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Archivio per Liberismo

Hard working men: alle radici del fascismo di Trump (e non solo) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una lucida disamina (prima puntata) di cosa ha portato alla vittoria Donald Trump, di quel coacervo di semplice e solido Fascismo in cui la working class s’identifica perché, è evidente, non riesce a pensare oltre il suo naso, a osservare il proprio duro lavoro e le proprie basse soddisfazioni. Un estratto:

Donald Trump appare infatti fin troppo esplicito nelle sue affermazioni mentre il suo programma si riduce a pochi, fondamentali obiettivi: protezionismo e barriere non solo commerciali (con tutto il corollario di esclusioni anche razziali che da ciò derivano), guerra commerciale (prima) e guerreggiata (poi) ai principali competitori (Cina ed Europa germanica) anche se non è possibile escludere con sicurezza qualsiasi altra alternativa di carattere militare, salvaguardia dei posti di lavoro e in particolare dei manufatti americani. A farne le spese sono già stati intanto TTP e WTO, ovvero due capisaldi della cosiddetta globalizzazione, oltre che tutta la diplomazia americana degli ultimi quarant’anni.

Nei punti qui sinteticamente esposti sembra infatti essere messa in evidenza una politica piuttosto aggressiva sia dal punto di vista economico che geopolitico e militare. Se, nella narrazione del nuovo inquilino della Casa Bianca, l’America di Obama e dei precedenti governi ha perso quella che già in altri interventi su Carmilla è stata definita Terza guerra mondiale per la ripartizione delle rovine lasciate dal crollo dell’Urss e delle risorse petrolifere mediorientali fin dalla prima guerra del Golfo, Trump ha l’obiettivo di vincere, e per tale motivo impostarne regole ed indirizzi, la Quarta. Che non sarà più combattuta per interposte persone o alleanze e in cui the Land of the Free non dovrà più fingere di combattere per la libertà altrui o per ipotetici diritti umani. Questa volta gli Stati Uniti combatteranno dichiaratamente per se stessi e per i propri interessi. Senza quell’ingombrante bagaglio ideologico che alla fine sembra essersi ingarbugliato troppo nelle mani di Obama e della consorteria clintoniana liberal/democratica.

Però resta la domanda iniziale, ovvero cosa ci sia di così affascinante nel progetto, fin qui grossolanamente delineato, tanto da attirare il voto di milioni di cittadini americani. La risposta a tale domanda potrebbe essere efficacemente sintetizzata da un’intervista ad un gruppo di operai bianchi, andata in onda in un telegiornale RAI il giorno successivo alla vittoria di Trump, sulle ragioni del loro voto e su quale fosse l’aspetto che piacesse loro di più del neoeletto presidente, ed essa è stata ferma, sintetica, chiara e inequivocabile: “Hard work!”.

Probabilmente altri milioni di operai, farmers ed ex-occupati della rust belt e delle aree industriali ed agricole provate e provati da anni di crisi economica, decrescita industriale e perdita di garanzie e privilegi legati al ruolo di aristocrazia operaia e classe media WASP che sembrava per decenni aver garantito quella stessa classe sociale, avrebbero risposto allo stesso modo. Il duro lavoro scambiato per condizione esistenziale naturale, lo scambio tra forza lavoro e salario in cambio della produzione di plusvalore, la fatica stakanovista del minatore e dell’operaio che si sente orgoglioso del proprio ruolo nel processo di valorizzazione del capitale e nella crescita economica della propria nazione: ecco cosa li ha affascinati nel discorso del più becero degli speculatori trasformatosi in capo popolo nazionalista. E fascista, senza ombra di dubbio alcuna.

Sarah Kember – iMedia: The Gendering of Objects, Environments and Smart Materials | Neural


[Letto su Neural]

Quelle riguardanti il corporate capitalism non sono certo questioni facili fra le quali districarsi, ma ci sono sottili narrazioni che possono produrre effetti interessanti una volta correttamente manovrate. In questo libro, Sarah Kember prende a berdaglio l’enigmatico “i”, un concetto terribilmente efficace degli apparati tecnologici universalmente percepiti come prodotti Apple, costruendo progressivamente una forte critica di ciò che questo prefisso significa in molteplici sue manifestazioni. Un distintivo pensiero femminista permea questa critica. La struttura del libro è al tempo stesso sfuggente ed esplicita, con una natura duale oscillante che l’autrice definisce – non a caso – come “fumo negli occhi”. Infatti, i capitoli alternano saggi e un romanzo, gli uni a fondamento dell’altro, producendo interessanti effetti. Nei saggi la Kember si muove intorno a concetti come “capitalismo comunicativo” (dopo Dean) o il software che opera come governance “al di sotto della soglia di percezione” (dopo Rossiter). L’autrice sviluppa inoltre un diagramma chiave che sfata la “i”, prima per come viene percepita “come nel mio e io”, poi in guisa di “in/determinabile”, “infrastruttura invisibile d’informazioni”, “intelligente intelligenza”, terminando con “intervento”. Il romanzo della Kember è anche strabordante d’ironia e gli oggetti tecnologici coinvolti sembrano avere il ruolo di minare la nostra fede cieca nel loro positivisto compito. È interessante notare come la Kember cita “un fenomeno d’interferenza”, che sembra definire la natura nascosta dei suoi testi e ci sfida a immergerci nella loro critica filosofica e materiale.

