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Archivio per Recensioni

Progetto Jennifer – Parte Prima di Charles Stross | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com una bella recensione alla prima parte di Progetto Jennifer, romanzo Urania appartenente al Ciclo della Lavanderia di Charles Stross. Eccone un passo:

Tra le varie cose da molti anni mi occupo di un filone del fantastico che potremmo chiamare, a grandi linee, quello dei Detective dell’occulto. Non è questa la sede per approfondire un discorso vasto e complesso che potremmo sintetizzare così. A inizio Novecento l’argomento viene trattato da grandi scrittori del fantastico da Howard a Lovecraft, passando anche per nomi oggi meno conosciuti come Le Fanu, Blackwood, Machen ma che, persino nel nostro Paese, solitamente così restio al fantastico, sembrano attraversare una nuova piccola età dell’oro. A livello mondiale, purtroppo, questa corrente si arresta negli anni settanta. Da allora la letteratura sembra abdicare questo filone a favore di un realismo dominante. A prenderne l’eredità saranno il fumetto, che, proprio in questi anni, passa per una rivoluzione totale sia tematica che formale, e, in tempi più recenti, serie tv come Supernatural. Da quell’epoca mitica escono capolavori come Hellblazer, Hellboy, Preacher, solo per nominare i più conosciuti, e due fenomeni nostrani come Dylan Dog e Martin Mystere (recentemente Black Monday rinverdisce ancora il filone). A inaugurare il nuovo cambio di rotta, e a far tornare alla letteratura, contribuisce in maniera decisiva proprio il grande Charles Stross, col suo celeberrimo Ciclo della Lavanderia.

Conosciuto in Italia più come autore di fantascienza post cyberpunk, Stross da noi è stato, ovviamente direi, trascurato per la sua produzione più tipicamente Pop, tra cui questo ciclo. Grande errore della nostra critica, perché è proprio questo il prodotto che, nel mondo, ha dato fama e successo al suo creatore.

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Karma City Blues, di Giovanni De Matteo – Recensione


Karma City Blues è un’altra incursione nel complesso mondo della Napoli dei decenni 50/60 di quest’inizio millennio, postumano e pregno di Kipple. Uno sforzo immaginativo a circa mezzo secolo da qui che Giovanni De Matteo compie da almeno un decennio, il cui risultato si misura in due romanzi, uno dei quali vincitore del Premio Urania 2006, più altre sortite effettuate nel medesimo universo usando media anche diversi, come il fumetto.

In Karma City, che potremmo definire come uno spin-off – perché qui la Polizia psicografica partenopea, attrice dei primi due romanzi con le indagini post morte del commissario Briganti, non c’entra direttamente – troviamo il protagonista Rico che esce da una biennale prigionia criogenica, comminatagli per dei motivi che comprenderemo meglio leggendo il libro. Per inquadrare maggiormente ciò che vi sto raccontando, vi allego la sinossi dell’opera:

Napoli, 2069. Il criminale informatico Rico viene risvegliato dal criosonno penitenziario per indebolire l’egemonia delle compagnie indiane. Ma Rico ha le sue ossessioni: indagare sul tradimento che lo ha condotto in prigione e ritrovare la sua amata Rulah. Su uno sfondo napoletano del terzo millennio, generato da commistioni etniche, contorsioni criminali e quotidianità tecnologiche, dove su tutto incombe la Barriera che tiene lontano il kipple e abitata dal Popolo alato dei nibbi, Rico dovrà venire a capo della sua ricerca, ma scoprirà l’esistenza di qualcosa molto più grande di lui.

De Matteo sa come intrigare con una storia complessa, dove oscure commistioni sociali si generano in una futuribile e babelica metropoli, mediterranea, che non può evitare di contaminarsi ancora di più con ogni etnia postumana immaginabile, compresa quelle sintetica; il linguaggio che Giovanni usa e le immagini che riempiono il romanzo sono gelide stilettate di realtà, la visione delle torbide trame che si sviluppano nella Napoli già plausibile adesso sono degne del miglior Richard Morgan, di Dashiell Hammett, di William Gibson e di tutta la cordate del genere HardBoiled. La capacità di De Matteo, però, di pennellare un quadro originale e al contempo classico, con le indagini post morte che Rico farà qualche volta pur non essendo legato agli ambienti investigativi della Polizia, aiuteranno a delineare nel lettore un incubo livido di pervasività digitale e di terribile degrado morale, dove i boss delle corporazioni della malavita locale e le multinazionali voraci – come solo loro sanno essere – sembreranno il compendio di un’apocalisse di perdizione, dove nemmeno nella morte sarà possibile trovare la giusta pace; non subito, almeno.

