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UNA GALLERY NOVEL DI FANTAMUSICA PSICHEDELICA | La legenda di Carlo Menzinger


Sul blog di Carlo Menzinger è uscita una bella recensione a S.O.S., l’antologia sonica di Mario Gazzola uscita l’anno scorso per Arcana. Un estratto:

Come definire “S.O.S. – Soniche Oblique Strategie”, sottotitolo “8 storie di musica ai confini del delirio”? Intanto, sarebbe banale parlare di antologia di racconti, dato che questi sono collegati tra loro in vario modo e inseriti in un contenitore boccacesco (intendendo con struttura simile al Decamerone), in cui un racconto principale contiene e rimanda agli altri. La fusione è tale da poter parlare di romanzo collettivo. Ci sono poi persino delle illustrazioni e allora mi viene in mente l’etichetta che avevo inventato per definire Il Settimo Plenilunio: gallery novel. Anche quello era un romanzo scritto a più mani e illustrato da ben 17 artisti con 117 immagini, tra dipinti, disegni e foto.

Qui la parte di “galleria” è meno marcata, ma ci sono comunque sette illustratori che accompagnano gli otto autori. Fermiamoci allora un attimo per dire di chi si tratta. Gli scrittori sono Danilo Arona, Ernesto Assante, Andrea Carlo Cappi, Giovanni De Matteo, Mario Gazzola, Lukha B. Kremo, Maurizio Marsico e Claudia Salvatori. Gli illustratori sono Andrea Carlo Cappi, Erika Dagnino, Mario Gazzola, Tonia Gentile, Sandro Lettieri, Lucia Polo e Valentina Tanca. Come potete vedere ci sono dei nomi che ricorrono in entrambi gli elenchi, e il curatore compare con ben tre cappelli.

Innumerevoli sono le definizioni del fantastico e non basta certo per catalogare tutto ciò che è stato scritto dividerlo in fantascienza, fantasy, paranormale e surreale. Nel mezzo o al confine con altri generi ci sono molte altre categorie come l’ucronia o il gotico, tanto per dirne due, e ogni genere si divide in sottogeneri.

Per “S.O.S.”, la definizione del genere è ancor più complessa di quella della strutura narrativa, poiché vi sono toni da fantascienza classica, new age, psichedelico, connettivismo, cyberpunk  e, ovviamente, tanta musica con riferimenti a musicisti, brani e generi più disparati e spesso, immagino, inventati. L’idea è che ciascun autore si immedesimi in un personaggio del mondo della musica e scriva come se fosse lui, in un’ambientazione fantascientifica. Diciamo, insomma, tanto per provare a semplificare che si tratta di un volume di “fantamusica”.

Remoria, capitale del Cyberpunk – Carlo Valeri – Medium


Su Medium.com una breve recensione a Remoria, di Valerio Mattioli, metasaggioromanzo che mi ha davvero aperto universi insperati.

Che cos’è Remoria? È il negativo occulto di Roma, la sua anti-storia, il rimosso che emerge come un rigurgito e preme verso la superficie della città fondata da Romolo. L’autore Valerio Mattioli, classe 1978, ha scritto per Blow Up, Vice, Prismo, Il Tascabile. Già autore di Superonda. Storia segreta della musica italiana (Baldini & Castoldi 2016), ha firmato saggi sul Manifesto accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek, ma soprattutto a lui si deve la prima pubblicazione in Italia di Realismo capitalista di Mark Fisher, per la casa editrice Nero di cui lo stesso Mattioli è editor.

Il GRA come ouroboros: l’anello dell’occulto, tempo ciclico (e parallelo), senza inizio né fine che contiene e risucchia il quadrato geometrico di Romulia. Accelerazione, velocità, auto-annientamento. Credo, senza mezzi termini, che Remoria. La città invertita (edito da minimum fax) sia un libro epocale, e anche superbamente generazionale nel modo in cui racconta (e crea) gli stimoli percettivi, culturali degli anni ’90, cioè la generazione del sottoscritto e dello stesso Mattioli, mettendola in comunicazione con quella della controcultura del ‘77.

Mattioli rilegge la borgatasfera e la sua storia: il “sacerdote” Pasolini che apre il sabba per poi essere risucchiato dall’Accademia e dalla gentrificazione (le gigantografie dei lounge bar al Pigneto le conosciamo bene, giusto?). E poi l’eroina certo, quella posthippie e tardoromantica raccontata da Claudio Caligari in Amore tossico, (anno 1983, location: Ostia) e quella onirica in bianco e nero del Nico D’Alessandria de L’imperatore di Roma (anno 1987, location: le rovine di Roma). C’è l’iperstizione del geniale demiurgo Stefano Tamburini (1955–1986) con i suoi esperimenti grafici e il suo Rank Xerox, il coatto sintetico che anticipa il futuro e i soggetti sociali dei decenni che seguirono.

