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Archivio per Satana

Alle origini di Satana


La soluzione “satanica” al problema dell’origine del male adottata dalla tradizione giudaico-cristiana è un milieu di credenze millenarie alle radici del quale si intrecciano escatologia apocalittica, miti cosmogonici, storie di angeli ribelli e di giganti: sotto la lente di un ferreo dualismo del tutto estraneo alla demonologia greca, fondata al contrario sull’insegnamento filosofico e su un atteggiamento di devozione e rispetto verso i daimones.

Così esordisce un articolo apparso su LaMisuraDelleCose, parlando del principe del male, Satana. È uno scritto esplosivo, sovversivo, che destabilizza il controllo politico che da millenni ormai il cristianesimo opera su molte popolazioni mondiali, ma ha anche fondamenti mistici e storici, che vi riporto in parte; certo, nulla di nuovo, ma la diffusione di questi elementi aiuta sempre a mantenere il focus sulla pluralità delle informazioni:

Sono tante le componenti che si intrecciano nella costruzione del concetto di Satana (il verbo è satan, “avversare”). Tra queste, il tema più antico è quello del combattimento tra un dio creatore contro le forze del disordine per instaurare una giusta autorità, tema che ricorre fin dalla letteratura sumerica.
Meglio conosciuto nella versione babilonese, l’Enuma elish (“Quando lassù”) è il mito mesopotamico della creazione, inciso su sette tavolette d’argilla i cui primi frammenti sono venuti alla luce presso la biblioteca di Ninive tra il 1848 e il 1876. La versione originale sumerica, risalente almeno al secondo millennio, aveva come protagonista Enlil, dio della tempesta. Quando Babilonia conquistò il resto della Mesopotamia e fondò l’antico impero babilonese, intorno al 1800 aev, divenne necessario spiegare come il dio locale di Babilonia, Marduk, fosse diventato il supremo tra gli dei, pertanto Enlil fu sostituito da Marduk. La logica sottesa al poema accadico è, quindi, tanto religiosa quanto politica.
Marduk, campione degli dei, combatte contro Tiamat, il drago femmina delle acque salate del Caos che guida le potenze divine più antiche insieme ad Apsu, l’abisso, l’oceano primordiale di acqua dolce. Il mito conosce diverse varianti: nella versione che proviene dall’antica città di Ugarit (XIV sec. aev), a  fronteggiarsi sono il dio Baal e Yamm, il mare. L’equivalente ebraico della babilonese Tiamat si riscontra nella figura di Leviathan, il “serpente tortuoso” (Giobbe, 26, 13) il cui nome significa “che si raccoglie in spire”, un malvagio mostro marino primordiale femmina dalle sette teste che abita nelle acque sotterranee o nel mare (26, 5-7):

“Le ombre dei morti tremano
sotto le acque e i loro abitanti.
Davanti a lui nudo è il regno dei morti
e senza velo è l’abisso.
Egli distende il cielo sopra il vuoto,
sospende la terra sopra il nulla.”

Nello stesso testo, Leviathan, descritto come un serpente o un coccodrillo, è associato a un altro mostro terrificante, la bestia per eccellenza, l’ippopotamo; il termine ebraico è beemòt, simbolo delle forze del male che si oppongono a Dio (40, 15-24). A influenzare profondamente lo sviluppo di una più elaborata angelologia e demonologia delle scritture ebraiche furono le conseguenze dell’esilio a Babilonia nel VI secolo aev: qui le comunità ebraiche entrarono in contatto con lo zoroastrismo, dove centrale è il mito della battaglia cosmica tra Ahura Mazda, divinità benevola, e Angra Mainyu (Ahriman), la divinità ostile, con le loro schiere armate di angeli e demoni.

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Ecate come prototipo di Lucifero – 𝐀𝐗𝐈𝐒 ֎ 𝐌𝐔𝐍𝐃𝐈


Su AxisMundi un interessante excursus sulla figura di Lucifero, vista attraverso le ère, l’antropologia di Robert Graves e la filosofia e, ovviamente, l’esoterismo e il culto degli dèi, in primis le figure femminili di Demetra, Ecate, Persefone; c’è molto altro in questo articolo, vi invito a leggerlo attentamente per valutare la potenze delle riscritture religiose che hanno un po’ cambiato il corso dei significati arcaici.

Noi oggi siamo talmente abituati a considerare il Lucifero della tradizione ebraico-cristiana come una figura prometeica al punto da aver smesso da tempo di indagare se questo sia l’unico modo possibile di concepirlo. Un’eredità, questa, che trova indubbiamente le sue radici nel Paradise Lost di Milton (1608-1674), il quale ci presenta Lucifero come un ribelle, un “anti-Dio” – come lo definì Kerényi nel secolo scorso – che sfida l’ordinamento precostituito e si rifiuta di sottomettersi a esso. Quando pensiamo al Titano Prometeo, infatti, la prima cosa che ci viene in mente è la sua sfida all’ordinamento olimpico di Zeus, un atto che da una parte segna la ribellione nei confronti delle leggi olimpiche e dall’altra lega indissolubilmente Prometeo all’umanità. 
Ma chi era, esattamente, Prometeo? Kerényi (1897-1973) nel suo saggio Prometeo: il mitologema greco dell’esistenza umana ce lo introduce come una figura che ricorda “per analogia e per contrasto […] la concezione cristiana del Redentore”, in quanto da una parte il Titano sembra fare propria la causa degli uomini come nessun altro dio greco, e dall’altra si pone in netta opposizione al padre degli dèi venendo sottoposto per questa ragione a una atroce punizione. È a questa dicotomia che si rifà anche Goethe (1749-1832), che nella sua lirica Prometheus, tratteggia il Titano con modi più biblici-miltoniani che autenticamente greci: il Prometeo goethiano è infatti strettamente ancorato alla dicotomia biblica di mediazione miltoniana, e condensa nella sua personalità quei caratteri tipici del Satana/Prometeo romantico che si riducono a un “immortale prototipo dell’uomo quale il Ribelle simile agli dèi. Un simile Prometeo non ha dunque nulla a che vedere con il Prometeo classico, che la tradizione greca ci informa essere figlio di Iapetos e della figlia di Okeanos Climene secondo Esiodo, di Iapetos e Chthon o Themis secondo Eschilo, e di Urano e una dea madre non meglio specificata secondo numerose altre tradizioni, con probabile riferimento a Gaia.

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