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Archivio per Liberismo

Tangentropia | scheggetaglienti


Diceva Raul Gardini della corruzione in Italia: ”Non si accontentano di mungere la vacca, la spremono fino all’ultima goccia, poi l’ammazzano e se la mangiano”. Una descrizione perfetta del modello di sviluppo occidentale.

Così, tagliente come un bisturi, Alessandra Daniele: possiamo darle torto? L’Iperliberismo si riduce a ciò, non c’è altro da comprendere di esso: è una colossale organizzazione di quel tipo.

Il conflitto sociale che viene, tra guerra e populismo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una bella disamina di Sandro Moiso che analizza il titolo SULLA GUERRA. Crisi Conflitti Insurrezione, di Emilio Quadrelli, che con lucidità estrema – cosa poi non così difficile, vista la natura alquanto semplice del Capitalismo-Liberismo – delinea le forze in campo in questo quadrante temporale. Che poi, sono soltanto la necessità del guadagno, tutto il resto è scomparso in quest’affannosa ricerca. L’Iperliberismo mangerà se stesso se rimarrà confinato su questo pianeta, ecco perché c’è la corsa allo Spazio…

Quadrelli spende parole sintetiche e prive di dubbi fin dalle prime righe: “Il mondo è nuovamente in guerra. La crisi sistemica cui è giunto il modo di produzione capitalista non sembra avere altra via di uscita se non quella di un’immane distruzione di capitale variabile e capitale costante. Come le due guerre mondiali novecentesche sono lì a testimoniare, solo distruggendo il capitalismo può dare vita ad un nuovo ciclo di accumulazione. Il ricorso alla guerra, pertanto, diventa la soluzione non solo possibile ma necessaria”.

Mentre i media e i governi continuano a coltivare l’illusione che il modo di produzione capitalistico abbia superato le sua contraddizioni più violente e che la guerra generalizzata sia soltanto un brutto ricordo, di cui i conflitti attuali non costituiscono che un riflesso, in una società destinata a durare in eterno, l’autore ci ricorda che la guerra costituisce l’anima dell’imperialismo, sia nella sua forma finanziaria e commerciale che in quella guerreggiata. Non un errore da correggere, ma l’essenza del suo divenire e della sua sopravvivenza.

Quanto la triade crisi-guerra-ricostruzione sia, oggi, un semplice dato di fatto è sotto gli occhi di tutti. Il mondo è già in guerra e la generalizzazione di questa una possibilità che sembra darsi dietro ad ogni angolo. In ciò vi è ben poco di soggettivo. La guerra non è il frutto di qualche folle «volontà di potenza» bensì il sobrio approdo di un processo oggettivo che nessuno è in grado di controllare. La borghesia imperialista la quale, aspetto che non deve mai essere ignorato, è l’agente «fenomenico» di forze storiche materiali e oggettive di cui incarna le funzioni senza, però, governarle coscientemente, precipita dentro la guerra non diversamente da come piomba nella crisi.

Il veganismo non è una filosofia di vita personale – Free Animals, Loved & Respected


Sul Veganesimo. Dal blog di Roberto Contestabile. Inutile quanto quoti tutto, inutile aggiungere, ma forse no, quanto i mattatoi siano luoghi di sofferenza estrema, lager degli umani che, al pari dei nazisti, sfruttano e uccidono – a volte solo per loro piacere estetico – altri esseri. Le religioni non fanno nulla per contrastare tale fenomeno, rimane solo la coscienza mistica, anarchica e svincolata da qualsiasi credo politico_religioso, a far barriera contro questa barbarie. Tutto ciò mi fa davvero vomitare… e mi chiedo: come si fa a non amare gli animali?

