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Pink Floyd – the Amazing 10 Minute Technicolor Dream – John Latham remix by Jay Jeer


Cos’erano i Floyd agli inizi, con Syd Barrett alla guida? Un guazzabuglio jaz psichedelico, fantastico e surreale, siderale, inarrivabile dalle normali menti.

Cinquantenni ancora piacenti: PINK FLOYD – Meddle | Metal Skunk


Su MetalSkunk un bell’articolo che analizza da più punti di vista, non estremamente analitici ma contestuali, uno dei capolavori dei Floyd, quel Meddle uscito mezzo secolo fa. Un estratto:

Quelli che sono stati i Pink Floyd “di mezzo” vanno dalla separazione con Syd Barrett alla pubblicazione di The Dark Side of The Moon. Quest’assenza di “una direzione” si avverte, in particolare, nel periodo successivo alla pubblicazione di A Saucerful of Secrets, che ancora risente pesantemente dell’influenza del genio barrettiano e delle sonorità della psichedelia inglese dell’epoca.
Un lasso di tempo di totale e assoluta libertà che si avverte, in modo ben più tangibile, prendendo in considerazione anche la discografia “parallela” a  quella ufficiale composta da  tutte le sperimentazioni a latere di Ummagumma e Atom Earth Mother che contraddistinguevano molte esibizioni dal vivo degli inglesi e che hanno – seppur in parte – finalmente visto la luce in forma ufficiale nello splendido e definitivo cofanetto The Early Days 1965-1972.

Meddle è sia il punto di arrivo di tutto questo percorso, sia una nuova strada che porterà alla fase di maggior successo dei Pink Floyd: è stato spesso definito, non a torto, come un album di transizione (ovviamente non con un’accezione negativa), ma è più la rappresentazione di un crocevia, di un incrocio di diversi percorsi che parte dal passato e si proietta verso il futuro. Un passato rappresentato tanto da quello più prossimo, germinazione delle lunghe sperimentazioni di Embryoe di The Man and the Journey, quanto dal riverbero di quegli echi barrettiani che diventano sempre meno percepibili, ma sempre presenti.
La figura di Barrett, infatti, spunterà sempre anche negli anni successivi, come una sorta di “peccato originale” per i Pink Floyd, rei di aver abbandonato e “lasciato indietro” il loro fondatore in un momento di difficoltà da cui non sarebbe mai uscito. Un fantasma che attraverserà la carriera e la vita dei membri della band, che si concretizzerà “in carne ed ossa” con l’apparizione quasi fantascientifica durante le registrazioni di Shine on You Crazy Diamond e che sarebbe stato ricordato in molteplici occasioni, da ultimo nella reunion del Live 8 durante l’esibizione di Wish You Were Here (“We’re doing for everybody who’s not here, particularly, of course, for Syd”).
Dall’altra parte c’è la strada verso sonorità diverse, verso un suono diverso, completamente distante dagli anni ’60 e che farà la fortuna della band, una ricerca che nasce letteralmente dal niente. Infatti, prima che i nostri iniziassero le registrazioni di Meddle, erano creativamente prosciugati, non avevano nessuna idea e avevano deciso di provare a incidere su piste separate, senza conoscere ciò che gli altri stavano scrivendo, concordando giusto degli accordi di base, ma senza neanche conoscerne nemmeno il tempo. Il risultato, come scrive Nick Mason nel fondamentale Inside Out, sono “gli appunti sonori “Nothings 1-24”, un titolo quanto mai adatto. Dopo due settimane non era uscito pressoché nulla di valido”*. Da quegli appunti che avrebbero dovuto comporre The Return of the Son of Nothing (titolo di lavorazione del disco in cui riverbera l’idea di stasi creativa), però una cosa si poteva salvare: “un’unica nota prodotta al pianoforte e riprodotta tramite un leslie, un curioso dispositivo normalmente usato assieme ad un organo Hammond che utilizza un cono rotante che amplifica il suono creato”*. Si tratta di quel suono assimilabile ad un sonar che rappresenta il cuore pulsante di Echoes, che diventerà la prima traccia intorno alla quale è stato costruito l’album, una delle più celebrate degli inglesi, che occupa l’intera seconda facciata di Meddle.

