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PINK FLOYD – SPECIALE PITTSBURGH 1975, IL CONCERTO DELLA PIRAMIDE | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia una lunga recensione a un concerto dei Floyd di ben 45 anni fa, a Pittsburgh negli USA.
Devo ammettere che io stesso non ne sapevo molto poco di questo concerto che, in qualche modo, è indicativo dell’ennesima transizione floydiana, come un organismo vivo che si appresta sempre di più alla sua decadenza finale. Qualche estratto dall’articolo, il punto di vista di uno spettatore fan della prima ora:

“Ho partecipato a questo spettacolo con i miei amici. È stata una lunga giornata in auto da Cincinnati a Pittsburgh. Come la maggior parte della folla in questa afosa giornata estiva, eravamo caldi e impazienti per l’aria più fresca e per l’inizio dello spettacolo. Come noto più avanti, le condizioni all’interno dello stadio erano difficili per coloro che aspiravano a fotografare o registrare lo spettacolo.

Questo spettacolo segnò anche la prima volta che avevo visto “ballare” in uno spettacolo di Floyd. La composizione del pubblico era molto più orientata alla festa rispetto ai precedenti live dei Floyd del 1973, e proprio come David ha spesso osservato, la gente urlava “Money” in momenti inappropriati. (Come all’inizio di Dark Side). Con il 1975 che era spesso un periodo ‘disco’, più di alcune coppie stavano ballando, guardandosi e ridendo a vicenda, o ballando a testa bassa, come se questa fosse solo una altra band al pub. Dal punto di vista di un fan di vecchia data, ho sentito che queste persone erano fuori posto. Sembrava che fossero arrivati allo spettacolo sbagliato. L’ho persino detto ad alcuni di loro! Almeno per me, la performance è stata “affrettata” e semplicemente ‘funzionale’. In altre parole, una specie di ‘continuare attraverso i movimenti’. Ci sono stati notevoli punti difficili, come un finale su Raving and Drooling, canti stonati e parole mancate su You Gotta Be Crazy, e una insignificante prova generale di Dark Side, che secondo me suonava meglio nei tour precedenti. A quanto ho sentito, mi è sembrato che la band stesse lottando per connettersi con il pubblico e tra di loro e, a parte alcuni momenti di punta, è fallita in entrambi i casi.

Mi sono sempre chiesto se questa mancanza di chimica sul palco fosse il risultato della noia generale e della fatica tra i membri della band, o forse anche della leggendaria frustrazione con il pubblico. La tensione era certamente evidente nella voce di Roger mentre si sforzava di proiettare le sue canzoni sopra il rumore della folla. Senza sembrare troppo duro, si può vedere che anche in questi spettacoli del 1975, c’erano le prime ‘agitazioni’, culminate nel famigerato spettacolo finale del tour di Animals del 1977. E sappiamo tutti cosa alla fine ha portato!

Personalmente, ho provato molta confusione/impazienza con le nuove canzoni, che erano tutte nuove per me. Ovviamente tutte le distrazioni e l’agitazione non mi hanno aiutato a catturare la ‘febbre da concerto’, ma almeno ho provato ad ascoltare. Durante lo spettacolo, ho letto i testi del fumetto del programma ufficiale del tour e mi sono lamentato con i miei amici che non mi piaceva l’ossessione di Roger per la ‘follia’. E non ho trovato l’atmosfera di “darci dentro” nel primo set, per niente divertente. Ovviamente, la band stava cercando di adattare il loro songwriting a un nuovo ‘territorio’ e le vecchie atmosfere si stavano perdendo. Anche “Echoes” con voci di coro femminili e un assolo di sax che sostituisce il terzo solista di chitarra mi ha lasciato il segno. Sul lungo viaggio di ritorno a casa (con quattro autisti, abbiamo guidato fino alle sette del mattino dopo un’attesa di due ore in più nel parcheggio), mi sono lamentato ripetutamente: ‘Non capisco cosa stiano cercando fare.’ Tre mesi dopo, quando Wish You Were Here è uscito a metà settembre, ho finalmente iniziato a capire”.

Lascia che l’istinto rabbioso erutti intorno


I residui di una rabbia che dovrebbe sopravvivere a ogni istante attuale, perché senza un cambio radicale non si potrà essere mai più respirare come creativi.

RICHARD WRIGHT: RISCOPRIAMO L’INTERVISTA PER “BILLBOARD” DEL 2007


Su PinkFloydItalia una vecchia intervista a Richard Wright, poco tempo prima che morisse, nel 2007 in occasione del quarantesimo anniversario del primo LP dei Floyd. A parte il cordoglio che sale continuo, ci sono alcuni brani che meritano di essere riletti. Ve li allego qui sotto (ciao Rick):

Quali sono le tue impressioni dopo aver ascoltato di nuovo il primo album dei Floyd?

“È stato molto interessante. C’è una grande differenza tra il modo in cui suonavamo dal vivo in quel momento e il modo in cui avevamo fatto il disco. La cosa più sorprendente era essere ad Abbey Road a registrarlo e avere i Beatles alla porta accanto che registravano ‘Sgt. Pepper’. Ora so perché “Piper” ha avuto un’influenza su così tante band. Posso sentire anche cose punk lì. Il modo in cui Syd ha scritto ha avuto un’enorme influenza su così tante persone“.

Questo album rappresenta Syd Barrett al culmine dei suoi poteri?

“(‘Piper’) è stato il suo periodo creativo, anche se devo dire che c’è qualcosa di straordinario nei suoi due album da solista. Aveva un modo incredibile di vedere le cose. Ricordo di essermi seduto con lui un giorno e ha scritto una canzone in 10 minuti. Come aspirante cantautore, non potevo crederci. Gli accordi non erano in tempo, perché pensava solo al ritmo delle parole e della melodia. Non erano in 4/4 o 3/4 – erano ‘dappertutto’“.

