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Archivio per Pink Floyd

RAI2 1977 “ODEON” – PINK FLOYD – LE IMMAGINI DELLA MUSICA” – SPECIALE SU ANIMALS


Ricordo questa trasmissione TV del ’77, la vidi ovviamente in diretta quasi per caso e anche se non era la primissima volta che sentivo parlare dei Floyd, ne rimasi davvero impressionato. Da allora, da lì – l’ho capito bene solo adesso, rivedendo il servizio – il senso di arte ha assunto la forma di questi stilemi, di queste dinamiche, e tutto il resto non è contemplato perché troppo semplice, troppo lineare.
Grazie a chi ha recuperato questo documento, che ha tutti i segni del videotape danneggiato dal tempo.

The Final Cut, l’addio di Roger Waters ai Pink Floyd | OndaMusicale


Su OndaMusicale un articolo dedicato all’ultimo disco di Roger Waters coi Floyd: The final cut, uscito nel 1983 (me lo ricordo, quel giorno) Un estratto:

I Pink Floyd, fin dai loro inizi, hanno rotto gli schemi del rock in particolare in due aspetti. Il primo è l’incredibile cura grafica delle copertine, vere e proprie opere d’arte grazie allo studio Hipgnosis; l’altro è legato agli spettacoli dal vivo, esperienze che chiamano in causa tutti i sensi dello spettatore. The Final Cut fallisce in questi due obiettivi.
La copertina è tra le più scarne e graficamente poco gradevoli, e al disco non segue nessun tour, cosa che penalizza le vendite già di per sé non all’altezza.

La copertina paga l’ennesima lite di Waters, stavolta con Storm Thorgerson, mente della Hipgnosis e amico dei musicisti dai tempi di Cambridge. Quanto al tour mancato, la responsabilità è di nuovo del dispotico Roger; bizzarramente, Gilmour e Mason sono all’epoca molto favorevoli, probabilmente per ragioni meramente pecuniarie.

The Final Cut, se depurato da questi aspetti, è tuttavia un bellissimo disco. Suona molto diversamente dai Pink Floyd iconici, quelli delle lunghe cavalcate psichedeliche e degli assoli pieni di pathos di David Gilmour; pare quasi un disco di cantautorato, equamente bilanciato tra testi – validissimi – e musica. La voce di Roger sembra divisa sui soli due registri contemplati: il sussurro quasi recitato e le urla dissennate. Gilmour assesta qualche bel colpo di coda, ma il suo apporto è molto limitato. Tanti sono i contributi esterni alla band.

Un disco da (ri)scoprire subito: Animals dei Pink Floyd – Andrea Scanzi


Sul sito di Andrea Scanzi un lungo articolo – in realtà scritto un lustro fa – che esplora il mondo di Animals, il disco dei Floyd uscito nel ’77. Molteplici punti di vista, storie misconosciute, considerazioni non banali. Ve ne incollo la quasi totalità, perché non si può prescindere da ogni singola riga.

Stretto tra due colossi come Wish You Were Heree The Wall, Animals è ancora oggi un disco parzialmente sottovalutato.
Animals esce nel Regno Unito il 21 gennaio 1977. È il decimo album in studio dei Pink Floyd. La band è prossima all’implosione. Dopo il successo enorme di Dark Side, il Mirabile e Magnificamente Folle Roger Waters soffre sempre di più la popolarità, il rapporto con il pubblico e con l’industria discografica. Stargli accanto è quasi impossibile. Proprio durante il tour promozionale di Animals, Waters sputerà a un tontolone ubriaco che lo stava insultando. Da quel gesto germoglieranno The Wall e The Pros And Cons of Hitch Hiking (anche se i titoli non erano ancora questi), che Waters scriverà quasi di getto.
Animals venderà molto, ma non quanto altre opere del gruppo. Sono i mesi in cui esplode il punk, che peraltro se la prende anzitutto con i Pink Floyd, ritenuti emblema della “vecchia musica” e del “sistema”. Insomma: cazzate. Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols, indosserà la celebre maglietta “Io odio i Pink Floyd”. Ovviamente Animals è un disco che nulla c’entra con il “mercato”. E – altrettanto ovviamente – Animals è molto più rivoluzionario di tante (non tutte) baracconate punk. Animals è ancora un concept album watersiano. Se in Dark Side ci si interrogava sul senso della vita (e della morte), e se Wish You Were Here verteva sul tema dell’assenza e del cinismo dell’industria discografica (oltre che sul ricordo di Syd Barrett), Animals è una riflessione cupa e spietata non solo sull’Inghilterra di fine Settanta ma – più ampiamente – sulla natura dell’uomo. E dunque della società. È il disco più politico dei Pink Floyd, che deve molto alla Fattoria degli Animali di George Orwell.