Molte volte ho scritto che il veganismo è solo un punto di partenza, intendendo la punta di un iceberg di una questione molto più ampia che quella dello sfruttamento degli animali e che quindi non si deve considerare come punto di arrivo, essendo, tutto sommato, una prassi individuale; per quanto possa diventare, all’occorrenza, di testimonianza pubblica.
Spesso sento parlare di “filosofia vegana”. A mio avviso porla in questi termini non aiuta a far comprendere alle persone cosa c’è dietro in quanto rimane un discorso circoscritto appunto alle scelte personali. Ciò che si recepisce dall’esterno è che ci sono alcune persone che seguono una precisa filosofia che è quella del rispetto per gli altri animali. Punto e basta.
Invece il veganismo intanto non è una filosofia, ma una prassi, che è sì individuale, ma non in quanto scelta di vita, bensì in quanto presa di posizione politica contro un sistema che considera lecito sfruttare gli individui di altre specie. E da individuale, nel momento in cui si è capito che non si sta facendo qualcosa per sé stessi, come stile di vita nella propria esistenza, ma per combattere un’ingiustizia che riguarda altri individui, diventa collettiva, sociale, politica.
Restando nell’ambito semantico della “filosofia di vita” non si riesce a far capire che abbiamo riconosciuto lo sfruttamento degli altri animali come un’ingiustizia e che trattandosi di un’ingiustizia il discorso si fa sociale e politico.
Serve questo spostamento semantico dal piano filosofico/individuale a quello sociale/politico.
Inoltre chiedere alle persone di diventare vegane senza che abbiano compreso quanto sopra è come chiedergli di andare sulla luna. Cioè, diventa una richiesta dal loro punto di vista inaccettabile perché non comprensibile. Diventa quasi una richiesta autoritaria, come se volessimo imporre loro una nostra scelta di vita.
Il punto è che quando si parla di “filosofia vegana”, “cucina vegana”, “dieta vegana” ecc. gli animali e il loro sfruttamento continuano a restare sullo sfondo, come referenti assenti.
Va fatto capire che gli allevamenti, i mattatoi e ogni altra forma di dominio sui corpi altrui distruggono esistenze di individui che sono senzienti quanto noi; distruggono nuclei familiari, impediscono ogni bisogno etologico essenziale (e poco importa che il maiale nato in gabbia non conosca la libertà, stare rinchiuso senza poter fare ciò che sarebbe nella sua natura fare è comunque un danno enorme, è comunque sofferenza, è ingiustizia), impediscono lo sviluppo evolutivo di intere specie, spezzano relazioni, soffocano interazioni, spazzano via interi mondi.
A volte ci stupiamo di come animali che da lungo tempo interagiscono con noi siano così intelligenti, comunicativi, comprensivi, volitivi (nel senso che esprimono desideri e bisogni propri) e non riflettiamo su quanto ogni individuo di quella massa inimmaginabile che finisce nei mattatoi sia come il nostro cane o gatto. Ossia, diverso da qualsiasi altro, unico, bisognoso di star bene, di gioia, di felicità, di libertà, di contatto, di interazione con i propri simili e a volte con noi.
Comunque sia, quando cominceremo a ottenere qualche risultato, quasi sicuramente il Potere di chi vuole continuare ad avere schiavi a costo zero ci contrasterà in due modi:
con la repressione e censura vere e proprie;  con la diluizione del messaggio, facendo sembrare le nostre lotte un fenomeno di costume (come sta accadendo appunto per il veganismo e per il movimento animalista nel suo complesso).

Hard working men: alle radici del fascismo di Trump (e non solo) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una lucida disamina (prima puntata) di cosa ha portato alla vittoria Donald Trump, di quel coacervo di semplice e solido Fascismo in cui la working class s’identifica perché, è evidente, non riesce a pensare oltre il suo naso, a osservare il proprio duro lavoro e le proprie basse soddisfazioni. Un estratto:

Donald Trump appare infatti fin troppo esplicito nelle sue affermazioni mentre il suo programma si riduce a pochi, fondamentali obiettivi: protezionismo e barriere non solo commerciali (con tutto il corollario di esclusioni anche razziali che da ciò derivano), guerra commerciale (prima) e guerreggiata (poi) ai principali competitori (Cina ed Europa germanica) anche se non è possibile escludere con sicurezza qualsiasi altra alternativa di carattere militare, salvaguardia dei posti di lavoro e in particolare dei manufatti americani. A farne le spese sono già stati intanto TTP e WTO, ovvero due capisaldi della cosiddetta globalizzazione, oltre che tutta la diplomazia americana degli ultimi quarant’anni.

Nei punti qui sinteticamente esposti sembra infatti essere messa in evidenza una politica piuttosto aggressiva sia dal punto di vista economico che geopolitico e militare. Se, nella narrazione del nuovo inquilino della Casa Bianca, l’America di Obama e dei precedenti governi ha perso quella che già in altri interventi su Carmilla è stata definita Terza guerra mondiale per la ripartizione delle rovine lasciate dal crollo dell’Urss e delle risorse petrolifere mediorientali fin dalla prima guerra del Golfo, Trump ha l’obiettivo di vincere, e per tale motivo impostarne regole ed indirizzi, la Quarta. Che non sarà più combattuta per interposte persone o alleanze e in cui the Land of the Free non dovrà più fingere di combattere per la libertà altrui o per ipotetici diritti umani. Questa volta gli Stati Uniti combatteranno dichiaratamente per se stessi e per i propri interessi. Senza quell’ingombrante bagaglio ideologico che alla fine sembra essersi ingarbugliato troppo nelle mani di Obama e della consorteria clintoniana liberal/democratica.

