. Sartorius è morto suicida e ha lasciato un video per Kris prima di togliersi la vita. Kris comincia a rendersi conto che le cose sono strane all’interno della stazione spaziale, comincia a vedere “ospiti” che abitano la stazione e si rende conto che Solaris ha un’influenza molto forte sulle persone; tanto forte che il pianeta può “riportare in vita” delle persone legate agli umani della stazione, persone legate ai desideri dell’uomo. Kris rivede così la moglie morta suicida anni prima, Hari, e inizia così un viaggio con se stesso fatto di ammissione di colpe passate e redenzione.

Tarkovskij firma questa volta un film diverso dal solito, un unicum nella sua filmografia, questa volta non è fatto solo di silenzi e immagini importanti, “ingombranti” che portano avanti da soli tutta la narrazione, ma in questo caso anche i dialoghi e le spiegazioni sono importanti, siamo in un luogo a noi sconosciuto, un altro pianeta, Solaris, ed è giusto che il regista accompagni e aiuti lo spettatore. Negli altri lungometraggi una riflessione silenziosa e più onirica prevale, basti pensare a Stalker, capolavoro del 1979, molte volte accostato a Solaris proprio perché anche qui l’uomo intraprende un viaggio per mettersi a nudo davanti ai suoi errori, alla vergogna; quello di Stalker era un viaggio più cupo e drammatico dell’uomo, questo di Solaris è un viaggio e una creazione per l’uomo di una sua isola felice dopo la remissione dei suoi peccati; un atto di fede finale per una nuova possibilità data all’essere umano.

Tarkovskij mantiene i suoi punti cardini che sono fondamentali della sua firma, la spiritualità e la metafisica. Non da mai niente per certo, ma pone lo spettatore, disposto a seguirlo, all’inizio della strada del cambiamento, della presa di coscienza, delle sue colpe e del suo Essere umano, fragile

#Extra: “Voci Notturne”, la serie cult. Recensione (no spoiler) e spiegazione (con spoiler)


Su IlBazarDelCalcio un interessante post che ricorda e svela alcuni aspetti nascosti di Voci Notturne, lo sceneggiato di un quarto di secolo fa, scritto da Pupi Avati e che, ambientato a Roma, esplora i primordi mistici del passato arcaico della metropoli e li proietta con un filo logico verso il presente e il passato più prossimo, come quello della Seconda Guerra Mondiale. Un estratto:

Voci notturne” è una miniserie da 5 episodi trasmessa da Rai 1 nel lontano 1995, replicata solo quattro anni fa, purtroppo priva di una versione in dvd che renderebbe felici tanti appassionati, compreso il sottoscritto.
La regia è di Fabrizio Laurenti, ma la sceneggiatura e il soggetto sono di Pupi Avati. Criticatissimo, Pupi, per il suo ultimo film, “Il signor diavolo”, soprattutto da parte di chi non è riuscito a entrare in sintonia con la poetica horror del regista bolognese. Gotica, ma non solo. Molto probabilmente, “Voci notturne” sarebbe bollata da costoro come una mediocre fiction televisiva imbevuta di pseudo-esoterismo.
Il punto di forza della miniserie è riuscire a trasmettere ansia e inquietudine grazie a un semplice condominio: tanti piani e scalinate infinite, inquilini assenti, porte sigillate e buio. Eppure, dall’esterno, il condominio è solamente un grande edificio che si affaccia su una delle tante strade trafficate di Roma.