2017: per una riscossa operaia in Italia | Ottobre


Su Lottobre un articolo sul JobsAct e sulle politiche iperliberiste e di finta economia che imperversano per l’Occidente in questo scorcio storico. Un estratto:

A due anni ormai dall’entrata in vigore del Jobs Act la situazione lavorativa non smette di degradarsi. E non è una questione che tocca i soli operai italiani. Mentre la legge ha banalizzato l’arbitrio padronale, facendo danni tra le classi popolari italiane, misure equivalenti sono state introdotte nel frattempo in Francia e in Belgio (la Loi Travail e la Loi Peters), al fine di imporre gli stessi standard al ribasso alle classi lavoratrici dei rispettivi Paesi.

In 2 anni, circa 50 milioni di lavoratori del continente sono stati così toccati da provvedimenti diretti a intaccare le più basilari condizioni di esistenza; una gigantesca escalation bellica operata dalle classi dominanti, caratterizzata da un’omogeneità che illustra come i legislatori intendano imporre un’agenda sfacciatamente anti-operaia col pretesto della crisi, e altresì indicativa del piano transnazionale su cui il Capitale europeo agisce.

Ricordiamo: la crisi, frutto delle contraddizioni esplose in seno all’economia reale che la bolla finanziaria non poteva più sostenere, si manifestò nel 2008 col collasso delle banche oberate da scartoffie senza valore. Essa nacque nel cuore dell’economia imperialista più avanzata, gli USA. L’interdipendenza finanziaria delle economie imperialiste fece sì che l’Europa fu travolta dall’onda. L’intervento miliardario degli Stati per ripianare i bilanci fragilizzati delle banche speculatrici deteminò l’indebitamento oltre misura degli stessi, che accompagnato dalla crescita atona causò l’esplosione del rapporto debito/PIL e il conseguente dissanguamento per ripagare gli interessi del debito. Gli interessi da ripagare a quei creditori, cioè i detentori di capitali sfuggiti alla tassazione progressiva e liberi da condizionamenti, responsabili e beneficiari in ultima istanza della crisi.

In questa infernale catena, come vediamo, non c’è spazio alcuno per trovare una responsabilità diretta o indiretta dei lavoratori e delle classi subalterne, ossia di coloro a cui si stanno facendo pagare le conseguenze di tale crisi. Ci hanno detto invece che la colpa è del popolo lavoratore, che ha vissuto sopra le proprie possibilità e che ora dobbiamo subire austerità e violenza padronale. Un approccio moralistico che in verità nasconde un fattore materiale banale quanto sostanziale e mistificato: le masse popolari devono pagare per tutelare i privilegi dell’illustre minoranza che ci ha messo in questa situazione.

Questa è la narrazione ideologica usata per permettere alle aziende, monopoli e gruppi finanziari in difficoltà di sostenere i profitti – cioè versare dividendi agli azionisti – in un momento in cui altre vie per riattivare il processo di accumulazione capitalistica stentano a farsi largo. Aspettando qualcosa o qualcuno, si spremono i mercati interni sfruttandoli più intensamente, e si cerca la guerra per aprire nuovi mercati esteri.

L’onda lunga delle direttive UE che travolge i diritti del lavoro e gli stipendi su scala continentale si abbatte senza pietà; contro di essa le classi operaie francesi e belghe hanno nel 2016 cercato di opporre fiera resistenza. Quella italiana deve prendere quest’anno il testimone, la solidarietà proletaria e l’internazionalismo lo impongono.

“Siete pazzi a mangiarlo!”, Christophe Brusset | BooksBlog


siete-pazzi-a-mangiarlo.jpgSu BooksBlog la segnalazione di una proposta editoriale che mette bene in guardie dalle illusioni che le multinazionali del cibo propinano a tutto il mondo. Cibi a basso prezzo, ma a prezzo di mangiar cose inenarrabili e schifose, tutt’altro che quello che viene dichiarato sull’etichetta, e non tanto raramente come si potrebbe pensare…

Che cosa ci mettiamo nel piatto? Siete pazzi a mangiarlo! di Christophe Brusset cerca di rispondere a questa domanda. L’autore del libro, edito da Piemme, ha lavorato per diversi anni nell’industria agroalimentare come dirigente di alto livello per importanti aziende del settore e conosce le vie tortuose e spesso oscure che il cibo fa dai campi e dagli allevamenti al nostro piatto.

Siete pazzi a mangiarlo! Parla del miele senza miele, della confettura di fragole senza fragole, dei gamberetti gonfiati ad acqua, del tè verde biologico impregnato di pesticidi, dei prodotti tipici locali… made in Cina. Un vasetto di miele su due in commercio è di origine straniera, il più delle volte cinese, e spesso non ha visto neppure un’ape. Molti alimenti vengono conservati in confezioni di cartone o plastica riciclati altamente nocivi. Le date di scadenza vengono allungate ad arte. Ci sono, poi, cibi che contengono diserbanti, coloranti nocivi, sporcizie varie, a volte perfino escrementi. Non mancano sughi e prodotti con carne di manzo che però all’origine è di cavallo.

ROCK CRIMINAL #19: THE COASTERS | VERDE RIVISTA


A Las Vegas ci vai per morire. Che tu lo voglia o no. Che tu lo sappia o no. Anche se sopravvivi, sei morto. Las Vegas è per chi ormai è perduto. Banditi, ex politici, cantanti col parrucchino o con il viso tirato dal lifting e playboy abbronzati fuori tempo massimo. Pensionati e turisti illusi che quella sia la vera vita. Che sia ancora un po’ di vita. La più lunga possibile, quasi fino all’eternità dei miti in 70 millimetri. Come le coppie, più o meno giovani, che si sposano nelle cappelle dalle insegne colorate al neon con il coupon dell’agenzia di viaggi tutto compreso, anche Elvis e Marilyn a fare da testimoni. Entrambi vestiti di bianco, come la sposa col mazzetto di fiori in mano offerto dal finto prete.

Durano un attimo i matrimoni a Las Vegas: il tempo di riprendersi dalla sbornia. Sono unioni che celebrano gli errori e la fine dell’amore. Il divorzio altrettanto rapido messo a pietra tombale e prezzi vantaggiosissimi. L’ossigeno diffuso dai condizionatori d’aria nei casinò ti tiene su e perennemente sveglio in una replica di esistenza che ti dice che puoi vincere una mano su quel che ti rimane della tua inutile e disperata vita. Un’altra ancora. E ancora una. Ma non è che accanimento terapeutico. Il banco vince sempre. L’ossigeno è per i malati terminali. Sulle pareti delle case da gioco non ci sono orologi. Niente finestre. La morte è l’assenza di tempo. È la luce sempre accesa. Negli interni sfarzosi che riproducono la Roma Imperiale o altri fantastici sogni esotici all’americana, roba per cowboy che sanno di stalla e profumi costosi quanto gli Stetson che non si tolgono mai, per giapponesi ed europei che non sanno nulla del loro paese né degli Stati Uniti. Luce di notte nelle grandi vie a troppe corsie; luci cittadine che spente di giorno mostrano il loro inganno di insegne di plexiglass. Luci morte.

Gli alcolici gratuiti e disponibili in ogni momento serviti dalla cameriera col culo scoperto e i seni chirurgici in bella mostra ti tolgono quel residuo di coscienza che ti rimane. Rilassati, tanto ormai se sei qui è perché il salto dal mondo dei vivi l’hai già fatto, no? Ti manca solo un breve pezzo di strada. Su, non fermarti adesso. Le portefinestre sui balconi dei piani alti degli hotel che danno sulla Strip sono sbarrate perché non è quello il modo. Meglio lanciarsi dalla diga di Hoover. Meglio il deserto intorno, pieno di carcasse di animali morti. Las Vegas ti fa a pezzi: pezzi di fiches lasciati sul tavolo da Black Jack, pezzi di sesso e sentimenti dimenticati in una stanza d’albergo, slip, calze di nylon, una cravatta da sera e smoking a noleggio sul letto vicino al frigobar e la slot-machine, pezzi del tuo corpo dilaniato seccati dal sole sul terreno roccioso e spaccato, conservati dal repentino freddo della notte.

