HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per Recensioni

Per una lettura antropologica del “Viaggio nella Matamonia di Esagro Noroi”, di Lucio Besana


Su AxisMundi una recensione o lettura antropologica degli scritti di Luciano Besana, uno degli autori italiani del nuovo weird più in vista del momento. Vi lascio a un breve estratto della trattazione:

Credo, a rischio di equivoci, sia possibile attribuire al nome Esagro Noroi una precisa volontà autoriale sottesa a evidenziare la natura di questo particolare personaggio. È bene quindi scomporre il nome in due parti, Es + Agro, ed analizzarli entrambi. L’Es nella psicologia freudiana rappresenta la voce della natura dell’uomo, l’istinto primordiale non assimilabile dalle leggi della società. Rappresenta il nucleo primitivo, che nel caso del Reggente è sinonimo della suo essere quasi divino, capace di rappresentare una furia primordiale in contrasto con la razionalità, rappresentata dall’avanzata tecnologia, della vecchia Matamonia: «Terrorizzati all’idea di perdere il privilegio e la vita, i reggenti di allora avevano inviato le loro macchine da guerra nel vano tentativo di impedire la sua avanzata».

Il contrasto natura/progresso è sintetizzato anche nel secondo composto, Agro, derivato dal latino, e di cui ci possono essere numerose traduzioni: campo, terreno, podere, terra, territorio. Il cognome Noroi, toponomastico preso dal villaggio di nascita, ad una ricerca in rete, corrisponde all’equivalente di fango in lingua rumena, materiale d’eccellenza per la costruzioni dei villaggi primitivi. E in effetti è quello che è il Reggente, un costruttore di senso. Infine, la connotazione naturale è insita nello stesso nome della Matamonia che rimanda, per un gioco di allitterazioni, alla nostra reale Patagonia, instillando fin da subito nel lettore l’aspettativa di un viaggio esotico, magari utilizzando cronotopi narrativi simili a quelli de Le Montagne della Follia di H.P. Lovecraft, per innestare un cornice horror/weird. Invece fin dall’arrivo, essa si presenta come una città di grattacieli uniformi e spettrali, dove l’unica impronta della natura, lasciata dallo stesso reggente, è il Sentiero dei Fiori Rossi.

Urss: come i maiali divennero bipedi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione a Urss, un’ambigua utopia. Cause e conseguenze del crollo dell’impero sovietico, saggio di Yurii Colombo che tratteggia storia e ideologia dell’impero russo ai tempi del comunismo. Vi lascio alla breve valutazione:

Nel programma del Pcus presentato al congresso del 1961 si proclamò raggiunta la fase del socialismo annunciando il comunismo per il 1980, con settimana lavorativa di 20 ore, gratuità di casa, utenze, vacanze, consumazioni al bar e al ristorante. Passata la fatidica data, si dice che Andropov, segretario del partito nel biennio 1982-84, abbia confessato a un suo collaboratore: «Ma quale diavolo di socialismo dispiegato. Dobbiamo ancora lavorare e lavorare per arrivare al più semplice socialismo».
Che cosa fu quindi l’Urss: una distopia totalitaria come dicono sbrigativamente i liberali? Socialismo reale, come affermavano i dirigenti brezneviani, intendendo un socialismo attuato nell’ambito delle concrete possibilità del contesto storico-geografico? Uno stato operaio degenerato che si poteva riportare sulla retta via, come sosteneva Lev Trotsky, una volta eliminata politicamente la casta parassitaria al potere? O infine capitalismo di stato, come credevano anarchici, maoisti, bordighisti e altri comunisti di sinistra?
Sono interrogativi ai quali chi aspira a trascendere l’orizzonte capitalistico non si può sottrarre: sia perché il fallimento dell’esperienza sovietica continuerà ed essere la mazza chiodata dei sostenitori dello status quo, sia perché i processi di burocratizzazione postrivoluzionaria continuano a ripetersi ciclicamente, a vari livelli d’intensità e con diverse connotazioni locali, in ogni esperienza di gestione del potere nelle organizzazioni politiche e statuali insorgenti. Da questo punto di vista la pubblicazione di Urss, un’ambigua utopia di Yurii Colombo offre ai lettori un’utile analisi della storia dell’esperimento sovietico basata su letteratura e fonti poco conosciute nel nostro paese. L’immagine dell’Urss che ne emerge è lontana dalle forzature teoriche funzionali alla battaglia politica; è un’immagine ambigua, spuria, contraddittoria, per certi versi inafferrabile.

