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Archivio per Uduvicio Atanagi

Una Tomba per gli alieni: Qualcosa come soffocare per sempre.


Nell’ultima macelleria della galassia ci sono esposte delle mucche di razza chianina, i loro corpi sono appesi a delle strutture metalliche, i loro corpi sono immensi, sproporzionati. Alcune sono vacche adulte altri sono giganteschi vitelli, gli occhi gonfi, scurissimi, che gli escono dalle orbite.
Rimango a fissarne una, deve avere pochissimi giorni, sul muso ha un’espressione di orrore e paura, una disperazione profonda, qualcosa di feroce, qualcosa come una fuga impossibile, qualcosa come soffocare per sempre.

Così scrive Uduvicio Atanagi. E pensateci la prossima volta che addentate un boccone di carne – o pesce – pensate alle immani sofferenze di un essere che era vivo. La paura di essere mangiati, è il terrore più grande per un essere vivente…

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Una Tomba per gli alieni: La trasmissione dei fantasmi


Sul blog di Uduvicio Atanagi un suo brano che racconta una possessione occulta, molto ben dettagliata. I brividi, per chi sa…

Ci nutriamo di fantasmi, o forse sono loro a nutrirsi di noi.
I fantasmi originali, la forma zero potrebbero essere forme esterne, strutture cognitive che si muovono svuotate al di fuori di noi, o forse incluse, parte integrante della nostra struttura.
I fantasmi non sono eterni, alcuni di loro muoiono nel corso del tempo, la loro forza si spegne, si logora. Alcuni sono morti subito, mentre nascevano, alcuni ci trasformano in cimiteri viventi, condannati a portarne le carcasse svuotate, altri vivono fino a che trovano un organismo ospite, una cultura, una lingua dove abitare come gusci psichici.
Chi legge un fantasma gli permette di prendere forma, radicarsi nella sua struttura biologica, innestarsi nella sua struttura energetica.
Alcuni organismi ospite assumono il ruolo riproduttivo. Sono i medium, i sensitivi, coloro che cercano senza sporcare lo stampo, attenti a riportare tutto il possibile, attenti a non romperlo col loro ego.
Questi individui replicano il fantasma donandogli nuove incarnazioni, esponenziali possibilità di mutazione e riproduzione.
Boy, Pedro, Sebastian, Lucio, i nomi che gli diamo, non sono altro che involucri che li contengono. Un mezzo di trasmissione che gli permette l’innesto, e eventualmente la riproduzione.
Forse la nostra funzione è quella di servirli, forse loro vivono per noi e noi per loro. Forse senza di loro non saremmo niente. Finiamo per amarli più della nostra vita, la loro realtà scende come una nebbia, si addensa, si incastra alla nostra.
Ci dormono accanto, ci seguono per mano nei sogni.
Li definiamo e siamo a nostra volta definiti dalle loro forme spettrali, l’apparizione di un volto notturno, l’emergere di un pallore bendato dall’oscurità primordiale che abita il sonno, il dormiveglia, la paralisi, l’oobe.

Una Tomba per gli alieni: Santità


Ora li circondano i campi di grano, le spighe gravide, piene, le punte eccitate di fronte alle trebbiatrici che attendono come colossi metallici pronti a stuprare la terra, a penetrarla, straziarla.
Alla radio passano della musica nuova, ragazzi che cantano cose tristi su delle basi elettroniche, l’uomo vuole cambiare stazione ma la ragazzina scuote la testa, lei ascolta, il vento le smuove i capelli, ciuffi scomposti ondeggiano sopra le bende. Poggia il gomito allo sportello, prova a sentire l’aria che filtra attraverso le garze, poi drizza il collo.
Lungo la strada si vedono avanzare figure bianche, i cappucci ne negano i volti, camminano in fila, coperte di teli come fantasmi, sono decine, sbucano fuori dai campi, scendono dalle colline. I teli gli si adagiano addosso, lasciano intravedere protuberanze, forme mostruose, alcuni hanno delle gobbe che quasi strappano i tessuti, altri sono minuscoli, altri ancora sembra che striscino. Vanno avanti in silenzio, il sole li accende, ne allunga le ombre.
Chi sono quelli, chiede la ragazzina? L’uomo li osserva, si volta, le sfiora la mano. Ancora un’ora e arriveranno a Sepolta.

Un altro piccolo capolavoro di Udivicio Atanagi. Dal suo blog

Una Tomba per gli alieni: La seduta spiritica


Un estratto di Uduvicio Atanagi segnalato dal suo blog. Terribilmente bello.