La genialità del maestro Avati è proprio questa. Raccontare l’orrore che si insedia vicino a noi. Rispetto a “La casa dalle finestre che ridono”, in “Voci Notturne” è presente anche l’elemento soprannaturale. Come nell’Arcano Incantatore, come in “Zeder”. Approfittando però dei lunghi tempi televisivi, il regista “incastra” quattro investigazioni parallele. C’è quella di Stefano, così simile a quella di tutti i protagonisti degli horror avatiani. Personaggi che si ritrovano loro malgrado in situazioni più grandi di loro, vogliosi però di andare fino in fondo, di attraversare le colonne d’Ercole, a loro rischio e pericolo. Ma non solo. Viene narrata l’investigazione “ufficiale”, quella delle forze dell’ordine, con il commissario Morlisi, ben interpretato da Massimo Bonetti. Quella di Andrea, nipote di Morlisi, esperto musicologo. Quella parallela, in America, del detective privato italo-americano Mario Fedrigo. Quest’ultima parte sembra quella più estranea, la meno avatiana, quasi una necessità, da parte di regista e sceneggiatore, di strizzare l’occhio alla saga cult di Twin Peaks. Bisogna aspettare il terzo episodio. Un colpo di scena abbatterà le nostre certezze, o meglio, i nostri dubbi sull’importanza di quella parte. Anche perché Fedrigo incrocerà solo di sfuggita gli inquirenti italiani, ma toccherà con mano la verità. Tornando al parallelismo con “La casa dalle finestre che ridono”, lì c’era un registratore che riproduceva la voce inquietante del pittore Legnani, mentre in “Voci notturne” abbiamo telefonate misteriose, registrazioni (della Polizia) e uso delle tecnologie (dell’epoca) per risolvere il mistero legato alla morte di Giacomo Fiorenza, studente di architettura, figlio di Michele, architetto rimasto coinvolto in un vicenda di corruzione del mondo politico. “Voci Notturne” si conclude sostanzialmente senza i colpi di scena che hanno caratterizzato le opere horror del maestro Avati. Il finale, comunque notevole, lascia aperti interrogativi e ha lasciato, vanamente, le porte aperte per un seguito.

** GLI INTERROGATIVI DI VOCI NOTTURNE (SPOILER) **

Non è facile dipanare i mille argomenti che arricchiscono la narrazione di questa opera cult, certo mi ha aiutato la recensione di Nocturno… (continua qui).

Lockdown | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine una recensione a un autore e a un romanzo che non conoscevo, e che sembra davvero interessante: Lockdown, di Peter May. Ecco perché:

Lockdown: fino a un anno fa dovevamo cercarne la traduzione sul dizionario, poi a causa della pandemia è diventato un termine purtroppo familiare al punto che le traduttrici del romanzo di Peter May hanno lasciato il titolo originale in inglese. Nella prefazione lo stesso autore racconta la genesi del libro, che risale al 2005.

Mentre cercava un editore per altri suoi romanzi, iniziò la ricerca per un poliziesco ambientato a Londra durante una pandemia. Al tempo gli scienziati studiavano le eventuali terribili conseguenze che l’aviaria avrebbe scatenato a livello mondiale.

Iniziai a indagare sul caos che ne sarebbe conseguito, e sulla potenziale, rapida disintegrazione della società per come la conosciamo.”

La Londra che descrive è completamente isolata dal resto del mondo, la pandemia ha ucciso migliaia di persone, compreso il primo ministro, alcune zone della città sono chiuse per preservarle dal contagio e gli abitanti hanno licenza di uccidere gli estranei che si avvicinano. Le vie commerciali del centro sono presidiate dall’esercito e negozi e locali hanno le porte inchiodate da assi di legno; nonostante ciò operano durante la notte gli sciacalli e i cecchini sui tetti sparano a qualsiasi cosa si muova. In questo scenario da film di fantascienza si inserisce la trama del poliziesco: nello scavo di un cantiere per erigere un nuovo ospedale a tempi di record, viene ritrovata una borsa che contiene le ossa di un bambino. È incaricato dell’indagine MacNeil, al suo ultimo giorno di lavoro in polizia. Per dare un nome al mandante e al sicario il poliziotto, in un giorno e una notte di indagini serrate e sopralluoghi non autorizzati, riesce a scoprire cosa c’è dietro la morte della bambina e di tutti i testimoni di un crimine orrendo, di cui l’omicidio della piccola è soltanto uno degli effetti.

