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Archivio per maggio 15, 2018

Le nuove plebi globali dentro la crisi sistemica – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione all’ultimo libro di Carlo Formenti, Oligarchi e plebei. Diario di un conflitto globale. È un viaggio all’interno del sistema economico mondiale, all’asfissiante ricerca di nuove forme di mercato e di business, che non si traduce automaticamente in profitto. Siamo nella nuvola alta dei numeri iperbolici, traducibili in oppressione e forme di controllo, senza che si riesca a intravedere chi tira le fila di tutto questo delirante e orrendo teatrino.

Il nuovo libro di Carlo Formenti è essenzialmente una raccolta di articoli, dispiegati come anelli di un ragionamento continuo e coerente sulla crisi e suoi suoi attori sociali, maturato lungo il corso degli ultimi sette anni. Al centro della riflessione troviamo i due campi in cui si spaccano le società occidentali dentro questa stagione di trasformazioni accelerate: quello delle nuove oligarchie che stanno usando la crisi per concentrare ulteriormente poteri e ricchezza; e quello delle nuove masse proletarizzate, che stanno manifestando una confusa e sempre più diffusa repulsione verso ideologie e prassi delle élite, senza che questa ripulsa maturi in direzione di un qualche progetto di alternativa di società.

La prima parte del libro raccoglie spunti di analisi – quasi una narrazione in diretta – che partono dal 2011 e si allungano fino al 2017. Le pratiche di un neoliberismo feroce e pervasivo, sono al centro di ogni riflessione: il loro incunearsi “microfisicamente” nel tessuto sociale, nella vita, nel bios, fino ai grandi scenari macro – la guerra, il ciclo economico, il rapporto finanza/produzione. Una cronaca in tempo reale del disastro della modernità capitalistica, che può essere letta e declinata a vari livelli.

Si può partire da un tema attuale – l’essenza delle ideologie workfare – a proposito della scelta inglese del 2012, di affidare ad agenzie private la gestione dei sussidi e la ricollocazione degli iscritti alle liste di collocamento:

Il principio del workfare (il sussidio di disoccupazione bisogna guadagnarselo, altrimenti si è passibili di sospensioni o decurtazioni dell’assegno) non è certo una novità, ma qui siamo in presenza di pratiche ancora più penalizzanti. Soprattutto perché il compito di gestire questo avvio al lavoro coatto non è affidato alla pubblica amministrazione bensì a contractor privati che funzionano di fatto come agenzie interinali e hanno il potere di decidere come e quando i soggetti “renitenti” siano passibili di sanzione. Per di più questi nuovi schiavi del XXI secolo non sono affatto utilizzati per svolgere lavori di pubblica utilità: puliscono uffici e abitazioni private, con il risultato che le imprese e gli individui presso i quali vengono “comandati” spesso licenziano i lavoratori che svolgevano in precedenza questo tipo di attività. Detto in poche parole: si sfruttano i disoccupati per creare nuovi disoccupati! A questo punto sorge una domanda: esiste una qualche differenza fra queste ignobili politiche e quelle dei governanti inglesi che, fra fine Settecento e inizio Ottocento, costringevano al lavoro coatto i “vagabondi” (cioè i poveri che rifiutavano di sottoporsi al regime schiavistico delle manifatture)? (p. 14)

E ancora, il tema della privatizzazione dell’istituzione carcere:

Da fonti di stampa apprendiamo che alcuni Stati americani avrebbero stipulato con le imprese dei contratti che li obbligano ad affidare alla loro gestione una quantità minima di detenuti. Insomma: le imprese pretendono che tutti i loro “letti” (per usare una metafora sanitaria) siano occupati, in modo da sfruttare al massimo la capacità produttiva della struttura. Naturalmente ciò impegna le amministrazioni pubbliche a condurre politiche ferocemente repressive anche nei confronti dei reati minori, onde poter fornire “carne fresca” ai carcerieri-padroni. (p. 18)

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Gioco di limiti


I bisbiglii del tuo interno si attenuano ed esaltano quando aumentano le percezioni dell’altro, quando i limiti del tuo carapace si attenuano.