Chi sa scavare il Presente, con gli occhi del Futuro e con la consapevolezza del Passato, sa bene quanto ci sia di non visto oltre la cortina del contemporaneo; al sordido squallore di una vita che gran parte dei protagonisti di questo romanzo e dell’intero universo post Singolarità sembrano vivere, tetro e svuotato di ogni valore, si sovrappone l’atavica speranza di un’esistenza migliore, miraggio che li anima perché nati nei bassifondi di Napoli, marchiati dal peccato originale di una metropoli che arranca senza riuscire a migliorarsi. Potrà mai esistere una trascendenza illuminata che allontani dal fango del kipple le povere vite di quei derelitti, che hanno avuto l’unica colpa di non ritrovarsi dalla parte delle terribili mafie e multinazionali? Per avere un principio di risposta, leggete Karma City Blues

Prendi i soldi e scappa (2018) La finanza spiegata con il cinema | nonquelmarlowe


LuciusEtruscus indaga i fondamenti del paradigma finanziario attuale attraverso alcuni film; è questo il senso del suo post, da cui estraggo alcuni frammenti che restituiscono un mondo finanziario, liberista, dislessico e incoerente, se vogliamo guardare l’interesse degli umani:

Immaginate uno scenario fantascientifico, in cui alcuni automobilisti particolarmente ricchi e potenti riescano a fare pressione sui vari Governi per abolire il Codice della Strada: da domani ognuno guida come vuole e fa quello che vuole, partendo dal presupposto che tanto quando si è per strada poi si trova un equilibrio e si fanno sempre scelte mediamente giuste. Non bisogna essere preveggenti per immaginare scenari catastrofici.

Quando però escono fuori gli incidenti, non chiamateli così: chiamateli “bolle”. E quando la mancanza di qualsiasi regolamentazione crea un massacro, dove ricchi automobilisti proseguono illesi lasciando dietro di sé centinaia di morti e feriti, chiamatela “crisi”, che è più gentile. Anche perché dopo un incidente mortale tutti chiedono di modificare le regole, dopo una crisi invece tutti chiedono di tornare a come si stava prima della crisi. Cioè alla condizione di avere un’altra crisi.

Ho portato alle estreme conseguenze un esempio che trovate nello splendido “Prendi i soldi e scappa” (Laterza 2018) di Marco Onado, professore di Economia dell’Università Bocconi. Grazie a questa deliziosa opera per la prima volta sono arrivato vicino a capire la “crisi finanziaria” di cui tutti parlano senza spiegarla mai, perché altrimenti poi qualcuno potrebbe chiedere di adottare dei seri provvedimenti e questo non lo vuole nessuno.
Il modo migliore per spiegare la crisi, scopro, è… il cinema! In fondo lo dice il sociologo Max Weber: «Chi vuole visioni vada al cinematografo»!
Con uno stile frizzante e coinvolgente Onado ci guida in una ricca scelta di film del Novecento con un denominatore comune: mostrare non solo la finanzia in azione, ma anche come la finanza è percepita e si è modificata. Perché sono lontani i tempi del buon banchiere de “La vita è meravigliosa” (1946): dagli anni Ottanta si è imposto nel mondo la figura dello spregiudicato tagliagole di “Wall Street” (1987).

Da “Prendi i soldi e scappa” (1969) di Woody Allen a “Il dottor Stranamore” (1964) di Kubrick, fino ad “A cena con il diavolo” (1992) di Édouard Molinaro, che credevo di conoscere solo io: un viaggio meraviglioso attraverso storie provenienti dall’immaginario collettivo di tutto il Novecento che ci aiutano a capire com’è cambiata l’economia, anzi: come è morta l’economia in favore di una finanza deregolamentata. Di come i finanziari abbiano insegnato “ad amare la bomba” (come appunto nel film di Kubrick) e di come dagli anni Ottanta abbiano premuto i Governi per togliere di mezzo ogni regola e norma: la finanza dev’essere libera… così che quando lascia dietro di sé morti e feriti, la si chiama “bolla” o “crisi” e si va avanti esattamente come prima.

Quello che Onado sottolinea è quello che non ho mai sentito dire a nessuno dei tanti “specialisti” che sono andati in TV a spiegarci la crisi: esattamente come il Governo italiano sta crollando per via di un’illegalità diffusa se non totale, la finanza e la sua illegalità – perché togliere le regole non vuol dire che ci si comporta bene – ha creato il mondo in cui siamo, in cui c’è da stupirsi che non ci siano molte più crisi mondiali.
Come dice John Kay, la finanzia ha rapporti prevalentemente con se stessa, parla con se stessa e giudica se stessa in base a parametri che essa stessa ha generato.

Dagli anni Ottanta il capitalismo è scomparso, perché per definizione questo ha bisogno del “capitale”: e chi ce l’ha? Sono tutti pieni di debiti. Ottimo: facciamo i soldi coi debiti. Ecco la finanza.

Trieste Science+Fiction 2018, giorno cinque | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com il resoconto, tra le altre cose, del panel di ieri al Trieste+ScienceFiction Festival su NuoveEterotopie, l’antologia definitiva dei connettivisti con ospite d’eccezione Bruce Sterling.

L’occasione del confronto è l’uscita dell’antologia Nuove eterotopie, edita da Delos Digital (che Fantascienza.com conosce molto bene…). Presenti al Café Rossetti anche i giovani scrittori connettivisti Tonelli, Mastrapasqua e Furlani, oltre alla vulcanica moglie di Sterling Jasmine Tešanović, attivista e scrittrice a sua volta. Se dovessi creare un movimento letterario, dovrebbe essere scientificamente plausibile ma venire dal cuore afferma Sterling. Ma la definizione di un movimento è segno che si è pronti a passare oltre aggiunge relativamente al connettivismo, che lega le diversissime storie di questa raccolta. Arriviamo in fondo alla chiacchierata parlando di quanto il fact-checking scientifico sia importante in questo specifico filone di letteratura fantastica. Anche se lo chiamerei più word-checking chiude acutamente Mastrapasqua. Usciamo con la testa piena di idee da proiettare sul grande schermo assieme ai film, anzi, nei film.

Il genio postumo del Weird italiano l’hanno scoperto gli americani – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un articolo competente (e come potrebbe non esserlo) di Andrea Vaccaro sul weird di Giorgio De Maria, parte integrante del volume Guida ai Narratori fantastici italiani, curato da Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e appunto Andrea Vaccaro.

Torino, città della magia e dello spiritismo, muta ancora una volta: attraverso un registratore speciale, vengono registrate le voci/le urla/i suoni, ma non si tratta delle “classiche” voci dei morti, qui si tratta di qualcosa di più arcano e sconosciuto. In tutto il romanzo c’è la consapevolezza di superare i canoni della classica storia dell’orrore e di fantasmi. Quasi beffardamente a un certo punto si dice: “Sì, però nelle ghost-stories alla fine le allucinazioni si rivelano fondate: i fantasmi ci sono davvero”. In effetti qui non ci saranno “fantasmi”, ma qualcosa di diverso, di altro, di non-conoscibile. Nel romanzo non è assente un’altra tematica tanto cara a De Maria, il rapporto tra potere e arte, con l’invenzione della Biblioteca. L’invenzione della Biblioteca, se pur può avere discendenze borghesiane, si distacca dal metafisico luogo sognato dal maestro argentino: nessuna pretesa di eternità o di infinito, bensì ricetto di diseredati, asociali, scrittori mancati: “Il frequentatore tipico della Biblioteca era un individuo timido, desideroso di approfondire la propria solitudine e di farla pesare al massimo sugli altri”. Ma dove l’invenzione di De Maria diventa geniale è la visione della Biblioteca come luogo di condivisione di esperienze vissute, reali: “Tu, potrai collaborare frequentandola per leggere, oppure portando dei tuoi manoscritti che saranno archiviati e numerati e che verranno a costituire a loro volta il materiale di lettura. A noi non interessano la carta stampata, i libri, c’è troppa finzione nella letteratura, anche in quella cosiddetta spontanea… noi siamo alla ricerca di documenti veri, autentici, che rispecchino l’animo reale della gente, che possano, insomma, considerarsi per davvero dei soggetti popolari… possibile che tu non abbia mai scritto un diario, un’autobiografia, una confessione di qualche problema che ti turba?”. Non sorprende che alla lettura del romanzo si sia gridato al talento visionario e anticipatore di De Maria, con la predizione dell’avvento di Facebook e del fenomeno dei social. E non si fatica a vedere anche una forte polemica dell’autore verso il mondo di quell’editoria che tanto aveva disatteso le sue speranze. L’aspetto più straordinario del romanzo è la capacità di creare una vera e propria escalation dell’incubo, arrivando sino al finale, uno dei più belli in assoluto della letteratura fantastica italiana. Lo sdoganamento negli Stati Uniti ha portato ad accostare il romanzo di De Maria ad autori quali Poe, Lovecraft (è possibile, se non probabile, che De Maria abbia letto Lovecraft nella prima e più celebre raccolta mondadoriana del 1966, I mostri all’angolo della strada), ma è certamente la letteratura italiana ed europea a rappresentare la principale fonte di ispirazione, da Kafka a Buzzati, da Musil a Landolfi, e se degli accostamenti tra i grandi del fantastico in lingua inglese si devono fare, alla mente corrono due grandi come Robert Aickman e Fritz Leiber, maestri, come De Maria, nell’esprimere l’irruzione dell’irrazionale nella realtà. Nello stesso anno di Le venti giornate di Torino esce Dissipatio H.G., il romanzo postumo di Guido Morselli, autore che tanti punti in comune ebbe con lo stesso De Maria, in particolare la cecità del mondo dell’editoria nei loro confronti. De Maria sopravvisse alla sua opera, ma dopo la pubblicazione di Le venti giornate di Torino, che non ebbe successo e cadde presto nel dimenticatoio, interruppe l’attività di scrittore, attraversò diverse crisi mistiche per poi precipitare nei meandri della follia, e morire nel 2009 in povertà. Grazie alla lungimiranza di Ramon Glazov il nome di Giorgio De Maria sta lentamente uscendo dall’oblio, così come speriamo l’intera sua produzione, percorso a cui ha dato il via Le venti giornate di Torino, capolavoro della letteratura weird, e non solo italiana.

Arthur Machen e il risveglio del Grande Dio Pan – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un articolo molto approfondito su Arthur Machen e il suo rinascimento pagano, assai affascinante. Un estratto dall’articolo:

«Tutto scaturì da una casa solitaria che s’innalzava sul versante di una collina, sotto un grande bosco e sopra un fiume, nella regione in cui sono nato […] Per qualche ragione, o per nessuna ragione, quella casa che sorgeva ai confini e presso le verdi mura del mio giovane mondo divenne per me oggetto di misteriosa attrazione. Divenne uno dei numerosi simboli del mondo di meraviglia che mi era offerto. Divenne, per così dire, una parola importante nel linguaggio segreto mediante il quale erano comunicati i misteri. Pensavo sempre ad essa con una sorta di timore reverenziale, persino di spavento».

I romanzi di Arthur Machen trasudano letteralmente di quella atmosfera onirica, “fatata” e “arcadica”, reminiscenza di un mondo rurale e pastorale che fu fino ai tempi della colonizzazione e conquista cristiana dell’arcipelago britannico, e che in molte aree rurali — tra le quali il Gwent gallese, in cui Machen nacque — si mantenne più o meno integro sino alla fine del XIX secolo. Suddetta infatuazione quasi fiabesca e questa “nostalgia delle origini” di eliadiana memoria non sono particolarmente evidenti nell’opera prima dello scrittore, ma emergono in tutta la loro eterica meraviglia in seguito, con The Hill of Dreams (scritto dal 1895 al 1897 e pubblicato solo nel 1907), The White People (scritto nel 1899 e pubblicato nel 1904) e A Fragment of Life (anch’esso pubblicato nel 1904).

L’album bianco dei Twenty Four Hours | PostHuman


Notevole recensione e post di Mario Gazzola, temperato sul connettivismo musicale che ha senso quanto quello letterario. Una fusione di stili e mode, ma tutti coerentemente legati da sperimentazioni su vari livelli, non ultimo il Pop, per protendere in ultima analisi verso il Mainstream, ormai abbondantemente contaminato dalle sperimentazioni.

Leggete a fondo quello che Mario ha scovato tra le note e le pieghe del tempo che passa: Twenty Four Hours, Close – Lamb – White – Walls.

Il gruppo omaggia quindi gli ospiti Tuxedomoon con la cover di What Use (da Half Mute dell’81), eseguita ben due volte: la prima sul cd 1, più elettronica e fedele alle atmosfere originali degli sperimentatori di San Francisco, la seconda in chiusura del cd 2, una versione definita nei credit “acoustic” che in realtà significa più decisamente rock, accelerata e sostenuta da un possente drumming quasi-metal del Lippe Marco. Ma l’omaggio acquista ulteriore valenza simbolica, essendo la prima delle due versioni mixata in medley con l’altra cover dell’album, cioè la floydiana Embryo (inedito del ’69 disponibile su raccolte e sul recente cofanetto The Early Years 1965–1972), a saldare così quel ponte fra i due mondi sonori su cui si diceva il progetto Twenty Four Hours si protende.

Che poi si amplia anche a comprendere l’influenza beatlesiana nell’hard rock melodico di The Tale Of The Holy Frog, spiritoso titolo molto “prog” che invece impiega un riff alla A Ticket To Ride (la cui grinta risulta un po’ diluita dalla raffinata vocalità di Elena, che tira più verso atmosfere liriche alla Sophya Baccini). Mentre quella dei Genesis è palpabile nella lunga suite Supper’s Rotten, “solo” 15’ contro i 23’ della Supper’s Ready di Gabriel & co. (non da The Lamb ma da Foxtrot), cui i Twenty Four Hours scippano anche il riff minimalista di chitarra acustica tra il primo e il secondo movimento, che nella loro moderna suite “marcia” (in cinque movimenti, con lunghe parti strumentali) ci fa l’occhiolino dal synth del leader, il quale si produce anche in qualche espressionismo vocale alla Peter Gabriel dell’epoca.

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