Si tratta di un thriller serratissimo, con una trama ben costruita e personaggi molto convincenti in tutte le loro sfaccettature. Nel mezzo del racconto dell’azione, May usa dei flashback per raccontare episodi della vita dei personaggi che li hanno portati ad essere quello che sono. Nessun personaggio è stereotipato, come spesso avviene. La scena più potente, da inferno dantesco, è quella della zona lungo il Tamigi dove enormi fornaci bruciano ininterrottamente i cadaveri dei morti a causa della pandemia.

La scena in basso era quasi inimmaginabile. Migliaia di corpi nudi giacevano su pallet di legno che si estendevano a perdita d’occhio, accatastati in tre strati, come manichini in una fabbrica di bambole, con braccia e gambe intrecciate, stranamente luminosi, a malapena umani. La foschia causata dalla fumigazione oscurava i dettagli, come la nebbia sul Tamigi nelle mattine d’autunno. Macabre figure in tute protettive blu, senza volto dietro i visori in plastica fumè, si muovevano fra quegli arabeschi al rallentatore, come astronauti sulla luna, tirando giù cadaveri dai furgoni e impilandoli su ancora altri pallet. Una delle fornaci pareva riservata a vestiti e biancheria da letto. Muletti colossali infilavano i corpi nelle altre tre, ancora sui pallet. Nei pochi istati in cui gli sportelli della fornace rimanevano aperti, il fuoco all’interno proiettava una luce arancione vaporosa sulla foschia della fumigazione; poi i giganteschi sportelli di ghisa si richiudevano, provocando vibrazioni che si sentivano in tutto l’edificio come scosse sismiche.”

Relazioni interspecie di Anders Fager – Club GHoST


Sulle pagine del Club G.Ho.S.T. una recensione di Cesare Buttaboni a Relazioni interspecie, raccolta di racconti di Anders Fager edita da Hypnos; un estratto:

In questa raccolta (Relazioni interspecie) la presenza delle entità del pantheon “lovecraftiano” è diventata più pervasiva e presente sulla Terra e lo spettro di HPL, anche se sullo sfondo, appare maggiormente rispetto al primo volume. Dico subito che le storie qui presenti mi sono piaciute di più rispetto a quelle di Culti svedesi, sono più centrate e meno fumose e mi sembrano di livello superiore: Fager è concreto e ha uno stile secco e asciutto. Lo schema è il solito e vede l’alternarsi di racconti a dei frammenti il cui scopo rimane abbastanza oscuro. Nel primo racconto (Quando la morte arrivò a Bodskär) troviamo una spedizione di soldati inviata sull’isola di Bodskär in Svezia per non meglio specificati compiti militari. La missione ha il compito di debellare una fantomatica minaccia russa ma la verità che emerge dai fondali del mare si rivela molto più spaventosa e inquietante. Sembra che gli abitanti anfibi di Inssmouth si siano trasferiti nelle fredde lande svedesi per mantenere culti innominabili. Con Giocare con Liam ci troviamo invece di fronte a una storia horror che ha per protagonista Liam, un bambino. Al di là dell’incontro che Liam ha con il mostro (da lui denominato Deinonychus in omaggio alla sua passione per i dinosauri ma che è una divinità dell’universo “lovecraftiano”) Fager è molto abile nel descrivere la solitudine e l’ingenuità dell’infanzia che si scontrano con l’indifferenza e la grettezza del mondo degli adulti i quali non sono in grado di capire i propri figli. In Il manufattodel signor Göring, Fager mette in scena l’originale commistione fra il nazismo e i Miti di Cthulhu facendo diventare Hermann Göring un collezionista e un adepto di Dagon. Si tratta di un racconto molto evocativo: anche qui in pratica viene accennato all’esistenza di una razza ibrida di esseri mezzi uomini e mezzi pesce che vivono nel mare al largo della Svezia. Göring non smentisce la sua fama di grande collezionista di arte acquistando una statua raffigurante il dio Dagon! Viene anche citato il culto di Yog-Shogoth: il nome sembra un gioco di parole fra Yog-Sothoth e uno Shoggoth! In Tre settimane di felicità assistiamo alla presa di consapevolezza della protagonista Malin, proprietaria di un negozio di acquari, del suo appartenere ad un’altra specie, un po’ quello che succedeva con il protagonista del finale del racconto La maschera di Innsmouth. L’ultima storia Un punto sul Västerbron è la mia preferita: la narrazione è apocalittica e descrive il suicidio apparentemente immotivato di diversi individui che si recano di notte sul ponte Västerbron buttandosi in acqua. Il tema mi ha fatto venire in mente il racconto di Richard Matheson, Lemming,dove si narrava dei lemming, piccoli roditori che, secondo la leggenda, si suiciderebbero in massa. In ogni caso la metafora è perfetta secondo Matheson e anche per il gruppo prog dei Van Der Graaf Generator (nel brano Lemmings da Pawn Hearts) per descrivere le nevrosi e le pulsioni di autodistruzione che sono parte della razza umana e verrà usata anche dagli Amon Düül II (band di Krautrock) nel disco Dance of the Lemmings.

