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Archivio per Pink Floyd

Raving and drooling /pink floyd. live at wembley 1974


Da SlowForward questa bellissima chicca floydiana, più tardi nota come Sheep ma, nel ’74, suonata live come Raving and drooling. Vi lascio alla meraviglia (ascoltate il basso all’inizio…).

Inside Out – La prima autobiografia dei Pink Floyd – Recensioni – SENTIREASCOLTARE


La segnalazione di questo articolo che avevo perso, su SentireAscoltare: InsideOut, la biografia dei Pink Floyd visti da Nick Mason, il loro batterista. Vi lascio alla segnalazione:

Inside Out, ovvero la prima autobiografia dei Pink Floyd, è un libro scritto da Nick Mason, batterista della band britannica nonché – a tempo perso – pilota di auto sportive. Il testo è uscito in origine nel 2004, ma la versione di cui vi parliamo in questa sede è quella pubblicata in inglese – aggiornata con gli eventi occorsi successivamente a quell’anno – nel 2017, e poi ristampata in italiano da EPC Editore a novembre 2018. Tanto per dire che nonostante di questo libro si sappia già molto, rimane comunque una lettura assai piacevole sia per i fan del gruppo che per i meno addentro alle questioni pinkfloydiane.

Pur essendo una “fonte diretta”, Inside Out non è un libro caratterizzato da un approccio enciclopedico: dentro non ci troverete ogni minuto vissuto – nemmeno troppo pericolosamente – dalla formazione britannica. Crediamo volutamente, visto anche l’aplomb tipicamente british con cui Mason tratta soprattutto le questioni più spinose legate alla storia dei Floyd (due su tutte: l’estromissione dal gruppo di Syd Barrett e la separazione conflittuale tra Roger Waters e il trio Mason/Wright/Gilmour più o meno da The Wall in avanti), evitando così di mettere in piazza troppi dettagli – del resto è lui stesso a informarci che una volta finito di scriverlo, il libro ha passato il vaglio e le aggiunte/correzioni dei compagni di lungo corso. I pregi di Inside Out stanno altrove, per esempio in una scrittura ironica e fluente capace di raccontare le fasi salienti dell’ascesa di uno dei gruppi più seguiti al mondo con una verve degna d’un romanziere, e come se fosse la storia di una formazione emergente qualsiasi salita alle cronache quasi per caso: sembra di vederlo, il buon Mason, mentre al pub, tra una pinta e l’altra, ti racconta sghignazzando di quando si spezzarono i tiranti che tenevano fermo il maiale gigante gonfiato a elio che si doveva fotografare per la copertina di Animals, e il suddetto viaggiò autonomamente per i cieli britannici evitando solo per pura fortuna di causare possibili incidenti aerei. Un po’ come se fosse stata una bravata da ragazzini, e non un evento che dimostra l’intraprendenza, il coraggio artistico di un gruppetto di inglesi interessato alla tecnica applicata a ogni campo – del resto i Nostri studiavano architettura – almeno quanto alla musica.

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Astronomy dominos at Pompeii: i Pink Floyd e David Gilmour alle falde del Vesuvio – Articoli – SENTIREASCOLTARE


Un’enciclopedia su PinkFloyd @ Pompeii, è tutto ciò l’articolo che vi segnalo e che tratteggia così tanti dettagli legati alla pellicola, ai Floyd, al mondo vorticoso e sognante di quegli anni, di quel mezzo secolo fa che sembrano secoli, un altro universo, qualcosa d’irripetibile. Uno stralcio:

Perfezionisti come loro costume, i Floyd volevano usufruire della migliore tecnologia, e dunque fecero trasferire a Pompei – tre giorni di viaggio in camion da Londra – tutto l’apparato usato nelle esibizioni live. In più un registratore a 16 piste secondo Maben (un osannato magazine straniero nella italica edizione afferma essere state 24, mentre Wikipedia parla di 8 tracce e ha ragione: lo conferma David Gilmour nelle battute iniziali di David Gilmour Live At Pompeii) ritenuto sufficiente per cogliere al meglio, data la eccellente resa acustica dell’anfiteatro, la qualità del suono sprigionato dalla band. Perché l’idea era di trarne non solo un documentario ma anche il disco.

