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Archivio per Anna Perenna

Sei solo un’altra ombra


Nei confronti del tuo universo ti poni con la solidità dell’evanescenza onirica, quando le ombre svolazzano da ogni lato della tua percezione e tu sei, soltanto, un’altra ombra indefinita.

Narcolessia


La narcolessia di un luogo mi sovviene all’improvviso in mente, quando ricordo quei giorni, quando analizzo ciò che sentivo, il mio sonno eterno. Trovo strali di quell’abbattimento psichico anche nei miei giorni, quando organizzo il teatro dell’olografia di fronte a me.

La sintassi del disincarnato


Nella percezione del sensorio, i simboli sembrano attrazione per la falene, se tu non comprendi cosa essi invece nascondono.

Sacri Boschi « Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis uno stupendo articolo che mette in relazione il culto dei Romani arcaici – non ancora Romani, per la verità – con l’oscurità arborea, un senso mistico che li accompagnerà durante la loro storia antica ma non solo, cose rintracciabili ancor oggi, quando la contemplazione arborea di alcuni luoghi di Roma mi devasta l’animo, una sorta di oscura contemplazione e riverenza.

Questi discorsi mi colpiscono profondamente, avendo visto proprio ieri Il primo re, il film di Matteo Rovere sulla storia di Romolo e Remo, che appare pregno proprio di quel senso mistico in cui ho riconosciuto le empatie sacre verso la Natura, verso l’oscuro silvano, in cui si manifesta la vibrazione sublime di qualcosa di vivo come l’energia che percorre ogni cosa di quest’universo attraverso – anche – i culti primordiali di Ecate. Imperdibili, sia l’articolo che il film, quest’ultimo certamente non fedele alla lettera alla tradizione, ma assolutamente verosimile.

Il rapporto dei Romani con la natura è una dimensione misconosciuta nell’immaginario comune, dove appaiono come voraci costruttori a scapito di popoli liberi e selvaggi. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero: ciò che lega il Romano al mondo silvano è qualcosa di fondativo, che si genera dai tempi più remoti[1] e lo guiderà per sempre.

Per risalire all’origine di questo sentimento, basta accantonare l’immagine della Roma sfavillante di marmi e di bronzi e immaginarla com’era alle sue origini, ricoperta interamente di boschi e di grotte. E proprio dagli alberi prendono il nome i luoghi di Roma: dalle querce (quercus) discendeva infatti l’originario nome del Celio, Querquetulanus[2], così come dal salice (Salix viminalis) derivava il Viminale, o dal faggio (fagus) il Fagutal, una delle tre vette dell’Esquilino, che a sua volta originava da un’altra tipologia di quercia, l’ischio o farnia (aesculus). Lo stesso albero conferiva probabilmente il nome all’Aesculetum, un bosco di farnetti da ricercarsi forse nel Campo Marzio, a nord dell’attuale Ponte Garibaldi. Immediatamente a nord del Foro, tra questo e il Tempio della Pace si trovava la Corneta, una zona popolata da alberi di corniolo (cornis). Lo spazio (in buona parte occupato dal Circo Massimo), che si estendeva tra il boscoso Palatino e l’Aventino, era la Vallis Myrtea, così chiamata per le sue vaste distese di mirto. Lo stesso Aventino era celebre per i suoi bellissimi lauri, tanto che una parte di esso era denominata Loretum o Lauretum[3] (il toponimo si trova in iscrizioni e cataloghi imperiali come CIL VI 30957); il resto del colle era invece fitto di lecci, numinoso[4]. Ma ad esser impressionante è la descrizione del Campidoglio, dove la presenza divina era avvertita in modo così prodigioso da atterrire gli abitanti del luogo[5].