 

 

Syd Barrett: ecco alcune curiosità sul fondatore interstellare dei Pink Floyd | OndaMusicale


Su OndaMusicale un articolo che indaga la produzione e la persona di Syd Barrett, il leader dei Floyd dei primissimi anni. Un estratto storico, con alcune curiosità che potrete poi leggere direttamente nell’articolo:

La figura di Syd Barrett è leggendaria e iconica, nonostante abbia trascorso solo i primi anni (quelli più psichedelici) con la band. Precisamente dal 1965 al 1968. E’ stato lui ad inventare il nome di una delle band più influenti del panorama musicale di tutti i tempi, anche se il suo percorso musicale si è interrotto (troppo) presto a causa dell’abuso di droghe e della sua fragile condizione mentale.
Il suono dei primi Pink Floyd, con il psichedelico e visionario album d’esordio “The Pipers at the Gates of Dawn“, si deve in larga parte proprio a Syd Barrett. Ma il cantante e chitarrista mostra ben presto segni di squilibrio non presentandosi ai concerti oppure rimanendo fermo sul palco senza suonare con lo sguardo perso nel vuoto, chiudendosi sempre di più in se stesso. Un po’ alla volta viene affiancato e poi sostituito da Gilmour, fino all’abbandono definitivo del gruppo avvenuto (pare) nel seguente modo. La band aveva in programma un concerto e si stava recando con il furgone nel locale. Mancava però Syd e qualcuno disse: “non dobbiamo passare a prendere Syd a casa sua?“. La domanda rimase “sospesa nell’aria” e nessuno rispose. Ovviamente Syd ci rimase male e qualche tempo dopo si presentò ad un altro evento live dei Floyd al quale però non era stato (nemmeno questa volta) invitato. Gli altri lo allontanarono dal palco invitandolo ad andarsene. Probabilmente è in questo modo che la storia fra Syd Barrett e i Pink Floyd si interrompe. L’atteggiamento della band è tuttavia perfettamente comprensibile in quanto percepivano il comportamento di Syd come una minaccia per la sopravvivenza del gruppo. Il suo primo “crollo” mentale (almeno degno di rilievo) viene notato da Joe Boyd, uno dei primi produttori dei Floyd. Nel dettaglio, i ragazzi si presentano all’UFO Club per promuovere il loro primo disco ma, mentre tutti sono allegri e festosi, Syd guarda fisso nel vuoto con aria smarrita e confusa. Barrett peggiora nei giorni successivi. I Floyd vengono invitati ad una trasmissione televisiva (Top of the Pops) e lui si presenta in pigiama. Non dimentichiamo che siamo negli anni 60 e, a differenza dei giorni nostri, non tutto era concesso. Un’altra volta, durante un concerto, volta le spalle al pubblico e suona sempre solo lo stesso accordo per tutta la serata. (pare fosse un Do maggiore).

Come solista Syd Barrett realizza due dischi: “The Madcap Laughs” e “Barrett”. A queste due produzioni va aggiunta una raccolta dal titolo “Opel” del 1988. Nel primo disco contribuiscono anche Roger Waters e David Gilmour. La copertina ritrae Syd nella sua camera (priva di arredo) che egli stesso dipinse con strisce arancioni e viola. La ragazza (nuda) che si vede sullo sfondo è la sua fidanzata. Il fotografo raccontò che non era prevista la sua presenza e che la donna era per i fatti suoi, nuda, in cucina. Ad un certo punto passando, si soffermò e vennero scattate alcune foto. Per la serie “Carpe Diem“.