In un paese governato dalla burocrazia, in un tempo determinato da istituzioni ingolfate laddove non incagliate del tutto, ottenere il permesso per insediare una band di capelloni all’interno di un gioiello storico ma fragile come l’anfiteatro pompeiano sarebbe stato compito improbo, se non addirittura chimerico. Il veloce dipanarsi della matassa fu merito di una fortuita combinazione tra sorte favorevole e il caposaldo del catalogo “usi e costumi di un paese, l’Italia”: le amicizie. Aggirandosi per studiare la location, Maben si imbatté in un professore dell’Università di Napoli, tale Carputi ringraziato sui titoli di coda, che non solo si rivelò fan dei Pink Floyd, ma anche la persona giusta per ottenere i permessi necessari presso la Soprintendenza dei Beni Culturali di Napoli. Per girare furono concessi sei giorni; non prima però di avere pagato il biglietto di entrata per chiunque avesse oltrepassato i cancelli: siete i Pink Floyd e vabbè un occhio si chiude; ma ccà nisciuno è fesso, “mo’ cacciare la grana, please”.

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SYD BARRETT: “HERE I GO” – LA STORIA DIETRO LA CANZONE | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia i retroscena di una delle song meno conosciute di Syd Barrett: Here I Go. Lascio al post le spiegazioni e rivelazioni nel dettaglio, che mostrano ancora più nel dettaglio cos’era Syd – sotto, il brano remixato da Gilmour con l’aggiunta del basso.

In occasione del compleanno di Syd Barrett, il sito ufficiale ha pubblicato la storia di una delle canzoni più belle di Syd, “Here I Go“, in cui si svelano anche diversi retroscena. A scriverli, è Lee Harris, chitarrista e cofondatore dei “Saucerful Of Secrets” di Nick Mason. Per celebrare questo giorno speciale abbiamo un’esclusiva “storia dietro la canzone”, scritta da Lee Harris – fondatore e chitarrista dei “Nick Masons Saucerful of Secrets”.
Scrivendo di ‘Here I Go’, Lee ha scoperto alcune vere e proprie rivelazioni sulla registrazione della canzone. Anche David Gilmour ha contribuito a questa scoperta.
Godetevi questo articolo e condividetelo per far sì che altri si divertano e ascoltino la canzone!