Non è certo un caso che Virgilio descriva i primi abitanti dei Colli come nati dai duri tronchi di quercia[6]. E così nel resto del Lazio, da cui lo stesso re eponimo, Latino, figlio di Fauno, avrebbe regnato da Laurentum, anche le dinastie regali di Alba Longa, i Silvii (da silva, “foresta”), e quella di Praeneste testimoniano il legame con il mondo selvaggio preponderante[7]. Numerose le località testimoniate dalle fonti archeologiche o dalla tradizione locale, come le città di Pometia (dai meli), Ficulea e Ficana (dai fichi, o dai vasai, figules) e Crustumerium (da una particolare varietà di pera, la crustumia)[8]. Proprio i boschi, o meglio le radure all’interno di essi, costituivano i luoghi deputati alle più importanti deliberazioni di carattere militare o sociale: è il caso, ad esempio, del Lucus Ferentinum e soprattutto del Lucus Nemorensis[9]. A ciò concorse sia il fatto che nel mondo arcaico lo spiazzo aperto era l’eccezione, laddove la selva costituiva la regola (e dunque la radura rappresenta il luogo più funzionale al raduno di numerose persone) sia per le valenze politico-sacrali conferite alle divinità boschive (si pensi a Diana e a Feronia). Le tracce di questa realtà primeva vanno ben oltre il ricordo del mito o della toponomastica: sebbene notevolmente ridotti nelle loro estensioni, la Roma dei tempi pienamente storici vantava ancora decine di boschi sacri, extramuranei e muranei, onorati sia singolarmente, nell’anniversario di consacrazione del bosco ad una determinata divinità, sia collettivamente nelle Lucaria.

Queste festività, attestate anche nei Fasti Amiternini[10], venivano celebrate tra il 19 e il 21 Luglio in un bosco sacro situato tra il Tevere e la Via Salaria[11]; esse si riferirebbero alla genericità delle divinità boschive. In linea di massima ogni templum, inteso come spazio sacro ritualmente consacrato (non necessariamente finalizzato ad una permanenza di culto, ma anche per la divinazione), era demarcato nei suoi limiti interni ed esterni da alberi[12], usati come termini visivi spaziali. Il successivo edificio preposto al culto si trovava così abbracciato dagli alberi, ridotti col tempo a pochi esemplari e via via reintegrati in base a norme rituali che si possono in parte desumere dagli Acta fratrum Arvalium e da alcune prescrizioni di Catone (vi torneremo in seguito). Vale la pena aggiungere che colonne e capitelli erano concepiti come immagini pietrificate delle forme naturali. Ciò è confermato da Vitruvio: l’ordine corinzio sarebbe stato ideato da un tale Callimaco, ispirato dalla vista di un cesto votivo lasciato sulla tomba di una ragazza, contenente i suoi effetti più cari; una tegola quadra vi era stata posizionata sopra, per proteggervi il contenuto, ma una pianta di acanto era cresciuta attraverso l’intreccio del cesto, dando così all’artista l’idea del motivo[13].

Februarius, il mese che non c’era


Sul blog LaMisuraDelleCose un condensato di Storia arcaica di Roma dal punto di vista dei calendari e delle religiosità arcaiche. La domanda fondamentale verte sul perché febbraio sia comparso, a un certo punto dell’evoluzione romana, come mese di fine anno, e le ipotesi vagliate con le interessanti deduzioni sono assai illuminanti, nonché basiche, come qualsiasi necessità apparentemente sacra del genere umano.

Rimane un’ultima festa di febbraio, i Quirinalia. Ancora più oscura delle altre, la prima crux che si presenta all’esegeta e allo storico delle religioni è la funzione e l’identità stessa del dio Quirino. Dio della guerra (possiede armi), ha molto in comune con Marte (a entrambi sono soggetti i Salii) e allo stesso tempo sembra essere il suo opposto, pacifico e non bellicoso, quasi a sfociare in campo di pertinenza agraria; non è necessario prendere l’una o l’altra posizione, dal momento che «per la mentalità politeistica difficilmente esistono funzioni singole prive di molteplici implicazioni naturali, sociali, cosmiche, culturali ecc.» e le divinità di Roma arcaica sono figure complesse che non si esauriscono in una sola qualità o funzione.

Senza inoltrarci nella questione sulle origini di Quirino, basti qui prendere in considerazione quanto sappiamo sulla sua festa: la data segnava la fine dei Forcanalia, festa mobile che aveva nei Quirinalia la data (fissa) di chiusura come i Parentalia si concludevano con i Feralia. Dei Forcanalia, a loro volta, sappiamo che erano stati istituiti da Numa e dedicati alla dea Fornax, la fornace entro cui venivano tostati i grani di farro.