Luca Forcucci – The Waste Land | Neural


[Letto su Neural]

The Waste Land di Luca Forcucci, uscita in cassetta e in digital download per la Crónica Electronica, prende le mosse da un invito a comporre una colonna sonora di venti minuti per un film documentario. Il compositore e sound-artista italo-svizzero menziona il seminale impulso di tale componimento, ma mantiene uno studiato riserbo sul divulgare ulteriori informazioni a proposito. Un simile atteggiamento si comprende, forse, proprio riflettendo sul fatto che a loro volta i sei minuti di field recording, ricevuti come documentazione dal musicista, non fossero accompagnati da nessuna nota e indicazione di sorta, funzionando però in maniera abbastanza sorprendente come un amplificatore di percezioni auditive, stimolando quasi una precisa narrazione, dei quadri visivi, qualcosa che si potrebbe definire come “un film mentale”. Si passa poi all’ispirazione di una miniera di carbone – questo ci è dato sapere a proposito della seconda composizione, “Voices from the Coal Mine” – e fra i fantasmi evocati dall’artista c’è anche idealmente Alvin Lucier, il compositore statunitense che più ha conferito dignità al concetto di installazione sonora. Forcucci è uno specialista in questo genere d’approccio ed è assai attento alle relazioni in gioco tra il suono e lo spazio, soprattutto di quelle che interagiscono in contesti indotti da precise tipizzazioni. Tutto ciò probabilmente non lo spinge ad esplicitare in maniera sempre diretta tali rapporti, evolvendo le metodologie site-specific in virtù più dei loro esiti poetici-formali che non degli aspetti documentaristici o relativi alle strutture linguistiche investite nel lavoro di ricerca. Il crinale fra queste operatività è molto labile e altrettanto sfumata è qui la resa dei suoni, spesso granulari, stratificati, risonanti e mutevoli, segnati da sequenze scure e intriganti. In “My Extra Personal Space” a fungere da idea-guida sono invece le derive urbane dei flâneur e l’intimismo baudelairiano, sensibilità che inaugurano “il moderno” nell’arte e nella conoscenza di matrice metropolitana: passages che oggi chiamiamo soundwalking, quando modulati in ambito auditivo e convergenti alla cattura di suoni anche naturali (la costa della Normandia in questo caso). Siamo di fronte ad esplorazioni sonore, dunque, che nel complesso coinvolgono l’ascoltatore in interessanti e avvincenti reportage sensoriali.

Affondano le parole


Affondano qui le parole, le distanze, le perfezioni supposte e le simmetrie annegate nei ricordi, imperfetti, della tua felicità. Inutile, perché incarnata in un guscio di terrificante supplizio.

Paul Dourish – The Stuff of Bits: An Essay on the Materialities of Information | Neural


[Letto su Neural]

Che tipo di “materialità” si può trovare nella nostra infrastruttura digitale globale? Affiancando la presenza tangibile dell’hardware, i processi che si presume permettano il funzionamento dell’intero sistema si modellano a vicenda e a loro volta modellano in modo invisibile e diretto il nostro modo di lavorare. Dourish affronta questa preoccupazione attraverso “la materialità della rappresentazione dell’informazione”. Isola quattro elementi classici che compongono l’infrastruttura digitale: emulazione computerizzata (macchine virtuali), fogli di calcolo, database e architettura di rete. Ogni elemento è esaminato in un capitolo diverso attraverso le loro ‘materialità’, o le specifiche qualità materiali che mostrano, come ‘trasparenza’ o ‘peso’, la loro disposizione materiale. La loro forma e qualità costringono l’informazione e il modo in cui la trattiamo a dinamiche specifiche. Che cosa si intende per “databaseabile”, per esempio, che significa che tipo di raccolta coerente di contenuti, o semplicemente di dominio culturale, o semplicemente di informazioni sparse può essere plasmata nell’attuale paradigma di un database? E cosa potrebbe essere tecnicamente (e quindi politicamente) escluso? Come forma un foglio di calcolo le riunioni e le decisioni? E in che modo lo sviluppo di macchine informatiche e della stessa infrastruttura globale di Internet è influenzato dall’attuale filosofia di gestione (cloud, server, macchine virtuali, ecc.)? Tutte queste domande sono poste e discusse in questo libro attuale, e risuonano, come l’autore sperava, in altri settori correlati, finalmente cominciando a mettere in discussione in modo significativo i nostri “metodi e discipline”.

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