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Estetica del capitalocene – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione e recensione a Inclusioni, estetica del capitalocene, saggio di Nicolas Bourriaud che Gioacchino Toni analizza nei suoi svariati aspetti di disamina e critica su ciò che il sistema liberistico ha operato sui concetti di arte. Un estratto:

Il critico e curatore artistico francese Nicolas Bourriaud ha sostenuto la necessità di approcciare l’arte contemporanea a partire da alcune sue potenzialità: agire come attivatore di rapporti sociali, mettere in discussione il sistema di produzione, sottrarsi al regime dello Spettacolo abbattendo, almeno momentaneamente, i confini tra arte e mondo.
Le recenti riflessioni incentrate sulla presa d’atto della catastrofe ecologica non potevano che toccare anche il ruolo dell’arte nell’attuale società; secondo il francese la creatività, lo spirito critico ed il rapporto con l’Altro sono soltanto alcune delle questioni ruotanti attorno alla pratica artistica con cui l’umanità è tenuta a confrontarsi.

Il nuovo volume di Nicolas Bourriaud, Inclusioni. Estetica del capitalocene (Postmedia Books 2020) delinea e analizza alcune delle figure estetiche che fluttuano nell’immaginario planetario descrivendo le sfide dell’attività artistica nell’epoca del capitalocene. Lo studioso propone la necessità di attuare una svolta nel pensiero e nella pratica al fine di rinnovare le categorie tradizionali dell’umanesimo per confrontarsi con la contemporaneità dando vita a «un universo di esseri in attività simultanea all’interno di un ecosistema condiviso» ove l’essere umano dismetta la sua funzione predatoria. Per fare ciò è pertanto necessario, secondo Bourriaud, preoccuparsi dei marginalizzati dall’ideologia occidentale e capitalista, umani o altre forme viventi che siano.

Dal Sedicesimo secolo, quando in Europa fu stabilita la dissociazione tra il corpo, vile e meramente animale, e lo spirito, che riceve una delega divina per controllare il corpo, diventò facile condannare lo “stato di natura” in tutte le sue manifestazioni. La razionalizzazione capitalista del lavoro si è rivelata indissociabile da questa cesura radicale tra l’essere umano e i suo ambiente, essa stessa inseparabile da una suddivisione della natura in unità astratte e commercializzabili. Ma anche inseparabile da un fenomeno di cui si è parlato meno: effettivamente all’epoca dei Comuni, prima di diventare il luogo del loro lavoro retribuito i campi rappresentavano per i contadini uno spazio di vita e di sussistenza, il loro campo. L’arte ha seguito una strada paragonabile: è a partire da questa fase di esproprio (le enclosures) che si diffonde in Europa un mercato privato delle opere d’arte, che erano state essenzialmente prodotte fino a quel momento nell’ambito di una comunità, di un contesto (pp. 10-11).

È con lo strutturarsi del capitalismo, sostiene Bourriaud, che la produzione artistica inizia a perdere la funzione sociale e spirituale che aveva nelle società precedenti per essere in buona parte risucchiata in un «movimento generale di razionalizzazione astratta» finalizzato al mercato. In un tale contesto di dominazione del valore-lavoro non sono però mancate eccezioni, refrattarietà, linee di resistenza o di fuga che hanno permesso, magari sotterraneamente, all’arte di preservare «valori occultati o marginalizzati dal processo di razionalizzazione delle esistenze».
Contrariamente a quanto accade nel lavoro così come lo si concepisce in ambito capitalista, sostiene lo studioso, chi produce opere d’arte realizza oggetti nei quali proietta la propria persona; «la singolarità sociologica di cui beneficiano ma soprattutto i contenuti delle loro creazioni, irriducibili all’ideologia produttivista, fanno sì che gli artisti dell’epoca capitalista siano eredi dei maghi, degli alchimisti e delle streghe del Medioevo e che occupino oggi una posizione analoga» (p. 12). Secondo Bourriaud è possibile scorgere nell’arte contemporanea tendenze di resistenza alla logica binaria (natura/cultura, materia/forma…) che struttura il meccanicismo occidentale di dominazione del mondo.

Ciò che emerge chiaramente è che la materia, la “natura” svilita in “ambiente”, la donna, il selvaggio, il povero e ogni individuo irregolare sono costretti a sottomettersi alla volontà del principio attivo, ad accettare questa condizione di supporto su cui si imprimono la formattazione e l’assoggettamento: l’hylé e la morphé, come dice la formula algebrica dell’assoggettamento inscritta nella teoria dell’arte occidentale (p. 13)

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