L’organismo sociale emerso dalla rivoluzione del 1917 già alla metà degli anni ’20 aveva deprivato gli operai della possibilità di scioperare e d’intraprendere qualsiasi iniziativa autonoma, la democrazia diretta dei soviet non era mai riuscita a decollare per l’immaturità sociale delle peculiari condizioni russe. Dopo il periodo di assestamento staliniano, che si concretizzò in quattro milioni di arresti politici e 800 mila condanne a morte concentrate nel biennio 1937-38, la formazione economico-sociale sovietica, secondo Colombo, prende con Brežnev la forma di un patto sociale: a fronte del monopolio della politica detenuto dalla burocrazia si assicurano alla popolazione piena occupazione, abitazione e prezzi bassi di prodotti alimentari di base, mentre utenze domestiche, sanità, trasporti e strutture ricreative risultavano sostanzialmente gratuiti. A compensazione dell’inefficienza della distribuzione al dettaglio, dovuta agli squilibri tra settori produttivi di beni capitale e beni di consumo, inoltre, era tollerata un’economia parallela fatta di baratti, scambi di prestazioni e traffici di varia entità. All’interno di questa sorta di compromesso neocorporativo, lievitarono a dismisura non solo i privilegi, ma anche i “risparmi” dell’élite. Inoltre, nel momento in cui l’Urss cominciò a venire a contatto con il mercato mondiale capitalistico si aprirono profonde crepe nella sua architettura. Qui, infatti, non operavano meccanismi di ristrutturazione tecnologica e aumento della produttività del lavoro, ma solo compressione salariale per assenza di contrattazione sindacale. Il «vero accidente della storia – commenta dunque Colombo – non fu il crollo di un regime causato da un complesso di fattori contingenti e casuali, ma la sua sopravvivenza per oltre 70 anni malgrado le profondissime contraddizioni interne mai risolte».

Quando infine una parte della burocrazia decise con Gorbačëv di tentare la via dell’autoriforma, le possibilità di riuscita si rivelarono presto insussistenti: la casta al potere era divisa tra chi temeva di perdere il controllo sulla società (i conservatori) e chi aveva sostanzialmente interiorizzato la presunta superiorità del capitalismo (i riformisti); la classe operaia, dopo decenni di abbraccio pattizio con la burocrazia era disorientata, spoliticizzata, abbagliata dalle merci occidentali e oppose una resistenza meramente passiva allo smantellamento dello stato sociale.
Fu così che mentre i dirigenti di partito si facevano concedere crediti in valuta estera per fini speculativi, i giovani comunisti del Komsomol aprirono discoteche e videoclub dove si proiettavano soft-porn e film anticomunisti come la serie Rambo di Sylvester Stallone. I maiali di orwelliana memoria si alzarono definitivamente in piedi e al posto dell’Unione sovietica sorse «un mostro bicefalo, in cui la prima testa è una variante del capitalismo semiperiferico alla Wallerstein e l’altra è un insieme di relazioni neofeudali basate sul capitalismo di Stato, sulla corruzione, sul clientelismo, sul parassitismo del capitale privato».

Se il libro di Yurii Colombo non fosse un saggio teorico, ma un’opera di fiction, entrerebbe a pieno titolo nel genere noir dove la mancanza di eroi senza macchia non significa cinica apologia del disimpegno, ma impietoso affondare del bisturi nei mali del nostro tempo.

Io sono Providence | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Io sono Providence – volume 3, del curatore  S.T. Joshi, ovvero il massimo esperto del Solitario che c’è in giro. Vi lascio alle note del recensore, Cesare Buttaboni:

Viene preso in esame il periodo fra il 1928 fino al 2010 in quanto, anche dopo la morte del Solitario di Providence, si parla diffusamente del suo impatto sulla cultura “popolare” fino ai nostri giorni e si indaga il fascino eterno della sua dinoccolata figura. Gli ultimi anni della vita di Lovecraft sono importanti sotto molti punti di vista: come scrittore ha progressivamente raggiunto il vertice di quell’orrore cosmico qui definito “Arte cosmica non soprannaturale”. Lovecraft aveva infatti codificato un nuovo canone che lo avvicinava a una sorta di fantascienza nera che nessuno in futuro ha mai veramente emulato.