Roger Zelazny: Notte d’ottobre – Ver Sacrum


Sulle pagine di VerSacrum Cesare Buttaboni fa una bella recensione a Notte d’ottobre, romanzo di Roger Zelazny edito dalla sempre attenta Edizioni Hypnos. Un estratto della valutazione:

Le Edizioni Hypnos inaugurano la nuova collana “Novecento fantastico” con un volume (inedito in Italia) di Roger Zelazny ovvero Notte d’ottobre (in originale A Night In The Loneseme October, titolo che omaggia la poesia Ulalume di Edgar Allan Poe). Si tratta del suo maggior contributo alla narrativa “weird” e, secondo il parere dello stesso Zelazny, una delle sue 5 opere più riuscite. Zelazny è considerato uno degli scrittori più importanti nel panorama letterario della fantascienza e del fantasy, generi che ha saputo miscelare con grande maestria. Ha vinto 6 premi Hugo e 3 Nebula e anche questo Notte d’ottobre è stato candidato al Nebula. Personalmente ricordo, in particolare, il suo Il signore della luce dedicato alle divinità del pantheon indù. Zelazny con Notte d’ottobre ha omaggiato molti suoi amori letterati e cinematografici (alcuni dei quali citati nella dedica iniziale) e ha creato un romanzo ad incastro composto da diverse tessere. Uno dei piaceri del lettore sarà proprio quello di ricomporre il “puzzle” che l’autore mette in scena. Gli amanti del romanzo gotico e delle atmosfere vittoriane (la vicenda è ambientata in un villaggio nei pressi di Londra a fine ‘800) troveranno di che sbizzarrirsi nel riconoscere il Conte Dracula, Jack lo Squartatore, il barone Victor Von Frankenstein, l’uomo lupo Larry Talbot impersonato da Lon Chaney Jr. nei celebri film della Universal e il Grande Detective Sherlock Holmes creato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle. Ma anche i seguaci di H.P. Lovecraft troveranno pane per i loro denti con l’evocazione del suo Ciclo Onirico (le “Dreamlands”) in cui ancora forte era l’influenza di Lord Dunsany.

Sigillum S: Bardo Thos Grol – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione a uno dei dischi cardine del SigillumS – e di conseguenza alla loro discografia. Un estratto:

I Sigillum S sono uno dei gruppi fondamentali della scena post industriale italiana. Si formano alla fine del 1985 dopo che Paolo Bandera risponde a un annuncio di Eraldo Bernocchi e Luca Di Giorgio appeso sulle pareti di un negozio di dischi di Milano. L’anima “matematica” dei Sigillum S è costituita da Paolo Bandera mentre Eraldo Bernocchi rappresenta il lato occulto e spirituale (ha fatto parte per breve tempo del T.O.P.Y.). Il contributo di Di Giorgio (almeno fino al 2007) va in ogni caso considerato essenziale. All’inizio della loro carriera l’influenza più forte è sicuramente quella della scena esoteric-industrial inglese rappresentata da gruppi come Psychic Tv, Current 93 e Coil. In particolare sono soprattutto i primi Current 93, quelli di dischi come Nature Unveiled e Dogs Blood Rising, ad avere un forte impatto estetico nella loro filosofia compositiva. Indubbiamente non sono i soli in Italia a sfruttare il filone del post industrial esoterico: impossibile in questo senso non citare nomi come Rosemary’s Baby e Ain Soph. Ma, in realtà, i loro orizzonti sono molto più ampi e riguardano anche la letteratura e, in particolare, autori come Philip K. Dick, James Graham Ballard e William S. Burroughs. Da quest’ultimo mutuano la tecnica del cut-up.

Lankenauta | Solaris parte seconda


Su Lankenauta la recensione al seguito di Solaris, il celebre romanzo di Stanislaw Lem che è stato continuato da Sergej Roić. Un estratto:

Se il romanzo di Lem ci aveva raccontato la storia di Kris Kelvin, psicologo inviato sulla stazione orbitale gravitante attorno al pianeta, sul grande mare senziente in grado di sconvolgere la psiche degli astronauti con cui entra in contatto e che tentano di studiarlo, e che finisce anch’egli preda dei sogni e delle presenze che emergono dal proprio subconscio, Roić ci propone però una seconda parte che, pur ponendo Solaris ancora al centro della vicenda narrativa, non ne è una semplice continuazione quanto un libro a sé, parallelo e complementare, e che di questo mondo ammaliante e lontano e dei suoi misteri mira a fornire una propria interpretazione.