PINK FLOYD: BRESCIA 1971 – AUDIO INEDITO | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia la segnalazione della possibilità di download fdell’intero concerto che i Floyd tennero a Brescia il 19 giugno del ’71, impegnati in uno dei concerti del periodo che ritengo il loro migliore.

Quando Waters, Gilmour, Wright e Mason accettarono (solo per mille sterline a serata, quasi 13mila e 500 euro di oggi) di suonare nel nostro Paese, non era certo Brescia – periferia di un «impero» che contava su capitali musicali quali Milano, Roma e Bologna – uno dei luoghi previsti. Invece, prima della data capitolina, fu proprio la Leonessa d’Italia ad aggiudicarsi la serata del 19 giugno, approfittando delle incertezze burocratiche e dei problemi di ordine pubblico che frenarono il capoluogo lombardo e quello emiliano, pubblicizzato sui periodici specializzati come sede designata. Sul Giornale di Brescia di quel giorno apparve la seguente foto-notizia: «Spettacolo per i giovani, questa sera alle ore 22 all’Eib, dove sarà ospite il complesso inglese dei Pink Floyd, uno tra i più quotati del momento. Ingresso unico a L. 1500» (circa 13 euro di adesso).

Su questo particolare concerto, ci sono sempre state testimonianze sotto forma di Bootleg, ma quello che è saltato fuori dii recente ha dell’incredibile: una registrazione inedita in alta qualità, che rende giustizia a questo evento memorabile, e tutto grazie a Renzo Storti che non solo ha registrato il concerto, ma lo ha reso pubblico e scaricabile gratuitamente da ogni fan dei Pink Floyd.

Ecco, la notizia bella è proprio questa: cliccando qui fino al 14 novembre potrete scaricarvi l’intero concerto di mezzo secolo fa, tipo Pink Floyd at Pompeii del Nord Italia, senza immagini. Troverete un’ottima qualità sonora e… niente, buon ascolto! 😉

Questa la ghiotta playlist:

01 Atom Heart Mother
02 Careful With That Axe, Eugene
03 Fat Old Sun
04 Embryo
05 The Return Of The Son Of Nothing
06 Set The Controls For The Heart Of The Sun
07 Cymbaline
08 A Saucerful Of Secrets
09 Blues

Nick Mason’s Saucerful Of Secrets – Set The Controls For The Heart Of The Sun (live)


…non ci si abitua mai all’oscura bellezza psichedelica di questo brano, anche se rimaneggiata egregiamente da un Floyd con altri loro parenti

Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia dell’album (2) – Rockol


Su RockOl la seconda parte – qui la prima – della sintesi spesa per Meddle, il disco dei Floyd che festeggia in questi giorni il mezzo secolo. Un estratto integrale:

Per le registrazioni i Pink Floyd avevano deciso da tempo di traslocare: le limitazioni degli studi EMI, ancora fermi al mixer a otto tracce, avevano spinto la band a recarsi agli Air Studios e ai Morgan Studios, più piccoli ma dotati di una moderna console a sedici tracce.
Il supporto tecnico più qualificato comportò numerosi benefici ma anche qualche rallentamento nelle operazioni (mixaggio incluso) per la complessità di utilizzo delle nuove apparecchiature; nei nuovi studi il gruppo fu coadiuvato dai fonici Rob Black e Roger Quested. I Morgan Sound Studios, di proprietà di Barry Morgan, erano nati nel 1968 e si trovavano nella zona nord di Londra: usati in precedenza da artisti come Blind Faith, Supertramp, Paul McCartney e Jethro Tull, potevano vantare di aver dato i natali a classici come “Lola” dei Kinks e “Pinball Wizard” dei Who. Gli Air Studios invece, tuttora attivi, erano nati nel 1969 ed erano gestiti da George Martin, uno dei più grandi ispiratori dei capolavori dei Beatles.

