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“In Lombardia non si poteva fermare la produzione”. In Lombardia si poteva solo crepare – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine, Sandro Moiso recensisce Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, saggio di Francesca Nava che analizza la situazione Covid nel Nord Italia dell’inizio di quest’anno. Vi lascio a stralci del post.

Il titolo scelto per questa recensione è tratto dalla frase che chiude, come un macigno, il penultimo capitolo del bel saggio-reportage della giornalista di origini bergamasche Francesca Nava, appena pubblicato dagli Editori Laterza. Un saggio imprescindibile per tutti coloro che vogliano parlare o discutere, a ragion veduta, dell’inferno pandemico scatenatosi a partire dalla Val Seriana alla fine di febbraio di quest’anno.
Un inferno sanitario e sociale che più ancora che nel virus, classificato per semplicità come Covid-19, affonda le sue radici in un autentica infamia economica, politica e istituzionale generalizzata, nei confronti della quale, nel corso degli ultimi mesi, si sono mossi i parenti delle vittime raccolti nel Comitato Noi denunceremo. Verità e giustizia per le vittime da Covid-19. Infamia che sta alle spalle anche di una gestione opaca sia dei provvedimenti che dell’informazione riguardanti la pandemia.

Un’opacità che, in questi giorni di ripresa, altamente prevedibile, dei contagi, ancora caratterizza tutti gli atti e le notizie che riguardano una situazione sociale e sanitaria destinata a peggiorare nel corso dell’autunno-inverno (così come l’epidemia di influenza “spagnola” avrebbe dovuto insegnare ai soloni della scienza, dell’informazione e della politica istituzionale). Una linea d’ombra determinata dalla necessità strumentale, soprattutto economica e politica, di non diffondere il panico che già tanto ha contato fin da gennaio qui in Italia e che ancora sembra essere l’unica autentica strategia, insieme all’uso della forza pubblica e dell’esercito, di mantenimento dell’ordine produttivo. A qualsiasi costo.
Ordine produttivo che fin dagli ultimi giorni di febbraio, in Val Seriana e nella bergamasca, è diventato il vero e unico fattore di determinazione delle scelte sanitarie e sociali che avrebbero dovuto essere prese. Sia dal governo regionale che da quello nazionale. Ed è proprio in questa dipendenza delle decisioni politiche dalla volontà imprenditoriale, che ha finito coll’accomunare le scelte dei rappresentanti della Lega e del Centrodestra a quelle dei partiti e del governo di area giallo-rossa, che l’autrice affonda il rasoio del suo ragionamento e della sua implacabile ricostruzione dei fatti.

Nel sottolineare, a più riprese, come la sanità pubblica lombarda sia stata fatta letteralmente a pezzi da due riforme «improvvide, illegittime e di dubbia costituzionalità, quella del 1997 di Roberto Formigoni e l’altra di Roberto Maroni del 2015»1, Francesca Nava non dimentica mai di rammentare al lettore come lo spettacolo del rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e governo regionale sulla gestione della pandemia, così come si è sviluppato anche davanti alla Procura di Bergamo che indaga sulle stesse, sia del tutto funzionale alle politiche effettivamente adottate e dettate quasi esclusivamente dalla voce del padrone.
Padrone che assume le fattezze precise della Confindustria lombarda e del suo rappresentante più importante, il presidente Marco Bonometti, che fin dai primi giorni (quelli che si sarebbero rivelati poi fatali per la diffusione dell’epidemia) si rivelò sintonizzato soltanto «sul fatto che, se l’Italia si fosse fermata e altri paesi gli avessero fottuto le commesse, lui avrebbe avuto un danno irreparabile»2.

