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Archivio per febbraio 25, 2026

Dannoso, probabilmente


Ti esprimi seguendo un’onda di profondità che non riesci a cogliere, come se galleggiassi su cognizioni mai schiuse: il tuo diffonderti nel continuum è vacuo, quasi inutile, probabilmente dannoso.

L’inferno oltre l’orizzonte degli eventi | Fantascienza.com


Su Fantascienza.comDelos273 – un articolo di Andrea Cattaneo sul topic esplorato dal film “Event Horizon”, di circa trent’anni fa, che lasciava però fumoso il discorso di cosa ci fosse oltre l’orizzonte, oltre la frontiera; l’incipit:

L’inferno non è qui fuori, l’inferno è dentro di noi. È questo il mantra che ripetono a turno gli astronauti a bordo della nave spaziale Event Horizon. A qualcuno forse questo nome suonerà nuovo, ma la Event Horizon è una delle navi spaziali più iconiche della fantascienza horror: il primo vascello dotato di un motore in grado di superare i limiti della velocità della luce, scomparso nel nulla durante il suo viaggio inaugurale e riapparso dopo 7 anni alla deriva, nell’atmosfera alta di Nettuno.
I fatti che seguono il tentativo di recupero della nave sono raccontati nell’omonimo film (in Italia Punto di non ritorno, 1997, regia di Paul W. S. Anderson). L’ingegnere che aveva creato il “motore gravitazionale”, un bravissimo Sam Neill, guida una missione che finisce in un massacro. Il suo congegno infatti non funziona come aveva pensato lui (o forse sì…), se azionato apre un portale per un’altra dimensione molto simile all’inferno. E, a quanto scopriamo, gli abitanti di quest’altra dimensione non attendono tranquilli le nostre mosse. Sono in grado di riattivare il motore gravitazionale, possono influenzare e sconvolgere le menti degli sventurati astronauti e tormentarli con allucinazioni orrorifiche.
Event Horizon è un film maldestro, con una sceneggiatura capace di creare un senso d’attesa angosciante, ma incapace di soddisfare tutte le curiosità dello spettatore (non si vedrà mai la misteriosa dimensione infernale dall’altra parte del portale), derivativo in molte sue trovate. L’inferno nel quale piombano gli astronauti, per esempio, è caratterizzato da una estetica body horror che richiama molto Hellraiser.
L’idea di unire una catabasi, una storia di discesa all’inferno, con la fantascienza dei viaggi nello spazio mi ha sempre affascinato. Tutta la pseudoscienza, che in molte storie di fantascienza ci permetterebbe di superare i limiti della fisica einsteiniana, mi è sempre sembrata pericolosissima. Giocare con il tessuto stesso dell’universo ha implicazioni filosofiche e anche spirituali che poche storie affrontano.

Fino a qualche giorno fa, chi come me considerava questo sfortunato film un piccolo cult che avrebbe potuto essere un capolavoro, era rimasto con moltissime domande e poche risposte. Una su tutte: quindi come è fatto l’inferno? La mini-serie a fumetti (5 numeri) Event Horizon: Dark Descent (20026, IDW Publishing) finalmente dà le risposte che cercavo. Cosa hanno trovato gli astronauti durante il viaggio inaugurale della nave?
Il motore gravitazionale non li ha portati vicini a Proxima Centauri come previsto, ma nelle interiora di una specie di organismo galattico. Lo spazio quindi è fatto di carne e sangue e questo basterebbe a spiegare lo stato di grande agitazione e ansia in cui precipita tutto l’equipaggio. Ma non è finita qui.
Il motore gravitazionale ha attirato l’attenzione di una creatura che si fa chiamare Paimon. L’aspetto è quello di un diavolo e anche i modi non sono amichevoli. Paimon sale a bordo della Event Horizon attraverso il motore gravitazionale con l’intenzione di impossessarsi della nave. Ha poteri psicocinetici, è in grado di fare emergere i sensi di colpa dei membri dell’equipaggio e guidarli verso la follia. Ecco spiegato il mantra iniziale: l’inferno è dentro di noi: ll massacro sulla Event Horizon è in gran parte autoinflitto, è l’equipaggio stesso che vuole espiare le proprie colpe e lo fa attraverso il dolore fisico.
Il fumetto si conclude con la spiegazione più importante: perché il personaggio di Sam Neill ha costruito il motore gravitazionale? Cosa cercava di raggiungere? Proxima Centauri o l’Inferno dove pensava di ritrovare sua moglie morta suicida, e quindi fuori dalla grazia di Dio?

