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Archivio per Liberismo

La recessione interiore – Carmilla on line


Da CarmillaOnLine alcuni stralci per chiarire – così, se ce ne fosse ancora bisogno – cosa è il Liberismo, cosa comporta la sfrenata corsa perenne all’espansione indefinita del Mercato, delle deregulation economiche, sociali, politiche, del welfare insomma, del prezzo infernale che tutto il sistema Terra sta pagando a quest’inumana dottrina che si traduce, di fatto, in un regime totalitario e planetario. Giusto per esserne coscienti, eh…

In Italia siamo passati da un periodo di contenuta euforia – la crisi è passata, concentriamoci sulla terribile bellezza e la geometrica potenza dell’industria 4.0 –, all’attuale panico mal dissimulato. Il dio capricciosissimo del ciclo economico sta compilando nuovi elenchi di predestinati all’inferno: i fedeli non si salveranno mediante le opere – eppure ci danno dentro di brutto, attraverso l’intensificazione dei ritmi, le condizioni di sfruttamento, la compressione dei salari, il dumping contrattuale. Fanno il loro dovere, gli imprenditori italiani: piangono e fottono, soprattutto i lombardo-veneti – che dentro la crisi, con riflesso automatico, abbandonano le compassate velleità mitteleuropee e si riscoprono interpreti del più melodrammatico mammismo mediterraneo. Aiutateci, aiutateci tutti a stare in piedi, a rimanere sul mercato, compattiamoci, abbiamo bisogno.

La crisi non è mai passata, assume semplicemente un andamento irregolare perché il ciclo è sottoposto a una moltitudine di condizionamenti, anche politico-militari, che ne modificano imprevedibilmente il corso. Cinque o sei anni sono un tempo storicamente irrisorio e ininfluente, per giudicare i cicli economici. Solo degli inguaribili ottimisti potevano pensare che “c’eravamo saltati fuori”: in base a cosa, a quale nuovo filone aureo di investimenti, in base quale forte domanda aggregata, sostenuta da quali redditi? Eravamo usciti dalla crisi per la benedizione dello Spirito Santo? Quali cause erano state poste – non dico nel mondo, ma almeno a livello europeo – per contrastare il rischio di inevitabili ricadute? Oggi si dà la colpa a Trump, al contenzioso commerciale con la Cina, alla persistente instabilità del Medio Oriente, mentre dieci anni fa si dava la colpa alla voracità dei grandi attori finanziari e ai mutui subprime. Come se il sistema fosse sano ma occasionalmente deviato dal peccato o dall’imperizia. Tutti sanno che le contese commerciali non sono cause di crisi, bensì sue manifestazioni epifenomeniche. Tra compari si litiga e ci si accoltella quando il bottino è scarso: le guerre daziarie di solito precedono quelle militari.

E i sindacati, cosa annusano nell’aria mentre la recessione si avvicina? Sono francamente terrorizzati anche loro. Il fatto è che il capitalismo è un sistema di oggettiva corruttela morale: cioè corrompe le menti, costringe alla complicità anche chi dovrebbe esserne contrappeso. Il sindacato dentro un sistema capitalistico che si destabilizza o si impoverisce, perde progressivamente peso. Perde cioè il potere di interdizione e di contrattazione, che rappresentano i suoi fondamenti: antico dilemma del movimento operaio, la “lotta economica” è efficace solo se il capitalista guadagna e la macchina gira. È dal 2008 che, con queste materialissime contraddizioni, il movimento sindacale tutto, in Italia e in Occidente, ci sta sbattendo il grugno: i posti di lavoro persi, le aziende chiuse o delocalizzate, i territori impoveriti; e a catena, meno scioperi da praticare o minacciare, meno quote-delega, meno risorse, meno delegati e attivisti disponibili. Non è un caso che negli ultimi dieci anni, l’unico settore in cui si siano sviluppati lotte e organizzazione, sia quello della logistica, settore fisiologicamente in crescita per i colossali cambiamenti dei mercati e dei consumi. I sindacati da un po’ di tempo stavano ricominciando a fare un po’ di contrattazione aziendale, finanche con qualche elemento “acquisitivo”, dopo che per lunghi anni avevano svolto essenzialmente il ruolo di enti di cogestione degli ammortizzatori sociali. Qualche azienda, qua e là, a macchia di leopardo, aveva ricominciato timidamente ad assumere, sbloccando il turn over. I milioni di ore di cassa integrazione si erano andati anno dopo anno riducendo. E l’ipotesi di tornare al punto di partenza – tra l’altro con uno strumentario di ammortizzatori sempre più povero – deprime oggi anche i più arditi.

Torna in mente una vecchia intervista al professor Cacciari, nel 1989. Nei giorni convulsi della caduta del blocco socialista, l’esimio accademico ebbe a dire: «oggi non possiamo più definirci marxisti, perché altrimenti dovremmo andare davanti ai cancelli delle fabbriche a raccontare ai lavoratori che per loro nel capitalismo non c’è alcun futuro!». E lo diceva in modo paradossale, come a dire, «suvvia: siamo alla vigilia di una belle epoque, di un rinascimento globale, basta con gli antichi pessimismi dei nostri vecchi maestri». Oggi, invece, sarebbe proprio necessario farli quei due passi davanti ai cancelli e dire parole di cruda verità sul futuro nostro e del nostro mondo. Un giorno per le prossime generazioni che avranno conquistato la libertà di un nuovo discorso anticapitalista, il nostro modo di produrre sembrerà una vecchia irrazionale superstizione.

Esistono spesso, nelle brutte zone industriali della Padania, degli spazi abbandonati tra gli stabilimenti; la dove finisce il muro di cinta di un capannone, si apre uno spazio di terra abbandonato che termina trenta o cinquanta metri più in là, per lasciare il posto alla recinzione di un’altra azienda. Sono pezzi di campagna che nessuno cura, pieni di rovi, spine, arbusti storti e intricati; o brulli, senza vegetazione, con la terra nera e secca, che d’inverno è sempre ghiacciata. I comuni non hanno i soldi per pulire, le piccole aziende pure, e forse non si sa neanche bene di chi è la competenza. Forse quei pezzi di terra sono ancora di proprietà di vecchi contadini ormai morti, che quaranta o cinquant’anni fa vendettero le loro aree agricole a vecchi imprenditori, morti pure loro. Quelle zolle ghiacciate sono i testimoni muti di un passaggio, di una transizione, di un cambio d’epoca. A qualcuno danno inquietudine, evocano l’idea di una bocca sdentata e malandata. Rappresentano l’ombra della povertà rurale, che solo un paio di generazioni prima fu il nostro pane. Meglio non fissare troppo lo sguardo su quei vuoti, di questi tempi.

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Ci sommerge la plastica


Immarcescibile nelle sue derive ammaestrate, presenta continuamente gli stessi stilemi sintetici di un universo che non esiste se non nelle campagne marketing. Ecco, la plastica ci sommerge, fa vomitare.

Un Fascismo della crisi – Carmilla on line


In fondo, quello di oggi, non è che l’ennesima fase del processo di ristrutturazione di un capitalismo putrescente che per continuare a vivere deve, per forza, liberarsi dai fastidi della contrattazione politica, dal peso dello stato sociale. Un necrocapitalismo che, producendo più morte che benessere, esige al suo fianco un guardiano inflessibile e spietato. Il fascismo di oggi non necessita più di eugenetica e simbolismi arcaici, semplicemente fa leva sulla perenne emergenza, sull’ansia del domani, sulla mancanza materiale e sull’assenza spirituale, è un Fascismo della Crisi.
Ecco perché, ben oltre le divisioni partitiche, a gestire le leve del potere può aspirare solo chi della paura e della sicurezza ne ha fatto i suoi cavalli di battaglia. Perché paura e sicurezza sono oggi, nell’era della crisi permanente, il vero strumento di governo della popolazione.

Su CarmillaOnLine un lungo articolo che analizza il perché neoliberista di questi anni, mettendolo in relazione con i decenni finali del secolo scorso – certo, usando un lessico un filo datato, c’è da ammetterlo, ma che comunque non annacqua le idee.

Sul cosiddetto scacchiere internazionale è la fase 1989-91 che segna un punto di svolta: il crollo del Muro di Berlino e dell’URSS, anche se ormai in declino tra gli stessi socialisti/rivoluzionari, trascina nel baratro con sé anche il più solido punto di riferimento storico e politico di antagonismo al sistema capitalista. Senza il socialismo reale anche tutte le altre eresie socialiste autonome occidentali e/o terzomondiste ne escono indebolite, e così il neoliberismo anglosassone si estende a macchia d’olio imponendo ovunque i suoi meccanismi, imponendosi come unico pensiero dominante e come unica cultura ufficiale. La sua narrazione dipinge una società in cui sono scomparse tutte le divisioni di classe in virtù di un comune cammino dell’umanità intera verso un progresso che altro non è che accumulazione compulsiva di capitale su scala planetaria: la Storia si vuole finita.

Ma nonostante tutte le mistificazioni la Storia continua il suo corso. Le crisi economiche sempre più frequenti, le crescenti disparità sociali che dalla seconda metà dei ‘90 fino ad oggi, con la crisi strutturale che dura dal 2008 e segna una nuova fase storica del capitalismo globale, scadenzano il ritmo della Democrazia del Libero Mercato e dimostrano come sotto la cenere ci siano braci che ancora scottano e ferite che sono ben lungi dal rimarginarsi: se per alcuni la ricchezza sale vertiginosamente, per molti altri il piatto si impoverisce di giorno in giorno.

Esplosioni incontrollate di rabbia delle periferie (dalla Los Angeles del ‘92 alla Parigi dei Gilets Jaunes), movimenti di critica antisistemica (No Global, Occupy, Indignados ecc.) stanno a testimoniare come non ci sia effettivamente nulla di pacificato sotto il sole d’Occidente.
La Storia continua a riemergere dall’abisso ogni volta che un ghetto americano insorge contro la brutalità della polizia, ogni volta che una nuova manovra finanziaria viene battezzata a colpi di molotov davanti al parlamento ellenico, ad ogni resistenza ai tentativi di golpe in America Latina, ad ogni resistenza del popolo curdo ai disegni genocidi ed imperialisti che si stendono sulla Siria.
Il neoliberismo voleva la Storia finita perché voleva, sostanzialmente, la resa incondizionata dei popoli al suo volere, ogni resistenza avrebbe dovuto perdere la sua ragion d’essere di fronte ad una sconfitta annunciata.

La risposta degli Stati è, a grandi linee, sempre la stessa: da un lato repressione, zero tolleranza, disciplina del manganello; dall’altro la normalizzazione delle richieste più compatibili, la cooptazione delle frange più moderate nella gestione del presente.
Lo Stato Neoliberista non ammette critiche né compromessi che devino dalla sua rotta, è uno Stato dominato dalle logiche di polizia: uno Stato di controinsurrezione permanente.
Anche senza i connotati e le liturgie tipici dei totalitarismi di destra, un’istituzione statuale che ha come obbiettivi cardine il contenimento preventivo di ogni istanza proletaria e la tutela assoluta delle necessità del Capitale, non fatica a essere definito fascista; questo d’altronde è il ruolo storico che qualsiasi lettura materialista della Storia assegna al fenomeno fascismo.

Quello che il Capitale cerca è un popolo che non conosce divisioni al suo interno, che opera in armonia per la prosperità della propria nazione, un popolo che dall’alto della sua superiorità morale, della sua bianchezza, si definisce a partire dalla negazione dell’altro e che non può accettare una critica volta al cambiamento radicale della sua essenza, un popolo che per sentirsi sicuro deve percepirsi asserragliato tra nemici dai lineamenti tanto vaghi da essere quelli di chiunque attorno a sé.
Una tale fisionomia calza a pennello alla società di Reagan, di Salvini o di Hitler praticamente alla stessa maniera. Neoliberismo e Fascismo si somigliano già nel guardarsi allo specchio.

Questi i punti cardine da tenere sempre a mente per avere un quadro esaustivo di ciò che accade. Qualsiasi altra chiave interpretativa è ingannevole, il Liberismo è assai semplice nelle sue strutture, molto meno che banale, e ciò si trascina dietro il Fascismo perché il primo ha il capitale, il secondo le braccia.

“Tutti gli esseri umani sono imprenditori” – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine considerazioni sull’imprenditoria di ritorno dallo sfruttamento, che sfrutta a sua volta gli imprenditori affinché vinca soltanto il Profitto, il Business, questo sistema inumano di sopraffazione planetaria, di cui nemmeno un incarnato ne otterrà definitivo giovamento.

Imprenditore o precario? Sono questi i termini di una dissonanza cognitiva che fa apparire tutto come una mastodontica startup. Silvio Lorusso ci guida alla scoperta dell’“imprendicariato”, un universo fatto di strumenti per la produttività, di poster motivazionali e di tecniche di auto-aiuto per risultare ottimisti. Un mix di ideologia imprenditoriale e precarietà diffusa che regola social media, mercati online per il lavoro autonomo e piattaforme di crowdfunding.

La figura dell’imprenditore precario, autentico ossimoro fattosi carne attraverso una spericolata e sfacciata operazione di restyling dell’ideologia capitalista basata sull’esaltazione del lavoro, è posta al centro di un’analisi acuta che, suddivisa in tre parti ben distinte (Core Values, Assets e Platforms), affronta nella prima la definizione di cosa è un imprenditore e cosa significa l’esser precario.
Nella seconda la trasformazione antropologica e culturale che nel corso degli ultimi decenni, e in particolare dopo la crisi del 2008, ha portato il lavoratore, specialmente quello che un tempo si sarebbe detto “intellettuale”, ad essere più che occupato in un lavoro regolare ad essere busy (indaffarato) per la maggior parte del suo tempo di vita.
E, infine, nella terza lo sviluppo di alcune piattaforme molto diffuse nell’uso dei social network (come LinkedIn e Fiverr), destinate a costituire, in forme diverse, un’autentica “piazza” mondiale su cui porre in vendita, a costi sempre più ridotti, servizi e competenze prodotti da una forza lavoro disgregata e costantemente posta in competizione con tutti gli altri membri della stessa categoria.
Spesso riferibile a quella dei cosiddetti “creativi”, ma non solo.

Un’autentica corsa al ribasso e alla svalutazione di ogni competenza cognitiva e lavorativa travestita da concorrenza imprenditoriale che scarica sull’individuo solo, isolato e privo di “alleati”, il costo economico e psicologico di una crisi di valorizzazione dl capitale che soltanto dall’intensificazione dello sfruttamento del lavoro svolto dagli esseri umani e dalla sua contemporanea svalutazione economica (sempre più lavoro da svolger in tempi sempre più ridotti per retribuzioni sempre più contenute) può trarre momentaneo sollievo.

Entreprecariat parla quindi di imprenditorialità, ma non è un manuale di auto-aiuto per «farcela». E anche se sullo sfondo rimangono le immagini degli imprenditori di successo, oggi divenute autentiche icone anche della cultura di massa attraverso la diffusione di produzioni cinematografiche e televisive che ne esaltano le “imprese” e l’individuale capacità di affrontare le difficoltà, non si tratta nemmeno della solita agiografia di “visionari” del business come Steve Jobs o self-made man come Flavio Briatore. Al contrario, il libro descrive la realtà che circonda i cosiddetti «imprenditori di se stessi»: freelancer, disoccupati spinti o costretti a sviluppare una mentalità imprenditoriale per non soccombere alla precarietà crescente che coinvolge l’ambito professionale, quello economico nonché quello esistenziale.

Sinistra e critica alla Ue: a che punto è la notte? – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un interessante contributo per provare a gettare le basi di un futuro lontano dal Liberismo, un futuro avulso da questo rutilante carrozzone che genera profitto – non ho detto ricchezza – a vantaggio sì di un’élite dirigenziale, ma soprattutto di un sistema che nulla ha di umano, autogestito e vivo di un’energia che nulla ha di umano. Non si è contro una nozione europeista, si è contro l’uso criminale che si fa, a livello mondiale, del controllo sociale dato dal profitto, dal business, dal modo di vivere stringente come una garrota che è disumano o meglio, inumano. A mio giudizio, essere a Sinistra (e mioddio, come si fa a essere altrove?) significa non essere in alcun modo dalla parte del Capitale, e da ciò va in cascata tutto il resto.

Ormai giunti al 2019 possiamo trarre un parziale ma significativo bilancio sul rapporto tra la sinistra[1] e l’Unione europea. O meglio: tra la sinistra e la critica alla Ue. Una posizione, questa, che ha segnato una novità e una discontinuità nel discorso medio della sinistra italiana ed europea di questo decennio. Forse l’unica vera discontinuità concettuale che ha investito le posizioni politiche della sinistra da molti anni a questa parte. Nei fatti, il dibattito pubblico veicolato dal sistema politico-mediatico si concentra nei pressi proprio dell’Unione europea: sovranità politica o popolare, sovranismo, populismo, questione nazionale, lotta alla globalizzazione, crisi economica et similia. L’Unione europea è al centro di ogni frame discorsivo massmediatico che ci investe quotidianamente. Va però riconosciuto che siamo entrati in una fase diversa. Se negli anni attorno allo scoppio della crisi economica, e soprattutto – in Italia – nel periodo tra il 2009 e il 2012, andava introdotto a forza un pensiero critico che ponesse la Ue al centro delle riflessioni sistemiche, oggi questa critica si è assestata. Procede affinandosi, ovviamente, ma si è resa in qualche modo inaggirabile, al di là di come la si pensi sulla rottura o meno della costruzione europeista. Per essere più precisi: la critica alla Ue è andata sedimentando tre posizioni, espressioni di altrettante sinistre: da una parte la sinistra anti-Ue, che orienta la sua proposta politica attorno al tema della rottura coi vincoli europeisti; dall’altra, quella sinistra che, nonostante il posizionamento critico, persiste nel dichiararsi europeista, proponendosi al più di «cambiare dall’interno» il rigido regime liberista di Maastricht; c’è poi una sinistra che decide di posizionarsi fuori da questo schematismo, lasciando decisioni e ragionamenti in sospeso, evitando il confronto diretto con la questione europeista. Dunque, per farla breve, la critica alla Ue ha prodotto per condivisione o per reazione dei posizionamenti politico-organizzativi espliciti. A questo punto però si dovrebbe valutare cosa ha prodotto questa divisione. Dopo appunto un decennio potremmo trarre delle parziali conclusioni.

Assonanze e distacchi


Accetto di essere una complessità narrante e vagante; nel delirio dei verbi tempi e modi, e assonanze, vi è l’essenza del distacco dalle catene fisiche delle negazioni.

La liberazione


Effige in portentosi cofanetti psichici di valori quantici. Sorridi, perché sei diventato ineffabile.

dimensioneC

Se apro la porta al mondo, forse qualcuno entrerà

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