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Archivio per febbraio 7, 2026

exclusive disjunctions#2; Whispering of the Wind (wish), listen to your disappearing voice | Neural


[Letto su Neural]

Ispirato alla fiaba popolare “Le orecchie del re sono orecchie d’asino”, l’esclusivo lavoro di Jun Hyoung San, disjunctions#2; Whispering of the Wind (wish), è un’installazione la cui struttura, composta da sedici antenne mobili, ricorda una foresta di bambù, ciascuna con un altoparlante fissato alla base. Le antenne ricevono segnali e poi oscillano, ricordando il suono del vento tra i bambù. Il pubblico è invitato a parlare in un microfono e la sua voce viene dispersa dal sistema, incoraggiandolo ad ascoltare ciò che lo circonda piuttosto che se stesso. L’artista ha progettato questo sistema per utilizzare l’interazione come pretesto per coltivare la contemplazione e il silenzio piuttosto che l’autoaffermazione.

Stefan Goldmann – Expanse | Neural


[Letto su Neural]

Onde sonore che ci trasportano in un viaggio senza meta, un’esplorazione continua del riverbero come mezzo espressivo, materiale primario, utilizzato in una precisa gamma di combinazioni, suddivise in 5 CD, ognuno della durata di un’ora. In Expanse, quindicesimo album in studio di Stefan Goldmann, ognuna delle cinque parti presentate possiede un’impronta psicoacustica distinta, una struttura spaziale incorporea che mette in scena differenti stati d’animo, modellati in architetture evanescenti e dilatate, sostanzialmente statiche, nelle quali l’ascoltatore può trovare rifugio. Il suono diventa allora l’elemento fisso ed è la percezione a farsi dinamica in mancanza d’uno sviluppo lineare. È solo la persistenza della risonanza attraverso la stasi a render viva l’esperienza e questo sposta l’intera progettualità dell’opera più verso l’arte installativa e l’architettura, rifuggendo da ogni forma musicale classica. Goldmann non è nuovo a simili esplorazioni di frontiera e anche in Call and Response, pubblicato nel 2024 su Ash International, aveva utilizzato esclusivamente riverberi artificiali, sia vintage che attuali, sia hardware che software. Con Expanse, però, il passo ulteriore è quello dell’immersione completa: un’abolizione intenzionale di eventi ritmici, armonici o narrativi a favore di un’esposizione prolungata a fenomeni acustici puri, che si comportano più come condizioni atmosferiche che come strutture musicali. L’ascoltatore viene così incoraggiato ad assumere un ruolo attivo nella costruzione del significato: non c’è direzione prestabilita, nessun punto di arrivo, solo un campo sonoro sconfinato in cui orientarsi o perdersi. Anche la scelta del formato non è certo arbitraria ma enfatizza la natura modulare e autonoma di ciascun ambiente sonoro, suggerendo una visione d’insieme, come stanze connesse di un edificio invisibile, progettato secondo logiche puramente auditive. Le caratteristiche tecniche dei riverberi impiegati, accuratamente modellati, determinano parametri quali densità, decadimento, dimensione virtuale, filtraggio spettrale – tutti elementi che plasmano il comportamento percettivo del suono e costruiscono la sensazione di uno spazio che non esiste, se non nella mente dell’ascoltatore. Ogni parte dell’opera può così essere vissuta come un ambiente a sé stante, ma anche come segmento di un continuum più ampio, in cui il tempo pare dilatarsi fino a perdere contorni riconoscibili. L’esperienza di ascolto diventa meditativa, quasi rituale, invitando a una forma di presenza totale, priva di distrazioni: non solo un’opera sonora, ma un dispositivo sensoriale pensato per amplificare l’ascolto stesso.

La Lupercalia, l’eredità sciamanica nell’Antica Roma | LinkedIn


Su Linkedin un dotto articolo di Alessio Brugnoli sui Lupercalia, festa della Roma arcaica che si fonde con la celtica Imbolc e coi riti della Candelora cristiana e, infine, del Carnevale. Un estratto:

Tra le più famose feste della Roma Arcaica vi è la Lupercalia, che si celebrava a metà febbraio, che Valerio Massimo descriveva in questo modo:

Infatti la festa sacra dei Lupercali ebbe inizio per opera di Romolo e Remo, quando, esultanti per il permesso avuto dal loro avo Numitore, re degli Albani, di edificare una città nel luogo in cui erano nati, sotto il colle Palatino, già reso sacro dall’arcade Evandro, fecero per esortazione del loro maestro Faustolo un sacrificio e, uccisi dei capri, si lasciarono andare, resi allegri dal banchetto e dal vino bevuto in abbondanza. Allora, divisosi in due gruppi, cinti delle pelli delle vittime immolate, andarono stuzzicando per gioco quanti incontravano. Il ricordo di questo giocoso rincorrersi intorno si ripete da allora ogni anno.