La dea cinese Mazu: dea cinese del mare del sud | Iridediluce


Su IrideDiLuce un’altra dèa che è divenuta tale dopo una certificata storia “mortale”, la cinese Mazu, del pantheon taoista, che testimonia come un archetipo (che precede lo status di divinità) sia la stratificazione di un mito, di una leggenda, di un esempio vitale; un estratto:

La dea cinese Mazu ha molti nomi e titoli. Conosciuta in diverse regioni come Matsu, Ma-Tsu, A-ma, Tianhou e altri nomi, ha numerosi titoli, tra cui “Kuan Yin del Mare del Sud”, “Figlia del Drago” e “Imperatrice del Cielo”.
La dea cinese Mazu occupa un posto significativo nella cultura cinese. Scopri le origini, i templi e le celebrazioni dedicate a questa figura divina. La leggenda e la storia di Mazu risalgono a secoli fa. Le storie della Dea Mazu giungono a noi in un modo insolito. Di solito, quando desideriamo esplorare i miti delle donne leggendarie che chiamiamo dee, dobbiamo consultare le opere di poeti e filosofi, storici e antropologi. Ma antichi editti governativi, documenti giudiziari, scritture taoiste e persino registri di navigazione raccontano le storie della giovane ragazza e della dea che divenne. La dea Mazu, anche dopo un millennio, è probabilmente una delle più venerate al mondo. Ci sono oltre 1.500 templi attivi e 100 milioni di devoti in tutto il mondo.
I templi dedicati a Mazu sono luoghi sacri per il culto e il pellegrinaggio, e vantano un’architettura e un’arte straordinarie. L’influenza di Mazu si estende a vivaci celebrazioni e festival, come il Mazu Festival e le processioni colorate. Oggi Mazu continua a rivestire un ruolo rilevante, in particolare a Taiwan e nella Cina continentale, garantendo la conservazione della sua eredità come patrimonio culturale immateriale.

Konstantin Ciolkovskij: alle origini del pensiero spaziale moderno | Fantascienza.com


Su Delos273, un post dedicato a Konstantin Ciolkovskij, cosmista russo dalla importante visione cosmica. Un estratto chiarificatore:

Per i cosmisti, l’universo non è un insieme casuale di eventi, ma un sistema razionale e dinamico, attraversato da una legge evolutiva che conduce la materia verso forme sempre più complesse di vita, coscienza e intelligenza. In questo contesto si colloca l’incontro, decisivo sul piano intellettuale, tra Ciolkovskij e il pensiero di Nikolaj Fëdorov, il bibliotecario filosofo anche definito il Socrate Moscovita, considerato il fondatore del cosmismo. Pur non essendone stato allievo diretto, Ciolkovskij entrò in contatto con le sue idee negli anni a Mosca, facendo di questo incontro uno dei pilastri della propria visione del mondo: l’umanità ha una responsabilità attiva nei confronti del cosmo e il progresso scientifico deve essere orientato all’evoluzione della specie.
Tale visione, come mostrato da Silvano Tagliagambe in Dal caos al cosmo. Introduzione al cosmismo russo, a oggi uno degli ultimi studi in lingua italiana dedicato al movimento russo e uno dei riferimenti fondamentali per la stesura di questo articolo, si fonda sul concetto di samozaroždenie, ossia autogenerazione. La materia, governata da leggi razionali, tende spontaneamente a organizzarsi in forme sempre più complesse, fino a generare la vita e l’intelligenza. In questa prospettiva, la Terra rappresenta solo una tappa intermedia. L’universo, vastissimo e antico, avrebbe prodotto altrove forme di intelligenza molto più evolute dell’uomo. Inoltre, come evidenziato dallo studio pubblicato nel 1995 sul Quarterly Journal of the Royal Astronomical Society, Ciolkovskij affrontò nei primi anni del novecento una domanda che diventerà celebre solo nel dopoguerra: se esistono civiltà extraterrestri, perché non ne osserviamo tracce?
La sua risposta, sorprendentemente moderna, anticipa nella sostanza di decenni sia il Paradosso di Fermi sia una delle sue soluzioni proposte più note ossia l’Ipotesi dello Zoo [1] (nonché la prima direttiva di Star Trek [3]): le intelligenze superiori, per ragioni etiche ed evolutive, volutamente sceglierebbero di non interferire con civiltà ancora immature come la nostra.
Il silenzio del cosmo non è quindi una negazione, ma un’attesa. L’umanità, segnata da conflitti e violenza, non sarebbe ancora pronta a un contatto diretto. Solo quando il genere umano avrà superato la propria condizione terrestre, diventando una specie interplanetaria capace di adattarsi a nuove condizioni fisiche e ambientali, potrà colmare tale distanza evolutiva.

Gianluca Becuzzi – The time is over


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