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NeXT Hyper ObscureArchivio per gennaio 24, 2026
Dove la performance art incontra lo Yoga – L’INDISCRETO
Su L’Indiscreto un articolo che tracce le empatie tra Arte e Yoga, tra espressioni di sé e l’olistico; un estratto:
Un’indagine sul confine tra dolore fisico e ascesi spirituale, dove le performance estreme di Chris Burden dialogano con la millenaria sapienza dello yoga. Attraverso il superamento dei limiti corporei, emerge una verità inedita: l’incarnazione non è un limite funzionale, ma un oceano atemporale da esplorare per risvegliare forze vive e silenziose.
Chris Burden è stato un artista statunitense (1946-2015). Una parte consistente del suo lavoro è focalizzata su esperienze attraverso il corpo. Si tratta di esperienze radicali, sia per lui stesso che per il pubblico, capaci di interrogare il mistero dell’incarnazione, con tutto il suo portato fisico, neuronale, emotivo, collettivo. Burden sembra voler creare per sé la possibilità di vedere cosa c’è al di là dei comuni limiti che la corporeità spontaneamente implica, e in questo si intravede un germe di trascendenza.
In White Light/White Heat per esempio, Burden rimase invisibile, su una piattaforma elevata alla Ronald Feldman Gallery a New York, per ventidue giorni, isolato, digiunando e bevendo solo succo di sedano, noto per le sue proprietà calmanti sul sistema nervoso e cardiovascolare. Il titolo della performance proveniva da una canzone di John Cale, cantata dai Velvet Underground, che parlava degli effetti dell’eroina. Burden, attraverso una pratica ascetica calibrata, provava a ottenere effetti simili a quelli dell’assunzione della droga: rallentare il ritmo respiratorio e cardiaco, abbassare la temperatura corporea, restringere le pupille, e indurre un’indifferenza nei confronti di dolore, paura, fame e freddo. La piattaforma, bianca, era posta in alto così che Burden, da steso, risultava del tutto invisibile al pubblico che, entrando, avrebbe potuto pensare di trovarsi semplicemente di fronte a una scultura minimalista.Tuttavia, il fatto di sapere che Burden era presente nella stanza, alterava completamente l’esperienza.
Questa performance non produceva nulla da vedere in senso classico eppure il pubblico, sapendo che l’artista, non visto, stava abitando il luogo in una condizione di deprivazione sensoriale e di isolamento fisico, era costretto ad affinare sensi e percezioni per avere la “temperatura” della situazione e sentire se qualcosa di pericoloso o di inquietante stava avendo luogo. Si produceva dunque, nel pubblico, un’attivazione propriocettiva non ordinaria, più porosa rispetto al normale filtraggio degli stimoli che la propriocezione normalmente comporta: un’attivazione inedita dei recettori al fine di captare Burden, fino al limite del crearlo, attraverso gli stimoli suggestivi offerti.
Davide Luciani & Jorge Quintela – The Right Half | Neural
[Letto su Neural]
Sono sequenze assai crude e spettrali quelle che ci accolgono in “Over the last land” – prima traccia delle undici comprese in The Right Half, opera a quattro mani di Davide Luciani e Jorge Quintela – dipanate in una collisione eccentrica e maniacale tra noise, musique concrète e drone music. La produzione – completata tra il 2020 e il 2024, in bilico fra Porto e Berlino – nasce da un processo magmatico d’improvvisazione, collage e sovraincisioni, ognuno incrociando le proprie sorgenti sonore attraverso passaggi manipolativi parecchio estesi e sensibili. Le fondamenta ritmiche e le crepe digitali costruite da Quintela vengono rimodellate dall’ingegneria acustica di Luciani, che sovrappone strati timbrici e progetta corridoi sonori dove il feedback diventa il filo conduttore. L’architettura sonora dell’uscita si sviluppa principalmente attraverso amplificatori per chitarra e basso, cabinet e impianti PA stereo, assorbendo così identità spaziali molteplici che oscillano tra l’asprezza e le risonanze ambientali che si infiltrano negli interstizi della registrazione. È proprio in questa dimensione acustica ibrida che il lavoro trova la sua forza più dirompente, muovendosi senza soluzione di continuità fra trasalimenti e costruzioni monolitiche di rara intensità. Il mastering affidato a Giuseppe Ielasi – figura cardine della scena elettroacustica italiana – conferisce al materiale una coerenza formale che non tradisce mai la natura caotica dell’origine. Ielasi riesce a preservare le asperità più taglienti mantenendo al contempo una leggibilità complessiva che permette all’ascoltatore di orientarsi nel labirinto sonoro. La sua mano esperta bilancia le frequenze estreme e i picchi dinamici, creando uno spazio d’ascolto che amplifica la tensione fra controllo e deriva. I titoli delle tracce – “São Px”, “Santa Caterina”, “Rio” – disegnano una geografia immaginaria che attraversa lingue e codici numerici, suggerendo narrazioni traslucide dove il letterario si mescola al mitologico. In “Ariadne’s Thread”, il riferimento al filo di Arianna diventa metafora del percorso dell’ascoltatore, guidato attraverso un dedalo acustico che non promette uscite facili. Ogni brano è un frammento di questa mappa sonora, dove i climi oscillano dal torrido all’artico, dall’umido al secco, in uno sviluppo altamente emotivo che sfugge a ogni stabilizzazione. L’uscita s’impone nelle forme d’una acuta esplorazione degli spazi liminali, dove il noise incontra l’ambient, dove la struttura dialoga con il caos in una conversazione altalenante. Come le sue metà irrisolte, l’album invita a perdersi piuttosto che a trovarsi, trasformando l’ascolto in un atto di navigazione attraverso territori sonori inesplorati.