A capo di Confindustria Lombardia dal novembre del 2017, Bonometti è presidente e amministratore delegato delle Officine Meccaniche Rezzatesi (Omr): colosso delle componenti per auto, con 3.600 dipendenti, sedici stabilimenti nel mondo e quasi 800 milioni di fatturato l’anno. La sua società, con oltre cent’anni di storia alle spalle e a capitale privato posseduto al 100% dalla famiglia Bonometti, vanta nella lista dei clienti le principali case automobilistiche, con la Ferrari come fiore all’occhiello. Nella città-contea cinese dello Huixian, a oltre 600 chilometri di distanza dal focolaio epidemico del coronavirus, si trova Omr China Automotive Components, lo stabilimento verticalizzato (dagli impianti di fusione del rottame al pezzo finito) […] specializzato nella produzione di assali e componenti per mezzi speciali che occupa oltre 600 dipendenti. Alla fine gennaio l’Omr fa rientrare dalla Cina dieci suoi lavoratori: tra questi ci sono cittadini italiani, tedeschi e cinesi. Vengono messi tutti in quarantena3.

Il 28 febbraio, nel corso di un’intervista radiofonica, Bonometti dichiara: «Bisogna rimediare cercando di abbassare i toni e far capire all’opinione pubblica che la situazione si sta normalizzando. Giustamente si son prese delle misure drastiche prima, ma oggi bisogna gestire la situazione in modo diverso. Bisogna far capire che la gente può ritornare a vivere come prima, salvaguardando sempre il problema della salute». Il giorno seguente, 29 febbraio parla anche di “danno di immagine” con una eventuale zona rossa che «crea danni economici anche alle altre aziende»4.

È ovvio che il bisogno del LiberoMercato viene completamente prima di qualsiasi necessità umana. Ed è questo l’unico, incontrovertibile, fondamentale e semplice punto su cui tutti dovremmo ragionare a fondo per rottamare poi il regime economico in cui ci troviamo immersi, responsabile di questo virus.

Come si trasmette davvero il coronavirus della Covid-19 | OggiScienza


Su OggiScienza un articolo sulla diffusione del Covid-19, pubblicato su Science. Credo che questo passo sia assai significativo:

La ricerca, che si è svolta negli stati indiani di Andhra Pradesh e Tamil Nadu, dove i sistemi sanitari dispongono di efficaci sistemi di sorveglianza sviluppati durante l’epidemia di AIDS, ha analizzato oltre mezzo milione di persone sottoposte a tampone. I risultati confermano un sospetto che nelle ultime settimane si è molto rafforzato: SARS-CoV-2 non si diffonde nella popolazione in modo uniforme ma a grappoli (o cluster, nel gergo degli epidemiologi). Nello studio di Science, infatti, mentre il 70% delle persone risultate positive non ha contagiato nessun altro, il 60% di tutti i contagi è riconducibile ad appena l’8% degli infetti.

Un’altra ricerca condotta a Hong Kong e pubblicata sulla rivista Nature Medicine arriva a conclusioni molto simili: meno del 20% delle persone infette ha causato l’80% dei contagi, mentre quasi il 70% dei positivi al tampone non ha infettato altre persone. Confrontando i risultati dei diversi studi disponibili, oggi si stima che il 10-20% delle persone positive sia responsabile di almeno l’80% dei contagi.

L’epidemia di COVID-19 sembra dunque avanzare sotto la spinta di singoli eventi di superdiffusione in cui una persona positiva viene a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, finendo per contagiarne molte altre. Il caso più famoso è avvenuto in febbraio a Daegu, in Corea del Sud, quando una donna di 61 anni, indicata come Paziente 31, ha infettato una cinquantina di fedeli appartenenti alla sua stessa chiesa, dando origine a un cluster di oltre 5.000 contagi.

Un’altra ricerca condotta a Hong Kong e pubblicata sulla rivista Nature Medicine arriva a conclusioni molto simili: meno del 20% delle persone infette ha causato l’80% dei contagi, mentre quasi il 70% dei positivi al tampone non ha infettato altre persone. Confrontando i risultati dei diversi studi disponibili, oggi si stima che il 10-20% delle persone positive sia responsabile di almeno l’80% dei contagi.

Nella gran parte dei casi, il momento sbagliato è uno o due giorni prima che si manifestino i sintomi, quando la carica virale è già molto elevata ma la persona infetta, che ancora non avverte malesseri e non sa di avere contratto la COVID-19, continua fare la vita di sempre, rischiando di finire nel posto sbagliato. Il posto sbagliato è quasi sempre uno spazio chiuso, molto affollato e con scarsa ventilazione. Peggio ancora se i presenti non indossano la mascherina, parlano ad alta voce, cantano o fanno attività fisica.

