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L’effetto Scully esiste e ha avuto effetti misurabili | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com una riflessione sul potere dell’immaginazione applicata alla concretezza. Cosa vuol dire? Vi dico solo Dana Scully…

Non crediamo di aver bisogno di molti studi statistici per affermare che una buona parte della generazione che ha creato la moderna industria informatica e tecnologica sia cresciuta con Star Trek. La fantascienza in generale e in particolare Star Trek sono stati di stimolo per tanti ragazzi degli anni cinquanta, sessanta e settanta a intraprendere carriere scientifiche e tecnologiche. La stessa Samantha Cristoforetti, per esempio, è notoriamente un’appassionata di Star Trek e ha ammesso, a una nostra domanda a un incontro a Milano qualche anno fa, che la fantascienza è stata uno stimolo importante.

Oggi uno studio del Geena Davis Institute on Gender in Media e di J. Walter Thompson Intelligence ha però verificato, dati alla mano, un altro “effetto” forse meno visibile ma altrettanto importante: il cosiddetto “effetto Scully”.

“Scully” naturalmente non viene dall’ex boss della Apple famoso per avere cacciato Steve Jobs, ma da Dana Scully, il personaggio di X-Files interpretato da Gillian Anderson.

Scully è in effetti un medico, come tanti altri personaggi femminili prima di lei (pensiamo per esempio alla dottoressa Crusher di Star Trek The Next Generation o a Helen Russell di Spazio 1999). Con una differenza però fondamentale: mentre il ruolo di quei due personaggi era puramente di cura, di caregiving, il medico Scully è un vero e proprio scienziato. La sua forza, il suo prestigio, la sua importanza, il suo essere individuo donna indipendente e rispettato, dipendono dalla sua conoscenza scientifica.

Scully è quindi un modello di donna moderna, emancipata e indipendente, e ha avuto un effetto misurabile nell’incoraggiare giovani donne a intraprendere studi e carriere nelle cosiddette “STEM”, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica.

Secondo lo studio, il 63% delle donne che conoscono il personaggio affermano che ha accresciuto il loro interesse per le scienze e la tecnologia; tra coloro che hanno guardato con regolarità X-Files la convinzione che le donne dovrebbero essere incoraggiate a studiare scienze e tecnologia è molto superiore a coloro che non lo hanno seguito.

Altri dati, anche tra chi ha scelto carriere nella tecnologia, confermano l’influenza significativa del personaggio.

Quindi la potenza del modello da imitare è sempre valida, e ciò serve anche per motivi eticamente positivi, come scardinare un ordine precostituito; ciò può avvenire pure dai canali commerciali, uno dei pochi esempi positivi del nostro regime economico-sociale.

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The show must go deeper inside – Carmilla on line


Il capitalismo che ci descrive Debord è ancora quello in cui viviamo? Sì e no verrebbe da dire. Il mondo di Debord è in effetti quello della società affluente, del consumismo. È il mondo del gigantismo industriale e della crescente automazione dei processi produttivi che lascia presagire il riscatto dell’umanità dalla schiavitù del lavoro come conseguenza della continua crescita della produttività. Siamo ai tempi del trionfo del keynesismo, dell’intervento statale in economia e ciò faceva sostenere a Debord che la storia si era incaricata di smentire l’incompatibilità tra riformismo e capitalismo. Debord condivide con il suo tempo un certo ottimismo tecnologico e anche per questo considera che la contraddizione fondamentale del capitalismo sta nella miseria della vita e non nella vita economicamente misera.Oggi trionfa il neoliberismo. Le leggi del mercato sono di nuovo il parametro di riferimento indiscusso. Nell’Occidente sviluppato torna la vita economicamente misera. Però, e qui sta l’interessante, si mantiene al contempo lo spettacolo dell’economia abbondante. La merce continua le sue performance spettacolari anche quando il suo consumo abbondante sfugge vieppiù a fette rilevanti della popolazione. Come è possibile? Nei Commentari alla Società dello spettacolo, pubblicati nel 1988 a circa vent’anni di distanza dall’opera principale, Debord sostiene che la principale novità da registrare sta nel fatto che il dominio spettacolare ha potuto allevare una generazione sottomessa alle sue leggi. Oggi possiamo parlare di diverse generazioni sottoposte a questo dominio, generazioni per le quali il godimento alienato derivante dallo spettacolo della merce è diventato una realtà incontestabile, una sorta di inalienabile diritto/dovere all’alienazione. Debord rimane però legato all’idea che l’individuo è riconosciuto come persona, dotata di diritti, solo sotto il travestimento di consumatore/spettatore mentre lo stesso individuo in quanto operaio viene disprezzato. Ma possiamo ancora tenere questa rigida distinzione tra produttore e consumatore dal momento in cui gli attributi antropologici dello spettatore sono assurti con il tempo a una sorta di seconda natura? O, piuttosto, possiamo ipotizzare che la società sia risuscita a inventare, nella sua dimensione spettacolare, un linguaggio comune tra consumatore e produttore?

