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Archivio per J.D. Vance

Il Messianismo oscuro del movimento MAGA – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un interessante articolo di Gary Lachman che riguarda da vicino Trump e la sua feroce distopia, talmente disumana da rasentare l’inumano, con risvolti che richiamano violentemente la Germania di un secolo fa; un corposo estratto:

Tra condanne penali, attentati miracolosi e simbologie magiche, il secondo mandato di Donald Trump delinea un futuro che sembra uscito da una distopia. L’analisi esplora come il “Project 2025” e il nazionalismo cristiano stiano trasformando gli Stati Uniti in un esperimento teocratico e tecnocratico. Un viaggio nei meandri di una “politica occulta” dove il sacro e il potere si fondono per preparare la fine del mondo.

Per i sostenitori di Trump, i tanti che fanno parte del movimento maga – che è un’organizzazione tanto religiosa e spirituale quanto politica – non è una sorpresa che il tycoon sembri inarrestabile, e che frantumi qualsiasi ostacolo al suo passaggio. Loro ferma convinzione è che a Trump sia stata affidata, da Dio stesso, una missione divina, e che nulla potrà fermarlo dal realizzarla. Di che missione si tratta? Riportare gli Stati Uniti, sprofondati nel peccato e nella consunzione a causa di decenni di pensiero “progressista”, alle proprie radici cristiane. Trump farà “tornare grande l’America”, e lo farà nel nome del Signore.
Può sembrare strano che quello stesso personaggio salito al potere grazie alla verosimile influenza di strumenti occulti, si identifichi ora con il Signore giusto e retto dell’evangelicalismo. Ma il diavolo, lo sappiamo, è in grado di citare le scritture, e Trump stesso non si è mai fatto problemi a usare chi, per un tornaconto personale, gli stava attorno, e a disfarsene quando necessario. Il suo apparente sodalizio con il cristianesimo evangelico potrebbe quindi essere solo una mossa strategica.
Eppure, per tutti coloro che lo considerano un salvatore non c’è alcun dubbio. Qualsiasi perplessità residua è stata spazzata via nel luglio del 2024 quando, durante un comizio elettorale, Trump è sopravvissuto a un attentato. Il presidente ha girato la testa nel momento esatto in cui il proiettile avrebbe dovuto colpirlo, e così è rimasto solo ferito a un orecchio. La foto di Trump insanguinato che si alza tra la folla di agenti del Secret Service e, con il pugno al cielo e la bandiera americana a sventolare dietro di lui, urla “Fight! Fight!”, è ovviamente diventata subito virale. Eppure, devo ammettere che non appena la vidi mi venne naturale pensare fosse tutto organizzato. Era semplicemente perfetta, e mi ricordava moltissimo la famosa fotografia scattata da Joe Rosenthal ai marine che issano la bandiera degli Stati Uniti a Iwo Jima, durante la Seconda guerra mondiale. Lo scatto è diventato “iconico”, secondo l’uso improprio che oggi facciamo di questo termine abusato, ma non sappiamo ancora nulla sul presunto assassino di Trump né sulla ferita all’orecchio. Queste ambiguità hanno dato adito a teorie cospirazioniste, secondo le quali l’intera vicenda era stata architettata per presentare Trump come un eroe impegnato nella dura lotta contro le forze del male del Deep State. Il fatto che Trump stesso abbia inaugurato l’epoca delle fake news e dei fatti alternativi – come illustrato nel presente libro – rafforza l’idea, sostenuta da alcuni, che questo attentato, e quello di un paio di mesi dopo, rientrino in una precisa macchinazione politica.

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Minneapolis come laboratorio della post-verità – L’INDISCRETO


In un’epoca in cui diverse narrazioni sono in guerra, la realtà è sopravvalutata: a convincerci è, come sempre, la storia che vogliamo ascoltare.

Questa la chiosa su un articolo dell’Indiscreto che analizza le violenze degne di ben altro regime – ma il discorso qui si farebbe lungo, ne parleremo in a parte – che le forze speciali statunitensi ICE commettono, con orrore e determinazione disumana, nei confronti di chi ritengono immigrati (una colpa colossale, il culmine della diversità che va sempre e comunque condannata, perché il Mercato fiaccato dalla pandemia ha bisogno di ripartire forte, di concentrarsi sugli elementi forti del businness). Un altro estratto, che analizza l’orrore dell’uccisione di Renee Nicole Good:

Il Vicepresidente J.D Vance ha adottato una strategia diversa, affermando, senza alcun fondamento che Good apparteneva a una rete più ampia di attivisti che progettavano “di attaccare, di doxare e di aggredire” le forze dell’ordine federali, criticando i media per aver parlato dell’agente senza empatia e dicendo che Good è morta per la propria ideologia. È a dir poco allarmante se a riscrivere la realtà è un apparato statale, con la consapevolezza che la narrazione “ufficiale” ha un peso ben diverso di qualsiasi prova e testimone. Il sindaco dem di Minneapolis Jacob Frey non ha fatto molti giri di parole, definendo la versione dell’amministrazione “narrazione spazzatura”. “L’Ice dovrebbe “andarsene da Minneapolis”, ha aggiunto.
Chi supporta queste violenze non cambierà idea nemmeno di fronte all’evidenza più lampante, perché, pur se non lo ammetterà esplicitamente, ritiene che queste violenze siano in qualche modo giustificate se la si pensa diversamente da Trump e si fida ciecamente della narrazione dominante che chiama terrorista una madre di 37 anni disarmata che voleva tornare a casa sua.
Ad aumentare la confusione sui social media sono stati alcuni deepfake, indirizzati sia contro la vittima che contro l’agente. Il giornalista del Washington Post Drew Harwell ha pubblicato un video sulle immagini generate dall’intelligenza artificiale (in particolare Grok su X) che rimuovevano la maschera dell’agente dell’ICE Jonathan Ross divenute virali sui social media, prima che fosse identificata la sua vera identità. I generatori di immagini non sono in grado di smascherare le persone, possono infatti solo basarsi su dati del passato già acquisiti, dunque questo genere di utilizzo è privo di senso.
I commentatori politici di Fox News (ma anche di ambienti più moderati, sia in Europa che oltreoceano) che parlavano di nuovo fascismo in riferimento a iniziative definite dittatura del politicamente corretto, adesso spiegano che chi non obbedisce agli agenti mette consapevolmente a rischio la sua vita. Nel mentre i commentatori esaltano l’attacco di Trump al Venezuela e celebrano i manifestanti iraniani contro il sanguinario regime dittatoriale in Iran ergendosi a paladini della libertà, come se le violenze delle autorità iraniane fossero diverse da quelle statunitensi. I diritti umani e la libertà, del resto, valgono solamente in funzione della propria visione geopolitica.
A creare un “clima infame” a Minneapolis, come riassunto da Francesco Marino nella newsletter Culture Wars, ha contribuito anche l’ecosistema mediatico dei creator al servizio dell’estrema destra, che adesso sta amplificando le diffamazioni contro Renee Nicole Good. Lo scorso dicembre, lo youtuber MAGA Nick Shirley pubblica, un video in cui “smaschera” presunte frodi in una serie di asili nido somali a Minneapolis, di cui in realtà FBI erano a conoscenza da anni, ma che in ogni caso diventano la scusa perfetta perfetta per attaccare il governatore del Minnesota Tim Walz, bloccare i fondi federali e inviare migliaia di agenti dell’ICE a Minneapolis.

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