All’inizio i ricercatori hanno cercato di tracciare un identikit del superdiffusore (o superspreader, in inglese) e identificare quali caratteristiche potessero favorire la trasmissione del coronavirus a decine di altre persone. Si è parlato di predisposizione genetica, di pazienti con una carica virale elevata o con una spiccata capacità di spargere droplet parlando a voce alta o in preda a un attacco di tosse. La biologia, tuttavia, sembra giocare un ruolo minore rispetto al contesto ambientale. In altre parole, più che di superuntori, è più appropriato parlare di ambienti e comportamenti  a rischio che possono favorire la superdiffusione.

Altre notizie sul virus sono sparse nell’articolo, che invito caldamente a leggere per farci un quadro più scientifico, dettagliato e meno incline alle paturnie di chi, rincorrendo una bizzarra ideologia che ha i suoi ritorni assai tangibili, crede che si sia sotto una qualche forma di dittatura sanitaria.

YouTG.NET – Regeneron e Remdesivir: nuova trincea economica nella guerra al Covid19  


Un articolo di Arnaldo Pontis su cui riflettere attentamente, in cui l’attualità si mischia con una proiezione futura che ha, a sua volta, l’amaro sapore di un presente prolungato, un incubo distopico che diviene realtà. Su YouTG.

Sappiamo tutti che il presidente USA Donald Trump, ricoverato per problemi respiratori dopo la scoperta della sua positività al Covid19, è stato dimesso dopo pochi giorni.
La notizia, largamente diffusa dai media in tutto il mondo e anche dallo stesso Trump, con una serie di messaggi via twitter e video, rende noto a tutti il modo con cui il presidente americano sottoponendosi volontariamente a una portentosa cura sperimentale sia riuscito a superare velocemente la crisi causatagli dall’infezione da Covid19.
Cura portentosa che non è stata certo possibile per molti altri suoi coetanei, americani e no. Morti in una guerra contro un virus che, in particolare negli Stati Uniti, ha raggiunto ormai 200mila vittime. Tanti di questi erano anziani, come Trump. Tutti però erano comuni mortali senza accessi privilegiati a questi farmaci, riservati a “VIP” come lui.

Trump, ovviamente può esultare per il risultato raggiunto e, seppure ancora in quarantena, imperversare sui media e riprendere a pieno regime la sua campagna elettorale per le presidenziali. Forte di un programma politico conservatore della peggior specie che non mancherà di portare avanti come ha cercato di fare finora. Lo farà per esempio stroncando qualsiasi ipotesi di sanità pubblica sia stata messa a disposizione dei meno abbienti in America. Il miliardario Trump, se rieletto, demolirà un “welfare pubblico” americano ancora agli albori a partire proprio dallACA (Affordable Care Act)  quel famoso “Obama Care” che ha tentato di demolire fin dal giorno del suo insediamento come presidente USA.
E nell’esultare odierno Trump non dimentica certo di ringraziare pubblicamente questa nuova medicina la REGN-COV2, non ancora approvata dalle autorità statunitensi. Un farmaco prodotto dall’azienda biotecnologica americana Regeneron Pharmaceuticals Inc. che, com’è ovvio, nell’arco di appena 48 ore dalla dichiarazione di Trump, ha fatto registrare una forte impennata delle proprie quotazioni in borsa e sui mercati.

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Capitalismo, guerre ed epidemie – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un articolo di Sandro Moiso che fa il punto su cosa sta succedendo nelle province capitaliste mondiali – ovvero praticamente tutto il pianeta – in questo periodo pandemico, mettendo a confronto i fatti con ciò che successe un secolo fa, con la Spagnola.

Va sottolineato come sia sviluppato un’efficace excursus tra le epidemie che hanno segnato la Storia dall’Antichità fino al mondo attuale, in cui l’attenzione dell’autore si sofferma maggiormente sulla Peste nera della metà del XIV secolo e successivamente sulle nuove pandemie che approfittano di un sistema sanitario capitalista alla deriva (come titola lo stesso autore una delle parti del testo).
Se la prima rivela la stretta interconnessione tra sviluppo dell’economia mercantile, spostamento delle merci e rapido diffondersi della peste, le altre e più recenti vengono fatte derivare da un sistema di sfruttamento globale sempre più simile ad una vera e propria guerra condotta nei confronti della Natura. Un sistema basato sulla guerra continua che promuove, direttamente e indirettamente, lo sviluppo e la diffusione delle epidemie. Come viene dimostrato in una delle schede inserite nel saggio dai curatori a proposito della cosiddetta influenza “Spagnola”, che si diffuse su scala planetaria proprio a partire da un campo di addestramento militare molto affollato, per l’urgenza della preparazione militare per l’intervento statunitense nel conflitto europeo, che si trovava nella contea di Haskell in Kansas.

Lo scopritore del virus dell’influenza poi ribattezzata “Spagnola” era un medico del Kansas, che si chiamava Loring Miner. Per primo aveva notato questa influenza con strani sintomi e aveva anche avvisato le Autorità, ma in quel momento l’Amministrazione Wilson aveva altre priorità, la guerra appunto, e nessuno badava a quella che sembrava una modesta epidemia locale. I soldati quartierati nel campo di addestramento di Funston, tuttavia, cominciarono immediatamente a infettarsi, ma i sintomi non erano ancora sufficientemente gravi per capire l’entità dell’epidemia e quindi [questi soldati] vennero spediti in Europa.
L’arrivo di truppe americane in Europa permise al virus immediatamente di diffondersi; per esempio, due terzi dei soldati americani diretti in Francia – stiamo sempre parlando dell’ultimo anno di guerra, il 1918 – arrivavano a Brest, e [in questo porto] ci furono subito vari casi di influenza. Con la sua diffusione – ricordiamoci che il virus, man mano che si diffonde muta e diventa più virulento – tra i due milioni di soldati americani all’epoca al fronte, immediatamente anche le altre truppe alleate, quelle francesi e quelle inglesi, vennero contagiate. Il meccanismo [del contagio] proseguì durante l’estate e poi scoppiò drammaticamente nel l’autunno 1918.
In quell’autunno cominciarono i casi più gravi e si svilupparono principalmente negli Stati Uniti, a partire dalle basi dell’esercito e a partire dai porti dove transitavano le truppe per andare in Europa o per tornare dall’Europa, quindi Boston, Philadelphia, New Orleans. Le stesse navi che andavano o venivano dall’Europa registravano decine, a volte centinaia, di casi durante la traversata. A quel punto le autorità sanitarie militari compresero la gravità del problema e cercarono di isolare i soldati contagiati, ma ormai era troppo tardi. […]
Nell’arco di poche settimane l’epidemia si scatenò in tutta la sua virulenza in Europa e negli Stati Uniti. Gli ospedali, semplicemente, collassarono, i feriti o i contagiati morivano rapidamente di questa polmonite apparentemente inarrestabile e non sappiamo esattamente quanti furono i casi poi registrati, per esempio in Asia, su cui non ci sono statistiche sanitarie attendibili.
Con ogni probabilità si trattava di un tipo di influenza aviaria, partita nel rurale Kansas e poi mutata una volta raggiunte le truppe da una parte e le città dall’altra. Anche nel 1918 il mondo era globalizzato, legato fortemente da trasporti navali oltre che dall’incredibile concentrazione di persone e animali nei teatri delle operazioni belliche. Nelle trincee l’epidemia si sviluppò in maniera estremamente rapida, nei quartieri più poveri e sovraffollati, ancora di più3.

Il saggio coglie a fondo la necessità e l’inevitabilità del conflitto nella costituzione del modo di produzione attualmente dominante e sviscera letteralmente tutti i collegamenti tra warfare e governance che ne derivano. Non dimenticando di ripercorrere tutte le interconnessioni tra produzione industriale, guerra chimica (compresa quella contro l’ambiente) e guerra tecnologicamente “evoluta” che hanno segnato il destino di milioni di uomini e di donne. Spesso proprio nel cuore dell’Impero.

ZombieCity, come possiamo salvare la Terra | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di ZombieCity. Strategie urbane di sopravvivenza agli zombie e alla crisi climatica, saggio di Alessandro Melis edito da D Editore, che indaga le emergenze climatiche e sociali di questo scorcio di secolo. La quarta:

Nato da una ricerca avviata nel 2012, aggiornato oggi alla luce delle conseguenze urbane del coronavirus e del movimento Black Lives Matter e con gli interventi di otto ricercatrici e ricercatori, il saggio ZombieCity. Strategie urbane di sopravvivenza agli zombie e alla crisi climatica studia le crisi in atto per catalogare gli strumenti progettuali utili alla vita su questo pianeta, cercando soluzioni concrete, sia strategiche che tecnologiche, che mirino alla creazione di una società in cui la felicità sia garantita non dalla crescita economica, ma dalla crescita della qualità della vita.
Tra crisi ambientali, sociali, politiche, alimentari ed energetiche, ZombieCity mostra come la distopia in cui viviamo possa essere il motore per un cambiamento radicale della realtà che ci circonda.

ROGER WATERS: DISPONIBILE “US + THEM” | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia l’annuncio della disponibilità di Us+Them, il film sui concerti che Roger Waters ha tenuto in giro per il mondo un paio di anni fa.

Disponibile per l’acquisto “Us + Them“, il film di Roger Waters girato da Sean Evans e dallo stesso Roger Waters durante la tappe di Amsterdam e del Regno Unito. Evans utilizza le tecnologie digitali e audio più all’avanguardia per riprodurre una serie di esperienze visive, audio e sensoriali mozzafiato, catturando così le leggendarie esibizioni dal vivo di Waters e accompagnando il pubblico in un viaggio evocativo e ricco di suggestioni. Roger Waters dimostra di essere un musicista attivista e uno dei più appassionati commentatori politici del suo tempo. Ha dedicato la sua intera vita a combattere contro coloro che cercano di controllare le nostre vite e distruggere il nostro pianeta.

Disagiotopia al Brancaleone


D Editore è una casa editrice assai attiva, sia dal punto di vista della ricerca in architettura e transumanismo, sia per l’attenzione ai temi sociali ed economici, politici oserei dire; tutto ciò si traduce in un’indagine costante sul nostro presente, con accenni al futuro e al passato, una tensione fortemente critica al mondo globale in cui siamo tutti immersi.
Venerdì 2 ottobre – domani – al CSOA Brancaleone di Via Levanna in Roma ci sarà una bella presentazione di un titolo di D Editore: Disagiotopia. Alle 18.30. Qui l’evento FB; ci vediamo lì?

A lungo ci siamo raccontati che questo era il migliore dei mondi possibili, e invece eccoci qua a fare i conti con gli effetti collaterali del nostro modello di sviluppo: diseguaglianza, nevrosi, precarietà di massa. Entrato da almeno quattro decenni in una fase di crisi severa, forse terminale, il capitalismo occidentale non riesce a produrre benessere materiale senza diffondere allo stesso tempo un malessere profondo. Finito il tempo delle utopie, ogni sfera dell’esistenza viene toccata da quello che ormai appare come un fenomeno endemico: dalla vita politica a quella psichica, dallo spazio urbano a quello domestico, dall’adolescenza all’età adulta.
Per orientarci in questa terra desolata, abbiamo chiesto a otto autrici e autori di provare a disegnare una mappa del disagio. Otto tra storici, filosofi, architetti, urbanisti, sociologi, psicologi per raccontare il nostro “tempo fuori di sesto” e immaginare delle forme di resistenza.

Estrattivismo pandemico/4 – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una nuova puntata dedicata ai disastri ambientali che hanno un’unica origine: il liberismo. Disastri che non si sono fermati ma che subito dopo il lockdown hanno ripreso a distruggere a nastro il nostro ecosistema, coadiuvati da una legislazione che chiude tutti e tre gli occhi a beneficio del Profitto. Come qui in Italia…

Come da manuale, la recessione che viene – la peggiore, secondo l’OCSE, dal dopoguerra – sta imprimendo un nuovo impulso all’aggressione del profitto contro i territori.
L’illusione che la crisi pandemica potesse portare ad un ripensamento sull’assurdità di questo modello di sviluppo si è dissolta molto in fretta, a fronte della capacità del capitale (infinitamente maggiore della nostra) di trasformare le crisi in opportunità.
Sul piano normativo le conseguenze di tale aggressione si traducono in forma di deroghe alle tutele ambientali, provvedimenti a sostegno delle attività estrattive o dell’agroindustria, deregulations degli appalti per le grandi opere, rilancio del finanziamento pubblico di infrastrutture devastanti.

È una tendenza generale e molto chiara che ha preso corpo, seguendo modalità differenti, dall’Australia alle Americhe, dall’Indonesia al Belpaese.
Iniziamo dunque questo excursus  sulle ultime controriforme a partire dalle deregulations di casa nostra, che verranno trattate un po’ più nel dettaglio, visto che ci riguardano da vicino.

Il 14 settembre è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la conversione in legge del Decreto Semplificazioni1, che “al fine di far fronte alle ricadute economiche negative a seguito delle misure di contenimento e dell’emergenza sanitaria globale del COVID-19” stabilisce alcune cosette, del tipo:

– che gli affidamenti di appalti pubblici di lavori fino alla soglia di rilevanza comunitaria (5.350.000 ) che abbiano iniziato il procedimento entro la fine del 2021 possano svolgersi senza gara2.

– che “gli interventi infrastrutturali caratterizzati da un elevato grado di complessità … o che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio – economico” possano essere affidati alla gestione commissariale anche al di fuori dei casi di straordinaria necessità  ed   urgenza.

– che fino alla fine del 2023 per le grandi opere infrastrutturali si possa derogare alle procedure del dibattito pubblico, previste dal Codice dei contratti pubblici alla voce “Trasparenza”3, con tanti saluti ad ogni residuo simulacro di “democrazia partecipativa”.

– che le sentenze definitive del TAR che bloccano un’opera per vizi emersi negli atti autorizzativi o nella valutazione di impatto ambientale, possano essere bypassate.

–  che i gasdotti godano di procedimenti autorizzativi semplificati, con buona pace dei proclami sulla lotta ai cambiamenti climatici.

– che le procedure semplificate valgano anche per l’esplorazione e lo stoccaggio geologico di biossido di carbonio, esentando – fra l’altro – dalla valutazione ambientale gli stoccaggi di CO2 fino a 100.000 tonnellate.

– che per le opere realizzate in variante dei piani portuali e aeroportuali non sia più obbligatoria la Valutazione Ambientale Strategica (VAS)

– che i Comuni non possano introdurre limitazioni generalizzate (se non intorno a siti sensibili) alla proliferazione di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche, o incidere sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici. Previsione chiaramente rivolta a bloccare il moltiplicarsi di ordinanze comunali contro l’installazione del 5G, e che impedisce l’adozione da parte degli enti locali di una maggior tutela da tutte le forme di inquinamento elettromagnetico.

Questa panoramica, non esaustiva, sui punti salienti del provvedimento avrebbe  potuto essere ancora peggiore, se 170 gruppi e associazioni non ne avessero denunciato il contenuto in tempo utile, riuscendo a bloccare ulteriori nefandezze previste nella prima stesura4.

Ma anche così emendato il decreto, che ora è legge è, nel suo genere, un “capolavoro”.
Con un solo provvedimento il governo giallo rosa è riuscito infatti ad ampliare a dismisura la discrezionalità nella scelta del contraente negli appalti pubblici, e con essa le potenzialità per le assegnazioni di tipo nepotistico/politico/mafioso/clientelare, depotenziando al contempo le responsabilità degli amministratori per abuso d’ufficio e danno erariale.

Della serie, ci meritiamo un’apocalisse, perché sarà l’unico sistema per spazzare via questo rivoltante miscuglio di opportunismi, liberismo, distruzioni senza soluzioni di continuità in nome di un profitto impossibile e irrispettoso in senso lato, asfaltature dei nostri bisogni non indotti, coltivazioni di condotte immorali, tipiche di un fascismo economico inumano. Ecco, l’ho detta tutta…

Chthulupunk, sottogenere del solarpunk? | NAZIONE OSCURA CAOTICA


Riflessioni sulla natura del reale intorno noi. Sul blog della Nazione Oscura.