“Here I Go” è contenuta nell’album The Madcap Laughs e fu registrata il 17 aprile 1969 ad Abbey Road nello Studio 2. Secondo il compianto Malcolm Jones, che produsse la canzone, Syd ci mise “una manciata di minuti” a scriverla.
Tuttavia, Joe Boyd ricorda di aver sentito la canzone su un nastro demo nel 1967 e che originariamente si chiamava “Boon Tune” – la frase “what a boon this tune” è infatti parte del testo. Boyd stava producendo una band chiamata ‘The Purple Gang’ nello stesso periodo in cui lavorava con i Pink Floyd su “Arnold Layne”. Syd aveva proposto “Boon Tune” a Joe Boyd e ai ‘Purple Gang’ come loro prossimo singolo, ma la loro casa discografica non era d’accordo con il coinvolgimento di altri autori/editori, così l’idea fu accantonata – anche se ne pubblicarono una versione molti anni dopo.
Il fatto che la canzone fosse già stata scritta almeno due anni prima di essere registrata spiega probabilmente perché Jones presumeva che ci fossero voluti pochi minuti per scriverla. Credo che quei minuti siano serviti a Syd per ripassarla a mente per ricordarsela.
Malcolm Jones ha anche detto che Syd aveva quasi sempre con sé i testi su un supporto, in caso di occasionali vuoti di memoria. Questa è stata l’unica volta in cui ricordo che non aveva alcun foglio di testo”. Forse ha anche cambiato qualcosa, ma non lo sapremo mai perché il nastro demo non esiste più.
Mentre scrivevo questo pezzo, ho contattato il batterista Willie Wilson, accreditato come bassista della canzone. Willie viene da Cambridge e suonava nei Jokers Wild, la band in cui militava David Gilmour prima dei Pink Floyd (in seguito avrebbe suonato la batteria insieme a Nick Mason nel tour di “The Wall”). Willie mi ha raccontato di non aver conosciuto Syd quando era piccolo, ma di averlo conosciuto quando ogni tanto si alzava e suonava ai concerti dei Jokers Wild. La band finì addirittura per suonare nello stesso cartellone dei Floyd, che erano ancora noti come ‘The Tea Set’, insieme a un allora sconosciuto Paul Simon, alla festa di un amico nel 1965.
Nel 1969, mentre si trovava nell’appartamento di David Gilmour a Earls Court, Syd chiese a Willie di andare a Abbey Road per registrare con lui qualche giorno dopo.
Risulta che le note di copertina dell’album e, successivamente, vari libri attribuiscono i crediti in modo errato. In realtà è Willie a suonare la batteria e non Jerry Shirley (famoso batterista degli Humble Pie) e non c’è alcun basso nel brano. Questo è probabilmente ovvio all’ascolto, ma le note di copertina dichiarano il contrario.
Willie – “Dopo che abbiamo registrato due o tre brani, è stato suggerito che il basso avrebbe potuto suonare bene su di esso. Non c’era nessun bassista, ma Jerry, con cui condividevo l’appartamento e che era venuto con me per il viaggio, disse che avrebbe potuto fare un tentativo. Non so da dove provenisse il basso, ma era Abbey Road, con molti ‘armadietti per le attrezzature’. Jerry ha avuto difficoltà a suonare sul brano perché c’erano solo batteria e chitarra, Syd non suonava gli stessi accordi in ogni strofa e inoltre Jerry non era un bassista”.

welcome to the machine / pink floyd [alternate take] | slowforward


Dal blog slowforward una versione demo, ma molto intrigante, di Welcome to the machine dei Floyd. Stupenda, molto.

Fields Of The Nephilim – Elizium :: Le Pietre Miliari di OndaRock


Su OndaRock la recensione a Elizium, il capolavoro dei FieldsNephilim uscito nel ’90. Un estratto:

I Fields Of The Nephilim sono stati una caso unico all’interno della tradizionale scena gothic britannica, dominata da band come i Cure o i Sisters Of Mercy. Una band che inizia a farsi notare dopo che tutti i capolavori dark dei Joy Division, dei Cure o dei Bauhaus erano già stati pubblicati, ma che – anche se arrivando alla fine di un ciclo forse irripetibile – riesce comunque a chiudere nel 1990 (il decennio del post-rock, del britpop e della nuova musica elettronica) con un album sorprendente e attualissimo come “Elizium”.
Carl McCoy, appassionato del cinema di Sergio Leone, voce e fondatore della band, crea un originalissimo ibrido dark-western con sonorità dilatate chiaramente influenzate dalla psichedelia britannica e decisamente lontane da ogni legame con la cultura hippie. Uno stile, semmai, molto più prossimo ai mondi gotici di Edgar Allan PoeHoward Phillips Lovecraft o agli scenari esoterici di Aleister Crowley.
Dopo due ottimi Lp come “Dawnrazor” (1987) e “The Nephilim” (1988), la band britannica porta a compimento definitivo il suo percorso con “Elizium” (1990), pietra miliare assoluta di tutta la scena gothic per originalità, poesia maledetta e potenza sonora, alla stregua dei grandi capolavori del genere. Ritmi rapidi post-punk coesistono con improvvisi trip lisergici, neri, maestosi e inquietanti, che possono ricordare le sonorità dei tardi Pink Floyd a far da sfondo ai monologhi disperati di Jim Morrison o alle preghiere laiche di Nico.