E qualcuno non ha ancora capito la portata della sua arte e detesta la sua produzione. Tuttavia è stato Jacques Bergier ad avvicinarsi di più alla verità definendo in maniera calzante Lovecraft “un Edgar Allan Poe cosmico”. I tentativi di August Derleth (fondamentale in ogni caso il suo contributo nella diffusione dell’opera di HPL tramite la Arkham House) sono riusciti solo a banalizzare I Miti di Cthulhu attraverso una dicotomia fra bene e male di impronta cristiana che è quanto di più lontano dal pensiero lovecraftiano. Nel periodo preso in esame, Lovecraft si avvicinerà al socialismo, anche se in una maniera tutta sua. In ogni caso questo non vuol dire, come si è discusso recentemente, che in futuro sarebbe diventato ancora più di sinistra. Anzi Lovecraft rimase fondamentalmente un razzista per tutta la sua vita, come scrive lo stesso S.T. Joshi e come ha giustamente sottolineato Michel Houellebecq nel suo ottimo saggio H.P. Lovecraft: contro il mondo contro la vita. Ma questo a me sinceramente non interessa. Stiamo analizzando Lovecraft scrittore e quel che resta di importante, in fin dei conti, è la sua opera e sinceramente trovo scorretti tutti i tentativi di incasellarla e ideologizzarla. Di sicuro era un conservatore e trovo difficile pensare che potesse diventare un estremista in un senso o nell’altro. Per cui mette molta tristezza oggi vedere come la sua figura sia ostracizzata da più parti in nome del “politicamente corretto”.

 

Scrivere Fantascienza | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a Scrivere Fantascienza, manuale redatto con i tipi di Odoya e curato da Robert Silverberg.

Il trattato differisce un po’ dai soliti canoni manualistici, Emanuele Manco, il recensione, vi spiega perché:

Robert  Silverberg è uno scrittore del quale moltissimi appassionati di fantascienza più attempati avranno letto qualcosa. Attivo sin dalla giovane età, in questo volume si presenta essenzialmente come un appassionato, un vorace lettore che ha sentito sempre come irrefrenabile l’impulso di raccontare delle storie del genere letterario di cui è appassionato.

La prima parte di Scrivere Fantascienza è costituita quindi anche dal racconto di come un giovane entusiasta, con tutte le ingenuità dell’esordiente, si sia gradualmente trasformato in un narratore esperto. Una testimonianza che potrebbe calzare in qualsiasi realtà editoriale, fatta eccezione per i risvolti meramente economici. Se infatti tutto quanto riguarda l’apprendere come trasformare le idee in buone storie è universale, in un mercato nel quale è praticamente impossibile guadagnare abbastanza da mantenersi scrivendo la fantascienza, come quello italiano, non sono applicabili i consigli su come fare della scrittura un mestiere.

Silverberg in fondo non crede troppo alle regole e, in buona sostanza, la sintesi dei suoi ragionamenti è che scrivere è quello che rende tale uno scrittore, una parola dopo l’altra. Quello che ritengo applicabile anche alla nostra realtà, è il racconto di come in fondo se la scrittura è un esercizio solitario, non è da solitari essere uno scrittore.
La differenza sembra sottile ma è fondamentale. Silverberg racconta di come, attraverso la conoscenza di altri appassionati come lui, si sia sempre sentito parte di una comunità. Appassionati che hanno cognomi “pesanti”, come Asimov, Ellison, Dick, Heinlein o Sturgeon.

Nel mio piccolo, riconosco la sensazione. In una convention, o in una chiacchierata con altri scrittori, si ricevono, più o meno consapevolmente, stimoli a proseguire nella propria passione. Ma non tanto per effetto di complimenti o di critiche, aspre o costruttive che siano, pur importanti. È proprio l’effetto benefico dei giorni passati in vicinanza di spiriti affini a fare la differenza, a farti mettere davanti al pc sin dal giorno successivo.

Il Bacio della Mantide | PostHuman


Su PostHuman un’appassionata recensione all’ultimo lavoro edito di Stefano Di Marino, Il Bacio della Mantide, uscito quest’estate per Oakmond. Vi lascio al ricordo vibrante di Mario Gazzola, che ha curato la recensione.