Se vi era piaciuto Culti svedesi anche questo volume non vi deluderà e anzi, come dicevo, a mio avviso gli è superiore. Se invece siete dei “lovecraftiani” talebani, andateci con i piedi di piombo.

Lankenauta Yukio Mishima. Enigma in cinque atti


Su Lankenauta una recensione a Mishima. Enigma in cinque atti, saggio di Danilo Breschi che indaga l’universo dello scrittore giapponese, un testo che credo sia molto importante per chi ama l’autore nipponico.

“Se volete davvero incontrare il diverso, il totalmente Altro in letteratura, non potete non leggere Mishima. Tutto il resto si colloca un gradino sotto, almeno in termini di alterità, di estraneità rispetto ai nostri codici consueti, di sistema e antisistema. Non c’è analoga trasgressione bacchica perpetrata nella forma più apollinea possibile, non si trova una misurata dismisura paragonabile alla sua. Ghiaccio incandescente e fuoco vitreo, un vulcano in piena eruzione che si ritrova inchiavardato in una bomboniera di finissimo cristallo: solo l’ossimoro può alludere all’effetto provocato dalla lettura di una pagina mishimiana”. p.19

Partirei proprio da qui, da queste parole che invitano alla lettura, attraverso le quali il professor Danilo Breschi introduce il poliedrico e geniale artista nipponico Yukio Mishima, per celebrare la sua persona e la sua opera, a 50 anni esatti dalla sua spettacolare ed enigmatica dipartita, consumatasi il 25 novembre del 1970 per mezzo del seppuku, il suicidio rituale del samurai. Molto si è scritto e argomentato sul gesto, in questo mezzo secolo che ci distanzia dal tragico evento; un gesto che ha sovente oscurato la sublime letteratura del grande romanziere giapponese, alla luce del quale si è voluto inquadrare, se non addirittura ingabbiare, sia l’uomo che la sua arte. Un gesto meditato, studiato nei minimi termini e portato a compimento secondo le modalità immaginate. Un gesto di protesta, unico nel suo genere, ed oltremodo eclatante. Un gesto che però non spiega né esaurisce l’uomo e l’artista Mishima. Yukio Mishima. Enigma in cinque atti, è un saggio che ci propone alcune interessantissime chiavi di lettura per provare a venire a capo del mistero Mishima, partendo da due principi d’indagine imprescindibili per chiunque voglia addentrarsi in un territorio tanto vasto, complesso ed eterogeneo: amore e competenza. Amore per il personaggio e per la sua opera, perché senza l’amore, inteso come sentimento che smuove montagne e immagina universi, nessuna fredda competenza, pur la più dotta e puntuale, può catturare davvero la nostra attenzione oltre la soglia di una contingenza che al massimo può diventar stanca nozione. Divulgare invece Mishima come ha fatto il professor Breschi è un voler empatizzare col lettore, tentare l’ardua impresa di prestare i propri occhi, i propri sentimenti e le proprie emozioni a qualcuno che probabilmente non incontreremo mai, ma che in quei momenti di appassionata lettura diviene una sorta di compagno di viaggio che ci cammina idealmente a fianco.