La festa del farro

Al centro della festa dei Forcanalia c’è insomma il farro e nient’altro, né l’orzo, né il frumento; Brelich cita una notizia di Plinio: «per 300 anni il popolo romano tra tutti i cereali usò solo il farro». Si può ipotizzare, dunque, un’epoca molto antica in cui l’alimento fondamentale era il farro, dalla cui farina i romani ricavavano non il pane (la sua preparazione con l’utilizzo del lievito è posteriore alla fondazione del culto), ma una specie di polenta, la puls.

Il farro, come gli altri cereali, si miete in giugno-luglio, però a differenza del frumento non è subito commestibile: occorre prima immagazzinare le spighe, poi, al fine di farne uscire i semi, batterle (pinsere) e tostare i grani in fornaci speciali per renderlo fruibile, più digeribile e saporito. Si comprende come questa fosse un’operazione delicata, che metteva a rischio la sussistenza dell’intera popolazione, e dovesse essere accompagnata da cerimonie e offerte primiziali.

Sembra possibile ora avanzare una risposta alla domanda che aveva percorso tutta la trattazione: perché proprio febbraio-marzo come periodo di cesura tra vecchio e nuovo anno? Se si riconosce l’importanza del farro nella società romana arcaica quale principale fonte di sostentamento, si comprende che il momento della sua trasformazione in alimento commestibile rappresentasse l’evento agrario principale di cui abbiamo cercato gli indizi lungo tutto il mese, e tale trasformazione avveniva proprio in questo periodo dell’anno: dopo la mietitura e l’immagazzinamento, solo in inverno veniva lavorato attraverso la torrefazione.

Due capodanni e una morte violenta

Infine, c’è un altro elemento a proposito dei Quirinalia fornito dalle fonti che a questo punto non può essere ignorato: essi cadevano nel giorno dell’uccisione di Romolo. Vi sono in realtà due tradizioni, l’una che ne ambienta la morte alle Nonae del mese di luglio, l’altra (seguita da Ovidio) che la fa cadere in febbraio, in concomitanza con i Quirinalia. Può non essere un caso: la vicenda di Romolo, riletta attraverso i temi del “mito agrario”, ne prevede l’uccisione da parte dei suoi, forse perché divenuto tiranno (non scandalizzi l’attribuzione di qualità negative al fondatore, che possono anche rimanere implicite nel commento letterario), e il suo sbranamento, assunto poi in cielo tra gli dèi e venerato sotto il nome di Quirino. Questa identificazione tra Romolo e una divinità immortale, d’altronde, sarebbe tutt’altro che tarda, ma piuttosto percepita come una identità originaria «di cui i romani non hanno mai perduto la coscienza». La morte di Romolo, comunque la si collochi a luglio o a febbraio, cade in corrispondenza di due capodanni, quello di marzo o quello di agosto, che segnavano, in tempi diversi, la calendarizzazione annuale romana secondo due eventi fondamentali: la tostatura del farro a febbraio (più arcaica) e la mietitura del frumento in luglio.

Iside svelata


Rivelano i simboli alchemici di abissi temporali esterni. Rivelano l’Iside velata e poi svelata dall’enorme impressione psichica che hai poi dentro.

La magia nera al tempo dei Romani: riemersi dal sottosuolo di Alghero i resti di antichi riti


Un articolo molto interessante sulle defixiones, le maledizioni di epoca romana scritte su lamine di piombo e che, a volte, arrotolate contenevano residui organici appartenenti al destinatario della maledizione, così da indirizzare meglio le divinità infere preposte all’esaudimento della desiderata: una pratica molto simile al voodoo, in sostanza. A Roma, di quelle lamine e fagotti ne sono state trovati un bel po’ vicino alla fontana di Anna Perenna, e lo stesso è stato per alcuni siti archeologici in Sardegna; la conferma di un’entità così oscura la fa risplendere ancora nelle strade del mondo attuale, ci vuole poco a incontrarla ancora…

Alessandro Rolfini

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