Fine artigiano di diversi generi – non solo spy ma anche sci-fi, fantasy, action, western e horror (come ad es. il recente Voodoo Darkness per Weird Book la cui copertina vedete qui a lato), talvolta fusi insieme e, ovviamente, noir – Di Marino si è dedicato più volte a ricreare sulla pagina scritta anche le atmosfere di quell’italian giallo che era certamente più cinematografico che letterario (fra i protagonisti ovviamente anche Aldo Lado, altra guest star del festival di Torre Crawford con le sue memorie in presa diretta dalla stagione aurea del giallo italico): prima con l’antologia da lui curata Il Mio Vizio è una Stanza Chiusa (titolo ispirato al celebre thrilling di Sergio Martino con Edwige Fenech, cover a lato), uscito per il Giallo Mondadori nel di cui a mia volta avevo già scritto su Nocturno e QUI.
Ora con Il Bacio della Mantide, il suo ultimo giallo pubblicato da parte di Oakmond Publishing (in apertura la bella copertina con quadro di von Stuck), che ho avuto l’opportunità di leggere proprio durante il lungo viaggio in treno Milano-Scalea, arrivando con mia sorpresa ben oltre il previsto “assaggio” necessario a chiacchierarne con cognizione di causa dal vivo con Cappi, bensì fin oltre pagina 180. E questo è già il primo banco di prova per il narratore di razza: se il lettore – ancorché non neofita – si aggancia subito alla trama e non riesce più a staccarsene, neanche nelle ore più profonde della notte, vuol dire che la storia “prende”. O, come ha detto Cappi medesimo nel corso dell’incontro, che noi lettori “sentiamo la paura per il destino dei personaggi in pericolo”, il che appunto misura il nostro grado di empatia con la finzione orchestrata dall’autore. Che dell’italian giallo rimescola in modo personale molti tòpoi: un serial killer misterioso e psicopatico, una femme fatale, che qui stranamente coincidono, ribaltando il cliché secondo cui nello “spaghetti thriller” siano sempre le donne a morire (come osservò un critico straniero), perché questo consentiva al regista la messa in scena della fuga (spesso con vestiti strappati), i disperati tentativi di difesa della vittima designata e il suo inesorabile slashing (frequentemente all’arma bianca, che rende l’omicidio più diretto e “carnale”, come nell’esempio citato proprio nel corso dell’incontro: la fuga della donna nel parco di 4 Mosche di Velluto Grigio).
Nel Bacio della Mantide sembra proprio che sia una donna ad uccidere – ma come può se è già morta nel tentativo di fuggire dal manicomio criminale in cui era reclusa? – mentre le vittime appartengono ad entrambi i sessi democraticamente: in un hotel di Latina isolato da provvidenziale tempesta, infatti, qualcuno è riuscito a riunire lo sbirro (menomato) che aveva arrestato la mantide-killer, l’unico superstite delle sue sadiche orge sanguinarie, la di lui fidanzata tossicomane, il criminologo tv star che le aveva fatto scampare il carcere attraverso l’ospedale psichiatrico, l’infermiera che l’aveva in cura là dentro e ne aveva subìto il fascino letale e la gestrice dell’albergo, pittrice dilettante che alla famigerata assassina aveva dedicato un inquietante tela il cui occhio malvagio sembra seguire tutti i malcapitati ospiti della struttura, più qualche incolpevole comprimario dello staff e partner dei protagonisti, destinati a non miglior fine solo per il fatto di trovarsi nel posto sbagliato a completare le torbide trame di relazione con i bersagli della vendetta di “Moira la Pazza”.

 

Dune 2021: l’epica delle sabbie | PostHuman


Su PostHuman Mario Gazzola recensisce in anteprima Dune, il nuovo film di Denis Villeneuve. L’articolo è trascinante, la prosa di Mario è notevole e fa precipitare il lettore direttamente nelle viscere della pellicola, che forse vedrò ma che a priori non suscita automaticamente l’attesa che ho avuto, che so, per Blade Runner 2049, soltanto perché non amo particolarmente la saga di Frank Herbert (lo so, adesso mi bersaglierete con ingiurie ed epiteti di ogni foggia). Vi lascio alle parole di Gazzola:

La sua narrazione ha il passo ieratico e solenne della fantascienza mistica, ai confini col fantasy più maturo: quella che ci presenta il “viaggio dell’eroe” (saggio-bibbia degli sceneggiatori by Chris Vogler, basato sugli studi di mitologie e religioni comparate di Joseph Campbell nel pure monumentale saggio L’eroe dai mille volti), segue un andamento che nei suoi tratti essenziali si ritrova appunto nei cicli mitologici classici (tutti, dall’Iliade al ciclo bretone di Artù, dal Kalevala al Mahabarata, ma pensate solo a cos’è Virgilio per Dante nella Commedia).
Viaggio iniziatico che nei suoi punti salienti – un eroe, un antagonista, un mentore, un talismano, un conflitto per conquistare un premio, una vittoria, l’amore – riassume in sé praticamente l’essenza, il dna di ogni narrazione, dall’Ulisse di Omero a quello di Joyce. Ciò che rende appunto la sci-fi/fantasy matura la prosecuzione della mitologia in forme letterarie moderne.
Villeneuve, da indiscusso maestro della regia quale ormai è, impagina questo viaggio in sontuosi panorami di… dune (ovvio!) e rocce tendenti all’astratto, colori sabbiosi e interni tetri e incombenti, fastosi costumi neorinascimental-cosmici, attraverso quei silenzi e quelle attese di qualcosa d’inespresso che sono il suo marchio di fabbrica da Arrival, che bene servono l’atmosfera mistico filosofica dell’opera e che sono una continua festa per gli occhi, anche quando rischiate di perdervi fra le intricate cospirazioni di corti spaziali degne dei Borgia.