Il colore venuto dallo spazio – False percezioni


Sul blog di Luigi Milani è segnalata una sua recensione a Color Out of Space, il film di Richard Stanley che ha scodellato, è il caso di dire visto il suo lungo purgatorio dal mondo del Cinema, dopo lustri di inattività. Vi incollo alcuni passi del buon Luis:

Il colore venuto dallo spazio, film distribuito in Italia direttamente nel circuito home video, segna il ritorno dietro la macchina da presa del talentuoso Richard Stanley, a trent’anni anni dal discreto Hardware e a più di venti dal sofferto L’isola perduta.
Ebbene, possiamo affermare che la rentrée, nonostante l’impresa non fosse delle più agevoli, sia stata di segno più che positivo, vista la qualità complessiva dell’opera. Oltretutto dobbiamo ammettere che adattare il racconto originario del 1927 firmato dal celebre Solitario di Providence era impresa affatto facile.
Stanley, al quale evidentemente la lontananza dal set non ha inficiato le qualità registiche, riesce infatti nell’intento, dando vita a un film visionario, di grande impatto emotivo, specie nelle sequenze finali, dal gusto scopertamente lisergico.

La sceneggiatura segue abbastanza fedelmente la successione degli eventi narrati da H.P. Lovecraft, pur con gli inevitabili, seppur discreti, adattamenti alla contemporaneità. Alludiamo all’utilizzo di smartphone o all’ossessiva presenza, in stile Cronemberg per intenderci, della televisione, strumento di pseudo-evasione al quale si affida uno degli sventurati protagonisti del film, un Nicholas Cage — passatemi il termine — “scazzato” come non mai nel ruolo dell’improbabile capofamiglia Gardner.
L’attore adotta un profilo recitativo destrutturato in tutta la prima parte del film, forse per meglio caratterizzare il successivo, definitivo tracollo mentale. Uno stato nel quale sprofonda alle prese con le vicende incredibili e devastanti che colpiscono il terreno su cui sorge l’abitazione della famiglia in seguito alla caduta di un misterioso meteorite.

A livello puramente visivo, come già accennato, il film funziona bene: quando assistiamo alle orribili mutazioni umane e animali, i connessi momenti gore risultano molto coinvolgenti ed efficaci, anch’essi per molti versi di stampo “cronemberghiano”.
Notevole anche l’uso sapiente del colore e dell’effettistica. A dispetto del budget non certo stellare, diciamo da B movie di lusso (pare sui 6 milioni di dollari), il regista mostra di saper utilizzare bene le risorse, dando vita a una trasposizione più che dignitosa.

Eyes Wide Shut: Il testamento psico-erotico di un maestro


Su OcchioDelCineasta una bella recensione a Eyes Wide Shut, l’ultimo film di Stanley Kubrick, che è stato anche il testamento di una coppia di attori che viveva insieme nella vita e che, dopo aver girato questo film così intimo, si sono lasciati. Un insieme di cause ed effetto che sforano il reale nella finzione, e viceversa. Un estratto della rece:

Il tredicesimo (e ultimo) lungometraggio del maestro del cinema Stanley Kubrick sintetizzò la conclusione degna per una carriera registica che per oltre un cinquantennio si era interessata all’indagine, allo studio dell’animo umano. Il regista, infatti, morì a poche settimane dalla conclusione delle riprese, e non poté né ultimare il montaggio (curato poi da Steven Spielberg) né replicare all’accoglienza tiepida, se non addirittura negativa, di una critica che (come fu per Arancia meccanica) si divise in guelfi e ghibellini.