Durante le sedute di registrazione di “Meddle”, oltre alle varie sezioni numerate di “Nothing”, risultano registrate e non pubblicate tre tracce: “Anything” (Take 1, registrata il 19 marzo 1971), “Play The Blues” (Take 2, registrata il 19 marzo 1971), “Wild Thing” (Take 1, registrata il 26 aprile 1971).
“Meddle” fu pubblicato il 30 ottobre negli USA (dove raggiunse la posizione n. 70) e il 5 novembre 1971 in Inghilterra, toccando il terzo posto in classifica. Rappresenta il disco ponte fra l’iperproduzione degli anni precedenti e i capolavori futuri, il primo significativo cambio di rotta in termini di identità musicale e di consapevolezza artistica. Fu l’ultimo album degli anni ’70 a contenere una foto della band all’interno della copertina: si dovrà aspettare il 1987 per rivedere i volti dei musicisti in un lavoro a firma Pink Floyd.
“Meddle” ottenne buone recensioni, in un clima generalmente favorevole, ma non mancarono colpi bassi come l’articolo “Pink’s Muddled Meddle” di Michael Watts del “Melody Maker”, che stroncò il nuovo lavoro con parole tutt’altro che tenere. Per tutta risposta Waters gli fece recapitare uno speciale regalo di Natale: una scatola di legno contenente un guanto da boxe che saltò fuori con una molla nel momento in cui il giornalista sollevò il coperchio.

Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia dell’album (1) – Rockol


Su RockOl, nel solco dei festeggiamenti del cinquantenario di Meddle – album dei Floyd che contiene perle di una bellezza siderale, le migliori della band, insieme a proposte imbarazzanti – alcune note che riguardano il disco. Eccole:

Registrazione: EMI Studios, Morgan Sound Studios, Air Studios, Londra; gennaio-agosto 1971; mixaggio versione quadrifonica Command Studios, Londra, 21-26 settembre 1971 (la versione quadrifonica non fu pubblicata e i nastri giacciono ancora negli archivi della EMI) Produttore: Pink Floyd • Fonici: Peter Bown, John Leckie (EMI Studios e Air Studios); Rob Black, Roger Quested (Morgan Sound Studios)
Pubblicazione: USA 30 ottobre 1971 • UK 5 novembre 1971

Centinaia di spettacoli in giro per il mondo, dischi in studio e colonne sonore a ripetizione, duro lavoro di gruppo e una certa ansia da avvenire: gli ultimi tre anni dei Pink Floyd erano stati un concentrato di grandi sacrifici per settare a puntino gli ingranaggi di una macchina sempre più affidabile, per quanto le incertezze nel percorso non fossero certo mancate. La suite “Atom Heart Mother”, ad esempio: un tentativo in stile barocco che aveva comportato numerosi problemi e non soddisfatto del tutto le aspirazioni del gruppo, deciso a ripartire dalla composizione di musica più semplice e vicina al proprio stile. Le intenzioni parvero chiare già dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa prima del nuovo lavoro in studio. Gilmour: “Sarebbe davvero forte poter cambiare completamente direzione e godere della libertà di lavorare solo tra noi quattro, senza i condizionamenti dell’orchestra e del coro”. E ancora: “Nel giro di pochi mesi si potrà sentire probabilmente un lato del tutto diverso del gruppo. ‘Atom Heart Mother’ è stato l’inizio della fine”.
Detto, fatto. La prima svolta segnò il commiato dal produttore Norman Smith, ormai ai margini delle operazioni, considerato che il gruppo (anche grazie ai suoi insegnamenti) aveva ormai acquisito le competenze necessarie per prodursi autonomamente. Fu lo stesso Smith a raccontare questa fase in un’intervista del 2008: “A quel punto sapevano che cosa volevano, e sarebbe stato stupido da parte mia continuare a contribuire in qualsiasi modo. Mi sembrava di aver fatto la mia parte insieme a loro e li incoraggiai a produrre da soli, dato che già lo facevano in casa con i loop che poi portavano da me”.

Con la EMI concentrata sulla promozione di “Atom heart mother”, il gruppo poté progettare il nuovo disco con inusuale tranquillità, e senza pressioni si diresse in studio già dai primi giorni del gennaio 1971. La prima idea che solleticò l’immaginario dei musicisti fu quella di abbandonare gli strumenti musicali e operare attraverso suoni prodotti da oggetti di uso quotidiano, come utensili domestici e di lavoro.
Mason, agli albori del progetto: “A tutt’oggi abbiamo tirato fuori quattordici idee diverse per l’album, tra cui quella di un pezzo in cui si utilizzano oggetti per ottenere effetti acustici: bottiglie, asce che spezzano qualcosa, seghe… quel genere di oggetti”. Il tecnico John Leckie, in studio con la band, ricorda quelle sedute di registrazione: “Hanno trascorso giorni e giorni di lavoro su quello che la gente ormai chiama il progetto ‘Household Objects’. Strappavano un giornale per ottenere un ritmo e spruzzavano con una bomboletta spray per riprodurre il suono del charleston”. Molto spesso le sedute si concludevano con un nulla di fatto, senza che fosse stato inciso neanche un solo secondo di musica. Le sedute di registrazione dei Pink Floyd avevano fama di essere noiose. Potevano iniziare alle 2 del pomeriggio e finire intorno alle 4 o alle 5 del mattino, senza aver fatto un bel niente. Non s’era mai visto un qualsivoglia tipo di contratto; solo il manager della Harvest Records compariva ogni tanto con un paio di bottiglie di vino e si metteva a rollare due o tre canne. In studio avevano un piccolo cocktail bar, con tanto di frigo, e bevevano quella che per loro era la giusta quantità di Tequila e Southern Comfort. Ma non giravano droghe chimiche. L’atmosfera non era pesante, però ogni tanto subentravano interminabili silenzi, una noia infinita. Altre volte la frustrazione si faceva palpabile ed erano tutti lunatici”.
Il progetto “Household Objects” venne accantonato ma di fatto aleggiò nel gruppo ancora per qualche anno, riaffiorando a fasi alterne; la band tornò a concentrarsi sulla musica suonata e a febbraio cominciò a ragionare su trentasei piccoli contributi in ordine sparso. Mason: “Quando abbiamo cominciato a lavorare a “Meddle” lo abbiamo fatto in modo completamente diverso rispetto a qualsiasi album precedente. Siamo andati in studio per un mese senza nulla in mano, e abbiamo passato il tempo a fare quelli che chiamavamo i ‘Nothing’, cioè delle semplici idee che buttavamo giù in maniera più che grezza. Potevano essere solo un paio di accordi, oppure l’idea di un ritmo, o altro ancora. Tutto veniva semplicemente buttato giù così com’era e poi lo esaminavamo. ‘Echoes’ venne fuori da quel lavoro, così come ‘Fearless’ e ‘One Of These Days’”.
Ogni componente del gruppo incise separatamente idee ed esperimenti, guizzi di fantasia estemporanei e bozze da sviluppare: con una progressiva scrematura si giunse da trentasei accenni musicali (e non) a poco più di una ventina, numerati ed etichettati come “Nothing 1-24”.
Gilmour: “Certe idee erano davvero stupide e assurde ma le buttammo giù lo stesso solo per ridere. Sceglievamo una tonalità per un pezzo, registravamo, poi ce ne andavamo e chi entrava aveva come unica indicazione la tonalità. Registrava anche lui sullo stesso nastro senza avere ascoltato quel che gli altri avevano suonato”. John Leckie: “Registravano tantissime piccole idee. Le chiamavano ‘Nothing 1’, ‘Nothing 2’ e così via, fino, mi pare, alla numero 36. Potevano essere dei riff o degli strani rumori, oppure suoni con il piano registrati dal Leslie. Il lavoro delle prime due settimane consisteva nel prendere quei piccoli spunti e metterli in ordine; la maggior parte finì in ‘Echoes’”.