Come di ogni opera larger than life, vi capiterà – come dubitarne? – di leggere in giro su qualche pregiato quotidiano nazionale stupidaggini tipo che il film ha “una parte centrale troppo lenta”, che sono un po’ come dire che la Bibbia “ha anche delle buone idee ma niente ritmo”. Ma sono quei redazionali svelti scritti da “penne medie” per essere letti dallo “spettatore medio” in tempi medi e dargli l’illusione d’aver capito in fretta se il film è da vedere o no. Carta igienica per il giorno dopo.
Fate come diceva proprio Virgilio a Dante: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Voi che leggete qui invece andatelo a vedere, lasciatelo crescere nei suoi 155 minuti di epos, e progressivamente sentirete crescere in voi l’inesorabile empatia per l’ennesimo viaggio eroico, sempre attraverso le stesse tappe, sempre appassionante come la prima volta, quello del giovane Paul Atreides (il 26enne Timothée Hal Chalamet qui sopra a sinistra) e della sua affascinante e combattiva madre-Gesserit dai poteri telepatici Lady Jessica (suadente e magnetica Rebecca Ferguson sotto a sin., che non si è mai sazi di guardare), circondati dall’opulento cast con Oscar Isaac (duca Leto Atreides, padre di Paul, nella foto in alto con lui), Josh Brolin (il roccioso Gurney Halleck), Stellan Skarsgård (l’immenso barone Vladimir Harkonnen, sopra a destra), il sempre minaccioso Dave Bautista, la velata reverenda madre-Gesserit Charlotte Rampling (qui sotto a destra con Paul) e Javier Bardem (il Fremen Stilgar). La coprotagonista Zendaya appare ancora poco, perché il suo ruolo crescerà ora che Paul e madre trovano riparo fra i Fremen del deserto cui lei appartiene, ma proprio quando ahinoi termina bruscamente il film, lasciandoci assetati come nomadi nel deserto della seconda parte, sui cui tempi di gestazione purtroppo non si sa ufficialmente ancora nulla.

VENTITRÉ MODI PER SOPRAVVIVERE di Ksenja Laginja (poesia) | LetteratitudineNews


Su LetteratitudineNews una recensione a Ventitré modi di sopravvivere, silloge poetica di Ksenja Laginja uscita per i tipi KippleOfficinaLibraria nella collana VersiGuasti, curata da Alex Tonelli. Vi lascio alle parole del recensore Carlo Di Francescantonio:

Contiamo insieme tutte / le lettere, ventitré volte siamo / stati qui come il tuo amore /
in congedo dalla vita, / ci toccherà per ultimo / nominare i successori / al principio del cosmo
. Sono i versi della prima poesia – il ritorno alla meraviglia della poesia – che altro non sono che una nuova porta attraverso la quale Ksenja Laginja invita ancora una volta nella “stanza privata del poeta”. Anche in questo caso, in punta di piedi l’ingresso è consigliato, perché il simbolo fa da scudo al significato e la pazienza sarà aiuto prezioso alla comprensione. Sono passati già sei anni da quel così breve ma altrettanto profondo libro che è Praticare la notte, ultima dichiarazione nuda di un’esistenza destinata alla poesia e che, proprio attraverso la poesia, ha come destino l’incontro con la sublimazione. Ed è attraverso una voce gentile, che accade il gesto. Ksenja non ha mai avuto bisogno di alzare la voce, parafrasando una dedica che Stephen King scrisse per Shirley Jackson. Più di un lustro, dunque, dove Laginja ha continuato a coltivare in silenzio, affinando ulteriormente, la dote invisibile dell’ascolto e del riportare. E oggi il lettore si troverà di fronte a un testo misterioso, Ventitré modi per sopravvivere, il cui significato arriva da molto distante, prima ancora di quel territorio ancestrale dove è stato “composto” l’essere umano. Un antico significato fatto numero e declinato con rigore matematico ma che, attraverso una felice alchimia fatta di sentimento e vissuto, viene nuovamente declinato con la lingua della Letteratura. In ventitré “dichiarazioni” si snoda un atipico manuale di sopravvivenza, senza che sia chiaro a cosa e come sopravvivere, perché, nei versi, non si può parlare solo di vita e di morte e di sopravvivenza alla stessa morte.

