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Archivio per Liberismo

Il nuovo disordine mondiale / 20: Guerra santa (subito?) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine considerazioni di Sandro Moiso sparse sullo stato attuale del consenso globale, da leggersi ognuna per suo conto ma sapendo che insieme forniscono il quadro mondiale della compressione liberista e politica. Vi lascio ad alcuni stralci, mentre sullo sfondo continua ad agitarsi la guerra:

«Accorrevano folle per farsi ipnotizzare dalla sua voce, dagli inni di partito, dalle parate alla luce delle torce […] Erano disposte in file e squadre, su sfondi elaborati, con vessilli color sangue e uniformi nere»5. Oggi le cattedrali del consumo, i social network, la Rete, i media riescono a ricreare solo in parte tale tipo di assembramento unitario. Vale per coloro che convocano su Facebook o TiKTok e WhatsApp manifestazioni e flash mob cui di solito non partecipa nessuno o pochissimi oppure si trasformano in assalti spettacolari ma privi di risultato alle istituzioni del potere, ma anche per le grandi reti di vendita di dati e merci che iniziano a dover licenziare i dipendenti a migliaia o decine di migliaia. Manca il collante comune, il minimo comune denominatore che la tanto decantata società aperta si è persa da qualche parte per strada.

La celebre massima di Margaret Tatcher, la società non esiste esistono solo gli individui, si è sostanziata nella realtà attuale, ma il risultato “politico” è stato che, mentre un tempo le grandi folle si radunavano per perdere la propria individualità in nome di un’identità comune, semplicemente, oggi le “masse” hanno perso qualsiasi tipo di identità, sia individuale che comune. Senza nemmeno trasformarsi in quelle moltitudini costituenti che han fatto gran parlare di sé fino a qualche anno or sono e senza alcun costrutto materiale. Se non l’esser fondato sulla costante e instancabile ricerca di un “nuovo soggetto” che ha sempre caratterizzato certe teorizzazioni dell’operaismo italiano (di derivazione più gramsciana che marxiana).

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Si vis pacem… appunti su guerra o rivoluzione. – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la (lontana) recensione a Guerra o rivoluzione. Perché la pace non è un’alternativa, di Maurizio Lazzarato. Vi lascio a stralci significativi di ideologie (che sì, sono ancora vive):

Evento. Ripetizione. Cronaca. Normalizzazione.
Panico. Ansia. Accettazione. Assuefazione.

Nell’epoca della crisi permanente e dell’ipertrofia dell’infosfera ogni catastrofe è merce deperibile.
Ogni “evento” è destinato alla ripetizione seriale fino allo svuotamento di potenza, anticamera della sua normalizzazione e messa a sistema nella sua conversione in dispositivo di controllo.

Crack finanziario, crisi ambientale, pandemia, guerra.
Al panico diffuso dallo schermo si accoda la reazione scomposta tra chi si stringe attorno al re, colpevole della catastrofe stessa, chi tenta di denunciarne la responsabilità e chi diserta ritirandosi nel proprio guscio.
E passano i giorni senza che mai il baratro che si preannuncia dietro l’angolo arrivi mai a compimento, e la catastrofe finisce per essere metabolizzata ed accettata: attorno ad essa si rinsalda il legame sociale, più stretto, soffocante e fragile che mai.

È forse una cattiva abitudine di cultura e immaginario, quello di pensare l’evento come interruzione definitiva del continuum che porti alla fine di tutto. Apocalittismo hollywoodiano.
La realtà, più cruda, come scritta su un muro, è che la catastrofe è ogni giorno in cui non succede nulla. Il capitale è nato come guerra di rapina e come sopruso. È stato forgiato in un continente cui la modalità storica della relazione tra attori in campo, la loro stessa identità, si è incentrata sulla guerra e sempre solo sulla guerra.

Dai campi recintati che hanno costretto contadini affamati e privati di terre a buttarsi nel tritacarne della fabbrica alle case di correzione per disciplinarli ad un lavoro inumano, fino ai roghi che bruciano corpi di donne per estirpare ogni traccia di cultura ed identità autonoma; il capitalismo si è imposto nella realtà europea come rapina e come brutale sottomissione di corpi ed energie collettive. Si è espanso nel globo con la guerra di corsa, con il mercato schiavile, con lo sterminio di popoli indigeni e le catene ai polsi dei popoli colonizzati.
Fabbrica, carcere, colonia, patriarcato. Le colonne portanti del sistema capitalista non si sono imposte col denaro ma col ferro. Nessun mercante avrebbe ottenuto nulla senza il servizio di un braccio armato.
Il vangelo si è diffuso nei secoli a fil di spada, come la democrazia ieri la si faceva cadere con le bombe a grappolo.

La perdita della presenza – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un interessante articolo di Gioacchino Toni che recensisce Contro Metaverso. Salvare la presenza, di Eugenio Mazzarella, saggio uscito per Mimesis. La recensione, come capirete, è il mezzo e il pretesto per parlare della continua rapina dei dati che, interpolati, costruiscono la gabbia che da digitale diviene fisica; grazie, anche, ai progetti elencati dall’autore:

Dal momento che «la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva», l’autore si chiede se «in nome delle “magnifiche sorti e progressive” della realtà virtuale, della realtà aumentata […] gestita dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale», non si stia sradicando la vita dell’essere umano, il suo «esserci, dall’essere-nel mondo di presenza fin qui abitato, promettendo un ampliamento degli spazi “vitali” accessibili all’esperienza individuale» (pp. 11 e 15).

Nel corso di una conferenza tenutasi il 28 ottobre del 2021, Mark Zuckerberg ha annunciato l’intenzione di voler superare il social network da lui creato costruendo un ambiente capace di fondere offline e online. Nonostante il progetto Metaverso sia stato presentato come novità volta a sostituirsi all’esistente, in esso è forse piuttosto individuabile uno sviluppo di un processo di ibridazione tra online e offline in corso da tempo e che sarebbe semplicistico ridurre ad aggiornamento del sistema di produzione-consumo pianificato a tavolino da qualche diabolica corporation, affondando le radici in una serie di innovazioni tecnologico-comunicative – dalle pretese ontologiche foto-cinematografiche, passando dalla televisione per poi giungere alla svolta digitale che, con i suoi sviluppi interattivi, plasma la contemporaneità – non per forza di cose progettate da qualche Grande Fratello ma, piuttosto, abilmente sfruttate e indirizzate a scopi profittevoli.
Rivoluzione o evoluzione che sia, sarebbe, dunque, riduttivo vedere nel progetto Metaverso una mera trovata commerciale, visto che, almeno nelle intenzioni di chi lo ha presentato, per quanto fumosamente, sembrerebbe piuttosto ambire a diventare una sorta di «“sistema operativo” delle nostre vite e della nostra società» (p. 17) risultando ben più invasivo di quanto le tecnologie siano sin qua state.

“A quale ansia da “prestazione”, se vuole essere all’altezza di questo “mondo” digitale, sarà sospinto [l’essere umano] che conosciamo […]? Per tacere della già classica domanda nietzscheana strutturante il nostro rapporto con il passato, su quanta memoria, nei termini dell’onlife, della realtà ri-ontologizzata dal digitale, dalle ICT (cioè su quanti data, ovvero informazioni già date, quante tracce mnestico-cognitive magari affluenti in tempo reale, quello di una digitazione informativa) sia in sé capace di reggere l’hardware psico-biologico umano conosciuto; quello almeno che l’evoluzione fin qui ci ha consegnato nelle mani. Dietro una tale, inedita promesse de bonheur sembra celarsi una pulsione neo-gnostica (tecno-gnostica) che è vero e proprio disprezzo per il corpo, odio per la carne (p. 21)”.

Secondo lo studioso risulta quanto mai importante riflettere sul processo di dismissione del reale, sul transito nell’onlife innescato dai più tradizionali social web, con le sempre più evidenti degenerazioni in termini di alienazione sociale, esistenziale e percettiva «in obbedienza a un esse est percipi ormai declinato sempre più grazie al web in senso mediale-passivo come un essere percepiti che rimbalza e costruisce non solo il nostro percepire ma il nostro stesso percepirci. Il web essendo per comune ammissione la più potente tecnologia di manipolazione del sé sociale – individuale e collettivo – che si sia mai conosciuta» (p. 25).

“Un passaggio epocale che riguarda il modo in cui l’esserci umano ci-è a sé stesso, agli altri e al mondo, e cioè vincolato alla realtà come presenza di sé e delle cose; un modo sempre più sospinto nella presenza atona del digitale intesa come virtualità, che non è irrealtà ineffettuale, bensì una potenza, una forza, una virtus, estranea al qualcosa in cui si mette in atto […]. Virtus che quindi, implementando questo qualcosa, ne muta la natura, l’essenza nelle sue potenzialità, facendo del qualcosa implementato, quando non lo annichili in un’altra cosa, una protesi della sua autoattuazione come realtà. Che è lo scenario di rischio di quel qualcosa che siamo noi, il qualcuno. […]
È difficile pensare che una virtualità così invasiva del nostro esserci quotidiano possa essere gestita con la riserva mentale autoconsolatoria che possiamo sempre premere il pulsante dell’on/off in modo reversibile, riassorbendo i tempi brevi dell’esposizione del nostro sistema, della nostra “energia iniziale”, alle particelle virtuali che noi stessi avremo generato, per altro immaginando un’AI che possa anche generarle autonomamente.
È questo l’orizzonte di rischio antropologico che in un mondo intramato di reti artificiali e di AI abbiamo davanti. Con in aggiunta un altro potente strumento di disabilitazione della presenza come “presenza a noi stessi” in capo alla padronanza di noi come abilità innanzi tutto deliberativa e morale; e cioè le neuroscienze, già attrezzate a venire in soccorso dello stress di questa distopia dell’umano nell’universo digitale, di questa dislocazione dalla presenza finora abitata dal nostro esser-ci. A stupefarci con una farmacologia che da riparativa si propone da tempo ampiamente come possibilità di riprogrammare la stessa psichicità umana (pp. 109-112)”.

La Giacarta della sanità pubblica – Carmilla on line


Federico Greco e Mirko Melchiorre sono due dei tre registi che nel 2017 hanno diretto PIIGS – un fortunato documentario in cui il cinema veniva messo al servizio della divulgazione economica per svelare i meccanismi perversi dell’austerità europea.
Nella nuova pellicola “C’era una volta in Italia”, in sala in questi giorni, raccontano la storia della chiusura nel 2010 dell’ospedale di Cariati, un comune della provincia cosentina, per rispettare uno dei tanti piani di rientro dal debito sanitario. In seguito a quel provvedimento e agli effetti moltiplicatori della pandemia, le conseguenze non si fanno attendere: la sanità locale collassa, i tempi di attesa per una visita specialistica o un’analisi diagnostica crescono a dismisura, inizia la migrazione verso le strutture del Settentrione e la necessità di accedere ai servizi privati a pagamento – almeno per coloro che possono permetterselo, gli altri aspettano e spesso muoiono. Ecco la Giacarta della sanità pubblica italiana: il film si apre infatti con le immagini del colpo di stato in Cile e la seconda parte del titolo contiene una minaccia: Giacarta sta arrivando. Si riferisce all’assassinio, da parte dell’esercito indonesiano sostenuto dal governo Usa, di circa un milione di civili nell’ambito della politica di contrasto al locale partito comunista. Il motivo di tale abbinamento bizzarro è che quei crimini servirono a imporre una svolta neoliberista al capitalismo mondiale. Questa stessa politica economica oggi è responsabile di nuove stragi di civili, per esempio nella sanità.

Ecco, questo è il senso più forte di quest’articolo di CarmillaOnLine, e vi invito a leggerlo tutto per comprendere alcune logiche commerciali che investono la Sanità, ma non solo quella.

Andrea Carandini, l’essenza della vita va ricercata in profondità


Un libro di Andrea Carandini che non conoscevo e che ho scoperto grazie a quest’articolo, contenente paradossalmente nozioni che sono contenute in quest’altro articolo preso da CarmillaOnLine: L’ultimo della classe. Mi riferisco a questi passi del noto archeologo:

“Ho avuto una vita lunga, ho 84 anni e ho sentito il bisogno di capire il senso della mia esistenza e di fare uno scavo in me stesso. Non sapevo che sarebbe stato così lungo e non sapevo com’era la mia vita prima di raccontarla. il nostro scrivere implica ripensare, ordinare. Io stesso rappresento la decadenza della mia famiglia che come tutte le famiglie borghesi non può durare mai più di tre generazioni. Al contrario di quelle aristocratiche, che sopravvivono secoli, perché basate sul privilegio e non sul merito. Io sono l’ultimo della mia classe”.

Cose che in qualche modo completano questo passo di Robert Kurz:

Il sistema sociale che indichiamo comunemente in una prospettiva storica con il nome di modernità o società moderna e in una prospettiva socio-economica come società capitalistica o capitalismo tout court è giunto a fine corsa e minaccia di schiantarsi. Buone notizie per gli oppositori del sistema? Non tanto. Il capitalismo ha già imboccato la strada che porta verso il cimitero dei pachidermi della storia. Il guaio è che a sotterrare il capitalismo non saranno audaci schiere di lavoratori organizzati, o qualunque surrogato sulla piazza, ma le sue stesse contraddizioni, che Kurz condensa nel concetto del “limite interno”. Il corollario di questa concezione è però che non è affatto detto che il capitalismo venga seguito da una nuova società più stabile e giusta, da un nuovo ordine coerente; al momento l’alternativa più probabile è che il capitalismo entri in una nuova “era delle tenebre”, caratterizzata dall’implosione delle istituzioni sociali e delle strutture economiche. Come ha detto altrove il nostro autore, “la prigione è in fiamme ma qualcuno ha serrato le finestre e i prigionieri sono bloccati al suo interno”.

Il Liberismo come forma estrema e finale di un processo storico molto lungo, in cui chi non è nobile ha cercato di accedere agli stessi benefici di radice imperiale (che Carandini conosce benissimo) degli aristocratici, non cambiando il sistema di oppressione ma operando un adeguamento, sempre precario e legittimato dal nulla, che ci ha portati allo sfascio attuale, che non è nemmeno lontanamente il peggio che ci possa capitare.

Globale è bello? Su “Capitale Mondo” di Robert Kurz – Carmilla on line


Come il riccio di Archiloco anche Robert Kurz conosce una sola cosa ma è grande. Il sistema sociale che indichiamo comunemente in una prospettiva storica con il nome di modernità o società moderna e in una prospettiva socio-economica come società capitalistica o capitalismo tout court è giunto a fine corsa e minaccia di schiantarsi. Buone notizie per gli oppositori del sistema? Non tanto. Il capitalismo ha già imboccato la strada che porta verso il cimitero dei pachidermi della storia. Il guaio è che a sotterrare il capitalismo non saranno audaci schiere di lavoratori organizzati, o qualunque surrogato sulla piazza, ma le sue stesse contraddizioni, che Kurz condensa nel concetto del “limite interno”. Il corollario di questa concezione è però che non è affatto detto che il capitalismo venga seguito da una nuova società più stabile e giusta, da un nuovo ordine coerente; al momento l’alternativa più probabile è che il capitalismo entri in una nuova “era delle tenebre”, caratterizzata dall’implosione delle istituzioni sociali e delle strutture economiche. Come ha detto altrove il nostro autore, “la prigione è in fiamme ma qualcuno ha serrato le finestre e i prigionieri sono bloccati al suo interno”.

Questo è il brano che condensa, su CarmillaOnLine, la recensione a Il capitale mondo. Globalizzazione e limiti interni del moderno sistema produttore di merci, di Robert Kurz. Che continua, analizzando il regime sociopoliticoeconomico di questo nostro scorcio temporale (non solo “nostro”, ma anche parecchio passato, non sappiamo ancora “quanto” futuro) fino a giungere a una sorta di amara (ma ovvia) interpretazione: non c’è possibilità di sfuggire questo regime senza uno stravolgimento epocale dell’intera società, come avvenne per esempio in Europa alla caduta dell’imperium romano; però, d’altro lato, in questo modo finiremo per mangiarci a vicenda, e così il Mercato sarà il più potente e inumano dei virus mai visti, talmente potente da sterminare il suo stesso business, l’umanità.

La storia del capitalismo è quella di una dinamica irreversibile con le sue fasi. Quella analizzata da Kurz in questo saggio è l’apogeo della fase neo-liberale, iniziata alla fine dei Settanta, poi traumatizzata dalla crisi del 2008. La narrazione assembla l’analisi storica con la critica dell’ideologia, alterna capitoli in cui la natura della globalizzazione viene sviscerata sulla base di una grande quantità di dati economici (il cui filo non è sempre agevole da seguire) ad altri in cui si esaminano le conseguenze della frammentazione sociale, la crisi del denaro e della politica. Da sottolineare, in particolare, la disamina del capitale finanziario e del suo ruolo nel meccanismo dell’economia moderna. La ricchezza di temi è amplissima e Kurz ama dialogare, generalmente in termini polemici, con una moltitudine di voci presenti e passate, da Ulrich Beck a Joseph Stiglitz, da David Ricardo a Rudolf Hilferding, da Michel Aglietta a Peter Sloterdijk. Sarà possibile solo un breve excursus sul carattere generale dell’opera cui uniremo alcuni spunti critici circa numerose convinzioni diffuse oggi tra i contestatori del sistema.
Cosa turba l’apparente imbattibilità del sistema? La sua stessa logica. Nella prospettiva di Kurz la globalizzazione non è il sintomo dello stato di salute del capitale, che abbandona le mura nazionali per propagarsi con le sue catene produttive in tutto il globo ma una chiara conseguenza del fatto che il ristagno della produzione di valore, dovuto all’intervento della tecnologia informatica, della robotica – cioè della Terza Rivoluzione industriale –, costringe le imprese a una concorrenza disperata e cannibalesca, disperdendo le loro fasi produttive per il globo per approfittare del divario dei costi e delle condizioni sociali e giuridiche messe a disposizione degli Stati. Gli investimenti oggi non sono più investimenti per l’espansione ma per la razionalizzazione. Ma se le imprese se la passano male, per gli Stati va anche peggio, costretti dalla crisi delle finanze pubbliche a indebitarsi sempre più sui mercati finanziari, a privatizzare e a tagliare le infrastrutture sociali.
In quest’ottica un effetto salutare del libro potrebbe essere quello di fare piazza pulita di tutta una serie di false idee sulla crisi del sistema e sulla possibilità di venirne a capo. Il primo punto lo si potrebbe intitolare “Com’era verde la mia nazione!” E qui entra naturalmente in gioco la categoria del “sovranismo”, la testa di turco preferita dell’establishment politico-finanziario-mediatico neoliberale. Il problema del sovranismo è che i suoi apostoli più riflessivi, per la maggior parte, non sono né ottusi campanilisti, né irriducibili fustigatori della contaminazione multiculturalista, né fanatici nazionalisti, adusi a esterofobe campagne aggressive. Il loro errore consiste invece nel credere in ciò che un tempo si chiamava il “primato della politica”, cioè nella convinzione che uno Stato-nazione, ben radicato nelle sue istituzioni, guidato da una classe dirigente volenterosa, sia in grado di controllare, governare, correggere la propria economia di mercato, dirigendola verso obiettivi consoni agli interessi nazionali e della popolazione. Questa idea, che predica l’autonomia dello Stato nei confronti dell’economia o addirittura uno status gerarchico superiore, viene però sconfessata da Kurz. Lungi da essere il nocchiero del mercato, lo Stato e con esso, in generale, la sfera politica, dipende dall’accumulazione di capitale al suo interno, da cui esso preleva ciò di cui abbisogna per le sue “politiche” (sostanzialmente allocazioni di denaro in favore di obiettivi più o meno “democraticamente” prefissati). Ma una volta che il modello dell’accumulazione fordista entra in crisi, anche lo Stato manifesta la sua natura “secondaria” rispetto alla base economica. Di fronte alla transnazionalizzazione e alla razionalizzazione dell’economia, lo Stato, come osserva argutamente Kurz, non può “transnazionalizzarsi” a sua volta, né tantomeno “licenziare” i propri cittadini ma solo operare una “razionalizzazione” distruttiva, rinunciando gradualmente a finanziare le proprie infrastrutture sociali, indebitandosi fino al collo sui mercati finanziari e arrangiandosi così da attirare la quantità maggiore possibile di investimenti.

L’abnorme crescita del capitale finanziario, favorita con ogni mezzo sul piano giuridico e normativo dalle classi dirigenti di ogni paese (anche se naturalmente non dappertutto con la stessa prontezza e la stessa rapidità) era dunque necessaria per simulare una crescita economica in totale assenza di una valorizzazione reale del capitale. La soppressione di tutte le catene che ostacolavano la libera circolazione del capitale finanziario era indispensabile, non solo perché lo esigevano gli interessi soggettivi degli attori interessati, ma soprattutto per una imperativa esigenza sistemica: il salvataggio, in ultima analisi illusorio, del sistema di mercato.

Recensioni sentimentali: C.S.I.,“Linea Gotica” – Rockol


Una non recensione, di quelle che piacciono a me: Linea gotica, dei CSI, su Rockol.

“Linea Gotica” per me ha sempre simboleggiato un viaggio. Lo era il disco precedente, una necessaria fuga dallo sgretolamento delle certezze. Lo sarebbe stato il disco successivo, per andare a riscoprire nella lontana Mongolia il bisogno di ritornare a casa.
In questo album di mezzo, invece, siamo scaraventati brutalmente nel cuore dell’Europa squarciata e stuprata dalla guerra e dall’odio cieco e fratricida. La partenza è nei Balcani, a piedi in una Sarajevo che brucia in cupe vampe. Il cammino prosegue spedito attraversando resistenze partigiane, lotte tra il divino e la carne, il bisogno di essenziale. Il punk filo-sovietico del decennio precedente si spoglia dei canoni e dei cliché, la batteria, quando non assente, rimane in penombra. L’elettricità plumbea e minimale delle chitarre di Zamboni e Canali riverbera le lacerazioni di un momento storico doloroso. Il basso di Maroccolo dirige il Consorzio con le sue linee eleganti e commoventi. Ferretti Giovanni Lindo, voce di quei miei anni, narra gli spasmi di questo tempo detestabile, scorteccia le parole aride e secche col suo salmodiare, più sussurrato e armonioso che d’abitudine. Inarrivabile la sua scrittura, la sua visione, in questo disco. Ricordo che sovente mi limitavo a leggerne il libretto, dove i testi veri e propri dei brani sono inframmezzati da pensieri e storie, esegesi ai significati che ne aggiungevano altri.

“E ti vengo a cercare” di Battiato, col maestro che si palesa umilmente sul finale, è la purezza che persevera tra i cumuli di macerie: la più bella cover della storia della musica italiana.  Un quarto di secolo dopo, i tempi sono forse ancora più detestabili, ma ho dalla mia l’esperienza di chi sa che anche l’infelicità può essere preziosa. Da quel chiostro soleggiato ho portato con me “Irata” e Pasolini, la voce rassicurante di Ginevra Di Marco ad ammorbidire le parole, le rose, le spine, i cavalli, tanti cavalli, i comandanti, i monaci e la mia fascinazione infinita.

Agenti caotici inumani


Risolute righe di codice quantico devastano l’esistenza del Mercato.

Facce di merda


Schiacciate dagli eventi, rendete il vostro reale un rivolo di plastica corrotta, una connessione drogata verso un assoluto che è soltanto la faccia merdosa di un sistema inumano di controllo.

Un anno di “non-aligned objects”


È passato già un anno dalla pubblicazione di Death Economy, riedizione in digitale del saggio al vetriolo che Sergio Altieri pubblicò un po’ di anni fa sulle pagine di CarmillaOnLine; quel testo fu il primo numero della collana non-aligned objects, contenitore che curo per i tipi di DelosDigital al cui interno trova posto narrativa e saggistica non allineata, anarcopunk di questo tipo:

“La collana si propone come contenitore atipico, una scatola non allineata al pensare comune, alla sensibilità corrente, al modo e all’estetica che in questo scorcio temporale domina il mondo con orrende ombre politicoeconomiche che si allungano su esso”.

Cosa raccontava Sergio? Ecco la quarta:

La riedizione di un saggio di Alan D. Altieri di dieci anni fa, ideologico, lucido, tagliente, che è senza mezzi termini di parte, ma che per questo è in grado di sciogliere le illusioni di un mondo iperliberista che fa del profitto, del guadagno infinito, dello sfruttamento delle risorse vegetali, minerali, antropiche e animali l’unica sua vera bandiera, che sventola all’impossibile vento della crescita infinita.

L’ebook è sul DelosStore e sugli altri negozi online al prezzo di 4,99€; si festeggia così il primo anno di collana, che ha visto la pubblicazione di ben cinque numeri e con altre proposte già in cantiere, rigorosamente non allineate.

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