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Archivio per gennaio 23, 2026

Carmilla on line | Un decennio da infarto: storia controculturale dei Novanta


Su CarmillaOnLine la recensione a “Novanta”, di Valerio Mattioli, edito da Einaudi, che narra le esperienze di Valerio nel suburbio sociale che ruota attorno ai centri sociali e alle ideologie di confine, in Italia, negli anni Novanta. Un estratto:

Parlare dei pregi di “Novanta. Una controstoria culturale” di Valerio Mattioli, significa sottolineare innanzitutto la fluidità e l’asciuttezza della sua scrittura che rendono facilmente divorabile un libro di più di 500 pagine. Insomma, Valerio Mattioli scrive senza fronzoli. Attraverso il suo racconto, chi scrive ha avuto modo di conoscere una serie di interessanti dibattiti e di composite “scene” (soprattutto rap e hardcore) che sono stati un prodotto della controcultura negli anni Novanta e allo stesso tempo, un fertile humus per chi ne ha seguito il percorso. Non stupisce la conoscenza dell’argomento, d’altronde la produzione di Mattioli è principalmente incentrata sulla musica come testimoniano “Superonda. Storia segreta della musica italiana” (Baldini e Castoldi, 2016) e “Exmachina” (Minimum Fax, 2022). I riferimenti alle arti visive, al fumetto, al teatro d’avanguardia e alla sperimentazione video che emergono dal magmatico universo controculturale italiano restituiscono l’importanza di queste sperimentazioni e di questi progetti, ponendoli addirittura come anticipatori rispetto al mondo dell’arte mainstream.
Questo filone artistico-culturale che si snoda fra l’Isola nel Kantiere e l’Officina 99, il Leoncavallo e l’El Paso e che conferisce valore a questo caleidoscopico panorama, è affiancato ad un altro filone di carattere storico-politico. Nonostante Mattioli specifichi che il suo libro non è una storia dei Centri Sociali, allo stesso tempo dichiara che il proprio obiettivo, forse più ambizioso, è quello di fare una storia degli anni Novanta «attraverso le lenti» dei Centri Sociali prendendo in considerazione fenomeni, scene, culture e linguaggi e portando anche alcuni commentatori a definirlo un tentativo di “storicizzazione”.
Alcune sviste potrebbero far indispettire i creatori (romani!) della rete “Okkupanet” o gli ex della bolognese “Rete Contropiani” che nel giugno 2000 organizza le contestazioni contro una riunione dell’OCSE sotto le Due Torri (ben prima del Global Forum partenopeo). O ancora i creatori dello European Counter Network (ECN), la rete di BBS legata ai Centri Sociali nata in concomitanza con l’“Area Cyberpunk”, riferimento di Decoder, e che viene menzionata in poche righe, tralasciando la sua esistenza pre-Internet che risale al 1989. Al netto di ciò, la dimensione politica, presente anche nella parte artistica, viene spesso lasciata senza conclusioni e l’analisi politica della fase (certamente non l’obiettivo del libro, ma inevitabile non prenderla in considerazione), rimane spesso monca e basata su affermazioni discutibili (vedi la definizione di “Autonomia Operaia”) o luoghi comuni.

Sobrietà


L’ascesa verso il simbolo esteso è un cadenzato di poche pretese quantiche, limitare il proprio ventaglio di possibilità vibrazionali è una scelta di sobrietà.

“Mi irrita quando Dave canta Wish You Were Here”: Roger Waters e la guerra che non finisce mai – Flaming Cow


Su FlamingCow un’interessante (e quando mai non lo è) intervista a Roger Waters, dove attacca sì il suo vecchio compagno floydiano Gilmour, ma perché con la sua indolenza è parte di tutto il sistema di controllo economico mondiale, lo accusa di non capire il senso delle canzoni che lui ha scritto decenni fa; un estratto:

C’è una frase, nell’intervista che Roger Waters ha rilasciato ieri al Fatto Quotidiano, che ti colpisce come un pugno nello stomaco. Anzi no, più come una di quelle verità scomode che preferiresti non sentire durante una cena tra amici, perché sai già che rovinerà l’atmosfera. Eccola: quando sente David Gilmour cantare Wish You Were Here, Roger si irrita. Non perché Dave la canti male – sarebbe ridicolo anche solo pensarlo. Si irrita perché, sostiene Waters, Gilmour non ha mai capito di cosa parlassero davvero le sue canzoni.
Cinquant’anni. Sono passati cinquant’anni da quando quel brano è uscito, e Waters sta ancora lì a rivendicare la paternità intellettuale di quelle parole, a difendere il vero significato contro chi, secondo lui, l’ha trasformato in qualcosa d’altro. È straziante, se ci pensi. Ma è anche tremendamente coerente con tutto quello che Roger Waters è sempre stato.
Perché l’intervista al Fatto non è la solita chiacchierata nostalgica con un vecchio rockstar. Waters non è lì per vendere un vinile rimasterizzato o raccontare aneddoti divertenti sugli Abbey Road Studios. No, Roger è lì per fare quello che fa da una vita: disturbare. Provocare. Costringerti a guardare cose che preferiresti ignorare. E stavolta lo fa con una lucidità che fa quasi paura, applicando le sue vecchie liriche al disastro geopolitico del 2026 come se fossero state scritte ieri mattina.

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La narrazione attraverso tempi e popolo fatato, quando il continuum collassa di continuo storie nuove…

(ph. Silvia Minguzzi)

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