Le discussioni intorno alla letteratura solarpunk, considerata parte della climate science-fiction (che peraltro ha i precedenti della ecological science-fiction degli anni ’60) sono molto attuali negli ultimi anni. Ci si chiede come la fantascienza  – come punta di diamante della letteratura nel proiettarsi verso il futuro e considerare le problematiche che questo presenterà agli uomini e alla Terra – deve affrontare l’argomento. Negli anni ’90 e Duemila ha prevalso la distopia (il successo di Black Mirror è un chiaro esempio), ovvero una visione più o meno negativa del futuro. Qui la fantascienza (o semplicemente la letteratura speculativa) adotta il metodo del monito, mostra infatti il risultato delle politiche sociali, economiche ed ecologiche attuali. Un’ombra lunga sul futuro. Ma questi moniti, vuoi perché sono eccessivi, vuoi perché sono aumentati, vuoi perché vengono percepiti come minacce, sembrano aver perso la loro efficacia. O forse, al contrario, il messaggio è stato recepito dai più, e ora viene da pensare: “Ecco come va a finire se andiamo avanti così. Ma se NON andiamo avanti così?” La risposta, apparentemente, arriva dal solarpunk, che suggerisce strade alternative, anche qui, comunque, prendendo spunto da indizi e segnali (ancora minoritari) dall’attualità. Il metodo non è più quello del monito, ma del suggerimento. Detto questo, è inevitabile sospettare che in generale, questo metodo, possa scadere nella didascalità, nella dissertazione saggistica, nella visione aproblematica new age. Chi conosce bene il funzionamento della letteratura, dall’800 a oggi, sa che per essere persuasiva non deve spiegare le proprie argomentazioni, ma semplicemente mostrarle (il classico “show, don’t tell”, in fondo), per cui il rischio concreto è che il solarpunk scoppi come una bolla, nonostante abbia delle potenzialità che vanno decisamente oltre al subgenere.

Leggendo Chthulucene di Donna Haraway è evidente che il futuro non potrà essere una redenzione dei peccati dell’antropocene o del capitalocene, ma una nuova consapevolezza, un nuovo “pensiero che pensa altri pensieri”, che caratterizzerà il futuro. Prima fra tutte la consapevolezza che noi NON siamo gli unici attori di questo pianeta, cioè rigettare l’antropocentrismo e accettare il non umano (e l’inumano) è la premessa necessaria a ogni altro pensiero sul futuro. Per cui Haraway definisce lo chthulucene (scritto così, diversamente da Lovecraft, senza “h” dopo la “l”, ) come questo nuovo atteggiamento/consapevolezza (che lei chiama chiama responso-abilità, cioè la responsabilità di avere l’abilità di rispondere agli stimoli del pianeta e della natura).

Tornando ai generi e alla “letteratura del futuro”, è necessario quindi che il solarpunk non rimanga uno sterile esercizio di “immaginazione ottimista”, ma che contenga le problematiche dei molteplici rapporti che noi abbiamo con il mondo, con i parassiti, i batteri, i virus e tutti i biomi che ci circondano. Di più: ridefinire il “noi” oltre l’essere umano, e intenderlo come intero sistema biologico, come olobioma. Per questo propongo il temine Chthulupunk per definire questo subgenere di letteratura.

Il razzismo, la democrazia e il male assoluto – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine Sandro Moiso fa una bella recensione a Il razzismo, la democrazia e il male assoluto, saggio di James Q. Whitman sugli ordinamenti giuridici degli USA e della Germania negli anni ’30. Un estratto (ed ecco perché in nazisti dell’Illinois):

È un tema spinoso, un argomento scottante e soprattutto un terreno minato quello in cui si avventura James Q. Whitman, docente di Diritto comparato presso la Yale Law School, nell’analizzare i rapporti tra le leggi razziali e razziste americane (riferibili come “leggi Jim Crow”) e l’insegnamento che ne trassero e l’uso che ne fecero i legislatori nazisti che diedero vita alle leggi di Norimberga nel 1935.
Molti studiosi, storici del diritto e non, avevano già in precedenza rilevato il collegamento tra i due regimi giuridici, ma, quasi tutti, hanno cercato poi di sminuirne il valore o, almeno, di separare e distanziare nettamente le due realtà, tendendo a negare che le Leggi Jim Crow possano davvero avere avuto importanza nella costituzione del modello nazista.

