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2017: per una riscossa operaia in Italia | Ottobre


Su Lottobre un articolo sul JobsAct e sulle politiche iperliberiste e di finta economia che imperversano per l’Occidente in questo scorcio storico. Un estratto:

A due anni ormai dall’entrata in vigore del Jobs Act la situazione lavorativa non smette di degradarsi. E non è una questione che tocca i soli operai italiani. Mentre la legge ha banalizzato l’arbitrio padronale, facendo danni tra le classi popolari italiane, misure equivalenti sono state introdotte nel frattempo in Francia e in Belgio (la Loi Travail e la Loi Peters), al fine di imporre gli stessi standard al ribasso alle classi lavoratrici dei rispettivi Paesi.

In 2 anni, circa 50 milioni di lavoratori del continente sono stati così toccati da provvedimenti diretti a intaccare le più basilari condizioni di esistenza; una gigantesca escalation bellica operata dalle classi dominanti, caratterizzata da un’omogeneità che illustra come i legislatori intendano imporre un’agenda sfacciatamente anti-operaia col pretesto della crisi, e altresì indicativa del piano transnazionale su cui il Capitale europeo agisce.

Ricordiamo: la crisi, frutto delle contraddizioni esplose in seno all’economia reale che la bolla finanziaria non poteva più sostenere, si manifestò nel 2008 col collasso delle banche oberate da scartoffie senza valore. Essa nacque nel cuore dell’economia imperialista più avanzata, gli USA. L’interdipendenza finanziaria delle economie imperialiste fece sì che l’Europa fu travolta dall’onda. L’intervento miliardario degli Stati per ripianare i bilanci fragilizzati delle banche speculatrici deteminò l’indebitamento oltre misura degli stessi, che accompagnato dalla crescita atona causò l’esplosione del rapporto debito/PIL e il conseguente dissanguamento per ripagare gli interessi del debito. Gli interessi da ripagare a quei creditori, cioè i detentori di capitali sfuggiti alla tassazione progressiva e liberi da condizionamenti, responsabili e beneficiari in ultima istanza della crisi.

In questa infernale catena, come vediamo, non c’è spazio alcuno per trovare una responsabilità diretta o indiretta dei lavoratori e delle classi subalterne, ossia di coloro a cui si stanno facendo pagare le conseguenze di tale crisi. Ci hanno detto invece che la colpa è del popolo lavoratore, che ha vissuto sopra le proprie possibilità e che ora dobbiamo subire austerità e violenza padronale. Un approccio moralistico che in verità nasconde un fattore materiale banale quanto sostanziale e mistificato: le masse popolari devono pagare per tutelare i privilegi dell’illustre minoranza che ci ha messo in questa situazione.

Questa è la narrazione ideologica usata per permettere alle aziende, monopoli e gruppi finanziari in difficoltà di sostenere i profitti – cioè versare dividendi agli azionisti – in un momento in cui altre vie per riattivare il processo di accumulazione capitalistica stentano a farsi largo. Aspettando qualcosa o qualcuno, si spremono i mercati interni sfruttandoli più intensamente, e si cerca la guerra per aprire nuovi mercati esteri.

L’onda lunga delle direttive UE che travolge i diritti del lavoro e gli stipendi su scala continentale si abbatte senza pietà; contro di essa le classi operaie francesi e belghe hanno nel 2016 cercato di opporre fiera resistenza. Quella italiana deve prendere quest’anno il testimone, la solidarietà proletaria e l’internazionalismo lo impongono.

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