Questa interessante riflessione è su CarmillaOnLine, ed è introduttiva a tutta una serie di considerazioni sulla nostra società, sui media, sui significati e ruoli che ogni componente del nostro vivere quotidiano assume nei vari contesti situazionisti. Insomma, un modo per chiarirsi le idee, o più probabilmente per complicarsele.

Una nota di Emmanuele Pilia


Questo è un intervento del caro amico Emmanuele Pilia, a capo di D Editore e apprezzato transumanista, transarchitetto, e soprattutto una persona speciale. Io quoto in pieno tutto quello che ha scritto, siamo in un periodo storico dove non ci si può più celare dietro nulla, ogni oggetto è connesso a una miriadi di altri, un’enorme ragnatela cognitiva ci circonda; ciò non sarebbe male, se non fosse che a tessere i fili di questa tela c’è un’oligarchia iperliberista di entità disincarnate il cui unico scopo è il profitto, il proliferare di numeri iperbolici, fuori dal nostro mondo, a costituire così un paradigma di matematica surreale dalle forme indefinibili, occulte, inumane.

“Ma io non ho nulla da nascondere”. Questa è una replica che ricevo spesso parlando con gli amici al riguardo di Datacrazia. Be’, il fatto è che non è proprio così, sia per “te”, sia per chi ti circonda.
Ognuno di noi ha la possibilità di celare le proprie informazioni, offrendo false credenziali (un nickname e un lavoro inventato, per esempio); ma il punto è che gli algoritmi comunque ci conoscono: sanno come ci muoviamo, ascoltano le nostre telefonate, leggono le nostre chat e mail. Avete mai fatto caso che le pubblicità sono spesso coerenti col vostro lavoro? A me arrivano spesso pubblicità, nella barra alta di Gmail, riguardanti tipografi, materiali per l’edilizia, articoli legati alla tecnologia. Certo, a me non interessa se un algoritmo legga le parole chiave delle mie mail per poi dirmi che la Schuco ha messo in commercio dei nuovi profilati metallici che superano le prestazioni delle vecchie finestre. Ma il punto, di cui non ci rendiamo conto, è che siamo continuamente sorvegliati: la nostra posizione è costantemente monitorata dal GPS e dalle famose “celle”, le nostre conversazioni sono monitorate (non so se viene tenuta traccia di ciò che diciamo, ma chi chiamiamo e quando, quello sì) e anche i nostri dati sanitari sono oggetto di attenzione (l’Italia ha venduto tutti i nostri dati medici ad alcune aziende private).
Nel privato, questo vuole significare che niente di ciò che diciamo, pensiamo o progettiamo è al sicuro. Sì, anche quello che progettiamo, perché l’aspetto più inquietante è che attraverso la somma di una mole di dati apparentemente insignificanti (se presi singolarmente), si può tracciare un profilo incredibilmente accurato di ogni essere umano. Bastano pochissime informazioni incrociate tra di loro, per capire chi sei. Con un centinaio di “like” o simili (ripeto: su questioni insignificanti, come “quale guerriera Sailor sei?” o “Quale Jedi ami di più?”, persino su questo post) un algoritmo sofisticatissimo creerà un profilo talmente accurato da poter effettivamente prevedere alcune delle tue reazioni. E qui arrivano i problemi nel pubblico, perché la somma di questi profili ha sostanzialmente generato la campagna elettorale di Trump, della Brexit, del Front National e forse anche di Salvini (sì, anche l’Italia è nel giro delle consulenze di Cambridge Analytica).
Ieri, uno degli uomini più potenti della terra ha dovuto rispondere al Senato della nazione (ancora) più potente della Terra e ha dovuto chinare il capo e chiedere scusa, quasi in lacrime: è una cosa enorme.
Uscire da Facebook non è una soluzione, perché non è solo Facebook a usare i nostri dati come fosse il petrolio del nuovo millennio, e soprattutto perché esso fa parte del lavoro di troppi di noi. Ma qualcosa la possiamo fare: aiutiamo chi non ha i mezzi, o chi non ha le conoscenze, ad approcciare in modo il più consapevole possibile questi strumenti. Ne va della tenuta della stessa democrazia.

E della nostra salute psichica, aggiungerei io, infine… Buona connessione a tutti.

