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Archivio per Chris Burden

Dove la performance art incontra lo Yoga – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che tracce le empatie tra Arte e Yoga, tra espressioni di sé e l’olistico; un estratto:

Un’indagine sul confine tra dolore fisico e ascesi spirituale, dove le performance estreme di Chris Burden dialogano con la millenaria sapienza dello yoga. Attraverso il superamento dei limiti corporei, emerge una verità inedita: l’incarnazione non è un limite funzionale, ma un oceano atemporale da esplorare per risvegliare forze vive e silenziose.

Chris Burden è stato un artista statunitense (1946-2015). Una parte consistente del suo lavoro è focalizzata su esperienze attraverso il corpo. Si tratta di esperienze radicali, sia per lui stesso che per il pubblico, capaci di interrogare il mistero dell’incarnazione, con tutto il suo portato fisico, neuronale, emotivo, collettivo. Burden sembra voler creare per sé la possibilità di vedere cosa c’è al di là dei comuni limiti che la corporeità spontaneamente implica, e in questo si intravede un germe di trascendenza.
In White Light/White Heat per esempio, Burden rimase invisibile, su una piattaforma elevata alla Ronald Feldman Gallery a New York, per ventidue giorni, isolato, digiunando e bevendo solo succo di sedano, noto per le sue proprietà calmanti sul sistema nervoso e cardiovascolare. Il titolo della performance proveniva da una canzone di John Cale, cantata dai Velvet Underground, che parlava degli effetti dell’eroina. Burden, attraverso una pratica ascetica calibrata, provava a ottenere effetti simili a quelli dell’assunzione della droga: rallentare il ritmo respiratorio e cardiaco, abbassare la temperatura corporea, restringere le pupille, e indurre un’indifferenza nei confronti di dolore, paura, fame e freddo. La piattaforma, bianca, era posta in alto così che Burden, da steso, risultava del tutto invisibile al pubblico che, entrando, avrebbe potuto pensare di trovarsi semplicemente di fronte a una scultura minimalista.

Tuttavia, il fatto di sapere che Burden era presente nella stanza, alterava completamente l’esperienza.

Questa performance non produceva nulla da vedere in senso classico eppure il pubblico, sapendo che l’artista, non visto, stava abitando il luogo in una condizione di deprivazione sensoriale e di isolamento fisico, era costretto ad affinare sensi e percezioni per avere la “temperatura” della situazione e sentire se qualcosa di pericoloso o di inquietante stava avendo luogo. Si produceva dunque, nel pubblico, un’attivazione propriocettiva non ordinaria, più porosa rispetto al normale filtraggio degli stimoli che la propriocezione normalmente comporta: un’attivazione inedita dei recettori al fine di captare Burden, fino al limite del crearlo, attraverso gli stimoli suggestivi offerti.

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