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Archivio per novembre 20, 2019

Scorci di vita bizantina – NovoScriptorum


Due bellissimi post in lingua inglese che raccontano il mondo bizantino visto in specifici argomenti: giochi sportivi e l’influenza femminile nel potere imperiale.

From the fourth century A.D. until the fall of Constantinople in 1453, the people of the Byzantine or Eastern Roman Empire participated in a wide range of sports and physical recreations. Most of these activities were inherited from Greek and Roman civilizations, or were introduced through contacts with Asia Minor and Crusading Europe. Some sport forms disappeared after a few centuries, while others remained a part of the sporting culture during most of the lifetime of this civilization. However, in spite of the longevity of the Byzantine Empire, and the importance attached to sport by its inhabitants, little has been written about that period in sport history references. Much of the information that is available gives the impression that sport in Byzantium consisted of nothing more that Roman activities transplanted to the shore of the Bosporus, while other sources simply refer to Byzantium in sections devoted to the final period of Greek athletics. This paper attempts to alter that situation by presenting a fuller description and interpretation of this topic, for close study reveals a period of sport history that was uniquely Byzantine— one that warrants more attention than it is usually given.

The Byzantine noble women were burning with anxieties and were passionately pursuing to participate in political chess, to excel in letters and to spread the culture of Byzantium.
The life of a great woman of Byzantium, princess Anna Komnena the Porphyrogenita, is indicative of this passion for power and education. Her touching death encapsulates a life full of tension and intense contradictions: Anna was a revolutionary female for her time. To achieve her goals she did not use female “weapons” (charm, cunning), but purely male “means” (power, boldness, perseverance). She may have been the first feminist in human chronicles.

ABORYM “Unpleasantness” (Freak remix by ABV – Marco Rosati)


Gli Aborym all’ennesima potenza!

Il futurismo esoterico dei Cosmisti russi – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un’analisi dettagliata sul Futurismo esoterico russo dei Cosmisti – argomento già trattato qui, qui e qui – e che ha implicazioni riconducibili al Realismo magico intessuto di mistica orientale, Un bellissimo guazzabuglio, che fa bene a noi Occidentali positivisti. Un estratto:

«Dio divenne uomo affinché l’uomo potesse diventare Dio» recita un antico adagio: è forse la quintessenza della prospettiva cosmista. Superomismo allo stato puro, ma anzitutto superomismo magico. È l’idea che la materia non possa prescindere dallo spirito e viceversa: se il progresso prescinde dallo sviluppo spirituale conduce a disastri, laddove la sola spiritualità svincolata da elementi pratici genera un’alienazione senza pari. Realismo e magia, tecnica ed esoterismo, insomma: il cosmismo fu il tentativo archeofuturista di riunire gli opposti, in vista dell’ampliamento dei confini dell’essere umano, fino alle stelle.

Un tentativo all’insegna della pratica. Se la modernità ha coltivato un divario incolmabile tra teoria e pratica, scienze dello spirito e scienze della materia, nel pensiero cosmista la portata di ogni scoperta è misurata dalla trasformazione – non solo materiale, ovviamente – che è in grado di propiziare. Ogni -logia deve diventare -urgia, ogni disciplina astratta una via di liberazione, secondo un’ottica totale che prescrive la mobilitazione di tutte le discipline, dalla tecnica all’arte, per realizzare la trasmutazione del Sé un tempo tentata dall’esoterismo operativo. Basilare (come ovunque nell’esoterismo occidentale, secondo la celebre tesi di Antoine Faivre) è la connessione analogica tra alto e basso, microcosmo e macrocosmo. Conoscendo i legami simpatetici che legano ogni ente al tutto è possibile manipolare la natura (vincolarla, come scrisse Giordano Bruno nel De vinculis in genere), trasformando l’operatore in più-che-uomo.