In linea con l’amore di Lem per le questioni filosofiche, anche in Roić sono frequenti i richiami diretti a Platone, a Hegel, a Kant, esposti all’interno di una trama assolutamente non lineare in cui passato, presente e futuro si mescolano e si intrecciano, si sovrappongono con grande facilità. Due sono le vicende principali, che si rispecchiano l’un l’altra: quella dello scrittore Petar Bogut che, assieme a una donna misteriosa conosciuta per caso a Milano, si mette sulle tracce di un libro altrettanto misterioso che narra di un pianeta molto simile a Solaris, e che con l’aiuto dell’amico filosofo Gabriele cerca di attingere a ciò che non è conoscibile, di avvicinarsi al tutto omnicomprensivo, proposito realizzabile solo rinunciando al proprio antropocentrismo, alle categorie interpretative usate dagli umani, cioè azzerando le conoscenze già acquisite e alienandosi da se stesso (“Mi ritrovarono in un casolare abbandonato in cima a una collina. Non parlavo, non dicevo nulla. Non stavo né bene né male (…) Non ci fu una diagnosi precisa. Dissero (non battevo ciglio) che mi si era spento il cervello. Tutte le funzioni neurovegetative erano intatte, ma il mio cervello era disconnesso dal mondo reale. Ero stato azzerato.“); e quella del pilota solariano Petar Bogut precipitato con un razzo nel gran mare senziente che, sempre accompagnato dal gatto Schrödinger (il famoso gatto del paradosso omonimo, che contro ogni senso comune lo presenta, in uno stato di sovrapposizione quantistica, contemporaneamente sia vivo che morto: “Infine mi disse che, se un giorno fossi arrivato a considerare il paradosso del gatto di Schrödinger, avrei potuto comprendere che esistono sempre almeno due possibilità di vivere contemporaneamente vite diverse.”), persegue fortemente l’”atto supremo del conoscere“, un tipo di approccio che “è rappresentabile in potenza ma non in concreto, dato che il nostro sguardo (tatto, gusto, udito e olfatto) non è in grado di eludere il mondo sensibile.“, il che ci rivela come “quanto è essenziale alla ragione è raggiungibile unicamente tramite un’esperienza che si distacca dalla realtà, l’esperienza mnemonica o sognante; quest’ultima è limitata, tuttavia, dal principio di irrealizzabilità pratica.“

Filmhorror.com – “Culti Svedesi” di Anders Fager (recensione)!


Su FilmHorror la recensione a Culti Svedesi, raccolta di racconti di Anders Fager uscita per le Edizioni Hypnos. Uno stralcio della critica:

Fager non vuole un lettore passivo. Dobbiamo seguirlo riga dopo riga. Senza perderlo di vista mentre, per mezzo di frasi tozze e squadrate come mattoncini Lego, costruisce con estrema precisione lo scenario su cui si affacceranno gli Antichi. Come in un plastico, un diorama, o un presepe (se preferite) vediamo delle piccole riproduzioni di città svedesi (e non solo). Estremamente realistiche. L’arrivismo. La TV spazzatura. La piccola criminalità. Le droghe. Le comunità di immigrati che vengono messe ai margini. Artisti che guardano più ai follower su Instagram che al significato di quello che realizzano. L’egoismo. La competizione. La solitudine.

Non c’è bisogno di grandi sforzi per riconoscere la sua Svezia come un pezzetto del mondo in cui viviamo. Uno scenario perfetto per l’evocazione di mostri stellari. Che possono impunemente gettare la loro ombra malata sulle pareti dei palazzi, sulle strade, sui boschi e sul mare. Che si fanno sentire in modo sempre più deciso, finché si affacciano, come da dietro le quinte, da dietro l’apparenza “normale” dell’esistere. E incarnano un rimosso oscuro, eterno, che mette a dura prova la fragile ragione degli uomini.

Non amo particolarmente gli scrittori che usano un solo stile: penso che ogni storia dev’essere raccontata col mezzo più preciso e adatto. Fager però non cade nemmeno in questo difetto: ha l’abilità di declinare il suo “motore narrativo” ogni volta in diversi modi e gusti.

Cosa altro dire? Culti Svedesi, coi suoi alti e i suoi bassi, è nel complesso un ottimo libro horror e spero vivamente che l’editore Hypnos voglia tradurre gli altri libri del ciclo.

L’inverno più nero | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la recensione a L’inverno più nero, romanzo di Carlo Lucarelli che indaga la realtà di Bologna nel 1944; un capolavoro anche la recensione, a cura del sempre eccellente Fabio Lotti.

Tutti i personaggi sono ben delineati con le loro diverse peculiarità e creano un coro di voci, umori e situazioni diverse. Ecco quindi che la recensione stava per prendere corpo come sempre…

Ma a un certo punto ho smesso di prendere appunti e mi sono lasciato avvolgere dal contesto, dal momento storico, dal dramma nel suo complesso che mi faceva ritornare alla mente certe storie ascoltate da ragazzo in famiglia e che circolavano nel mio paese. Certe storie che ora si ripetevano in una Bologna squallida,  con bambini infagottati, donne in cerca di cibo, lotte immani per la sopravvivenza, in una Bologna di freddo e gelo che sa di fumo vecchio, di cenere, di sporco e canzoni a rammentarci il triste periodo. Al diavolo  le indagini, al diavolo controllare se tutto torna, se tutto quadra. Al centro il dramma della guerra, della miseria, dell’uomo, lo schifo delle sue azioni, l’odio, la brutalità, il tradimento, la violenza, un misto di orrore, di paura e vergogna. Solo ogni tanto, dal vaso dell’orrido esce fuori, a stento e timida, qualche goccia di umanità, qualche goccia di commozione. Anche in quell’inverno “ruvido e freddo.” Nero.

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