Per sopravvivere, soprattutto a se stessi, un manuale potrebbe essere una piacevole o disperata soluzione. Non delle istruzioni dettagliate quindi, ma una voce, un ascolto, un qualcosa che ha il compito di far sentire meno soli e soprattutto compresi.

 

Jodorowsky’s Dune: il più fecondo fallimento della storia del cinema


Su PostHuman Mario Gazzola traccia mirabilmente le coordinate di Jodorowsky’s Dune, il documentario video in cui si racconta il making of del regista cileno attorno al concept di Dune. Un estratto:

La parte più pazzesca del film di Pravich è infatti il dopo, in cui la regia ci giustappone esempi dei disegni di Moebius per lo story board di Dune accanto a scene di film successivi, talmente simili da non poter pensare che sia stato un caso: il libro era rimasto nel cassetto di tutte le major hollywoodiane, quindi non è stupefacente che intuizioni della geniale coppia siano filtrate nei duelli di Star Wars di Lucas, nelle soggettive di Terminator di Cameron, nelle apparizioni fantasmatiche dei Predatori dell’Arca Perduta di Spielberg o in altri titoli minori come Flash Gordon, fino alle minacciose montagne scolpite nel Prometheus di Ridley Scott.
Al cui epocale capostipite Alien peraltro diedero decisivi contributi proprio O’Bannon (col soggetto originale) e Giger (coll’indimenticabile, orroroso xenomorfo), “scoperti” da Jodo e indi “adottati” da Hollywood dopo il naufragio del cosmico progetto, se ne parla alle pagine 101-106 del mio FantaRock (con Ernesto Assante, Arcana, 2018).

Mai pubblicata neppure in forma di libro cartaceo, la fertilissima, profetica sceneggiatura Jodo/Moebius si connette infine anche all’imminente, attesissimo Dune di Villeneuve (di cui già è trapelato il progetto di una trilogia cinematografica per sviluppare compiutamente l’impianto narrativo di Herbert) attraverso la colonna sonora: infatti le solenni musiche di Hans Zimmer per il film in uscita comprendono anche un brano riarrangiato dei Pink Floyd ambìti da Jodo: è Eclipse, proprio da quel The Dark Side Of The Moon le cui session di registrazione volgevano alla fine al momento dell’incontro col visionario regista cileno).

Gustav Meyrink: Il volto verde – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione e analisi del romanzo di Gustav Meyrink “Il volto verde”, a cura di Cesare Buttaboni. Un estratto:

L’inizio vede il protagonista, l’ingegnere austriaco Fortunat Hauberisser, camminare per le vie di Amsterdam ed entrare nella “Bottega delle meraviglie di Chider Grün”. Qui incontrerà subito la “faccia verde” nella persona de “Il signor Chider Grün” ma, successivamente, si accorgerà che si trattava solo di una “visione”. Non sarà comunque il solo che riuscirà a vedere “la faccia verde”. La vedranno anche il suo amico, il barome Pfeil, e il padre della sua amata Eva Von Druysen. Ma la Faccia Verde resta nascosta ad altri personaggi come l’imbroglione Zitter Arpad e la benefattrice Germaine Rusktinat. Si tratta chiaramente di un simbolismo: in pratica riescono a “scorgerlo” solo coloro che si sono “risvegliati”. Ad ogni personaggio apparirà nei contesti più disparati: c’è chi lo vede in un quadro, chi in un manoscritto che si rivelerà importante, chi crede di riconoscerlo in una persona vista per strada oppure lo scorge in una “visione”. La vicenda procede in maniera non lineare: l’attenzione è posta su vari personaggi e, fra le varie dottrine esoteriche, c’è spazio anche per una storia di amore con Eva Von Druysen, conosciuta a casa del dottor Sephardi. Proprio Sephardi parla dell’importanza occupata dalla donna, vista come un ponte che conduce alla Vita con queste parole “Da solo, nessuno uomo può giungere a questo scopo. Egli ha bisogno per questo di una compagna. L’unione di una forza maschile e di una forza femminile soltanto può permettergli questo passaggio. In ciò è il senso segreto del matrimonio, perduto da millenni”. Hauberrisser entra poi in possesso di un misterioso manoscritto il cui significato, inizialmente, gli rimane oscuro. Ma poi capisce che il manoscritto lo mette in guardia dalle “false immagini” dell’altra realtà. Entrano in scena anche un circolo di mistici cristiani, Jan Swammerdamm, un collezionista di insetti, l’ebreo russo Lazarre Eidotter (che si rivelerà un vero e proprio “iniziato”) e lo Zulù Usibepu. Il finale vedrà l’iniziazione di Hauberrisser attraverso il rito magico dell“inversione delle luci” che simboleggia la sua evoluzione interiore. Sulla storia incombe sempre il fantasmagorico “simbolo” de Il volto verde.

