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Stefan Goldmann – Expanse | Neural
[Letto su Neural]
Onde sonore che ci trasportano in un viaggio senza meta, un’esplorazione continua del riverbero come mezzo espressivo, materiale primario, utilizzato in una precisa gamma di combinazioni, suddivise in 5 CD, ognuno della durata di un’ora. In Expanse, quindicesimo album in studio di Stefan Goldmann, ognuna delle cinque parti presentate possiede un’impronta psicoacustica distinta, una struttura spaziale incorporea che mette in scena differenti stati d’animo, modellati in architetture evanescenti e dilatate, sostanzialmente statiche, nelle quali l’ascoltatore può trovare rifugio. Il suono diventa allora l’elemento fisso ed è la percezione a farsi dinamica in mancanza d’uno sviluppo lineare. È solo la persistenza della risonanza attraverso la stasi a render viva l’esperienza e questo sposta l’intera progettualità dell’opera più verso l’arte installativa e l’architettura, rifuggendo da ogni forma musicale classica. Goldmann non è nuovo a simili esplorazioni di frontiera e anche in Call and Response, pubblicato nel 2024 su Ash International, aveva utilizzato esclusivamente riverberi artificiali, sia vintage che attuali, sia hardware che software. Con Expanse, però, il passo ulteriore è quello dell’immersione completa: un’abolizione intenzionale di eventi ritmici, armonici o narrativi a favore di un’esposizione prolungata a fenomeni acustici puri, che si comportano più come condizioni atmosferiche che come strutture musicali. L’ascoltatore viene così incoraggiato ad assumere un ruolo attivo nella costruzione del significato: non c’è direzione prestabilita, nessun punto di arrivo, solo un campo sonoro sconfinato in cui orientarsi o perdersi. Anche la scelta del formato non è certo arbitraria ma enfatizza la natura modulare e autonoma di ciascun ambiente sonoro, suggerendo una visione d’insieme, come stanze connesse di un edificio invisibile, progettato secondo logiche puramente auditive. Le caratteristiche tecniche dei riverberi impiegati, accuratamente modellati, determinano parametri quali densità, decadimento, dimensione virtuale, filtraggio spettrale – tutti elementi che plasmano il comportamento percettivo del suono e costruiscono la sensazione di uno spazio che non esiste, se non nella mente dell’ascoltatore. Ogni parte dell’opera può così essere vissuta come un ambiente a sé stante, ma anche come segmento di un continuum più ampio, in cui il tempo pare dilatarsi fino a perdere contorni riconoscibili. L’esperienza di ascolto diventa meditativa, quasi rituale, invitando a una forma di presenza totale, priva di distrazioni: non solo un’opera sonora, ma un dispositivo sensoriale pensato per amplificare l’ascolto stesso.
Stefan Goldmann – Call and Response | Neural
[Letto su Neural]
Come fare emergere in musica nuove possibilità d’esplorazione di realtà alternative che a dire il vero sono già ardue da immaginare, se non in una prospettiva che è quella di un’acustica del tutto spaziale e “non naturalistica”, i cui suoni derivano da ambiti e da un approccio certo non tradizionale? Il berlinese Stefan Goldmann – produttore, deejay, curatore dell’etichetta Macro Recordings, attivo sia in ambito techno che in quello dell’elettronica sperimentale – cerca di rispondere a questa domanda in “Call and Response” e lo fa utilizzando esclusivamente riverberi artificiali, unità che sono sia vintage che attuali. Quello che di psicoacustico e ambientale, tuttavia, comportano i riverberi, non è certo da classificare come una riflessione solo della contemporaneità – non sarebbero così articolati, ad esempio, gli spazi progettati in molti edifici religiosi o in luoghi dedicati a determinati eventi spettacolari. La differenza in questo caso è data dalla possibilità di rendere “artificioso” il processo, alterando le stesse qualità fisiche degli eventi auditivi, proprio nel loro intimo nesso spazio-temporale. La creazione di nuovi ambienti sonori – del resto – presuppone anche trame armoniche, feedback occasionali, che prendono poi le forme di composizioni percepite come fondamentalmente tridimensionali. Ogni singola partitura dell’album è in qualche modo riferita a vari generi dell’elettronica moderna e le sonorità – che sono tutte di natura artificiale, create in ambienti virtuali – s’imprimono particolarmente astratte e statiche, cupe ed anche un po’ inquietanti. Fra le nove tracce dell’album si passa da interpretazioni particolarmente spazializzate a composizioni più drone o con particolari sottolineature glitch e space, quasi sempre in ambientazioni inabitabili e siderali, insomma paesaggi sonori che sono lontani dall’essere definiti ordinari, artefatti per i quali il riflesso delle superfici è amplificato in maniera parossistica e dove lo spazio stesso è inteso come strumento. Stefan Goldmann è figlio di un altro compositore, Friedrich Goldmann, che è stato anche allievo di Karlheinz Stockhausen a Darmstadt, alla fine degli anni cinquanta. Nonostante gli anni passati al Berghain e al Panorama Bar a mixare in consolle, Stefan ha respirato talmente tanta musica colta da conoscere sicuramente benissimo anche le ricerche di Stockhausen sui riverberi, quelle che il maestro portava avanti utilizzando camere speciali, in genere situate presso studi radiofonici di registrazione. Basta riascoltare la celeberrima “Studie I”, composizione del 1953, che viene considerata il primo pezzo di musica elettronica mai scritto, per rendersi conto di come tutto ritorni negli anni – e non solo in forma di revival di un qualche genere – a confermarci infine che gli strumenti sono davvero estensioni dei sensi che riescono a trasportarci in territori altrimenti impraticabili.