Pur essendo diviso in otto parti, “Elizium” è di fatto un unico viaggio agli inferi, un vero monolite nero senza spiragli di luce. Tra i brani che rendono il disco tanto significativo svetta anzitutto “At The Gates Of Silent Memory”, con un andamento pacato e testi tragici, come una versione dilatata di “The End” dei Doors suonata con la chitarra di David Gilmour. Poesia e orrore si abbracciano per uno dei brani più entusiasmanti della scena gotica. Non è un caso se per ottenere un suono così unico i Fields abbiano dovuto ricorrere al produttore Andy Jackson, già collaboratore proprio dei Pink Floyd.
In “Submission” chitarre in crescendo evocano gli Swans di “White Light From The Mouth Of Infinity” per poi aprirsi in “Sumerland (What Dreams May Come)”, il brano più lungo della loro discografia (undici minuti), con suoni ora lenti e avvolgenti, ora martellanti, ispirati allo stesso modo sia ai Cure che ai Sisters Of Mercy.
“And There Will Your Heart Be Also” è uno dei loro capolavori: una ballatona dark che strappa il cuore dal petto per quanto sia straziante e malinconica, con testi che rappresentano un sunto assoluto della condizione umana, perennemente in bilico tra la solitudine e la speranza di poter vivere brevi momenti di felicità.

In mezzo a questi brani-fiume, a questi lunghi e oscuri flussi di coscienza, si situano – come intermezzi – le tracce più brevi, più tipicamente post punk, come “For Her Light” e “(Paradise Regained)”, autentiche scorribande di chitarra che si intersecano perfettamente come tasselli di un mosaico, rigidamente di colore nero.

Pink Floyd – Empty Spaces – What shall we do now?


Un brano straconosciuto, le immagini dal film “TheWall” sono da lungo tempo, ormai, iconiche.

Pink Floyd-Corporal Clegg, 1968 – Il Canto delle Muse


Interessante la storia che c’è dietro il brano Corporal Clegg dei Floyd, anno ’68, mentre Barrett stava andando via. Ce ne parla il blog CantoDelleMuse:

Waters era uno dei tanti orfani di guerra che negli anni ’60 stavano facendo i conti con il passato. Antimilitarismo e dolore personale (nel testo si cita l’anno della morte del padre, il 1944) si esternano in forma sarcastica grazie a un testo pungente e irriverente sui controversi schemi mentali dell’esercito, attraverso la figura di un fantomatico caporale Clegg.
Waters: “Corporal Clegg parla di mio padre e del suo sacrificio nella Seconda Guerra Mondiale. C’è un qualcosa di sarcastico: l’idea che la gamba di legno sia un premio che vinci in guerra, come una specie di trofeo”.
Il caporale Clegg ha perso la gamba durante una battaglia ed è costretto a vivere con una protesi di legno (“l’ha vinta in guerra, nel 1944”). Per questo sacrificio immagina di aver ricevuto una medaglia (“color arancio, rosso e blu, l’aveva trovata allo zoo”) e sogna di riceverla dalle mani della regina. Non è dato sapere se il bassista abbia utilizzato colori di fantasia, in ogni caso la medaglia di quel colore era conosciuta come “Burma Star”, attribuita dal British Commonwealth ai reduci della guerra di Birmania. Alla moglie del caporale Clegg, afflitta da alcolismo, Waters chiede se sia orgogliosa del marito, invitandola a concedersi “un altro goccio di gin”.
Le frasi “He won it in the war… in orange red and blue… he’s never been the same… from her Majesty the Queen” rappresentano uno dei rari contributi vocali di Nick Mason. Il brano è infatti uno dei pochi momenti musicali in cui cantano tutti i componenti del gruppo; la voce principale è quella di Gilmour, mentre la parte parlata è affidata a Mason. Ai cori partecipano praticamente tutti e quattro insieme. Sul finale della canzone Nick Mason ripropone la sua voce attraverso una serie di frasi nonsense che rafforzano la sensazione di un caos conclusivo premeditato: alle ripetizioni corali di “Corporal Clegg” il cantato esplode in una fragorosa risata.

Non è chiaro se Waters avesse tratto il nome della canzone da un film americano, Captain Clegg (noto anche come Night Creatures, in Italia Gli spettri del Capitano Clegg). Thaddeus von Clegg era anche il nome dell’inventore del kazoo, strumento che viene usato in due diversi momenti della canzone (finale compreso, dove viene coperto dal suono di una sirena di guerra). I Floyd potrebbero essersi ispirati ai Beatles, che simularono il suono del kazoo in Lovely Rita usando un pettine intorno al quale avevano arrotolato la carta igienica personalizzata della EMI (aveva infatti la scritta “Property of EMI” stampata sopra!).
Il Record Mirror del 10 febbraio 1968 annunciò che la canzone era quasi completata e che sarebbe stata pubblicata nel giro di quattro settimane. Notizia peraltro non vera, poiché la sua registrazione richiese più tempo.

Il filmato del brano, registrato negli studi della RTB TV di Bruxelles il 18 e 19 febbraio 1968, fu trasmesso il 31 marzo: la band eseguì in playback una versione embrionale della canzone (tutt’ora inedita) in anteprima rispetto alla pubblicazione del disco, trasmessa in vari periodi da diversi canali televisivi. Il 22 luglio 1969 i Pink Floyd furono ospiti del programma per ragazzi P-1, alla TV tedesca SDR, ed eseguirono la canzone nuovamente in playback. Questo filmato promozionale aveva come tema la guerra; la band era ripresa a tavola, con Gilmour a fare le veci del cameriere. I Floyd portavano elmetti militari in un clima che in breve tempo si trasformò in una battaglia a suon di lanci di cibo e torte in faccia, in cui vennero coinvolti anche gli incolpevoli cameramen. A queste scene la regia contrappose alcuni filmati di guerra. “

Pink Floyd – Let There Be More Light (‘Surprise Partie’)


Un documento d’epoca, parliamo del ’68. I Floyd ancora incerti sul loro futuro postbarrettiano, ma già incisivi – parecchio.

PINK FLOYD: 17 BOOTLEG PUBBLICATI NEL CATALOGO STREAMING! | PINK FLOYD ITALIA


[Letto su PinkFloydItalia]

Come successo per molti bootleg del 1971 (ne abbiamo parlato in questo articolo), i Pink Floyd hanno pubblicato sulle principali piattaforme straming come Spotify, iTunes e YouTube, una colossale collezione di bootleg risalenti all’anno 1972. Il motivo? Semplicemente quello di riassicurarsi i diritti su quelle registrazioni che stavano compiendo 50 anni, infatti passato questo tempo le registrazioni sarebbero diventate di dominio pubblico, mentre facendole rientrare ufficialmente nel loro catalogo si sono assicurati i diritti presumibilmente per altri 50 anni. Ma attenzione, come successo con le registrazioni del 1971, saranno online per un tempo limitato, entro qualche mese verranno cancellate. Sulla qualità audio non si segnalano miglioramenti, sono praticamente i bootleg in commercio, sono solo state create delle splendide copertine psichedeliche.

I live sono pubblicati “℗ Under exclusive licence to Parlophone Records Limited, ℗ 2022 Pink Floyd Music Ltd“, a questo punto è molto probabile che nei prossimi anni si ripeterà la stessa operazione, nella speranza che l’acquisizione dei diritti scaduti serva a qualcosa, come un’enorme operazione d’archivio, e consegnare alla storia una parte importantissima (e fino ad ora trascurata) della storia Floydiana: i Live.

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