In effetti Il volto verde può essere visto come un libro “iniziatico”, un testo che mira a cambiare, magari anche solo in minima parte, la vita di chi lo legge. In questo senso può essere letto come una sorta di manuale di insegnamenti occulti e iniziatici e parla dello yoga, del Tantrismo e di come risvegliare i poteri magici nascosti all’interno dell’uomo per raggiungere uno stato di consapevolezza metafisico superiore e raggiungere, in questo modo, l’immortalità. Ma vengono respinte le tendenze allo spiritismo e, in questo senso, la sua posizione è simile a quella che Julius Evola espone in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo. Lo stile di Meyrink è visionario e onirico: se non si approccia il suo simbolismo con la dovuta attenzione c’è il rischio di non riuscire a gustare pienamente la sua opera.

Gustav Meyrink: Il Golem – Ver Sacrum


Su VerSacrum una attenta recensione di Cesare Buttaboni a Il golem, capolavoro di Gustav Meyrink. Vi lascio alle sue parole:

Il Golem sfrutta abilmente la leggenda ebraica del Golem (un colosso d’argilla plasmato artificialmente dall’uomo tramite la magia) ed è imbevuto dalla cultura della dottrina della Kabbalah. Meyrink evoca un’atmosfera incubica in cui viene magistralmente descritta Praga con il suo retaggio di cultura magica e con il suo ghetto malsano pieno di sordide figure. La città di Praga è considerata da Meyrink come una sorta di “soglia”, crepa che si apre tra il mondo reale e l’aldilà. Gli stessi abitanti di Praga sono visti come delle marionette, degli automi assoggettati ad una forza sovraindividuale che determina tutte le loro azioni. Lo stile narrativo procede per “immagini” e riesce a trasportare il lettore in un vortice delirante di sogni. L’alternanza di onirismo e veglia conferisce alla storia un’atmosfera irreale e da incubo: si narra la vicenda di un uomo (di cui non viene mai fatto il nome) che scambia il cappello con l’intagliatore di pietre preziose Athanasius Pernath di cui rivivrà la vita come in un sogno. Si risveglia in un appartamento nel ghetto ebraico. Uno sconosciuto gli commissiona il restauro di un libro che gli farà prendere coscienza della realtà circostante. Facciamo la conoscenza di personaggi come il rigattiere Aaron Wassertrum, sorta di simbolo negativo, e di Hillel, un impiegato del municipio ebraico, fonte di energie positive. Su tutto aleggia la leggenda del Golem che, rispetto alle tradizioni ebraiche, viene usata in maniera eterodossa. Così il marionettista Zwahk descrive il manifestarsi del Golem: “Ogni 33 anni all’incirca si ripete nelle nostre viuzze un avvenimento, che in se stesso non ha proprio niente di particolarmente allarmante e tuttavia riesce a propagare uno spavento per il quale non si possono trovare né spiegazioni né giustificazioni. Succede cioè ogni volta che un uomo assolutamente sconosciuto, privo della barba, dalla faccia gialla e tratti mongolici, provenendo dalla via della Vecchia Scuola, vestito di stinti abiti fuori moda, con un’andatura inciampicante in modo specialismo e uniforme come se ad ogni attimo dovesse cadere in avanti attraversa il quartiere ebraico e d’un tratto si rende invisibile. Di solito svolta in un vicolo, e scompare. Una sola volta si dice che abbia descritto con il suo cammino un cerchio, ritornando al punto da cui era partito: una vecchissima casa nei pressi della sinagoga. Particolarmente profonda dev’essere stata l’impressione da lui suscitata 66 anni fa, poiché mi ricordo che la gente rovistò quella casa di via della Vecchia Scuola da cima a fondo. Si appurò anche che in quella casa c’è davvero una stanza con una finestra munita d’inferriata e priva di qualsiasi accesso”. Proprio in questa famigerata stanza (dove dovrebbe trovarsi il Golem e a cui si accede tramite un passaggio sotterraneo) Athanasius Pernath affronterà i suoi demoni personali. Lì troverà dei vecchi stracci e un mazzo dei tarocchi e avrà delle “visioni”. Infine “riesce” trovandosi nei pressi della Vecchia Scuola. Il dettaglio inquietante è rappresentato dal fatto che gli stracci indossati sono gli stessi dell’enigmatica figura descritta come il Golem. Alla fine il Golem rappresenta il doppio e il lato oscuro della personalità del protagonista.