Solo così ha luogo l’espansione integrale cui è chiamata l’umanità. Un’espansione materiale, nelle profondità del cosmo, e spirituale, vale a dire la costruzione ermetica della propria personalità. A differenza dell’individuo moderno, chiuso in sé stesso, l’uomo cosmista si trascende: individualmente, riunendo tutte le proprie antinomie interiori; socialmente, coltivando quelle relazioni, verticali e orizzontali, che vanno a costituire il tessuto sociale, smembrato dall’individualismo e dall’utilitarismo capitalista; cosmicamente, infine, ricongiungendosi con l’universo, operando una profonda rivoluzione copernicana nelle coscienze (ragion per cui la cosmonautica sarà naturale sviluppo del pensiero cosmista). Se la nostra, come diceva J. R. R. Tolkien, è «un’era di mezzi migliori per fini peggiori», allora occorre solamente mutare mentalità, ricalibrare il tiro, restituendoci al cosmo e realizzando così la nostra più intima essenza.

Il dolore di essere Masoch 2 | nonquelmarlowe


Seconda parte di una trilogia di post – che originariamente era un corposo articolo, qui e qui le altre sezioni – che Lucius Etruscus ha scritto quasi due anni fa sulla correlazione tra masochismo e le sue innumerevoli relazioni nell’arte, letteratura, cinematografia e non solo. Un estratto significativo, ma da non trascurare nulla di ciò che Lucius ha analizzato.

Fa caldo nel deserto egiziano del 300 dopo Cristo, dalla cui sabbia rovente fuoriesce un cenobita: che sia un delizioso rimando alla futura saga filmica di Hellraiser e ai suoi cenobiti infernali? Ovviamente no, è semplicemente il nome di un uomo che si è ritirato a vivere in una piccola comunità religiosa. Ma Pafnuzio non è più un cenobita, il suo percorso non seguirà le orme del futuro Sant’Agostino, perché Pafnuzio è impazzito della più folle delle pazzie: Pafnuzio si è innamorato, e si è innamorato di Taide. Una peccatrice. Peggio: un’attrice.

Questa storia ce la racconta nel 1890, con ancora Sacher-Masoch in vita, il grande romanziere Anatole France in uno dei suoi capolavori forse oggi più dimenticati: Taide (Thaïs). Pafnuzio non prova amore per Taide, prova passione, ossessione («Sai tu che cosa vedevo in questo manoscritto dettato dal più grave degli stoici? Precetti di virtù forse e crude massime? No. Vedevo sull’austero papiro danzare mille e mille piccole Taidi»), follia, totale perdita di qualsiasi ragionamento logico a causa di amore (od ossessione amorosa), e quando per la prima volta vede la donna a teatro recitare nel ruolo di Polissena, in una versione dell’Iliade, France non trova miglior modo di descrivere il piacere che prova Pafnuzio:

«Il dolore era bello sul viso di Taide.»

È la descrizione di un’ottima prova attoriale nel ruolo di Polissena? France ci sta raccontando che Pafnuzio giudica Taide un’ottima attrice capace di ben rappresentare il dolore di un personaggio? O forse ha trovato un modo potente per ricordarci che il desiderio può passare anche per il dolore? Siamo nel 1890, vent’anni dopo la celebre opera di Sacher-Masoch, ed è ormai chiaro quel messaggio che un altro francese, Pascal Laugier, ha dovuto ricordarci nel 2008, con il film Martyrs: l’agonia porta all’estasi tipica dei santi, a quegli occhi volti al Cielo di chi vede martirizzata la propria carne. È un rapporto inscindibile fra spiritualità ed agonia che porta a ben altre considerazioni, perché non solo nell’estasi mistico-dolorosa si roteano gli occhi. France lascia sotto traccia qualcosa che Sacher-Masoch fa intendere in modo più preponderante: al divino si arriva anche con l’orgasmo, la cui mimica facciale è indistinguibile dall’agonia.