Invece, fin dalla Prefazione, Whitman afferma che:

Si dice spesso che il razzismo americano sia incompatibile con i valori della democrazia americana – e in particolare che lo schiavismo su base razziale abbia rappresentato una macchia sulla Fondazione, una contraddizione con le promesse della nuova repubblica. Ma […] democrazia e razzismo andavano a braccetto agli albori della storia americana […] E’ dura convincere le persone ad accettare di essere tutte uguali. Una delle strategie migliori per ottenere questo risultato, come sappiamo, è di farle unire contro un comune nemico razziale -convincendo bianchi poveri e bianchi ricchi, ad esempio, a unirsi nel disprezzo per i neri. John C. Calhoun, un personaggio oggetto di una lusinghiera biografia nazista nel 1935, descrisse i punti chiave di questa strategia nel 1821. Lo schiavismo su base razziale, diceva, era necessario in quanto si trattava della “migliore garanzia di eguaglianza fra i bianchi. Esso produce fra loro un livello di parità […]”.
Anche la politica nazista era una politica che promuoveva una forma di egualitarismo nello stile di Calhoun – egualitarismo per quelle persone che i nazisti consideravano membri del Volk, a spese di quelli che non lo erano. Quando esaminavano la mostruosa legislazione razziale americana all’inizio degli anni ’30, i giuristi nazisti stavano esaminando un qualcosa le cui fondamenta politiche non erano poi così diverse dalle loro. Entrambi i paesi erano culle di un egualitarismo fatto di risentimento razziale.

Nelle pagine successive l’autore ci ricorda poi che, il 5 giugno 1934, i più importanti giuristi della Germania nazista si erano riuniti per progettare quelle che sarebbero poi diventate le Leggi di Norimberga, vero impianto legislativo su cui si sarebbe fondato, fino alla sua caduta, il regime.
In queste l’esclusione dai diritti dei cittadini non ariani, la loro emarginazione e successiva proibizione dei matrimoni misti, si sarebbe accompagnato ad una vera e propria definizione e creazione del “vero” cittadino nazista e della sua bandiera.

Fu una riunione importante, e uno stenografo presente produsse una trascrizione letterale, un documento che la diligentissima burocrazia nazista conservò a testimonianza di quello che era un momento cruciale nella creazione del nuovo regime razziale […] Nel corso dei minuti iniziali, il Ministro della Giustizia Gürtner presentò un promemoria sulle leggi americane sulla razza, una nota redatta con grande accuratezza dai funzionari del ministero proprio in vista di quell’incontro; e durante la discussione i partecipanti tornarono più volte ai modelli americani di legislazione nazista. E’ assolutamente sbalorditivo scoprire che tra i presenti, i nazisti più radicali fossero i più appassionati sostenitori della lezione che l’approccio americano offriva alla Germania. Questa trascrizione, inoltre, non è l’unica testimonianza dell’attenzione dei nazisti alle leggi razziali americane. Fra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 molti nazisti, fra i quali persino lo stesso Hitler, mostrarono grande interesse per la legislazione razzista degli Stati Uniti. Nel Mein Kampf Hitler lodava l’America come niente di meno che “l’unico stato” che fosse riuscito a progredire in direzione di quell’ordine razzista che le Leggi di Norimberga miravano a realizzare […] Per dirla con le parole di due storici del Sud, negli anni ’30 la Germania nazista e il Sud degli Stati Uniti si guardavano “come allo specchio”: si trattava di due regimi apertamente razzisti e di straordinaria crudeltà. Nei primi anni ’30 gli ebrei tedeschi erano braccati, picchiati e talvolta assassinati sia da bande organizzate che dallo Stato stesso. Negli stessi anni, i neri del Sud americano erano a loro volta braccati, picchiati e talvolta assassinati.

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