Questa interpretazione è stata criticata da Gershom Scholem in quanto la figura utilizzata da Meyrink è più uno spettro (ricalcato sulla figura dell’Ebreo Errante) che un essere plasmato dall’argilla. In realtà lo stesso Scholem apprezzava Il Golem infatti scrisse “Ma, con tutto il suo disordine impuro e arruffato, Il Golem di Meyrink è avvolto da un’atmosfera inimitabile, dove elementi di incontrollabile profondità, e anzi di grandezza, si uniscono a un raro senso della ciarlateneria mistica e ad una singolare capacità di épateur le borgeois”. In retrospettiva il romanzo quindi funziona ed è, ancora oggi, moderno: come dice Manfred Lube “Utilizzando la figura del Golem come sosia dell’eroe del suo romanzo, Meyrink ha creato, senza alcun dubbio, un simbolo corrispondente ai problemi ed ai centri d’interesse della sua epoca, così nettamente orientata verso la psicologia…”.

The Nefilim

Fields Of The Nephilim

AppartenendoMI

Ero roba Tua

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

ONLINE GRAPHIC DESIGN MARKET

An Online Design Making Site

Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

listen to the tales as we all rationalize

CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

ADESSO-DOPO

SCIVOLO.

Unclearer

Enjoyable Information. Focused or Not.

Free Trip Downl Hop Music Blog

Free listening and free download (mp3) chill and down tempo music (album compilation ep single) for free (usually name your price). Full merged styles: trip-hop electro chill-hop instrumental hip-hop ambient lo-fi boombap beatmaking turntablism indie psy dub step d'n'b reggae wave sainte-pop rock alternative cinematic organic classical world jazz soul groove funk balkan .... Discover lots of underground and emerging artists from around the world.

boudoir77

"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

MITOLOGIA ELFICA

Storie e Leggende dal Nascondiglio

Stories from the underground

Come vivere senza stomaco, amare la musica ed essere sereni

Luke Atkins

Film, Music, and Television Critic

STAMPO SOCIALE

Rivista di coscienza collettiva

La Ragazza con la Valigia

Racconti di viaggi e di emozioni.

simonebocchetta

Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

TRIBUNUS

Duemila anni di Storia Romana

Alessandro Giunchi

osirisicaosirosica e colori

Dreams of Dark Angels

The blog of fantasy writer Storm Constantine

Bagatelle

Quisquilie, bagatelle, pinzillacchere...

HORROR CULTURA

Letteratura, cinema, storia dell'horror

Oui Magazine

DI JESSICA MARTINO E MARIANNA PIZZIPAOLO

Eleonora Zaupa • Writer Space

Una finestra per un altro mondo. Un mondo che vi farà sognare, oppure...

Gallerie da Vinci

Paesaggi dell'Anima

Through the Wormhole

“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

AI MARGINI DEL CAOS

un blog di Franco Ricciardiello

Tra Racconto e Realtà

Guardati intorno

Roccioletti

Arte altra e altrove.

Sharing

NEUTRALIZE THE FREE RADICALS

Novo Scriptorium

ἀνθρώποισι πᾶσι μέτεστι γινώσκειν ἑωυτοὺς καὶ σωφρονεῖν.

Arte Macabra

per gli amanti del macabro e del grottesco nell'arte moderna

CineFatti

Almeno un film al giorno, come il caffè.

Alessandro Rolfini

ESPLORA L’AVVENTURA

Pmespeak's Blog

Remember! Once warmth was without fire.

L'edera

e le altre poesie in ordine sparso by MerMer

anche-ombre

percorsi ombreggiati, riflessioni esauste, alcooliche, liberatorie

Giacomo Ferraiuolo

Avevo un sogno e l'ho realizzato.

- GIORNALE POP -

Per informarsi su fumetti, film, serie tv, cartoni, musica e tutto ciò che è pop

Inchiostro e Sanguenero

È impossibile non comunicare. (Primo assioma della comunicazione. Scuola di Palo Alto)

Stregherie

“Quando siamo calmi e pieni di saggezza, ci accorgiamo che solo le cose nobili e grandi hanno un’esistenza assoluta e duratura, mentre le piccole paure e i piccoli pensieri sono solo l’ombra della realtà.” (H. D. Thoreau)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: