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Minneapolis come laboratorio della post-verità – L’INDISCRETO
17 gennaio 2026 alle 13:13 · Archiviato in Disumano, Sociale and tagged: Distopia, Donald Trump, Fascismo, Infection, J.D. Vance, Jonathan Ross, Renee Nicole Good, Repressioni, USA
In un’epoca in cui diverse narrazioni sono in guerra, la realtà è sopravvalutata: a convincerci è, come sempre, la storia che vogliamo ascoltare.
Questa la chiosa su un articolo dell’Indiscreto che analizza le violenze degne di ben altro regime – ma il discorso qui si farebbe lungo, ne parleremo in a parte – che le forze speciali statunitensi ICE commettono, con orrore e determinazione disumana, nei confronti di chi ritengono immigrati (una colpa colossale, il culmine della diversità che va sempre e comunque condannata, perché il Mercato fiaccato dalla pandemia ha bisogno di ripartire forte, di concentrarsi sugli elementi forti del businness). Un altro estratto, che analizza l’orrore dell’uccisione di Renee Nicole Good:
Il Vicepresidente J.D Vance ha adottato una strategia diversa, affermando, senza alcun fondamento che Good apparteneva a una rete più ampia di attivisti che progettavano “di attaccare, di doxare e di aggredire” le forze dell’ordine federali, criticando i media per aver parlato dell’agente senza empatia e dicendo che Good è morta per la propria ideologia. È a dir poco allarmante se a riscrivere la realtà è un apparato statale, con la consapevolezza che la narrazione “ufficiale” ha un peso ben diverso di qualsiasi prova e testimone. Il sindaco dem di Minneapolis Jacob Frey non ha fatto molti giri di parole, definendo la versione dell’amministrazione “narrazione spazzatura”. “L’Ice dovrebbe “andarsene da Minneapolis”, ha aggiunto.
Chi supporta queste violenze non cambierà idea nemmeno di fronte all’evidenza più lampante, perché, pur se non lo ammetterà esplicitamente, ritiene che queste violenze siano in qualche modo giustificate se la si pensa diversamente da Trump e si fida ciecamente della narrazione dominante che chiama terrorista una madre di 37 anni disarmata che voleva tornare a casa sua.
Ad aumentare la confusione sui social media sono stati alcuni deepfake, indirizzati sia contro la vittima che contro l’agente. Il giornalista del Washington Post Drew Harwell ha pubblicato un video sulle immagini generate dall’intelligenza artificiale (in particolare Grok su X) che rimuovevano la maschera dell’agente dell’ICE Jonathan Ross divenute virali sui social media, prima che fosse identificata la sua vera identità. I generatori di immagini non sono in grado di smascherare le persone, possono infatti solo basarsi su dati del passato già acquisiti, dunque questo genere di utilizzo è privo di senso.
I commentatori politici di Fox News (ma anche di ambienti più moderati, sia in Europa che oltreoceano) che parlavano di nuovo fascismo in riferimento a iniziative definite dittatura del politicamente corretto, adesso spiegano che chi non obbedisce agli agenti mette consapevolmente a rischio la sua vita. Nel mentre i commentatori esaltano l’attacco di Trump al Venezuela e celebrano i manifestanti iraniani contro il sanguinario regime dittatoriale in Iran ergendosi a paladini della libertà, come se le violenze delle autorità iraniane fossero diverse da quelle statunitensi. I diritti umani e la libertà, del resto, valgono solamente in funzione della propria visione geopolitica.
A creare un “clima infame” a Minneapolis, come riassunto da Francesco Marino nella newsletter Culture Wars, ha contribuito anche l’ecosistema mediatico dei creator al servizio dell’estrema destra, che adesso sta amplificando le diffamazioni contro Renee Nicole Good. Lo scorso dicembre, lo youtuber MAGA Nick Shirley pubblica, un video in cui “smaschera” presunte frodi in una serie di asili nido somali a Minneapolis, di cui in realtà FBI erano a conoscenza da anni, ma che in ogni caso diventano la scusa perfetta perfetta per attaccare il governatore del Minnesota Tim Walz, bloccare i fondi federali e inviare migliaia di agenti dell’ICE a Minneapolis.
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