La reunion dei Pink Floyd al Live 8 ti ha dato nuove prospettive sulla band e sulla sua eredità?

“Molte persone stanno sognando che la band si riunisca di nuovo perché abbiamo fatto il Live 8. A causa di tutti gli argomenti e le questioni che Roger ha avuto con me, e con David, è stato meraviglioso che in realtà lo abbiamo comunque fatto, tutti insieme. Ma abbiamo imparato qualcosa. Sarebbe molto difficile per noi quattro fare un tour mondiale, semplicemente perché le nostre idee sono musicalmente così diverse“.

Roger Waters vs David Gilmour: chi ha fatto i dischi solisti migliori? | Rolling Stone Italia


Interessante disamina su RollingStone sul dualismo WatersGilmour all’interno dei Floyd, anche ora, dopo 35 anni di divorzio, coi piatti che continuano a volare ovunque…

Molti a queste mie parole salteranno sulla sedia, ma la popolarità dei Pink Floyd è cresciuta nel tempo tanto quanto le aspettative dei suoi membri. Tutti nei Floyd a un certo punto hanno sentito la necessità di staccare da una realtà che li soffocava: già da Wish You Were Here la band non esisteva più, il disco era un’ammissione di fallimento. Alcuni fan, addirittura, direbbero che i Floyd erano morti con l’uscita di Barrett. Waters a un certo punto ha preso in mano la situazione, se non altro perché aveva le idee più chiare rispetto ai concept e scriveva testi allucinati e graffianti. Gli altri membri avevano problemi, chi di droga (come Wright) e chi di cuore (come Mason), e tutta la band li aveva di soldi, tutte cose che non aiutano la creatività. Ma Gilmour in qualche modo ha tenuto testa a Waters grazie all’abilità di produttore/arrangiatore e per il fatto che la sua chitarra (criticabile o meno) era un trademark non indifferente e produceva dei classici (Dogs su Animals parla da sola). Parallelamente c’era la volontà paranoica di Waters di gettarsi anima e corpo nel progetto Pink Floyd finché alla fine non ha pensato sul serio di essere la band, perché senza di essa non sarebbe probabilmente riuscito a dire nulla.

Gilmour invece era Gilmour solo se prendeva parte al processo compositivo. Aveva lo stesso problema, senza i Floyd non andava da nessuna parte. Si è trovato schiacciato, con tante sue idee scartate, penalizzato dalla mancanza di una poetica “concettuale” solida. Che invece aveva il collega, il quale però non possedeva una visione di gruppo, che probabilmente era propria del chitarrista. Proprio in virtù di questo, Gilmour avrebbe fatto la stessa cosa di Waters, solo che lui c’era arrivato prima. E infatti non c’è modo migliore per capire quest’aspetto psicologico se non analizzare lo strano percorso incrociato di alcuni album solisti di Waters e Gilmour, che alla fine tanto diversi non sono, soprattutto musicalmente, nonostante le apparenze.

Roger Waters – Mother


Roger Waters interpreta il lockdown in questo modo, ed è davvero un bel sentire…

Il momento è propizio


Quando saluti si spargono le spore dell’empatia, e dipenderà solo da te se queste saranno positive o deleterie: poniti in un modo limpido e aperto, lascia decantare la furberia, e ogni cosa scorrerà sincera e lontana dai profitti.

Riflessioni su “Echoes” dei Pink Floyd | Iridediluce


Sul blog di Fiorella Corbi un post che narra di Echoes, secondo me il miglior brano dei Floyd e non solo, credo la migliore composizione musicale mai realizzata – opinioni, ci mancherebbe…

Echoes: la migliore canzone dei Pink Floyd, secondo molti. Un testo poetico, intensamente avvolto in armonie profonde e intime. Una canzone complessa.

Il testo era originariamente intitolato Return to The Sun Of Nothing ed è stato eseguito per la prima volta, con questo titolo, il 15 maggio 1971, al Garden Party nel Crystal Palace di Londra. La traccia segna un’importante svolta negli argomenti solitamente toccati dai Pink Floyd: l’attenzione della band, che pian piano abbandonò l’immaginario psichedelico di Syd Barrett, si spostò verso la dimensione umana e l’interazione tra gli umani.

Ma qual è il suo significato? Echoes, come ha dichiarato Roger Waters in un’intervista, è nata dal tentativo di descrivere “Il potenziale che gli esseri umani hanno di riconoscere l’umanità reciproca e di rispondervi, con empatia anziché con competizione“.

La canzone descrive precisamente il potenziale che l’umanità ha ed è rimasto inespresso, soffocato dalle ambizioni, dalla ricerca del successo, del potere e del denaro. L’intera canzone è un invito a meditare, a ricongiungersi all’universo, alla piena armonia. Un invito a cercare ciò che è essenziale, a colpire la condivisione, la solidarietà, l’abbandono del nostro individualismo.

Stranieri che passano per strada

Per caso due sguardi separati si incontrano

E io sono te e quello che vedo sono io

Questi versetti sono emblematici: due stranieri che si guardano l’un l’altro, rendendosi conto che sono un singolo soggetto che vive la realtà “soggettivamente”, una realtà che dovrebbe essere effettivamente abbandonata, mettendo da parte il nostro egoismo. Stiamo parlando della ricerca dell’empatia universale. Nella prima parte del testo, parliamo dell’esistenza umana, in cui tutti fanno domande e dove qualcuno cerca di trovare la luce, le risposte.

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