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Archivio per febbraio 23, 2026

Carmilla on line | Immaginari distopici contemporanei. Economia, lavoro e ambiente. Potere, conflitti e violenza


Su CarmillaOnLine una recensione di Gioacchino Toni a Immaginari distopici contemporanei, curato da Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini. Ovvero, come il pessimismo contemporaneo derivato dalla percezione di vivere in un mondo segnato dall’ingiustizia e dall’assenza di futuro abbia strutturato un immaginario distopico all’insegna del fatalismo e dell’arrendevolezza nei confronti del deteriorarsi della realtà attuale e prossima, un immaginario che non prospetta opzioni di lotta collettiva finalizzate ad alternative migliori; ovvero il “There Is No Alternative” dell’accoppiata infame e rappresentativa degli anni ’80 di Margaret Thatcher con Ronald Reagan: nel saggio, infatti, vari autori esaminano alcune letterature distopiche di genere e ne analizzano i contenuti sociali e comportamentali delle masse.
Vi invito a leggere l’articolo per assaporare meglio questi dettagli e per realizzare che nulla mai potrà cancellare l’elemento caotico da tutte le società più controllate possibili del futuro, cui potrà sempre sfuggire qualcosa.

 

A Oblivion, tra gioia ed empatia, panel e foto


Foto presa da Tania Cristofari prima del panel di OblivionII sull’antispecismo: Giuliana Misserville ha moderato me, Alda Teodorani e Claudio Kulesko in un’interessante disamina del mondo iperliberista che ci schiaccia sempre più violentemente.
Per quanto riguarda Oblivion, ho vissuto empatia e gioia sia al banco Kipple che in ogni altro angolo della Fiera, una grande festa che mi trova sempre impreparato ad accogliere il grande calderone degli incontri e dell’empatia che si genera, cose che fanno bene all’anima e anche al cuore, nonché alla creatività e alla gioia.
Grazie Oblivion, grazie D Editore e grazie a Tania che mi ha fotografato con grande professionalità, spontanea bellezza…

Esplora la grazia divina della dea Kuan Yin: svela i misteri | Iridediluce


Su IrideDiLuce un’interessante disamina di cosa può essere il buddismo, per me ancora un oggetto fumoso ma interessante soprattutto perché, alla fine, non mi pare proprio che risponda a dogmi assoluti né a monoteismi; un estratto sulla dèa Kuan Yin, che dimostra come una figura incarnata possa diventare archetipo, poi divinità:

La dea Kuan Yin, figura di spicco della mitologia buddista, emana una presenza divina che ha conquistato i cuori di molti. Le sue origini affondano nell’antica cultura cinese, dove è venerata come simbolo di compassione, misericordia e grazia divina. Le origini della dea Kuan Yin sono avvolte nella leggenda e nel mito. Secondo antichi racconti, un tempo era una principessa mortale di nome Miao Shan, vissuta durante la dinastia Tang.
Miao Shan era nota per la sua compassione e la sua dedizione nell’alleviare le sofferenze degli altri. Il suo cammino verso la divinità iniziò quando suo padre, il re, disapprovò la sua decisione di diventare suora e la costrinse a una vita di servitù in un monastero. Nonostante i duri trattamenti subiti, Miao Shan rimase compassionevole e dedita al suo cammino spirituale. Alla fine, la sua natura divina fu rivelata quando suo padre ne riconobbe la vera identità sulla cima di una montagna. Sopraffatto dal rimorso, si pentì e divenne suo discepolo. In un gesto di perdono, Miao Shan gli donò una pozione miracolosa che prometteva l’immortalità una volta consumata. Il re, ormai consapevole dello status divino della figlia, bevve l’elisir e divenne un devoto seguace di Kuan Yin.
L’immagine della Dea Kuan Yin racchiude un potente simbolismo che riflette i suoi attributi divini. È spesso raffigurata con mille occhi e mille braccia, a simboleggiare la sua onnipresenza e la capacità di aiutare innumerevoli esseri contemporaneamente. Attraverso la sua immagine e il suo simbolismo, Kuan Yin ci ricorda l’infinita compassione e saggezza che si possono trovare nell’universo. La sua immagine ispira i devoti a coltivare empatia, misericordia e amorevolezza verso tutti gli esseri.

 

Carmilla on line | Weird & ridefinizioni: ciascuno dia la propria risposta (Victoriana 62)


Su CarmillaOnLine una delle tante belle recensioni di Franco Pezzini a qualche brandello del Fantastico edito chissà quando, come, da chi, nulla che importi davvero perché poi la discussione vera e propria assume anch’essa i contorni del genere, e diventa metalettaratura: Arthur Machen, Il Cerchio Verde, uscito per i tipi di ProvidencePress.

“Hillyer non aveva intenzione di scivolare nel precedente stato di oscuro assorbimento nella miriade di studi, meditazioni e ricerche […] Avrebbe dedicato la sera, e magari buona parte della notte, al suo lavoro; il mattino, invece, si sarebbe mescolato tra la gente e avrebbe esplorato l’infinito mondo di Londra: di per sé, lo studio di una vita intera”.