La vecchia tentenna, piega la testa all’indietro e la testa fa chioc.
Le dita sembrano stecchi, le braccia scheletriche mostrano le vene sfinite, lo scialle nero ci ciondola sopra, fa trasparenze funeree, si adagia sui nervi.
La vecchia spalanca la bocca e inizia a sbrodolare una sostanza rossa, densissima, il sangue le cola sulle labbra avvizzite, le cade a litrate sui seni secchi, sulla collana, i gioielli.
Il sangue scivola sopra al tavolo, cade per terra scrosciando, le signore rabbrividiscono, tremano, gli uomini trattengono il fiato, il conte Anteluchi osserva in silenzio, porta una mano alla guancia cercando di nascondere la deformità dei suoi denti, quel molare gigante che si allunga, che gli spezza la faccia, rompe le forme aguzze del volto, la sua aria regale, l’alone, il potere che lo circonda come polvere nera.
La stanza è più buia, le luci si fanno flebili, ondeggiano, annegano nella tenebra. Adesso dal sangue iniziano a emergere i primi volti, la luce è loro, la luccicanza che li riveste. Escono protuberanze, ditina, linguine, escono bolle, gorgogli che sembrano voci.
La vecchia ha un conato, poi un altro, e sul tavolo si riversa un’ondata rossa, un plasma vivo vermirglio che sgorga dai margini, che scende come fontane, che mentre avanza gli uomini, le donne, le ragazzine e i bambini si avvicinano ai bordi del tavolo, aprono bocche, stringono labbra come cannucce, cominciano a bere.

Lucenti, una traccia fossile di Uduvicio Atanagi | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Uduvicio Atanagi non esiste.
Gliel’ho detto di persona, lo giuro. Alla persona che mi si presentò con quel nome. Come recita la sua stessa biografia “Le opere di Uduvicio Atanagi sono state pubblicate tutte con diversi pseudonimi rendendo impossibile ricondurre i suoi lavori a un individuo preciso”.
Appunto. Non esisti, dicevo. E questa persona mi guardava con interesse, senza smentirmi, un po’ sorridendo alla strana situazione e un po’ riflettendo, proprio come se avessi pienamente ragione.
Chissà chi è Uduvicio? Il bambino “con i capelli corvini a padellina” o “il mostro che scompare e si cela, un mostro senza forma e con tutte le forme, un mostro di terra e di fango, un mostro che dorme per un miliardo di anni…”
E quindi: importa davvero? Certo che non era lui, nessuno è Uduvicio Atanagi, e lo siamo tutti. Tutti i bambini terrorizzati che siamo stati, circondati da un mondo ancestrale, ostile, oscuro e pregno di sospiri maligni, di luci che traversavano le nostre camerette, di genitori buoni che scomparivano, di amici che somigliavano a nemici, di amori che somigliavano a guerre.
Perché in fondo “siamo ricordi sbiaditi, lo siamo in ogni sospiro, in ogni patetico slancio, in ogni lacrima, in ogni risata. Siamo solo spettri che si riflettono nel nostro sangue sparso a terra, nella terra, scura, che se ne imbeve.”
E allora “Lucenti” – che è la famiglia che dà il nome alla tenuta che non produce, l’incolto cronico come fosse ostaggio di forze maligne – è anche la luce splendente che si staglia nel buio, ma che ne prende parte, lo “Shining” della follia che percorre tutti i (non) personaggi di questa (non) storia, il denominatore di un romanzo di de/formazione, un libro che non si lascia leggere, ma inghiottisce il lettore e lo conduce con sé sottoterra, nel fango, nel disturbo rabbioso dei personaggi, degli uomini-bestia, della prepotenza che non è ingiustizia, ma realtà, inconsistente, ma unico baluardo contro il nulla eterno.
Ora vi dico che se questa serie di personalità continueranno a scrivere e accompagneranno questo stile stupendo e lucente indagando ancora le trame oscure della vita, avremo uno degli scrittori più importanti dell’epoca. Non so quale.
Ma voi non esistete. E non leggerete mai questo libro, nonostante sia edito da Eris Edizioni e illustrato col cuore di tenebra dal buon akaB.

Lankenauta | Lucenti


Su Lankenauta la recensione a Lucenti, l’ultimo romanzo di Uduvicio Atanagi, capolavoro oscuro e quasi lovecraftiano o macheniano, virato sulle atmosfere italiche, sulle asfissianti oscurità toscane che nascondono il nero fetido degli antichi riti etruschi. Davvero un capolavoro…

“I rituali venivano svolti da tre anziane del paese che, a quanto raccontavano, tramandavano le tradizioni e intrattenevano rapporti con le divinità silvane o con qualcosa del genere..” (pp.60). Questa l’evocazione di alcune strane pratiche che, a partire almeno dal XVII secolo, sembrano rivelare una realtà a dir poco malefica, probabilmente responsabile di aver infettato fino ai giorni nostri la vita intorno al podere di Pedro Lucenti, spietato proprietario terriero e capostipite di una famiglia che nei decenni sembra non riuscire a liberarsi della presenza di indefinite forze oscure e da una cappa oppressiva di morte e di decadenza.

Una situazione al limite sembra vivere anche il giovanissimo Mino, il “ragazzo dei Serrani”, che verso la metà degli anni ’90 del secolo scorso si ritrova con la sua famiglia proprio nei luoghi che avevano assistito alle disgrazie e ai crimini dei Lucenti. È la campagna toscana a sud di Siena, lontana dalle vie più trafficate; e qui Mino ha scelto un modo estremo per isolarsi: gli “piaceva passare le giornate nelle fosse fangose ai margini del paese, gli piaceva sprofondare trattenendo il fiato fino a quasi dimenticarsi di dover respirare mentre il suo corpo sembrava scomparire dentro la fossa” (pp.9). Anche Lucio, ragazzo che vive nei dintorni e avrà molto a che fare con Mino, non è del tutto in sé e sparisce per giorni all’interno del bosco. La presenza poi di una ragazzina, Teresa, probabilmente renderà ancora più complesse le strategie per difendersi da entità e da malesseri che sembrano riprodursi di generazione in generazione. Se infatti i luoghi di “Lucenti” sono per lo più quelli intorno al podere e quella campagna ammorbata da presenze che fanno pensare subito a “buio, fango e sangue”, il racconto – ovvero quello che è capitato a Pedro, il sanguinario capostipite, e poi a coloro che hanno abitato quelle terre, compreso uno sparuto gruppo di soldati tedeschi, ad Antonio Lucenti dal 1947, ai Serrani – non segue un’ordinaria linea temporale: presente e futuro si alternano, quasi ad evidenziare l’ineluttabilità del male. Oltretutto Uduvicio Atanagi, pseudonimo di un autore alquanto misterioso, non ha inteso esplicitare l’orrore sotto forma di ben definite entità mostruose. Semmai l’inquietudine è amplificata perché quasi tutto viene lasciato intuire, oscillando tra un’onnipresente analisi interiore e momenti in cui arcaiche tradizioni, esoterismo, peccati commessi in tempi lontani e mai espiati sembrano davvero dominare il destino di chi vive intorno al podere.

Lucenti | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione del nuovo romanzo di Uduvicio Atanagi, Lucenti – già segnalato qui cui si aggiungono ora notizie maggiori.

In un paesino del senese le vicende della famiglia Lucenti aleggiano come echi emanati dalla terra e dai boschi che circondano il podere tramandato per generazioni.

Nell’estate del 97 Mino Lucenti passa le sue giornate immerso nel fango cercando di sprofondare fino a perdere qualsiasi contatto col mondo, la sua unica amica è una vecchia malata di Alzheimer che sembra custodire nelle sue visioni gli oscuri segreti del paese.

Prima di lui nel 1946 Antonio Lucenti riprende il possesso del podere dopo l’occupazione nazista mentre il fratello Teresio, scrittore di propaganda per le forze dell’Asse, vive i suoi giorni legandosi al primo terrorismo nero e a società segrete dei salotti romani.

Tutto il mondo, tutto il sangue dei Lucenti ruota intorno alla figura di Mino e del capostipite Pedro Lucenti, l’uomo che ha comprato il mondo, un violento latifondista macchiato da un antico peccato le cui gesta hanno impregnato la terra e la storia italiana sul finire dell’700 sullo sfondo dell’ultima caccia alle streghe.

Le vicende vengono narrate come ricordi e visioni, vite di fantasmi che infestano l’estate di Mino e dei bambini del paese, echi di un mondo passato che sembra traboccare nel presente attraverso i sogni facendo luce sul punto dove iniziano e finiscono tutte le storie.

Sinossi

In quel paese perso nella campagna toscana si dice che i Lucenti siano sempre destinati a tornare lì, a quel podere, inesorabilmente trascinati da qualcosa di più grande di loro. Si dice anche che Mino, il ragazzo dei Serrani, passi gran parte delle sue giornate immerso nelle pozze di fango, invece che giocare con gli altri ai videogiochi. Lucio invece sparisce all’interno del bosco per giorni interi e quando ritorna i suoi vestiti sono lacerati.

C’è come una forza che agisce su quel paese, qualcosa che c’entra col bosco e che non fa crescere più nulla in quei luoghi; forse quel paese è davvero maledetto. Irma, una delle anziane che vive lì, racconta storie di donne che portavano il suo stesso nome. E poi c’è il buio, anche quando la luce lo nasconde, mosso da una forza insaziabile. Le generazioni si danno il cambio, le epoche scorrono, ma una cosa sembra non cambiare mai: la volontà di un uomo non sarà mai abbastanza, le sue radici lo tratterranno sempre nella terra che lo ha creato.Mino nel fango sfugge da tutto, fino a quando in paese non arriva una estranea dallo sguardo familiare. A quel punto, forse, l’abbraccio intenso di quel fango non gli basterà più per sentirsi protetto.

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