Festa sulla cui natura si discute da secoli, visto che persino gli antichi, a cominciare da Varrone, avevano le idee confuse. Ma cosa sappiamo di preciso sull’argomento ? Per prima cosa, abbiamo chiaro il luogo da cui partivano le celebrazioni, ossia dal Lupercale, posto

“a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo”

come ci narra Dionigi di Alicarnasso, nel Cermalus, uno dei monti ricordato da Varrone nella lista di quelli costituenti il Septimontium, centro sul sito di Roma precedente la fondazione della città, di cui ho parlato qualche giorno fa. Sempre Dionigi di Alicarnasso descrive il luogo di culto come una grotta, circondata da un bosco sacro, all’interno della quale era una sorgente:

E per prima cosa costruirono un tempio a Pan Liceo – per gli Arcadi è il più antico e il più onorato degli dei – quando trovarono il posto adatto. Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale, ma noi potremmo chiamarlo Lykaion o Lycaeum. Ora, è vero, da quando il quartiere dell’area sacra si è unito alla città, è divenuto difficile comprendere l’antica natura del luogo.

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Il limite come principio di creatività: “Al di là del difetto”, dialogo con Silvia Faieta – Roma Report


Su RomaReport la recensione alla Personale di Silvia Faieta, “1.1.2.3.5.8.13 – Al di là del difetto”, che si sta svolgendo in questi giorni a Roma, alla “Galleria291Est”; un estratto e poi l’intervista:

È una serie di opere scaturite dalla necessità di lavorare in una condizione di isolamento e precarietà, tra fornitori e negozi obbligatoriamente chiusi. “Abituata a una metodologia fondata sulla purezza del manufatto e sulla precisione formale – si legge nelle note della curatrice, Vania Caruso – l’artista sovverte la propria consuetudine tecnica e concettuale, assumendo l’imperfezione come principio generativo. Questo slittamento si configura al contempo come processo di trasformazione interiore e come rieducazione dello sguardo, in cui il limite diventa condizione di possibilità e il difetto matrice di nuove forme”.
La Mostra si sviluppa quindi secondo la sequenza di Fibonacci: un principio in grado di regolare tanto i processi di crescita naturale quanto l’equilibrio tra ordine e caos, trasformando l’imperfezione in un potenziale generativo inedito, una serie di opere scaturite dalla necessità di lavorare in una condizione di isolamento e precarietà, tra fornitori e negozi obbligatoriamente chiusi. “Abituata a una metodologia fondata sulla purezza del manufatto e sulla precisione formale – si legge nelle note della curatrice, Vania Caruso – l’artista sovverte la propria consuetudine tecnica e concettuale, assumendo l’imperfezione come principio generativo. Questo slittamento si configura al contempo come processo di trasformazione interiore e come rieducazione dello sguardo, in cui il limite diventa condizione di possibilità e il difetto matrice di nuove forme”.
La Mostra si sviluppa quindi secondo la sequenza di Fibonacci: un principio in grado di regolare tanto i processi di crescita naturale quanto l’equilibrio tra ordine e caos, trasformando l’imperfezione in un potenziale generativo inedito.

Tra matematica e ingegneria, l’artista riconosce nel numero un simbolo rivelatore, in quanto ogni cifra reca con sé una vibrazione specifica, una qualità energetica che si traduce in forma, ridefinendo il concetto di “difetto” come principio di discontinuità generativa. Le dodici sculture in mostra (dodici ambienti ideali, progettati in serie e identificati come “luoghi” in progressione) esprimono i valori numerologici che le strutturano, quasi microcosmi impostati sulla geometria, la visione artistica e la sublimazione metafisica. L’utilizzo esclusivo del bianco e nero si configura qui come “principio di ricomposizione degli opposti”: le dodici poesie originali e la sonorizzazione di Stefano Bertoli contribuiscono a rendere particolarmente efficace un ambiente multisensoriale.

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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