Questo è l’incipit del racconto noir di Sergio Gilles Lacavalla apparso su VerdeRivista. Già questo vale tutto il pezzo successivo, impregnato com’è di decadenza liberista: i miei complimenti!

La FIAT di Charlie Chaplin | nonquelmarlowe


Interessante post di LuciusEtruscus, quando conoscere la Storia o ciò che gira attorno al concetto di Storia può essere determinante per non farsi fregare. Sarà il caso che ognuno di noi si svegli, ma sul serio.

In uno dei saggi che considero fondamentali per la mia vita – Anima e iPad (2011), dell’irresistibile filosofo torinese Maurizio Ferraris – ho trovato una citazione splendida che, in poche parole, racchiude l’intera cultura commerciale occidentale:

«La tecnica, come in un corteo, porta continuamente alla ribalta una moltitudine di cose antichissime»
Ernst Jünger, da La capanna nella vigna.

Ogni giorno escono prodotti nuovi che sono semplicemente prodotti vecchi riverniciati, e più il progresso procede più attinge al passato: più i prodotti sono nuovi, più è roba vecchia. Come per esempio i tablet che hanno invaso le nostre vite, su cui scriviamo con le dita… come facevano gli antichi con le tavolette di argilla!

Mentre Chaplin si sposta seguendo la telecamera, del pubblico si agita sullo sfondo, gente che è lì per le gare e non ha idea di chi sia quel buffo tizio che si agita a favore dell’obiettivo. E tra quel pubblico c’è un ragazzo. Con la felpa della FIAT…

Siamo nel 1914, 90 anni prima che Lapo lanci la sua idea “nuova”, e a meno che quel ragazzo non sia proprio Lapo viaggiatore nel tempo, mi pare chiaro che l’idea di una felpa FIAT sia qualcosa che Jünger aveva ben identificato con la sua frase, che ripeto:

«La tecnica, come in un corteo, porta continuamente alla ribalta una moltitudine di cose antichissime»

Quando qualcuno vi vuole vendere qualcosa di “nuovo”, pensate a queste felpe…

Da ora si può ufficialmente licenziare per profitto – Arte&Cultura


Licenziare perché si cerca più profitto? Ora la questione fa giurisprudenza, è possibile perseguire il profitto a scapito dei dipendenti. Iperliberismo a nastro, per la gioia di pochissimi. Su FanPage.

Forse forse qualche dubbio circa il logoro storytelling delle magnifiche sorti e progressive delle “riforme” e del tempo finalmente libero dalle dittature assassine potrebbe insorgere. Forse forse qualcuno potrebbe anche cominciare a mettere in discussione la grande narrazione neoliberista della libertà universale e degli infiniti benefici per tutti della libera concorrenza. A favorire il ritorno del dubbio socratico potrebbe essere anche, tra l’altro, la lieta novità di questo fine 2016. Da oggi il profitto diventa giustificato motivo di licenziamento.

Et voilà la nuova orrenda fattispecie di licenziamento riconosciuta per la prima volta nel nostro ordinamento da una sentenza della Corte di cassazione (sentenza n. 25201 del 7 dicembre 2016). Avete capito? Vi è chiaro il punto? Siamo davvero al di là del welfare, del diritto del lavoro e finanche della dignità minima riconosciuta ai lavoratori. È finita un’epoca.

E continua imperterrita, a ritmo travolgente, la marcia di deemancipazione ai danni dei lavoratori e delle classi più deboli. Con simmetrico rafforzamento del potere neo-padronale delle aziende multinazionali e delocalizzatrici gestite dagli apolidi signori del globalismo senza frontiere e senza diritti: che ora anche in Italia potranno lasciare a casa i lavoratori in nome del Vangelo del profitto e del sacro dogma della competitività internazionale, il valore più alto del nuovo pantheon neoliberista; il valore al confronto del quale diventa davvero poca cosa la vita dei lavoratori nonché la loro dignità.

Il profitto viene prima, e tutto il resto ne diventa una variabile dipendente. La tendenza in atto è tragicamente confermata: un’ondata di regresso, deemancipazione e miseria per tutti. La neolingua egemonica e manipolante chiama tutto questo “progresso”, “cambiamento”, “evoluzione”. E – quel che è peggio – viene accettata e passivamente subita da coloro i quali tutto l’interesse avrebbero a respingerla al mittente e a tornare a chiamare le cose con il loro nome: sfruttamento in luogo di flessibilità, possibilità per il forte di massacrare il debole in luogo di competitività. Tornare a chiamare le cose con il loro nome, ma poi anche rovesciare la grande narrazione dominante che, come un mantra, ci ripete che dal 1989 siamo finalmente tutti liberi.

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