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Archivio per maggio 26, 2019

FantaRock vince il Premio Vegetti nella sezione Saggio e Stormachine nella sezione Romanzo


Come da risultati ufficiali del Premio Vegetti 2019, Mario Gazzola ed Ernesto Assante si aggiudicano la relativa sezione Saggio di Fantascienza con l’opera Fantarock, monumentale lavoro di ricerca delle connessioni tra il Rock e l’immaginario, e le opere, fantascientifiche uscito con Arcana. Ai due ragazzi va tutto il mio plauso, i complimenti dell’intera squadra coinvolta nel progetto molto ben coadiuvata dai capitani, un’investigazione per niente banale su ciò che costituisce l’interazione tra due mondi, complessi di loro, immaginifici e a lunghissimo raggio, in grado di rivestire tutto il mondo del Fantastico di un’aura magnifica e surreale, iconica e iconoclasta.

Sempre nell’ambito del Premio Vegetti 2019, segnalo pure la strameritata vittoria di Franci Conforti nella sezione Romanzo di Fantascienza, con Stormachine, libro uscito con DelosDigital; Franci è una grande e lo dimostra in ogni occasione, mi complimento con lei per la sua creatività e capacità, adoro la sua prosa.

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Cose che non so


Ricerco la complessità astratta e di casa nella sedicesima dimensione, lì dove non potrei mai raccontarti cose di me che non so.

Il Codice Dracula, la bella e le bestie (Victoriana 26) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un approfondimento di I poteri delle tenebre, edizione islandese del romanzo Dracula di Bram Stoker, annunciato qualche giorno fa qui. Franco Pizzini esplora i fatti di questo libro che, di fatto, amplia il canone di Dracula arricchendolo di interessanti e innumerevoli risvolti, ben esplorati da Franco e che coinvolgono ben due versioni del romanzo universalmente noto, precedenti e una islandese, che già sappiamo, e l’altra svedese.

Un paio d’anni fa, iniziava a diffondersi capillarmente tra i cultori del gotico la notizia della scoperta di un misteriosissimo testo, una versione islandese del Dracula in forma di vero e proprio romanzo alternativo. Il quadro si è poi complicato per lo spuntare di una versione ancora diversa, stavolta svedese – o meglio due, come vedremo: e ora, forte di una prima tornata di studi sul complicato caso, l’edizione commentata del testo islandese, fitta di note (anche sui complessi problemi di traduzione dalla lingua dell’isola), appare in un bel volume per i tipi Carbonio.

Il concetto di “canone” – nei più vari sensi – implica per esclusione l’idea di altro materiale che, pur trattando il medesimo oggetto, non ne faccia parte: cioè i cosiddetti apocrifi, testi “non autentici” che sviluppano il canone stesso ampliandone l’area o correggendone il tiro. Il concetto, cui si ricorre tradizionalmente a proposito di testi antichi (e in particolare sacri, come gli apocrifi dell’Antico e del Nuovo Testamento) viene ormai utilizzato anche per la narrativa popolare: si pensi a un caso emblematico, le storie che “continuano” la saga doyliana di Sherlock Holmes. Ma il concetto si può anche ben applicare al Dracula, o meglio alla costellazione canonica che potremmo definire il “Codice Dracula”, da cui si è diramata nel tempo una quantità di apocrifi.

Cercando di fare un po’ d’ordine, il “Codice Dracula” comprende anzitutto le primissime edizioni del romanzo varate da Stoker, con ritocchi e stralci di qualche significato per la trama (per esempio la correzione testuale che differenzia dalla prima edizione inglese 1897 la prima americana, 1899, aprendo alla suggestione che il Conte si nutra anche di sangue maschile, in chiave di potenziale approccio omosessuale). Comprende poi il dattiloscritto originale, con le sue peculiarità rispetto al romanzo edito; il racconto-frammento Dracula’s Guest stralciato dal centinaio di pagine “perdute” a inizio romanzo (o meglio da una protoversione delle medesime); l’adattamento del testo in chiave di lettura drammatica confezionato da Stoker per assicurarsi il copyright; le note preparatorie al romanzo ed eventualmente i pochi scritti in cui l’autore parla del Dracula (un’intervista, un paio di lettere).

Stabilito dunque un canone, altri testi che riguardano quella storia, scritti o integrati da mani diverse ritoccandola, rileggendola sotto una diversa ottica, continuandola con sequel o prequel o comunque riprendendola, ricadono nella categoria dell’apocrifo. Un fenomeno particolarmente lussureggiante nel caso della saga stokeriana, tra quelle che più hanno mobilitato epigoni soprattutto a partire dagli anni Settanta. Anche se il concetto di apocrifo va rettamente inteso a proposito delle citate versioni islandese e svedese – tanto più a fronte di echi sensazionalistici del web che non aiutano a percepirne l’autentica natura.