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Storia del maiale volante di Animals dei Pink Floyd | OndaMusicale


Su OndaMusicale un po’ di storia dei Floyd e del loro album Animals, del ’77, in particolare del maiale icona del disco che sottintendeva a certi porci capitalisti, che ancora ben navigano nelle infestate acque della nostra vita. Un estratto dall’articolo:

La band aveva pubblicato due dischi difficilmente eguagliabili, sia come incassi che come gradimento del pubblico. Tuttavia, la genesi di Animals fu particolarmente travagliata all’interno dei Floyd. Se da una lato c’era la tentazione di proseguire sulla strada percorsa fino a quel momento, dall’altro c’era la voglia di cambiare rotta. Specialmente da parte di Roger Waters.

L’Inghilterra era una polveriera sociale pronta ad implodere su se stessa e nelle proprie contraddizioni politiche e sociali e anche la musica stava prendendo una deriva ben delineata, specie con la nascita del punk. Tuttavia, i Pink Floyd si erano affermati con un genere più psichedelico che progressive e la tentazione di proseguire in quella direzione era forte.

Su richiesta dei ragazzi venne contattata la Ballon Fabrik (la stessa che aveva realizzato il dirigibile dei Led Zeppelin) e commissionata la costruzione di un maiale gonfiabile di circa 12 metri da posizionare nel cielo fra le ciminiere. Il giorno prefissato però c’era cattivo tempo mentre il secondo giorno era sereno ma ventoso. Pare che quello buono sia stato il terzo. O forse tutti e tre.
Qualcuno aveva pensato di assoldare un tiratore con un fucile in modo da abbattere il maiale nel caso fosse successo un imprevisto ma, forse per risparmiare o forse per negligenza, questi fu presente solo il primo giorno. Il secondo giorno, a causa del forte vento, il maiale (a cui era stato dato il nome Algie) ruppe i tiranti e volò nei cieli di Londra scatenando il panico fra gli aerei in partenza ed in arrivo all’aeroporto Heathrow.

PINK FLOYD: SPECIALE “JAPAN TOUR 1971” | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia un piccolo special dedicata al primo tour che i Floyd fecero in Giappone nell’estate del ’71. Fu un trionfo, un’epifania per gli spettatori e forse anche per la band stessa, in stato di grazia eseguì le pietre miliari di un tempo che stava scorrendo rapidamente via e che si arricchì di effetti scenici involontari…

Il ‘mini-tour’ ebbe un gran successo, come spiega Nick MasonLa casa discografica organizzò una conferenza stampa (cosa che generalmente odiavamo) e ci consegnò i nostri primi dischi d’oro. Erano assolutamente fasulli, non li avevamo guadagnati effettivamente per le vendite discografiche, comunque apprezzammo il gesto. Il vero motivo del successo del tour fu uno spettacolo all’aperto, ad Hakone. Non solo si teneva in uno spazio molto suggestivo, situato in campagna a un paio d’ore da Tokio, ma in Giappone il pubblico di un festival era molto meno inibito di quello di un concerto al chiuso. In Giappone organizzavamo un viaggio sul treno ad alta velocità, visite ai templi e ai giardini di pietra e un’introduzione al sushi. Per noi, come per altre band, il sushi era diventato, durante il tour, la versione più sofisticata delle uova con patate e salsiccia.

I Pink Floyd in questo periodo erano in piena fase creativa, e stavano registrando l’album Meddle, infatti come si può ascoltare dalla registrazione bootleg di questi concerti, la prima strofa di ‘Echoes’ ha il testo completamente diverso da quello finito poi su disco. Particolare che non tutti sanno (o ricordano), è che la copertina dell’album “Meddle”, venne in mente al gruppo proprio nel viaggio di ritorno dal tour Giapponese, durante uno scalo ad Hong Kong: forse ispirati da qualche immagine zen dei giardini d’acqua, dissero per telefono a Storm Thorgerson di volere “un orecchio sott’acqua”. Il disco, uscirà a Novembre 1971, e conterrà la suite “Echoes”, capolavoro assoluto della discografia ‘pinkfloydiana’.

Qui il racconto di uno spettatore: “Il primo concerto dei Pink Floyd in Giappone, ‘Hakone Aphrodite’, si tenne il 6 e 7 agosto 1971. Quasi mezzo secolo fa. Quando ho incontrato qualcuno che è venuto a questo evento, e quando si è trattato di parlare di quella storia, la frase ‘Ah, quella nebbia …’ è stata usata di nuovo, ed è stato tutto quello che ci voleva. Sono convinto. Potrebbe non avere senso per gli estranei, ma la sera del 6 agosto, quando i Pink Floyd hanno iniziato a suonare con il tempo nuvoloso, la nebbia è scesa dalla montagna di fronte e ha avvolto il luogo del concerto. Insieme a questo, l’atmosfera già fantastica, è stata migliorata. Una produzione naturale a cui nessuno aveva pensato. È una tacita comprensione della prima visita dei Pink Floyd in Giappone che l’apparizione della nebbia bianca l’abbia resa estremamente indimenticabile per molti fan del rock.