Però resta la domanda iniziale, ovvero cosa ci sia di così affascinante nel progetto, fin qui grossolanamente delineato, tanto da attirare il voto di milioni di cittadini americani. La risposta a tale domanda potrebbe essere efficacemente sintetizzata da un’intervista ad un gruppo di operai bianchi, andata in onda in un telegiornale RAI il giorno successivo alla vittoria di Trump, sulle ragioni del loro voto e su quale fosse l’aspetto che piacesse loro di più del neoeletto presidente, ed essa è stata ferma, sintetica, chiara e inequivocabile: “Hard work!”.

Probabilmente altri milioni di operai, farmers ed ex-occupati della rust belt e delle aree industriali ed agricole provate e provati da anni di crisi economica, decrescita industriale e perdita di garanzie e privilegi legati al ruolo di aristocrazia operaia e classe media WASP che sembrava per decenni aver garantito quella stessa classe sociale, avrebbero risposto allo stesso modo. Il duro lavoro scambiato per condizione esistenziale naturale, lo scambio tra forza lavoro e salario in cambio della produzione di plusvalore, la fatica stakanovista del minatore e dell’operaio che si sente orgoglioso del proprio ruolo nel processo di valorizzazione del capitale e nella crescita economica della propria nazione: ecco cosa li ha affascinati nel discorso del più becero degli speculatori trasformatosi in capo popolo nazionalista. E fascista, senza ombra di dubbio alcuna.

Sarah Kember – iMedia: The Gendering of Objects, Environments and Smart Materials | Neural


[Letto su Neural]

Quelle riguardanti il corporate capitalism non sono certo questioni facili fra le quali districarsi, ma ci sono sottili narrazioni che possono produrre effetti interessanti una volta correttamente manovrate. In questo libro, Sarah Kember prende a berdaglio l’enigmatico “i”, un concetto terribilmente efficace degli apparati tecnologici universalmente percepiti come prodotti Apple, costruendo progressivamente una forte critica di ciò che questo prefisso significa in molteplici sue manifestazioni. Un distintivo pensiero femminista permea questa critica. La struttura del libro è al tempo stesso sfuggente ed esplicita, con una natura duale oscillante che l’autrice definisce – non a caso – come “fumo negli occhi”. Infatti, i capitoli alternano saggi e un romanzo, gli uni a fondamento dell’altro, producendo interessanti effetti. Nei saggi la Kember si muove intorno a concetti come “capitalismo comunicativo” (dopo Dean) o il software che opera come governance “al di sotto della soglia di percezione” (dopo Rossiter). L’autrice sviluppa inoltre un diagramma chiave che sfata la “i”, prima per come viene percepita “come nel mio e io”, poi in guisa di “in/determinabile”, “infrastruttura invisibile d’informazioni”, “intelligente intelligenza”, terminando con “intervento”. Il romanzo della Kember è anche strabordante d’ironia e gli oggetti tecnologici coinvolti sembrano avere il ruolo di minare la nostra fede cieca nel loro positivisto compito. È interessante notare come la Kember cita “un fenomeno d’interferenza”, che sembra definire la natura nascosta dei suoi testi e ci sfida a immergerci nella loro critica filosofica e materiale.

2017: per una riscossa operaia in Italia | Ottobre


Su Lottobre un articolo sul JobsAct e sulle politiche iperliberiste e di finta economia che imperversano per l’Occidente in questo scorcio storico. Un estratto:

A due anni ormai dall’entrata in vigore del Jobs Act la situazione lavorativa non smette di degradarsi. E non è una questione che tocca i soli operai italiani. Mentre la legge ha banalizzato l’arbitrio padronale, facendo danni tra le classi popolari italiane, misure equivalenti sono state introdotte nel frattempo in Francia e in Belgio (la Loi Travail e la Loi Peters), al fine di imporre gli stessi standard al ribasso alle classi lavoratrici dei rispettivi Paesi.

