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Coronavirus? È il capitalismo bellezza!


Su lottobre, un’analisi molto attenta a ciò che sta succedendo in questi giorni sull’intero pianeta, invaso da una pandemia i cui contorni sociali; una crisi che ha le sue case, se non strettamente sanitaria, sicuramente sistemiche, in Italia ma spessissimo anche all’estero, dove vige la stessa modalità liberista. Un estratto:

La crisi che il coronavirus (COVID-19) ha messo in luce dal suo esplodere, formalmente in Italia il 20 febbraio scorso, non è – come ovvio che sia – dovuta soltanto all’aggressività del virus che fin’ora ha mietuto un migliaio di vittime e costretto il governo a misure draconiane di salute pubblica, nonostante il ridicolo traccheggiare iniziale, ma è una crisi dovuta al sistema capitalistico. Una crisi che parte dalle criticità messe a nudo dal sistema sanitario, quasi giunto al collasso specialmente nelle province più colpite, e che estende i suoi tentacoli sul resto dell’intera società.

Il decadimento che a bella posta è stato inflitto alle strutture sanitarie pubbliche si è logicamente tradotto in un poderoso aumento della spesa dei cittadini in sanità privata. Secondo un rapporto di Censis del 2019, il 44% degli italiani ha dovuto almeno una volta ricorrere alle strutture private pagando di tasca propria, dovendo quindi obtorto collo rinunciare al sistema sanitario nazionale. Inoltre la spesa sanitaria privata sarebbe aumentata del 7,3% rispetto a cinque anni fa, raggiungendo negli ultimi due anni cifre come 37 miliardi e 42 miliardi di euro [6], una vera cuccagna per cliniche private, convenzionate o no.

Tutto ciò non è dovuto né all’efficienza del privato, né, va da sé, al povero coronavirus, ma, ripetiamo, al taglio degli investimenti nel pubblico, e allo scientifico decadimento inflitto a esso. Con estenuanti liste d’attesa, e soprattutto, alla spesa cosiddetta “out of pocket” (cioè le prestazioni comunque a pagamento all’interno del pubblico – nel 2016 ben un quinto della spesa totale) [7], il sabotaggio del pubblico a vantaggio del privato è presto spiegato. In un paese in cui il diritto universale alla salute non è più di fatto garantito a tutti, la prospettiva di una progressiva americanizzazione del sistema sanitario non è più un fantasma lontano.  Certo, è possibile che lo shock provocato dall’emergenza coronavirus faccia cambiare qualche nefasta traiettoria ma già si levano alti i latrati dei cani da guardia del più retrivo capitalismo liberista che già richiamano il sempiterno Moloch della spesa pubblica, i più audaci addirittura ci dicono che il guaio della crisi del coronavirus è proprio il pubblico! Pornoliberisti. La razionalità, stando così le cose, imporrebbe, proprio all’opposto, la necessità di una forte spinta popolare che richieda a gran voce il diritto ad una sanità universale e gratuita per tutti, al di là della censo e della geografia.

La crisi del coronavirus non ha soltanto gridato a tutti che il re è nudo per quel che riguarda la sanità pubblica, ma lo ha fatto anche col mondo del lavoro, con la considerazione che i padroni hanno nei confronti dei loro lavoratori, semmai servisse ulteriore prova. Si moltiplicano gli scioperi e le proteste dei lavoratori in tutta Italia, soprattutto in fabbrica, per la scelta dei capitalisti di non chiudere le aziende (non ci riferiamo alla produzione e alla distribuzione di generi alimentari, medicine e beni di prima necessità) e di lasciare i dipendenti in balìa del contagio, nonostante il governo, con decreti sempre più stringenti, intimi a tutti di stare in casa e abbia imposto la chiusura alla maggior parte degli esercizi commerciali e uffici. Gli scioperi si propagano a macchia d’olio da FCA a Pomigliano alla Piaggio di Pontedera, da Fincantieri di Palermo a Marghera, o ArcelorMittal di Cornigliano, dove addirittura la proprietà ha preso la palla al balzo per mettere in cassa integrazione 84 operai [8]; problema questo non di certo isolato, infatti molti padroni e padroncini stanno approfittando del coronavirus per licenziare i propri dipendenti [9].

Ci sarà sicuramente chi nelle file della borghesia addossa tutte queste situazioni di sfruttamento al coronavirus o addirittura alla necessità di “continuare a produrre per salvare l’economia”, non dimentichiamoci di come la Confindustria si sia messa di traverso in ogni modo, e lo fa tuttora, alle azioni del governo per garantire la salute pubblica. E se i tempi degli slogan de “l’Italia non si ferma” si sono volatilizzati come gli aperitivi d’incoraggiamento di politicanti in cerca d’autore, il padronato più bieco continua a prendere sottogamba la salute e le condizioni dei propri lavoratori. È tutto ciò colpa del coronavirus? No, il responsabile è lo sfruttamento capitalistico! Mettere in primissimo piano, e senza ridicole pantomime, la salute dei cittadini, dei lavoratori, è l’imperativo principale, anche perché se ciò fosse stato fatto sin dall’inizio senza ritrosie e ambiguità probabilmente l’uscita della crisi potrebbe essere più rapida. La Cina, certo un’economia diversa per sostanza e numeri dalla nostra, avrebbe comunque dovuto dare l’esempio di come affrontare questa situazione.

Cosa sta dimostrando questa crisi? Che il coronavirus non è la peste ma nemmeno una semplice influenza, un’emergenza sanitaria che è riuscita a mettere in crisi il sistema con facilità, dimostrandone fragilità e criticità. Ci dimostra altresì che queste non sono solo dovute alla virulenza dell’infezione ma ai tagli dovuti alle esigenze di profitto del capitalismo predatorio, e alla negazione dei diritti (conquistati e da conquistare) che quotidianamente la realtà del capitalismo ci ricorda. Cosa ci può insegnare questa crisi? Che il movimento comunista dovrebbe denunciare, mettere a nudo e organizzare la lotta ripartendo anche dal diritto universale gratuito per tutti alla salute, dal diritto alla sicurezza nei luoghi di lavoro, il diritto a non dover temere ogni giorno di perdere il posto per questa o quella crisi, grande o piccola che sia, o per il capriccio del padrone.

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