Pink Floyd – Arnold Layne (Alternative Version)


Immagini ruspanti dei primi Floyd e della strabordante creatività di Barrett, ancora in qualche modo presente nel nostro mondo e capace di anticipare tante mode pop (per esempio, il finto cantare sul clip, come sarebbe stato normale fare solo 20 anni dopo).

Catarsi in echi


Perfezioni di un cantato che vibra, a lungo ben dentro la pelle, fino a esplodere ogni karma di fascino degli occhi chiusi e sogno…

Gruhak – For Boris – (Echoes by Pink Floyd)


Una bellissima cover di Echoes in uno scenario e catarsi stupenda, sotto il sole di Dubrovnik che copre ogni empatia di bellezza…

Pink Floyd – Journal de Paris (Roland Petit Pink Floyd Ballet News Report)


Un filmato d’epoca dei Floyd (1972) che testimonia come l’interazione delle loro idee e visioni sia naturalmente confluita nel Teatro; qui, in Francia, balletti e scenografie, e gesti e mimiche ideate da Roland Petit, s’intersecano contaminando anche le attuali performance live di Waters (Basta guardare il nuovo video che Roger mostra nella sua versione di One of these Days). E poi le suggestioni del gong pervaso dalla nebbia gelida, che negli spettacoli maturi dei tre rimanenti Floyd e poi di Gilmour, diventerà un grande schermo, ma sempre circolare…

Quella volta che Syd Barrett definì vecchiotta “Shine on you crazy diamonds” | OndaMusicale


Su OndaMusicale alcuni dettagli che non conoscevo dell’ultima visita che Syd Barrett fece ai compagni di viaggio di un tempo, i PinkFloyd che creò con quella genialità che divenne poi un’eredità. Ecco ciò che accadde il 5 giugno ’75 negli studi di AbbeyRoad della EMI.

Un uomo totalmente calvo, in grande sovrappeso, con una busta della spesa in mano, entra negli EMI studios. Nessuno tra i presenti Waters, Mason, Gilmour, Wright e King sembra conoscerlo. Anzi, proprio Roger lo scambierà per un tecnico audiofonico degli studios. Costui si ferma a fissarli. Gilmour, alle prese col missaggio finale di Shine on you crazy diamonds smette di suonare. Quell’uomo con la maglia bianca assomiglia terribilmente a colui il quale fondò i Pink Floyd, avviandoli al rock progressivo e a solcare inesorabilmente la storia della musica, rock e non solo.

Che si trattasse proprio di Syd Barrett? Restano impietriti. Waters trova il coraggio di domandargli la sua identità. Sì, era lui. Barrett, da molti considerato come il vero genio assoluto della band, dopo anni in cui era scomparso, è lì, dinanzi a loro.

«Sono molto triste per Syd. Naturalmente egli fu molto importante e la band non sarebbe neanche mai nata senza di lui, perché era lui che scriveva tutte le prime canzoni. Niente sarebbe successo senza di lui, ma, ugualmente, niente sarebbe potuto continuare con lui nel gruppo a causa dei suoi problemi.» (Roger Waters su Syd Barrett, in una successiva intervista)

Non ci sarà alcuna atmosfera festosa. Come vedere un morto vivente, uno spettro con cui i componenti della band più famosa al mondo dovranno sempre confrontarsi. Gli domandano come avesse fatto a metter su tanto peso, e Syd risponde: “A casa ho un frigorifero molto capiente pieno di costolette di maiale che mangio praticamente ogni giorno.” L’imbarazzo inizia a scemare quando Barrett chiede ai suoi amici se avesse potuto contribuire alla incisione dell’album, anche in minima parte. Gli fecero ascoltare Shine on you crazy diamonds, speranzosi nella sua collaborazione. E invece il genio si rifiutò. La trovava superata e poco interessante: “È un po’ vecchiotta”. Senza convenevoli, se ne andò, dopo aver trascorso l’intera sessione tra una chiacchiera vacua – com’era nel suo stile – e continui lavaggi di denti che confermavano facesse ancora uso di sostanze psicotrope.

Sarebbe poi rimasto in contatto con David Gilmour sino al suo matrimonio quando, nel bel mentre della celebrazione, sparirà per sempre, tagliando i rapporti con la sua vecchia band e tentando vanamente la carriera da solista. Morirà nel 2006, a Cambridge, all’età di 60 anni, per un tumore al pancreas.

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