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Archivio per Pink Floyd

Distopico che sommerge


Sei distopico nei tuoi gesti, fino ai tuoi pensieri e ideologie, e così non rimane altro che tenere alta la testa dalla melma liberista che sommerge i tuoi istinti vitali.

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Pink Floyd – Set The Controls For The Heart Of The Sun Live in a Church 1971 |Full HD|


Catarsi oscura e psichedelica, in un abisso siderale vivo dentro una cavea temporale.

Pink Floyd – Let There Be More Light Live 1968 |Full HD|


Com’era il ballo ai tempi della psichedelia più acida e oscura? Ecco, così…

Dogs – Reload


Hai scelto di essere insensibile e rigido, prostrato verso le paranoie espanse dalle richieste inumane cui ti sottoponi; e ora, il dissidio da incarnato ti sta letteralmente mangiando a pezzi.

Pink Floyd – Echoes (1972-04-28) 24/96


Negli abissi dello spaziotempo, in uno splendido live di verità quantiche e sconnesse, verità dette in faccia al Nulla senziente.

L’album bianco dei Twenty Four Hours | PostHuman


Notevole recensione e post di Mario Gazzola, temperato sul connettivismo musicale che ha senso quanto quello letterario. Una fusione di stili e mode, ma tutti coerentemente legati da sperimentazioni su vari livelli, non ultimo il Pop, per protendere in ultima analisi verso il Mainstream, ormai abbondantemente contaminato dalle sperimentazioni.

Leggete a fondo quello che Mario ha scovato tra le note e le pieghe del tempo che passa: Twenty Four Hours, Close – Lamb – White – Walls.

Il gruppo omaggia quindi gli ospiti Tuxedomoon con la cover di What Use (da Half Mute dell’81), eseguita ben due volte: la prima sul cd 1, più elettronica e fedele alle atmosfere originali degli sperimentatori di San Francisco, la seconda in chiusura del cd 2, una versione definita nei credit “acoustic” che in realtà significa più decisamente rock, accelerata e sostenuta da un possente drumming quasi-metal del Lippe Marco. Ma l’omaggio acquista ulteriore valenza simbolica, essendo la prima delle due versioni mixata in medley con l’altra cover dell’album, cioè la floydiana Embryo (inedito del ’69 disponibile su raccolte e sul recente cofanetto The Early Years 1965–1972), a saldare così quel ponte fra i due mondi sonori su cui si diceva il progetto Twenty Four Hours si protende.

Che poi si amplia anche a comprendere l’influenza beatlesiana nell’hard rock melodico di The Tale Of The Holy Frog, spiritoso titolo molto “prog” che invece impiega un riff alla A Ticket To Ride (la cui grinta risulta un po’ diluita dalla raffinata vocalità di Elena, che tira più verso atmosfere liriche alla Sophya Baccini). Mentre quella dei Genesis è palpabile nella lunga suite Supper’s Rotten, “solo” 15’ contro i 23’ della Supper’s Ready di Gabriel & co. (non da The Lamb ma da Foxtrot), cui i Twenty Four Hours scippano anche il riff minimalista di chitarra acustica tra il primo e il secondo movimento, che nella loro moderna suite “marcia” (in cinque movimenti, con lunghe parti strumentali) ci fa l’occhiolino dal synth del leader, il quale si produce anche in qualche espressionismo vocale alla Peter Gabriel dell’epoca.

Pink Floyd – Recording Interstellar Overdrive and Nick’s Boogie (London, 1967)


Le jam session dei primissimi Floyd, imperscrutabili territori dove non si sapeva mai quale sarebbe stato il mood di approdo. Immagini incredibili…

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