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Archivio per febbraio 19, 2026

Da Roma al cuore della Sardegna, con Julian Cope | Humans vs Robots


Un’intervista a Julian Cope, musicista psichedelico di quarant’anni fa sopravvissuto all’acido (non come Syd Barrett) da cui ha preso una sensibilità notevole al mondo sottile, alle linee energetiche, alle essenze sciamane che ci sono intorno; un estratto della chiacchierata, anzi, dell’empatia:

Appuntamento a Paulilautino, centro della Sardegna, pozzo sacro di Santa Cristina. Un luogo dalla potente valenza spirituale con evidenti rimandi all’archeo-esoterismo frequentato con profitto da Cope, esperto delle ley-lines che attraversano il pianeta come punti cardinali di un inconscio collettivo magico e misterioso. Il posto è oggettivamente vibrante: un monumento nuragico con le pietre che lo circondano a forma di vulva, e al centro una struttura arcaica a forma circolare, sormontata da una tholos che somiglia davvero a un “collo uterino”. Pochi gradini verso il basso, entrando direttamente nella terra ci si affaccia sul fondo del pozzo, la cui acqua si illumina grazie all’angolazione del sole nel giorno del solstizio d’estate. Cope ci diede appuntamento nella data dell’equinozio per un’esperienza davvero lisergica, perché la luce nell’acqua crea effetti stranianti: ti affacci e scorgi la tua immagine capovolta. Così, all’improvviso, mi apparve Julian a testa giù dentro la cavità di Santa Cristina.
Sempre magrissimo, altissimo, con un cappellone da cowboy, stivaloni, gilet in pelle. E incredibilmente sorridente: «Ma che magnifica giornata, che incredibile circostanza. È veramente un sogno trovarci qui», disse polverizzando ogni mia ansia. L’aria era immobile, caldo insopportabile, neppure un filo d’ombra. Cope, simile a uno stregone felice, uno sciamano con i capelli lunghi e biondastri, un extraterrestre uscito da un negozio di antiquariato, era lì senza una goccia di sudore a magnificare «il passaggio della stagione propiziato dalla dea fenicia Tanit, signora della fertilità».
C’erano alcuni turisti, pochi in realtà, ma troppi per Julian. Uno in particolare parlava a voce alta: «Tedesco.» commentò Julian, «Io non suono in Germania, non ci vado, mi piace la loro musica ma non quella gente. E ora spostiamoci, troviamo uno spazio alla nostra altezza», disse indicando le macchine.
Sperai proponesse di raggiungere le coste bellissime dell’Oristanese. Is Arutas, ad esempio, proprio sulla punta della penisola del Sinis con quella spiaggia pazzesca, bianca come un manto di chicchi di riso. Ma Julian pretese di andare verso l’interno, verso Borore, luogo selvaggio, deserto, noto solo a lui.
La Tomba di Imbertighe: «Ecco» ci spiegò, «qui si percepiscono le tracce degli dèi, qui c’è il respiro che unisce l’alto al basso, le divinità agli uomini, i giganti e le vedette sui Nuraghi. Ho cercato di raccontare tutto questo nel mio libro The Megalithic European, con due capitoli dedicati alla Sardegna e alla Sicilia, ma ogni volta che torno nelle vostre isole trovo altri indizi, nuove ispirazioni. Non amo i templi, i templi chiudono, serrano, bloccano. Vado alla ricerca di particolari invisibili, soprattutto pietre, le pietre parlano».
Chiesi: «E la tua musica in che modo parla Julian?». Risposta: «Il rock’n’roll deve essere squilibrato. E poi più tempo passa e più mi sento un barbaro. Oltre che un idiota e un eretico protetto dalla croce di San Pietro capovolta e da quattro mori bendati, simbolo della bandiera sarda. Adoro l’idea del dio con le mani legate, rimanda all’idea di caos sotto controllo. Il ruolo dell’artista è proprio quello di liberare questa energia. L’artista è come un fuorilegge: deve conoscere la legge per infrangerla!».
Intanto trovammo un ristorantino e infrangemmo il digiuno. Ricordo che Cope ordinò una gigantesca insalata. «Sono fieramente vegetariano. Berrei volentieri la birra Ichnusa, ma è meglio l’acqua per mantenersi lucidi», ci spiegò attaccando un pomodoro. «Mantenersi lucidi». Sembrava una battuta comica detta da lui che ci raccontava i temi stupefacenti di Uno Tre Uno – Viaggio Hooligan Gnostico Sulle Strade Della Sardegna E Del Tempo. «Il protagonista si chiama Rock Section, compie un viaggio di 10 mila anni per tornare sull’isola sarda e capire cosa sia realmente accaduto durante i Mondiali di Italia 90, ma quando arriva per seguire le partite dell’Inghilterra viene rapito».

Avrei voluto sapere altro, molto altro, parlare della sua discografia e delle grandi citazioni sonore che contiene pur mantenendosi così originale e unica, avrei voluto conoscere l’esatta identità delle 20 Mothers e il valore delle donne nella sua vita pazza e irrituale, o come si sopravvive dal Galles a Liverpool frequentando ogni lato selvaggio, ogni bassofondo dell’anima, e la passione per il krautrock, il rumorismo giapponese, le letture colte, il paganesimo pre-cristiano e se i cerchi di pietra di Avebury erano simili a quelli di Paulilatino. Ma Cope aveva fretta di andare altrove, setacciare la Barbagia, osservare il cielo immenso che avvolge la Sardegna come una coperta tesa tra la luna e il Mediterraneo. Ci salutammo tra baci e abbracci.
«Julian do you remember Rome?», chiesi infine mentre come un sacerdote primitivo spariva verso il tramonto. «Rome? Yeah. Too much modern».

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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