Partiamo dalle informazioni-base: e cioè appunto dal fatto che l’edizione islandese Makt Myrkranna (“Poteri delle tenebre”, a cura di Valdimar Ásmundsson, 1901) e quella svedese Mörkrets Makter (stesso significato, a cura di Anders Albert Andersson-Edenberg, 1899) non sono traduzioni del Dracula che conosciamo ma piuttosto liberissime riscritture, con personaggi e vicende assenti nell’originale, riferimenti specifici alla cultura norrena, un gusto più vivacemente pulp, un erotismo diverso – non maggiore (come talora si trova detto) ma meno nevrotico – e alcuni curiosi ammiccamenti politici. Teniamo presente che il contratto con l’editore Constable non parlava di traduzioni, lasciando mano libera a Stoker di proporre il romanzo al di fuori del Regno Unito e delle Dipendenze della Corona; e dunque a maggior ragione era ammissibile la proposta in altre lingue di testi modificativi.

Chiaramente I poteri delle tenebre non è il Dracula-Director’s Cut di cui si sente talora straparlare. Ma si tratta di una scoperta che arricchisce in modo inatteso il quadro del mito-Dracula, ne sviluppa la dimensione di epopea-labirinto, e spariglia le carte affiancando al canone del romanzo (coi suoi testi-chiave) un proto-apocrifo elusivo e scatenato, con pagine di oscurità nordica di straordinaria suggestione. Un testo insomma godibilissimo, che val la pena leggere.

Metodi gentili


I metodi gentili producono estremi di piccole esalazioni, movimenti inutili di teatri assurdi e non commisurati alla crudezza di ciò che è essenziale.

Lankenauta | La notte delle beghine


Su Lankenauta la recensione a un romanzo che in qualche modo richiama le atmosfere evangelistiane di Eymerich e delle sue lotte secolari all’eresia del XIV secolo: La notte delle beghine, di Aline Kiner. Un estratto dalla rece:

“La notte delle beghine” inizia con una donna bruciata viva e un libro deposto ai suoi piedi ad ardere insieme a lei. E’ il 1 giugno del 1310 e siamo a Parigi. La donna sul rogo è una beghina, ma è anche una mistica e una scrittrice. Il suo nome è Marguerite Porete e il libro che viene bruciato con la sua autrice si intitola “Lo specchio delle anime semplici” (Le miroir des simples ames), uno dei testi medievali più preziosi e meglio redatti di sempre. Un testo che, nonostante le volontà distruttive dell’Inquisizione e della Chiesa, è sopravvissuto grazie all’esistenza di copie sfuggite rocambolescamente alla censura e alle fiamme. La Francia è governata da Filippo il Bello, nipote di Luigi IX, il re santo. E proprio al re santo si deve la fondazione del grande beghinaggio di Parigi avvenuta nell’anno 1260. L’istituzione del beghinaggio, storicamente, prende vita intorno al 1240 nelle Fiandre e si diffonde con rapidità anche in altri territori europei. Le beghine sono per lo più donne sole o vedove che scelgono di non prendere i voti ma di rispettare la castità dedicandosi alla contemplazione, alla preghiera e all’aiuto del prossimo. Sono donne libere e, soprattutto, sono donne laiche poiché non fanno parte di alcune ordine religioso e non accettano la mediazione di preti nel loro rapporto con Dio.

Il beghinaggio di Parigi, come altri beghinaggi d’Europa, è una sorta di piccola città entro la città: un’area protetta da mura e da occhi indiscreti al cui interno si trovano piccoli alloggi destinati alle beghine, una chiesa, un ospedale, un refettorio, un orto e tutto quel che consente a queste donne di vivere dignitosamente. La società religiosa delle beghine è regolata dalla presenza di una badessa normalmente scelta dalle beghine stesse. Non c’è obbligo di permanenza né limitazioni particolari, anzi. Le beghine sono libere di uscire, di mantenere le proprietà in loro possesso, di praticare una professione e di vestire come desiderano. Nel beghinaggio di Parigi, descritto in questo bel romanzo storico di Aline Kiner, sono ospitate anche donne appartenenti alla nobiltà francese, donne colte e ben istruite in grado di dare soccorso e diffondere conoscenza.

La realtà e la finzione, ne “La notte delle beghine”, si mescolano e si intersecano continuamente. Oltre alle vicende umane e psicologiche dei vari personaggi che si muovono tra le strade di una caotica e sempre affascinante Parigi medievale, la Kiner ha saputo ricostruire e trasmettere, attraverso una scrittura fluida e sempre puntuale, le atmosfere tipiche di quel momento storico. L’autrice è riuscita a muoversi con intelligenza tra gli accadimenti dell’epoca spiegando eventi e dettagli storici che consentono di comprendere la mentalità, la religiosità, le ossessioni e gli smarrimenti di quel tempo. La Francia di Filippo il Bello si sente costantemente minacciata dalla presenza di eretici e miscredenti di ogni genere. Il re condanna e uccide chiunque teme possa far vacillare il su regno e la dignità della Chiesa che pretende di difendere. L’economia va allo sfascio per via di campagne militari senza fine che ormai più nessuno ha voglia di sostenere, meno che mai i nobili di Francia. Vengono perseguiti gli ebrei, vengono attaccati i templari e, alla fine, toccherà anche alle beghine. Su ognuno di questi gruppi peseranno infamanti accuse di eresia e di stregoneria, saranno inflitte torture e decretate pene esemplari.

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