L’idea di Eyes Wide Shut venne a Kubrick dopo la lettura del romanzo di Arthur Schnitzler Doppio sogno, che rielaborò per trasformare in grande arte filmica l’introspezione freudiana dei problemi coniugali, spostando il contesto geo-storico dalla letteraria Vienna anni Venti alla New York anni Novanta (quest’ultima ricostruita però ai Pinewood Studios di Londra). Una volta chiamata a raccolta la coppia hollywoodiana per eccellenza (Cruise/Kidman), Kubrick ha potuto sguinzagliare tutta la sua visionarietà, andata poi a tradursi nel suo film più doloroso, che valica la contaminazione di sogno e realtà mentre si ammanta di torbidi simbolismi, enigmatico e disturbante per le sinapsi più che per lo stomaco.

Nella New York di fine Novecento, il dottor Bill (Tom Cruise) e Alice Harford (Nicole Kidman) sono la coppia perfetta: giovani, belli, di status agiato e con una bambina piccola. Tuttavia la crisi è dietro l’angolo, e lo spettro del tradimento s’infiltra nella loro vita coniugale. Dopo che la moglie ha confessato di aver fantasticato su un rapporto adulterino, Bill intraprende un viaggio notturno per le vie della Grande Mela, affrontando gli ostacoli dei desideri e delle fantasie più peccaminose. L’apice surreale di questo girovagare verrà raggiunto quando Bill riuscirà a infiltrarsi in una villa di figuranti mascherati dediti al baccanale scambistico, un’esperienza che rischia di coinvolgerlo in un omicidio.

Acque profonde – William H. Hodgson – recensione


Recensione di Cesare Buttaboni alla seconda raccolta di racconti di William H. Hodgson, uscita per Hypnos, dal titolo Acque profonde. Ecco uno stralcio della valutazione:

Secondo lo psichiatra e filosofo svizzero Carl Gustav Jung “L’acqua in tutte le sue forme – in quanto mare, lago, fiume, fonte ecc. – è una delle tipizzazioni più ricorrenti dell’inconscio, così come essa è anche la femminilità lunare che è l’aspetto più intimamente connesso con l’acqua”. Il simbolismo del mare non ha mancato di influenzare la letteratura migliore: da Melville a Conrad fino a Stevenson, Jules Verne ed Edgar Allan Poe con il suo celeberrimo Gordon Pym sono numerosi gli esempi in questo senso. Ma forse colui che ha saputo evocare in maniera più efficace il senso di solitudine, di mistero e di minaccia incombente delle infinite distese marine è stato il grande William Hope Hodgson.

L’editore Hypnos, dopo il primo, pubblica anche il secondo volume di “Tutti i racconti di mare” ovvero Acque profonde, un volume curato, con grande passione e competenza, da Pietro Guarriello. La nuova traduzione è della brava Elena Furlan. Ogni racconto viene introdotto e inquadrato da Guarriello con molta precisione e ricchezza di riferimenti bibliografici mentre la sua lunga postfazione Perduto nei mari stregati: William Hope Hodgson e il mistero dei Sargassi è un contributo realmente importante per capire la genesi di quello che, a ragione, può essere definito come il “Ciclo del Mar dei Sargassi”. In definitiva siamo di fronte ad un altro tassello importante per conoscere la produzione di una figura fondamentale nell’ambito della letteratura soprannaturale.

Aleister Crowley: Bagh-i-muattar. Profumi dal giardino di Abdullah – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione a cura di Cesare Buttaboni a Bagh-i-muattar. Profumi dal giardino di Abdullah, lavoro di Aleister Crowley scritto sotto pseudonimo che, al tempo, ha avuto una storia editoriale assai travagliata. Vi lascio alle righe di Cesare:

C’è un suo libro che non viene mai citato ovvero Bagh-i-muattar. Profumi dal giardino di Abdullah che viene ora pubblicato dalle Edizioni Mediterranee. Si tratta di un testo maledetto che ha avuto una vicenda editoriale burrascosa. L’edizione originale venne stampata a Parigi, in forma clandestina, nel 1910 in un’edizione strettamente limitata a 200 copie. Crowley per l’occasione usò il nome di uno scrittore persiano mai esistito ovvero Abdullah El Haji, in arte “Abdullah il verseggiatore”. Il libro venne colpito dalla maglie della censura per le tematiche scandalose trattate. In effetti il “Bagh-i-muattar”, un misto di prosa e poesia, è piuttosto esplicito e blasfemo nel delineare un amore sodomitico molto spinto con riferimenti a pratiche sadomasochistiche e scatologiche. L’oggetto del desiderio di Crowley è un giovanetto di 15 anni di nome Habib, in realtà una figura mai esistita che mascherava il suo amore per Herbert Charles Pollitt (1871-1942), medico mancato e attore di personaggi femminili. Per completare il quadro non mancano l’elogio della pederastia, le prese di posizione contro la donna (“Nessuna donna è una compagnia adatta per un uomo: costei lo abbrutisce necessariamente”) e contro la religione islamica. Non bisogna pensare però che manchi l’esoterismo: anzi i rapporti con il ragazzino sono la chiave per accedere alla magia sessuale.

Bagh-i-muattar in definitiva è un tassello essenziale per capire l’universo di Aleister Crowley e penso che tutti gli appassionati del celebre mago dovrebbero procurarselo. Il volume è a cura di Vittorio Fincati ed è disponibile sul sito delle Edizioni Mediterranee.

Nemico (e) immaginario. Il nontempo. Quando il presente diventa egemonico – Carmilla on line


Dalla caduta muro di Berlino può dirsi iniziata una nuova storia che, a causa della velocità con cui procede e per il suo aspetto globale, risulta pressoché incomprensibile.

Dal punto di vista intellettuale, questo cambiamento di scala ci prende alla sprovvista. Siamo ancora nella fase di critica dei vecchi concetti e delle visioni del mondo che li sottendevano. A questi si sostituiscono da un lato una visione pessimista, nichilista e apocalittica, secondo la quale non c’è più niente da capire, e dall’altro una visione trionfalista ed evangelica per la quale tutto è compiuto o sta per esserlo (p. 13).

Tra queste due visioni estreme, accomunate dal non derivare alcune lezione dal passato e dal non attendersi nulla dall’avvenire, secondo Augé, trova posto un’ideologia del presente caratteristica di quella che è stata definita la società dei consumi. Sembra quasi che all’essere umano non resti che scegliere tra un consumismo conformista e passivo, anche quando può darsi in forma assai ridotta, e un rifiuto radicale al quale, al momento, sembrano in grado di provvedere soltanto le espressioni religiose più esasperate.

Sullo stesso piano ideologico, vediamo inoltre formarsi connubi sostanziali tra ideologia religiosa e ideologia consumista, più in particolare nel caso dell’evangelismo di origine nordamericana. Per il resto, le nuove forme di esclusione, delle quali la globalizzazione è nello stesso tempo il contesto generale e uno dei principali fattori, generano, attraverso diverse mediazioni come quella del fondamentalismo religioso, atteggiamenti di rigetto o di fuga che hanno senso solo in rapporto all’ordine dominante. Quest’ultimo provoca insieme odio e seduzione. La contestazione, la rivolta o la protesta sembrano così prigioniere di quegli stessi schemi di pensiero ai quali si oppongono, sia a livello della vita politica sia sul piano intellettuale e artistico (p. 14).

La recensione di Gioacchino Toni, su CarmillaOnLine, a Che fine ha fatto il futuro?, di Marc Augé, ha più spunti di interesse illuminati sul nostro spicchio di realtà, particolare e assolutamente unica se vista col respiro storico. Da queste consapevolezze, con la cognizione acquisita di ciò che realmente significano, il senso politico che ne discende può essere solo uno; e certo, non c’è altro da fare che favorire la disgregazione di quest’universo liberista, di quest’eterno presente postmoderno in cui tutto è subalterno a un’idea orrenda di profitto.

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