In 2 anni, circa 50 milioni di lavoratori del continente sono stati così toccati da provvedimenti diretti a intaccare le più basilari condizioni di esistenza; una gigantesca escalation bellica operata dalle classi dominanti, caratterizzata da un’omogeneità che illustra come i legislatori intendano imporre un’agenda sfacciatamente anti-operaia col pretesto della crisi, e altresì indicativa del piano transnazionale su cui il Capitale europeo agisce.

Ricordiamo: la crisi, frutto delle contraddizioni esplose in seno all’economia reale che la bolla finanziaria non poteva più sostenere, si manifestò nel 2008 col collasso delle banche oberate da scartoffie senza valore. Essa nacque nel cuore dell’economia imperialista più avanzata, gli USA. L’interdipendenza finanziaria delle economie imperialiste fece sì che l’Europa fu travolta dall’onda. L’intervento miliardario degli Stati per ripianare i bilanci fragilizzati delle banche speculatrici deteminò l’indebitamento oltre misura degli stessi, che accompagnato dalla crescita atona causò l’esplosione del rapporto debito/PIL e il conseguente dissanguamento per ripagare gli interessi del debito. Gli interessi da ripagare a quei creditori, cioè i detentori di capitali sfuggiti alla tassazione progressiva e liberi da condizionamenti, responsabili e beneficiari in ultima istanza della crisi.

In questa infernale catena, come vediamo, non c’è spazio alcuno per trovare una responsabilità diretta o indiretta dei lavoratori e delle classi subalterne, ossia di coloro a cui si stanno facendo pagare le conseguenze di tale crisi. Ci hanno detto invece che la colpa è del popolo lavoratore, che ha vissuto sopra le proprie possibilità e che ora dobbiamo subire austerità e violenza padronale. Un approccio moralistico che in verità nasconde un fattore materiale banale quanto sostanziale e mistificato: le masse popolari devono pagare per tutelare i privilegi dell’illustre minoranza che ci ha messo in questa situazione.

Questa è la narrazione ideologica usata per permettere alle aziende, monopoli e gruppi finanziari in difficoltà di sostenere i profitti – cioè versare dividendi agli azionisti – in un momento in cui altre vie per riattivare il processo di accumulazione capitalistica stentano a farsi largo. Aspettando qualcosa o qualcuno, si spremono i mercati interni sfruttandoli più intensamente, e si cerca la guerra per aprire nuovi mercati esteri.

L’onda lunga delle direttive UE che travolge i diritti del lavoro e gli stipendi su scala continentale si abbatte senza pietà; contro di essa le classi operaie francesi e belghe hanno nel 2016 cercato di opporre fiera resistenza. Quella italiana deve prendere quest’anno il testimone, la solidarietà proletaria e l’internazionalismo lo impongono.

“Siete pazzi a mangiarlo!”, Christophe Brusset | BooksBlog


siete-pazzi-a-mangiarlo.jpgSu BooksBlog la segnalazione di una proposta editoriale che mette bene in guardie dalle illusioni che le multinazionali del cibo propinano a tutto il mondo. Cibi a basso prezzo, ma a prezzo di mangiar cose inenarrabili e schifose, tutt’altro che quello che viene dichiarato sull’etichetta, e non tanto raramente come si potrebbe pensare…

Che cosa ci mettiamo nel piatto? Siete pazzi a mangiarlo! di Christophe Brusset cerca di rispondere a questa domanda. L’autore del libro, edito da Piemme, ha lavorato per diversi anni nell’industria agroalimentare come dirigente di alto livello per importanti aziende del settore e conosce le vie tortuose e spesso oscure che il cibo fa dai campi e dagli allevamenti al nostro piatto.

Siete pazzi a mangiarlo! Parla del miele senza miele, della confettura di fragole senza fragole, dei gamberetti gonfiati ad acqua, del tè verde biologico impregnato di pesticidi, dei prodotti tipici locali… made in Cina. Un vasetto di miele su due in commercio è di origine straniera, il più delle volte cinese, e spesso non ha visto neppure un’ape. Molti alimenti vengono conservati in confezioni di cartone o plastica riciclati altamente nocivi. Le date di scadenza vengono allungate ad arte. Ci sono, poi, cibi che contengono diserbanti, coloranti nocivi, sporcizie varie, a volte perfino escrementi. Non mancano sughi e prodotti con carne di manzo che però all’origine è di cavallo.

Chiara Prezzavento

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