Ma quando il flâneur Arthur Machen (1863-1947) scrive il suo ultimo romanzo Il Cerchio Verde (The Green Round), 1933, è ormai lontano dai tempi degli scritti più noti e giovanili memori di tanti vagabondaggi, Il gran dio Pan (The Great God Pan, 1894), I tre impostori (The Three Impostors, 1895) e La collina dei sogni (The Hill of Dreams, 1895-1897, pubbl. 1907) come dallo stesso pur maturo Il terrore (The Terror, 1917). È settantenne, e rivede la propria opera con qualche rincrescimento – gli pare troppa (confessa nell’autobiografia) l’enfasi spesa sull’oscurità e l’orrore – e del resto il mondo intorno è cambiato. Conclusa l’età vittoriana, chiuso anche il mondo pre – e post – Grande guerra sul cui sfondo collocare le proprie fantasie mistico-patriottiche (che, pur nella loro eleganza, ci sembrano molto più lontane degli spettri bellici alla Bierce), il vecchio simbolista deve avvertire un sapore di vago smarrimento. Non stupiscono certe sue manifestazioni di simpatia per un fascismo di cui in fondo non capisce granché, e gli pare romantico e misticheggiante contro l’incalzare del materialismo: non ha del resto elementi concreti per comprendere davvero disvalori e farabutti legati ai gagliardetti fascisti, ma un certo smarrimento deve coinvolgere tutto un orizzonte. E di questo smarrimento Il Cerchio Verde può offrire qualche indizio, al netto di un esito umanamente sapiente nella presa d’atto finale – prima di passare, negli ultimi anni, a una scrittura essenzialmente saggistica.
L’edizione apparsa per i tipi Providence Press – merita sottolineare – è meravigliosa. E non solo per l’elegante veste grafica, ma per la cura, la ricchezza critica e l’intelligenza da cui il volume (tanto più la versione estesa ora presentata) è connotato. Splendido e lucido l’ampio saggio postfattivo di Giacomo Ortolani al romanzo con un lussureggiante corpus di note, molto bello anche il corsivo finale di Gianfranco Calvitti a tre racconti di guerra macheniani meno noti – e degni d’interesse: La storia del sergente Richard Haughton, Il calvario di Azay, Il canto di guerra dei Gallesi. Meritorio soprattutto l’approccio che lascia alle spalle certe banalità trite e ritrite su Machen – eredi di tutto un filone di vecchie e ambigue proposte editoriali, magari strumentalmente ideologiche – per riportarlo allo specifico di un orizzonte letterario puro nel dialogo intenso con James, Wells, Kipling, Stevenson, Wilde, MacDonald, Lord Dunsany
Ed è bello leggere questo romanzo anche sul filo del dibattito sul weird. In un contesto di godibilissime frecciate al gusto moderno e insieme a un certo tradizionalismo brontolone, il povero Lawrence Hillyer, solitario studioso di cose “nascoste”, si trova costretto a trascorrere un periodo di relax a Porth, una località di villeggiatura sulla costa del Galles. Lì qualcosa di perturbante sembra però restargli attaccato addosso per incalzarlo a Londra, e scatenargli intorno una quantità di inquietanti fenomeni che fanno pensare ai casi strambi repertoriati da Charles Hoy Fort (1874-1932), autore di un certo successo in quegli anni. Casi che però, con approccio molto diverso, Machen rende occasione per riflessioni filosofiche – quei nessi causali tanto determinanti per una riflessione sul weird – e speculazioni su sogno, occulto, folklore e quelle che potremo chiamare sincronicità, traghettando a un finale in qualche modo aperto.
Il fatto è che, sembra dire Machen, gli approcci disciplinari ai misteri della realtà non sanno coglierne lo specifico: è tra gli interstizi che occorre riflettere in termini eziologici. Come ne Il gran dio Pan si svelano i corti limiti da un lato delle scienze sociali e dall’altro di una mitologia erudita vittoriana, così ne Il popolo bianco (The White People, 1904) – e in realtà anche in altre opere – si constata la fallacia di quegli studi positivistici di antropologia religiosa e folklore al tempo tanto apprezzati: e qualcosa del genere torna a proporsi qui. Che il raccapricciante bambino visto aggirarsi attorno a Hillyer o decisamente al suo fianco sia un’Ombra perturbante, o che sia piuttosto uno sfuggente membro del Piccolo Popolo – ma questi rappresentano solo nomina nuda – le caratteristiche delle azioni a quello imputabili, offerte come squisite affabulazioni di un elegantissimo narratore, coprono tutto il ventaglio tra l’atroce e il bizzarro, costringendo il lettore a rivedere le proprie categorie. Fino alla presa d’atto che ognuno debba offrire una propria “spiegazione” o lasciare aperto il caso. Dove in questione non è tanto una rinuncia, ma la riflessione sapienziale ormai matura su un imbarazzo radicale: un fantastico come incertezza e impossibilità di stabilire positivamente un esito che vede dialogare in qualche modo Todorov e Schrödinger, per insidiare la stessa efficacia delle categorie (delitti inspiegabili anche per poliziotti sussiegosi, poltergeist e altri fenomeni parapsichici, fate…) impegnate nel discettare del mistero. Il lavoro del vecchio Machen, la sua provocazione su una realtà che nessun bisturi può permetterci di notomizzare in modo completo, è ormai qui idealmente concluso.

Strane autoconsapevolezze


Le sorprese indagano gli interstizi per giustificare se stesse, mentre il crepitio del collasso dimensionale sfiora la consapevolezza quantica.

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