Chi vuole vivere per sempre? I miliardari della Silicon Valley, ovvio | Esquire


Su Esquire un post che indaga il mondo molto più che transumano, quello postumano, che sta uscendo fuori dai progetti di longevità della Silicon Valley. Come appendice del post precedente, questa disquisizione approfondisce le possibili derive tecnofasciste, che se non fossero immerse in un mondo iperliberista avrebbero pure un loro profondo perché positivo. Ma magari mi sbaglio…

C’è gente strana in Silicon Valley: un esercito di tech-miliardari divenuti più ricchi di Creso e che oggi utilizzano i loro soldi per inseguire sogni talmente bizzarri che, almeno da noi comuni mortali, sarebbero da classificare alla voce “follie da megalomani”. Ma c’è un problema: con le risorse economiche più o meno infinite che alcuni di questi personaggi hanno a disposizione – da Peter Thiel a Elon Musk, da Larry Page a Jeff Bezos – le loro follie potrebbero anche diventare realtà.

1. Vivere per sempre

Calico, Unity Technology, 2045 Initiative: sono solo alcune delle startup che stanno inseguendo il sogno dell’immortalità (o che almeno stanno provando ad allungare il più possibile il nostro ciclo vitale). Secondo Bill Maris, fondatore di Calico – società finanziata da Google che sta conducendo un colossale studio in cerca del gene dell’invecchiamento – è possibile vivere fino a 500 anni. Più modeste le prospettive di Unity Technology (società che ha ricevuto 127 milioni di euro da Bezos), che punta invece ad allungare la vita media del 35% eliminando le cellule che hanno smesso di dividersi. Ma nessuno è più ambizioso di Dmitry Itskov e della sua 2045 Initiative, secondo cui nel giro di trent’anni fonderemo uomo e macchina conquistando così l’immortalità.

Sul tema, il guru indiscusso è però Aubrey De Grey, scienziato capo della SENS Research Foundation della Silicon Valley, il cui motto è “longevity escape velocity”. In poche parole, seguendo la logica del divide et impera, dobbiamo gradualmente ringiovanire i tessuti, sostituire le cellule che hanno smesso di dividersi, rimuovere quelle che sono diventate tossiche, evitare le conseguenze delle mutazioni del DNA e tutta una serie di interventi mirati che, come il tagliando di una macchina, ci permetteranno di andare avanti molto più a lungo di quanto fosse inizialmente previsto.

Il transumanesimo è davvero così pericoloso? | Esquire


Un bell’articolo di Roberto Paura sul Transumanesimo, da leggere tutto d’un fiato su Esquire. Ecco l’incipit:

Ci risiamo: il transumanesimo è di nuovo sotto attacco. Questa volta a muovere le critiche al controverso movimento tecno-utopista è il programma Report su Rai3, che nella puntata andata in onda il 2 aprile 2018 vi ha dedicato un servizio, commentato con dure parole dal conduttore Sigfrido Ranucci: “È una deriva inquietante. Se qualcuno riuscisse a condizionare le scelte politiche? Gran parte dei seguaci del transumanesimo vive nella Silicon Valley, e alcuni di loro occupano dei ruoli ai vertici di quelle aziende che stanno investendo su tecnologia, web e genetica. E se nessuno mette un freno, saranno in grado di dettare l’agenda dell’evoluzione umana indisturbati”.

La deriva tecnofascista è sempre dietro l’angolo, ma attenzione a generalizzare; vero è, comunque, che chi può permettersi le cure per la longevità è anche chi ha in mano una grossa quantità di denaro, e ciò è sufficiente per indirizzare la società verso i propri fini. Perché, come detta l’unico motto liberista, “Il mercato si regolamenta da solo, in base alle sue esigenze”. Ovvero alle esigenze del Capitale e di chi lo detiene. Voi che ne pensate?

Reading a New York | Giovanni Agnoloni


Novità dalle attività di Giovanni Agnoloni. L’autore e traduttore, nonché esperto saggista tolkeniano e non solo, è prossimo ad alcune attività, copiate e incollate qui sotto dal suo post.

L’11 aprile, tra le ore 17.30 e le 20.00, a New York, partecipazione come ospite straniero al reading primaverile del Literary Lights Writers’ Group presso la Jefferson Market Library (Avenue of the Americas, at 10th St.). Interverranno, oltre a me, Richard Merli, Lola Rodriguez, Evan Joseph Cerniglia, Mindy Ohringer, Ann Ormsby ed Elvira Veksler.

Un incontro universitario

Il 12 aprile, sempre a New York, tra le ore 16.00 e le 17.15, lezione presso la Fordham University (Lincoln Campus), nell’ambito del corso del prof. Joseph Perricone, sul tema “La trilogia della fine di internet di Giovanni Agnoloni – La Rete tra libertà di espressione e dinamiche ‘mafiose’”.

Auspico un podcast degli incontri, i temi sono ghiotti e sono interessanti le possibile derive che potrebbero prendere. Auguri a Giovanni!

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