Con un certosino lavoro di intelaiatura, i frammenti andarono a creare un nuovo brano capace di occupare l’intero lato del nuovo disco; a fine marzo la suite poteva dirsi assemblata, per quanto in forma non ancora definita. I Pink Floyd rodarono il brano dal vivo con il titolo provvisorio di “The Return Of The Son Of Nothing”, apportando le necessarie modifiche in previsione delle incisioni de!nitive in studio. Il resto del disco era costituito da pezzi “normali”, come avvenuto in “Atom heart mother”; questa volta però si decise di occupare il lato B con la suite e il lato A con le canzoni.

Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di “Echoes” (4) – Rockol


Quarta parte su RockOl – qui la 1, la 2 e la 3 – della celebrazione del brano Echoes dei Floyd, uscito nel disco Meddle esattamente mezzo secolo fa. Vi lascio alle considerazioni espresse qui sotto:

Il mixaggio della canzone fu completato il 27 agosto 1971: sui nastri master di Abbey Road il titolo era ancora indicato come “The Return Of The Son Of Nothing” ed erano scritte anche le varie sezioni strumentali denominate “Bubble Bee Section”, “Train Section”, “Gull Sounds” (chitarra) e “Rooks Fx, Bumble Bee Bass” e infine “Organ Drone”. Fra le trovate più fruttuose svetta la registrazione al contrario della batteria iniziale, una tecnica che proveniva direttamente dal repertorio in studio dei Beatles. “Echoes” entrò di diritto nelle scalette dal vivo dei Pink Floyd fino al 1975.

In alcune occasioni Roger Waters si divertì a presentare la suite con titoli diversi, per gustare la reazione del pubblico quando avrebbe riconosciuto il “ping” di apertura: a Böblingen il 15 novembre 1972 il brano fu presentato come “Looking Through The Knotholes In Granny’s Wooden Leg”, mentre a Francoforte il 16 novembre 1972 fu chiamato “The March Of The Dambastards”. Il programma dei concerti al Rainbow Theatre di Londra del 1972 indica che Waters avrebbe voluto usare il titolo “We Won The Double”, in onore della squadra calcistica dell’Arsenal (di cui il bassista è acceso sostenitore), per la prima volta vincitrice di Campionato e Coppa di Inghilterra nella medesima stagione, 1970-1971.

Novità anche dal lato strumentale: nelle tournée del 1974-1975 la suite fu addolcita dalla presenza di Dick Parry al sax e dalle voci delle coriste. Poi un lungo vuoto sino al 1987, quando i Floyd senza Waters riproposero la traccia in una manciata di concerti nelle prime date americane del tour di “A momentary lapse of reason”. Le ultime esecuzioni del brano risalgono all’”On an island tour” di David Gilmour del 2006: l’emozionante duetto vocale e musicale con Richard Wright è forse la più bella performance del tastierista prima della sua prematura scomparsa.

Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di “Echoes” (3) – Rockol


Su RockOl la terza parte – qui la prima, qui la seconda – del dettaglio analitico di Echoes, song contenuta nell’album Meddle dei Floyd, di cui proprio in questi giorno sta ricorrendo il cinquantenario.