Taide diventerà santa, sia per la Chiesa cattolica che ortodossa, ma per ora si limita a fingere quel dolore che Pafnuzio avverte in tutt’altro modo, cioè come orgasmo. Ed è un’altra egiziana, molto più avanti nel tempo, che farà impazzire un altro uomo religioso: Esmeralda, uno dei tantissimi personaggi del romanzo corale Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo. (Classico della narrativa mondiale che non ha nulla a che vedere con le biasimevoli riduzioni che ne sono state tratte per il cinema, o peggio per l’infanzia.)

Curatori moderni ci spiegano in nota che Esmeralda in realtà viene chiamata “egiziana” perché all’epoca si è convinti che quella sia la patria degli zingari, ma è una precisazione del tutto inutile e che soprattutto rischia di spezzare il collegamento che Hugo crea con i deserti da cui è nata la religione: quel culto che viene accantonato da Claude Frollo, arcidiacono di Notre-Dame. È lui che, anticipando la scena della Taide di France, dimentica ogni insegnamento religioso quando fissa la bruna sedicenne Esmeralda danzare, mentre altri la paragonano a una ninfa o a una dea. Il peccato è negli occhi di chi guarda, così come il dolore è nel cuore di chi lo brama

Laurie Spiegel – Unseen Worlds | Neural


[Letto su Neural]

Laurie Spiegel, che già nel 1980 aveva pubblicato il suo primo LP, The Expanding Universe, è una pioniera della computer music che ben presto volle realizzare specifici strumenti software di composizione algoritmica. Il suo Music Mouse: An Intelligent Instrument fu presentato nel 1986 ed era disponibile per Mac, Atari e Amiga. Utilizzando questo stesso software – siamo sempre nella seconda metà degli anni ottanta – Laurie Spiegel compose Cavis Muris e Three Sonic Spaces, opere anch’esse seminali in ambito elettronico. Bisogna arrivare al 1991 per Unseen Worlds, album sensuale ed elegiaco che vide la luce su Scarlet Records, casa discografica ambient, elettronica e new age che di lì a poco sarebbe purtroppo fallita, confinando l’uscita fra quelle spesso nominate nelle enclave elettroniche, ma oramai irreperibili sul mercato. Ben venga allora questa ristampa che ci riporta ad intrecci, strati e ambienti sonori d’indubbia bellezza e interesse anche storiografico. Rispetto ad oggi, a quei tempi, agli albori della popolarizzazione della computer music, si era giocoforza meno astrattamente concettuali e macchinosi nella concertazione di simili progetti musicali: le ispirazioni erano più nella musica classica che nell’ambient alla Brian Eno o nella musica ripetitiva e seriale della tradizione statunitense. Anche il risorgente clima di neo-spiritualismo paganeggiante – in voga negli States – probabilmente influiva nello stimolare visioni cosmiche, misticheggianti e oniriche. Sta di fatto che per modalità di confezione del tutto, attitudine DIY e procedure innovative, oltre che per i risultati estetici ottenuti, Unseen Worlds merita una menzione speciale, facendo guadagnare a Laurie Spiegel anche un posto d’onore nell’ideale classifica delle dieci donne che hanno illuminato con il loro operare la nascente scena elettronica internazionale. Tuttavia non ci si sbaglia nel trovare delle corrispondenze fra queste sonorità e certe forme di folk music americana particolarmente avanzata. La stessa compositrice, parlando più volte delle sue opere, descrive il computer come una sorta di strumento preciso ma anche innocente, il cui utilizzo è comunque definito solo dalla sensibilità e dalle emozioni che l’autore riesce a infondere. Sono dodici le tracce che compongono l’opera e ci si perde nei passaggi soavi e musicalissimi, quietisti e raffinati, pervasi dalla gentilezza di suoni armonici e atmosfere eteree. L’acqua passa sotto i ponti – è indiscutibile – e le cose cambiano, ma ad alcuni autori, meglio che ad altri, va riconosciuto il merito d’aver anticipato i tempi e prodotto opere di valore sempiterno. Non è cosa da poco, in un’epoca nella quale si brucia tutto in 15 minuti.

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