Al termine della seconda strofa la suite aumenta d’intensità, sorretta da una parte ritmica più vibrante e dal manico sempre più ispirato di David Gilmour, sino a sfociare nella sezione funky (minuto 7:02), che sembra rimandare alla “Funky Dung” della precedente “Atom Heart Mother”. Sono circa quattro minuti di impasto sonoro in cui emerge un equilibrio sopraffino fra le peculiarità strumentali di ogni esecutore, a partire dal potente basso di Roger Waters. È il preludio alla parte mediana, quella più oscura e misteriosa: dal minuto 11:04 prende infatti corpo una sezione onirica e carica di effetti eco vicina alla “Quicksilver” di due anni prima; l’ascoltatore è sperduto in vacui territori abitati da corvi e presenze tenebrose, con uno stridulo lamento (che alcuni interpretano come il verso dei gabbiani) che sembra provenire dagli abissi profondi.
L’effetto nasce da un errato cablaggio del pedale wah-wah da parte di David Gilmour, come testimoniato da Richard Wright: “Uno dei roadie aveva bloccato il pedale wah-wah al contrario, e la cosa creò quell’effetto Larsen. David si mise a suonare con quell’effetto, creando suoni davvero stupendi”. John Leckie, tecnico del suono per “Meddle”: “I Floyd erano appena tornati dagli Stati Uniti e ricordo che Dave Gilmour aveva appena comprato lo stesso wah-wah utilizzato da Jimi Hendrix. Il suono del gabbiano che si sente su ‘Echoes’ è quello, ottenuto con il Cry Baby”. Ancora Leckie, in un’altra intervista: “Passammo un sacco di tempo a sperimentare la tecnologia a disposizione. Avevamo due registratori a nastro che distavano quasi due metri l’uno dall’altro, con uno sfasamento di dieci secondi che ci permise di creare quei lamenti che sembravano provenire da creature abissali. Abbiamo portato al limite tutte le potenzialità tecniche dei nostri giocattoli. Cercavamo di sperimentare, producendo suoni che nessuno aveva mai sentito prima”.

Il “ping” di Richard Wright riaffiora al minuto 14:40 aprendo una delle sezioni emotivamente più coinvolgenti della suite: come a evocare l’alba che a passi lenti trionfa sulle tenebre, il brano cresce di intensità sino a elevare il suono a livelli di armoniosità assoluti. La terza e ultima strofa cantata riporta la composizione sulle atmosfere iniziali; segue circolarmente una parte strumentale più movimentata con una chiusura in tonalità maggiore, quasi trionfale. La coda del brano è un dolce fraseggio in cui la musica diminuisce di intensità, fino a diventare morbida ed eterea: un coro di voci in multitraccia, orchestrato dalle tastiere di Richard Wright, chiude a sfumare il capolavoro.

Pink Floyd, per il 50esimo anniversario di ‘Live at Pompeii’ un docufilm-evento su ItsArt – Rockol


Su RockOl si festeggia dei Floyd, oltre che il mezzo secolo di Meddle, anche i cinquant’anni della realizzazione del film Pink Floyd at Pompeii, avvenuto proprio agli inizi di ottobre del ’71. Le celebrazioni continuano con un docufilm su quell’evento:

A cinquant’anni dalla leggendaria esibizione a porte chiuse dei Pink Floyd all’anfiteatro romano di Pompei – che nel 1972 fu documentata dallo storico film-concerto “Live at Pompeii” – ItsArt, la piattaforma digitale promossa dal Ministero della Cultura, renderà disponibile “Reliving at Pompeii”, docufilm articolato in cinque episodi diretto da Luca Mazzieri con la supervisione di Adrian Maben, che coordinò le riprese del rockumentary originale.
L’opera, che sarà visibile gratuitamente – previa registrazione su ItsArt – alle ore 20 del prossimo 28 ottobre, è stata realizzata con il sostegno del Parco archeologico di Pompei e del Gruppo TIM: proponendosi di ripercorrere “i momenti creativi del regista in un viaggio intimo dentro i luoghi del Parco Archeologico e della città di Pompei, per andare alle origini di quella intuizione concretizzata con il primo ciak del famoso film-concerto di cinquant’anni fa”, il documentario – che sfrutta soluzioni tecnologiche immersive come la realtà aumentata e il light mapping – alterna a spezzoni del film originale sequenze inedite in alta definizione, oltre che a una serie di interviste e contributi curate dal giornalista e critico Ernesto Assante.

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"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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